Da Baffone agli immigrati la paura ha fatto un Quarantotto

di Marco Bracconi 

Oggi come allora, una campagna allarmista e, poi, una secca sconfitta per la sinistra. Ma le analogie non si fermano qui, a iniziare dalle fake news. Due storici le mettono in fila   Tasto indietro. Rivediamo il film dall’inizio. E poi torniamo alla fine. Il ‘48 e oggi. Ma state attenti, non parliamo del 1848, che pure forse ci starebbe, visto che fu anno di gran rivoluzioni, bensì del più vicino 1948. Quando nella cabina elettorale c’era Dio che ti guardava, non come oggi che, al massimo, ti guarda il figlio di Casaleggio. Storicamente parlando, il gioco delle somiglianze e delle differenze è sempre un gran rischio. Ma, se perfino Marco Minniti, all’indomani del 4 marzo ha parlato di «una batosta peggio del ’48», allora il gioco vale la candela.

Soprattutto se ad accenderla sono due storici che su quell’anno della nostra Repubblica hanno scritto un libro documentatissimo, divertente e per certi versi illuminante. «Sconfitta peggiore di quella? Non so. I comunisti non furono così scontenti di perdere, sarebbe stato difficile gestire la vittoria in quel contesto internazionale. E poi il loro vero obiettivo era prendere più voti dei socialisti, e lo colsero», dice Mario Avagliano, assieme a Marco Palmieri autore di 1948. Gli italiani nell’anno della svolta. Fatti, cronache e retroscena della baraonda culturale, politica, sociale e verbale che precedette il 18 aprile, vale a dire la data dello scontro epico tra la Dc e il Fronte popolare.

Secondo Palmieri la svolta del 1948 non è paragonabile a quella odierna «perché si trattava della scelta di un campo e di una collocazione internazionale per un Paese che usciva da un ventennio totalitario e da una guerra, anche civile». Però oggi come allora, secondo lo storico, «siamo di fronte a un profondo cambiamento della geografia politica,anche se non sappiamo se produrrà uno schema come quello, capace di durare decenni».

Scorrendo i capitoli di questo saggio che si legge come un romanzo d’avventura, le discontinuità tra oggi e allora, si moltiplicano. Settant’anni di storia non passano senza scavare solchi e ci ritroviamo lontani anni luce dalle scomuniche papali, dal piano Marshall e dalla Guerra fredda. Eppure, sono gli stessi autori di 1948 a dirci che alcune dinamiche dello scontro politico, stabilite in quell’anno cruciale, sono le stesse oggi in vigore. Avagliano ricorda «la delegittimazione dell’avversario, indicato agli elettori come fonte di pericolo, e la conseguente paura instillata nell’opinione pubblica. E ancora, la semplificazione sloganistica del dibattito e la forte partecipazione nei momenti di maggiore contrapposizione».

Se ieri arrivava Baffone a mangiare i bambini, insomma, oggi i migranti ci invadono per distruggere “la razza bianca”, e viene da chiedersi come sarebbe andata se settant’anni fa ci fossero stati internet e i social network. «Li avrebbero usati meglio i democristiani» immagina Palmieri. Che aggiunge: «Nella comunicazione hanno sempre saputo cogliere gli aspetti di modernità prima della sinistra. Pensate al manifesto con Giuseppe Garibaldi a due facce, la sua e quella di Stalin. Oppure alle campagne pubblicitarie rivolte esplicitamente alle donne, che non va dimenticato andavano per la prima volta ad eleggere i loro rappresentanti alla Camera e al Senato».

Nel libro si narra tutta la passione ma anche l’emotività dell’Italia che sceglie il suo primo Parlamento repubblicano. E c’è un’illuminante citazione di Giuseppe Dossetti che parla di un elettorato influenzato dall’emotività e da fattori esterni alla razionalità della scelta politica. Sembra un’analisi della moderna politologia, e anche per Avagliano è una conferma: «Sì, da questo punto di vista il paragone regge benissimo, negli ultimi decenni è andata sempre più come diceva Dossetti. Soprattutto a partire dagli anni Novanta è cresciuta la volontà di cambiamento a tutti i costi, al di là dei contenuti. Più emotiva che razionale. Qui c’è un ilo rosso che lega il 1948, il voto degli ultimi due decenni e ancora di più quello del 4 marzo».

Certo a girarla con una macchina fotografica l’Italia prima di quel 18 aprile e quella di oggi sarebbero due posti molto diversi: «I manifesti ovunque, le piazze piene e i sacerdoti invalidi portati a braccio al voto sono l’istantanea di una partecipazione fisica, viscerale» ricorda Palmieri, eppure «il comizio finale di Di Maio, con poche migliaia di persone in piazza, ha avuto due milioni di contatti ». È la rivoluzione digitale e non quella del proletariato, ma ogni tempo ha il tipo di partecipazione che si merita e perfino le prime fake news, spiega Palmieri, sono datate 1948: «Nelle case degli italiani iniziarono ad arrivare lettere di finti comunisti nelle quali si invocavano il libero amore, la dissoluzione della Chiesa cattolica e altri scenari semiapocalittici». E anche le polemiche sui sondaggi hanno un precedente in quel 18 aprile, con la Doxa accusata dai comunisti di pronosticare la vittoria democristiana perché il campionamento si basava su un “metodo statistico americano”. Il gioco della Storia, avverte Avagliano, dimostra la sua fallacia se si entra nel giudizio qualitativo, perché «le culture (e le personalità) politiche di allora avevano uno spessore non paragonabile a quelle del 4 marzo. Era una generazione che usciva da Fascismo e Resistenza, aveva fatto una Costituzione, si era forgiata in quel tipo di esperienze. È evidente la differenza con quella che oggi si affaccia alla vita pubblica».

Se il libro dei due storici è un catino che ribolle di passioni e linguaggi tutti novecenteschi, le cronache dell’oggi ci indicano un rapporto tra la politica e i cittadini non necessariamente meno partecipato, ma molto più astratto e disincantato. «Però attenzione alla questione della militanza politica» fa notare Palmieri. «Se dobbiamo tentare un paragone storico con il 1948 allora possiamo dire che i militanti della Dc e del Fronte, quel tipo di militanti, con quel tipo di adesione passionale e speranzosa, sono oggi gli attivisti del Movimento Cinque Stelle e gli iscritti alla Lega di Salvini». Se è vero che quella svolta fu diversa da questa è dunque anche vero che il 4 marzo si è affacciata l’ipotesi – o l’ombra – di un nuovo bipolarismo. E se così andrà, allora sì che sarà stato un Quarantotto.

(Venerdì di Repubblica, 16 marzo 2018)

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1948: quando con un voto l’Italia svoltò

Un’attenta ricostruzione per capire il clima dell’elezione più difficile

di Matteo Sacchi

Il 18 aprile del 1948, settant’anni fa, gli italiani andarono in massa al voto. Si recarono alle urne il 92% degli aventi diritto, una percentuale mai più raggiunta che faceva dell’Italia il Paese più partecipativo d’Europa. L’affluenza non deve stupire, pesava la novità del confronto partitico dopo il Ventennio fascista, il desiderio femminile di esercitare un diritto acquisito da poco. Ma soprattutto pesava la sensazione di sentirsi a un bivio. Da un lato c’erano partiti chiaramente schierati per l’ingresso dell’Italia nel blocco occidentale, dall’altro un partito comunista che, dopo aver ridotto al ruolo di satelliti i socialisti, tifava quanto meno per una neutralizzazione dell’Italia, se non per il suo ingresso nel blocco sovietico. Per altro in quella che veniva già allora definita «una pace per bande» si temeva che le elezioni portassero verso un clima di violenza. Che poco dopo, con l’attentato a Togliatti, il 14 luglio ’48, venne evitato per un soffio.

Una situazione al fulmicotone, i cui echi e riflessi per altro si estendono sino al presente, molto ben raccontata nel saggio di Mario Avagliano e Marco Palmieri: 1948. Gli italiani nell’anno della svolta (Il Mulino, pagg. 436, euro 25). Il volume si avvale di molti diari, scritti privati e lettere d’epoca per ricostruire il clima di un periodo. In una fase in cui tutti i partiti retoricamente ripetevano che il 1948 era come il 1848 - insomma un momento in cui si fa l’Italia o si muore - l’intero elettorato si sentì chiamare verso una scelta estrema. Alla fine il risultato, con uno strepitoso 48%, premiò una Dc che giocò con oculatezza la carta della ricerca del benessere e di una democrazia con una forte carica sociale.

Per la prima volta dopo molto tempo gli elettori moderati ritrovarono in pieno il proprio ruolo, questo al netto del robusto risultato del Pci e dell’arrivo in parlamento di una robusta pattuglia di eletti del Msi. Il risultato fu un’Italia che si avviava verso una normalizzazione economica e politica, allontanandosi per sempre dallo spettro della guerra civile. Ovviamente questo percorso ebbe un prezzo. La scelta di Nenni di legarsi a filo doppio con il Pci, nonostante i dubbi di socialisti come Pertini e Lombardi, privò il Paese di ogni possibile alternanza tra una sinistra non staliniana e la Dc. Non solo, la mancanza di ogni possibile ricambio portò rapidamente ad un certo immobilismo statalista che ha lasciato un irrisolto strascico nella nostra storia. Non c’è dubbio che in quelle elezioni il Paese fece una scelta di responsabilità riassunta nella formula di Gaetano De Sanctis: Cultura, Europa e Libertà. Certo, i più non ci erano arrivati attraverso l’alata prosa dello storico, ma attraverso le vignette di Guareschi o i manifesti che, guardati normalmente, riproducevano il Garibaldi del Fronte popolare e girati, sotto sopra, facevano uscire l’arcigno volto di Stalin. Ma la politica è così.

(Il Giornale, 27 febbraio 2018, pag. 33)

Che '48!

Settant'anni fa il voto che segnò la storia dell'Italia Una campagna elettorale in cui vennero evocati Dio, i "Diavoli" sovietici, Garibaldi. Uno scontro epocale che rivive in un volume documentato e avvincente

di FRANCESCO GHIDETTI

 

IL 18 APRILE è una domenica di sole in Italia. Alle urne si recano 27 milioni di italiani, cioè il 92 per cento degli aventi diritto. Il 97,8 per cento delle schede risulterà valida. L’anno è il 1948. Un anno terribilmente bello, terribilmente angoscioso. Decisivo. Inizia infatti l’‘educazione sentimentale’ del nostro Paese, uscito solo tre anni prima, da una devastante guerra voluta dal fascismo. Un’educazione alla pratica democratica difficile, dura, eppur carica di speranze. Il sole di quel 18 aprile arriva dopo una campagna elettorale senza esclusione di colpi. Pochi mesi prima, il 5 giugno 1947, il segretario di Stato statunitense George Cattlet Marshall era stato molto chiaro, seppur in modo sottinteso, in un discorso ad Harvard: volete, cari amici europei, ricostruire il vostro Continente? Vuoi te, Italia, un miliardo di dollari con cui rifare case, industrie, strade, acquedotti, ferrovie e tutto ciò che i bombardamenti hanno distrutto? Vuoi te, Europa, 12 miliardi di dollari in quattro anni? Bene, ma la condizione è che i socialisti e, soprattutto, i comunisti siano sconfitti. Meglio: non vadano al governo dei vostri Paesi. Ed è a questo punto che si mette in moto, rombando potentemente, la macchina della delegittimazione reciproca in una logica di contrapposizione tra Occidente e comunismo reale. Una partita che, di fatto, apre la storia della cosiddetta Prima Repubblica (soffocata dalle inchieste di Mani Pulite nel 1992-94) e che ci viene raccontata, con indiscutibile abilità, da Mario Avagliano e Marco Palmieri in un poderoso volume del Mulino: 1948. Gli italiani nell’anno della svolta. Non fatevi impressionare dalla mole del libro (435 pagine): in realtà i due Autori, con scrittura chiara ed essenziale tale da consigliarne la lettura a un pubblico più ampio degli appassionati del genere, riescono a raccontare quello spartiacque decisivo in modo molto ‘narrativo’. Anche perché – e qui sta la forza del saggio – l’uso delle fonti è sapientemente dosato. Ne risulta un appassionante viaggio tra i mille campanili della penisola protagonisti di quello scontro epocale tra Dc e alleati e socialcomunisti riuniti sotto la sigla del Fronte democratico popolare.

ESEMPI? Tantissimi. Come quei dirigenti del Pci di Bologna che, dopo il voto, analizzano i motivi della sconfitta: la posizione del Fdp in tema di rapporti con la religione non è stata «sufficientemente compresa» e in ogni caso «le elezioni non si sono svolte in un clima di libertà» per «l’intervento straniero», «la minaccia di affamamento » e «l’intervento totalitario del clero». Oppure, i terrorizzanti scenari ipotizzati all’elettorato sui pericoli di una vittoria comunista. Il parroco di Claut (in Friuli Venezia Giulia) invita «i cittadini a salvarlo, poiché, diceva, se vincono i comunisti lui sarebbe stato impiccato, la Chiesa adibita ad altro uso e la religione distrutta» mentre «i bambini sarebbero stati inviati in Siberia» e «il sangue sarebbe scorso a torrenti per le strade». Oppure, la minaccia divina. Come quella lanciata da un parroco di Campo San Martino (Padova) che «a più riprese ha predicato dal pulpito che Iddio avrebbe mandato tutte le calamità immaginabili nelle case di coloro che avessero votato per il Fronte. Le calamità sarebbero sopraggiunte nelle case anche se uno solo dei membri della famiglia avesse votato contro la Dc». C’era poi un’altra tecnica, molto utilizzata. Oggi le chiameremmo fake news. Un fantomatico Filiberto S., militante di sinistra, in una (falsa) lettera segreta, spiega le vere finalità dei comunisti per le elezioni del 18 aprile: «Estirpare la idea di Dio, la dottrina di Cristo, la influenza della Chiesa sulle masse, il potere dei preti»; «liquidare, una volta per sempre, la morale borghese, la famiglia cristiana, la indissolubilità del matrimonio», rivendicando «la libera iniziativa dell’amore ». Nemmeno a dire che tutti «i padroni privati saranno cacciati. Tutto verrà confiscato a favore dello Stato». E i socialcomunisti? Come spesso nella sua storia, la sinistra non ne azzeccherà molte. In parte perché Stalin aveva ormai deciso che l’Italia sarebbe stata ‘occidentale’; in parte perché gli strumenti di propaganda erano oggettivamente deboli e sbagliati. Basti, a tal proposito, un’intemerata di Pietro Nenni che gli Autori, giustamente, sottolineano nell’Introduzione. Infatti, il giorno dell’entrata in vigore della Costituzione, il primo gennaio 1948, il leader socialista scrive sull’Avanti! (organo ufficiale del partito) che bisogna «adeguare il 1948 al 1848», anno rivoluzionario per eccellenza. Il modo di dire «è successo un Quarantotto» era ancora assai diffusa a quei tempi, ma certamente non serviva a rassicurare la pubblica opinione. Gli esempi potrebbero essere altri mille. Impossibile anche solo elencarli tutti. Segnaliamo al lettore la parte relativa all’attentato a Palmiro Togliatti – quando il segretario del Pci fu colpito da Antonio Pallante, fanatico anticomunista – dove l’Italia rischiò davvero la guerra civile non fosse stato per la freddezza della classe dirigente della sinistra e la fermezza del governo. E quella, più leggera, sulla celebre rivalità Coppi-Bartali. Il primo comunista, il secondo democristiano. A entrambi fu chiesto di candidarsi. Entrambi fecero finta di pensarci, salvo poi esprimere un (finto) rincrescimento che impediva loro di accettare. Oppure, la constatazione – a esempio con le riflessioni di Giuseppe Dossetti – di quanto la partita, con la vittoria della Dc e dei suoi alleati, non fosse affatto conclusa: «Non ci si può illudere – scriveva un mese dopo il trionfo democristiano – che il 18 aprile sia stato il giorno della assunzione pienamente consapevole di una responsabilità». Parole sagge. Come, a guardare all’oggi saggio (ma la riflessione è solo del recensore), in fin dei conti, fu il cittadino italiano nella Prima Repubblica. Laddove c’erano i partiti. Politici. Strutturati, radicati sul territorio e supremi mediatori tra italiani e istituzioni. E dove la finanza e l’economia non la facevano da padroni.

Ps: da non perdere, per nessun motivo, il paragrafo sull’uso politico dell’immagine di Garibaldi. Il cui viso era il logo del Fronte popolare.

 

Il libro

  1. Gli italiani nell’anno della svolta, di Mario Avagliano e Marco Palmieri

IL MULINO PAGG. 435 - € 25

 

Gli autori

Mario Avagliano è storico e saggista. Nel 2014 è stato nominato componente del Comitato d’onore scientifico e culturale della Fondazione del Museo della Shoah di Roma. Marco Palmieri è giornalista pubblicista e storico. Con Avagliano ha scritto “L’Italia di Salò”.

(Quotidiano Nazionale, Il Piacere della Lettura, 11 febbraio 2018)

 

 

L'Isola al voto nel '48, l'anno che cambiò la storia

di Antonella Freno

È in libreria l'ultimo saggio di Mario Avagliano e Marco Palmieri, intitolato «1948. Gli italiani nell'anno della svolta», edito da il Mulino, che prende in esame la pesante eredita del 1948 nella storia d'Italia, ricostruendo il clima del tempo attraverso i diari, le lettere, le interviste, le relazioni delle autorità amministrative e di pubblica sicurezza, le carte di partito, una varietà di documenti internazionali, il resoconto dei giornali dell'epoca. Con un piacevole piglio narrativo, vengono ricostruiti gli accadimenti regione per regione, molti dei quali sconosciuti, con un'attenzione particolare alla Sicilia.

In quell'anno cruciale, le prime elezioni politiche della Repubblica vengono fissate il 18 aprile, dopo il Referendum e l'elezione dell'Assemblea costituente del 1946. Gli schieramenti che si fronteggiano sono da un lato il Pci e il Psi riuniti nel Fronte popolare, dall'altro la Dc e i suoi alleati di governo, col supporto degli Usa e della Chiesa. Le tensioni che accompagnano l'estromissione dei comunisti e dei socialisti dal Governo, avvenuta l'anno prima, non sono solo di natura politica e ideologica.

Uno dei principali problemi è il costo della vita, mentre la spesa pubblica crescente per finanziare i primi interventi di ricostruzione inizia a gravare considerevolmente sul deficit. I lavori pubblici non riescono a incidere sull'alto tasso di disoccupazione. In questo quadro, gli elettori sono oltre 29 milioni. Ne deriva, per i partiti in lizza, la necessità di organizzare una campagna elettorale moderna, con l'impiego di ingenti risorse, l'utilizzo di svariati mezzi di comunicazione quali comizi, manifesti, volantini, lettere, giornali, trasmissioni radiofoniche, produzioni cinematografiche e la nascita della figura prima sconosciuta del militante, cioè l'attivista del partito impegnato a fare proseliti.

I temi economici, ed in particolare la paura di essere esclusi dagli aiuti americani per la ricostruzione, sono centrali nel dibattito. Un rapporto dei carabinieri della Sicilia conferma l'efficacia del tema: «Particolare importanza è stata attribuita alla decisione dell'America di negare all'Italia gli aiuti promossi col piano Marshall in caso di vittoria del Fronte democratico popolare». Nell'isola lo scontro politico è motivo anche di omicidi di stampo mafioso per tre sindacalisti socialisti: Epifanio Li Puma, Placido Rizzotto e Calogero Cangelosi. In un rapporto del Pci locale, si pone il problema «della difesa delle libertà democratiche. L'offensiva poliziesca, del clero e della mafia è sistematica e ben coordinata».

Lo scontro politico del 1948, che ha una coda nell'attentato a Togliatti il14 luglio, con il successivo sciopero in tutto il Paese e il rischio di guerra civile, assume le sembianze di una radicale e ultimativa scelta di campo, tra opposti inconciliabili: democrazia-comunismo, Usa-Urss, capitalismo-anticapitalismo, cattolicesimo-ateismo. L'iniziativa editoriale di Avagliano e Palmieri fa luce, in maniera significativa, su personaggi ed avvenimenti che hanno reso il 1948 l'anno più significativo della storia del Paese, fornendo una chiave di lettura inedita e preziosa.

(Giornale di Sicilia, 8 febbraio 2018)

 

Il 1948 e la svolta in Sicilia e in Calabria

di Antonella Freno

 

E’ in libreria l’ultimo saggio di Mario Avagliano e Marco Palmieri, intitolato “1948. Gli italiani nell’anno della svolta”, edito da il Mulino, che prende in esame la pesante eredità del 1948 nella storia d’Italia, ricostruendo il clima del tempo attraverso i diari, le lettere, le interviste, le relazioni delle autorità amministrative e di pubblica sicurezza, le carte di partito, una varietà di documenti internazionali, il resoconto dei giornali dell’epoca.

Con un piacevole piglio narrativo, vengono ricostruiti gli accadimenti regione per regione, molti dei quali sconosciuti, con un’attenzione particolare a Calabria e Sicilia. In quell’anno cruciale, le prime elezioni politiche della Repubblica vengono fissate il 18 aprile, dopo il Referendum e l’elezione dell’Assemblea costituente del 1946. Gli schieramenti che si fronteggiano sono da un lato il Pci e il Psi riuniti nel Fronte popolare, dall’altro la Dc e i suoi alleati di governo, col supporto degli Usa e della Chiesa.

Le tensioni che accompagnano l’estromissione dei comunisti e dei socialisti dal Governo, avvenuta l’anno prima, non sono solo di natura politica e ideologica. Uno dei principali problemi è il costo della vita, mentre la spesa pubblica crescente per finanziare i primi interventi di ricostruzione inizia a gravare considerevolmente sul deficit. I lavori pubblici non riescono a incidere sull’alto tasso di disoccupazione.

In questo quadro, gli elettori sono oltre 29 milioni. Ne deriva, per i partiti in lizza, la necessità di organizzare una campagna elettorale moderna, con l’impiego di ingenti risorse, l’utilizzo di svariati mezzi di comunicazione quali comizi, manifesti, volantini, lettere, giornali, trasmissioni radiofoniche, produzioni cinematografiche. I temi economici, ed in particolare la paura di essere esclusi dagli aiuti americani per la ricostruzione, sono centrali nel dibattito. Un rapporto dei carabinieri della Sicilia conferma l’efficacia del tema: «Particolare importanza è stata attribuita alla decisione dell’America di negare all’Italia gli aiuti promossi col piano Marshall in caso di vittoria del Fronte democratico popolare».

Ma è soprattutto la chiesa cattolica a scendere in campo pesantemente al fianco della Dc. In Calabria il clero cerca di strappare alle sinistre il monopolio della rappresentanza del disagio nelle campagne. Su iniziativa dell’Arcivescovo di Reggio Calabria Antonio Lanza, viene lanciata la Lettera Collettiva dell’episcopato dell’Italia meridionale, un grido accorato in difesa degli ultimi. A Pasqua, in molti paesi, «tutti coloro i quali militavano nel Partito comunista e socialista non poterono veder benedette le loro case», denuncerà l’ex ministro Fausto Gullo alla Camera dopo il voto.

In Sicilia lo scontro politico è motivo anche di omicidi di stampo mafioso per tre sindacalisti socialisti: Epifanio Li Puma, Placido Rizzotto e Calogero Cangelosi. Nell’isola, si legge in un rapporto del Pci locale, si pone il problema «della difesa delle libertà democratiche. L’offensiva poliziesca, del clero e della mafia è sistematica e ben coordinata».

Lo scontro politico del 1948, che ha una coda nell’attentato a Togliatti il 14 luglio, con il successivo sciopero in tutto il Paese e il rischio di guerra civile, assume le sembianze di una radicale e ultimativa scelta di campo, tra opposti inconciliabili: democrazia-comunismo, Usa-Urss, capitalismo-anticapitalismo, cattolicesimo-ateismo. L’iniziativa editoriale di Avagliano e Palmieri fa luce, in maniera significativa, su personaggi ed avvenimenti che hanno reso il 1948 l’anno più significativo della storia del Paese, fornendo una chiave di lettura inedita e preziosa.

(Gazzetta del Sud, 7 febbraio 2018)

Idee e passioni in Italia nell'anno della svolta. Avagliano e Palmieri raccontano i conflitti per il voto del '48

di Gabriele Le Moli

Ideali, passioni, stati d'animo e scelte politiche degli italiani in un anno fondamentale per la storia del Paese: il 1948, che segnò il definitivo superamento della fase post-bellica resistenziale e un decisivo passo avanti verso la nuova Repubblica nata proprio dalla lotta antifascista. Sono l'argomento al centro del nuovo libro firmato da Mario Avagliano e Marco Palmieri, 'Gli italiani nell'anno della svolta', in uscita per Il Mulino (435 pagine, 25 euro).

I due storici, che formano ormai una coppia affiatata (giunta al settimo saggio dedicato agli anni della resistenza e del dopoguerra), approfondiscono nel nuovo lavoro tutti i risvolti politici e sociali che caratterizzarono quel delicatissimo momento di passaggio, prima e dopo il voto del 18 aprile che segnò la vittoria delle forze filo-occidentali guidate dalla Dc (con il sostegno della Chiesa, ma anche degli Stati Uniti) a scapito di quelle comuniste sotto l'egida dell'Urss. 

Fu una 'guerra ideologica' che portò ad una contrapposizione durissima per assumere la guida del processo di ricostruzione della democrazia italiana. Una vera 'pace fra bande', che non si sciolse nell'esito delle urne, ma rischiò di esplodere anzi in un nuovo conflitto civile dopo l'attentato al segretario comunista Palmiro Togliatti. 

Attraverso una rigorosa ed attenta analisi delle fonti più diverse, dai diari alle lettere, dalle interviste ai documenti amministrativi, fino ai volantini ed i manifesti di partito e gli opuscoli di propaganda, ne emerge il ritratto nitido della controversa e irrequieta società italiana di quegli anni, ma anche dei processi politici innescati allora e sviluppatisi nei decenni successivi di battaglie fra schieramenti contrapposti nello scenario della Guerra fredda. 

Un ritratto che contribuisce a comprendere meglio, non solo l'Italia di allora, ma anche la nascita e lo sviluppo di tante questioni che hanno caratterizzato l'intera storia repubblicana, fino ai giorni nostri. Come il delinearsi sempre più netto, all'interno del nuovo sistema, di pericolosi 'germi' già presenti in modi e forme diverse sotto il fascismo, dall'affermazione della politica-mestiere, alla sovrapposizione degli interessi dello Stato con quelli del partito, fino alla definizione di appartenenza politica come 'benemerenza' in grado di garantire l'accesso ad opportunità e privilegi.

(ANSA, 5 febbraio 2018)

Al voto come settant’anni fa ma ora il paese è diviso in tre

di Alfredo Doni

Settant’anni fa l’Italia si trovò sull’orlo di una guerra civile che fu scongiurata, ma che lasciò un segno profondo in un paese già duramente provato, e diviso, dalla seconda guerra mondiale. Due poli, diremmo oggi, si contrapponevano: uno guidato dal Partito comunista, l’altro dalla Democrazia cristiana. Nel 2018 la storia si ripete, ma i fronti sono tre: al centrosinistra e al centrodestra si aggiunge il Movimento 5 stelle. In Italia, dove il clima è teso ma fortunatamente non come allora, si ripete un po’ quello che avvenne nel 1948. Delle vicende e delle implicazioni politico-sociali che scandirono quei mesi infuocati parla il libro dal titolo “1948. Gli italiani nell’anno della svolta” (il Mulino), scritto da Mario Avagliano e Marco Palmieri. Un volume di 452 pagine, già disponibile nelle librerie, che viene presentato oggi a Roma (ore 18) dagli autori nella sede della Associazione Civita (piazza Venezia 11). Parteciperanno Adolfo Battaglia, Giorgio Benvenuto, Aldo Cazzullo e Simona Colarizi. Modera Ruggero Po. “L'Italia del 1948 è un paese povero, con una popolazione di quasi 47 milioni di abitanti stremata dal ventennio fascista, da cinque anni di guerra mondiale e due di guerra civile. Innumerevoli case sono ancora diroccate e un sondaggio Doxa rivela che nel 25% delle abitazioni manca l'acqua corrente, nel 67% il gas e nel73% addirittura il bagno”.

Tensioni sociali

E’ una ricostruzione minuziosa e particolarmente documentata quella che viene proposta da Avagliano e Palmieri, un libro di storia che restituisce al lettore il clima di tensione in cui gli italiani si trovarono, il 18 aprile del 1948, a votare per l’elezione del primo Parlamento dopo l’entrata in vigore (1 gennaio dello stesso anno) della Costituzione. Due i blocchi che si contendevano la vittoria: quello dei partiti di sinistra, il Fronte democratico popolare con a capo il Pci con a capo Palmiro Togliatti, e la Democrazia Cristiana guidata da Alcide De Gasperi. In quel periodo storico vi è “l'attitudine a considerare la lotta politica anche come lotta armata, esacerbata oltremodo dalla violenza diffusa e fuori controllo della guerra. Si spiega così quanto reale e concreto sia, nel corso del 1948, il pericolo che le accese tensioni possano portare di nuovo italiani contro italiani a imbracciare le armi, che peraltro erano ancora disponibili e nascoste in gran numero, proprio in vista di eventuali necessità future”.

Verso il voto

“La campagna elettorale si svolge in un clima teso, segnato da violenze verbali, scontri fisici, fatti di sangue, organizzazione di formazioni paramilitari e sospetti reciproci di piani eversivi e insurrezionali. Alle tensioni interne si aggiungono quelle di derivazione internazionale, che inducono a temere ingerenze e perfino interventi armati di forze straniere”. Reduci dai successi ottenuti alle recenti elezioni amministrative, i partiti di sinistra, cacciati dal governo nel 1947, sono praticamente certi di avere la meglio sulla Dc.

Il trionfo della Dc

“Dalle urne, tuttavia, esce un risultato diverso, che consegna il paese alla Dc (che ottiene un irripetibile 48% dei voti (...), col concorso rilevante di alcuni fattori esterni: la mobilitazione capillare della Chiesa cattolica e delle sue emanazioni (...); il supporto americano, basato sull'influenza culturale dei suoi miti e modelli (...), ma soprattutto sull' elargizione di ingenti aiuti materiali con l'implicita minaccia di escludere il paese dai benefici del piano Marshall in caso di vittoria delle sinistre; l'impatto emotivo delle notizie internazionali, come il colpo di stato comunista in Cecoslovacchia e la promessa anglo-franco-statunitense di restituire Trieste all' Italia”.

Governo De Gasperi

Il concreto avvio della macchina istituzionale si ebbe con l'elezione, l'11 maggio 1948, di Luigi Einaudi alla carica di primo presidente della Repubblica. Qualche giorno dopo, il 23 maggio 1948, nasceva il quinto governo De Gasperi, sulla base di una coalizione tra i partiti di centro.

Gli spari a Togliatti

“La mattina di mercoledì 14 luglio l'aula di Montecitorio è semivuota. Le cronache riferiscono che, approfittando della bella giornata, senza avvertire la scorta Togliatti e Nilde Iotti, che da molti mesi è la sua compagna anche se ancora non ufficialmente, escono dalla Camera, come di consueto, da un'uscita secondaria su via della Missione. Ma all'uscita lo aspetta lo studente universitario Antonio Pallante. Il ragazzo, originario di Bagnoli Irpino, un anticomunista fanatico, appassionato lettore degli scritti di Mussolini”: Pallante esplode tre colpi di pistola contro Togliatti che rimane esanime a terra. Rischia la vita, ma se la caverà.

Si teme la guerra civile

La notizia dell'attentato si diffuse rapidamente nel paese, suscitando immediate e spontanee reazioni da parte dei militanti comunisti. Nei centri industriali venne proclamato uno sciopero generale che bloccò il lavoro nelle fabbriche, alcune delle quali vennero occupate. "A Mario Spallone, suo medico personale, come ha confermato Giulio Andreotti, Togliatti ‘dette incarico di tranquillizzare il Governo sulla… non rivoluzione. Fui tramite di questo messaggio. Ed anche il giorno successivo ricevetti da Spallone una telefonata di sollecito perché la radio desse per intero i bollettini che i medici redigevano con molta cura e preoccupazione di tranquillizzare la massa’. La guerra civile non ci fu, ma la divisione nel paese divenne profonda e destinata a restare tale per decenni.

(Corriere Arezzo, Corriere dell'Umbria, Corriere di Rieti, Corriere di Siena, Corriere di Viterbo del 2 febbraio 2018)

Alle radici della Repubblica. Il 1948 fu l’anno della svolta

di Gianluca Veneziani

È interessante comprendere cosa accadde in Italia perché il 1948 non si trasformasse in un 1984 in senso orwelliano, o non degenerasse, come invece auspicava Nenni, inunnuovo1848, l’anno rivoluzionario per eccellenza. Quell’anno, come ben ricordano Mario Avagliano e Marco Palmieri nel documentatissimo 1948. Gli italiani nell’anno della svolta (Il Mulino, pp. 435, euro 25), fu segnato da due eventi destinati a incidere profondamente nella futura storia repubblicana del nostro Paese: l’affermazione della Democrazia Cristiana nelle elezioni di aprile, e l’attentato al segretario del Pci Palmiro Togliatti in luglio.

Se il trionfo della prima su comunisti e socialisti non fu nient’affatto scontato, gli effetti del secondo furono del tutto imprevedibili e non sfociarono in episodi ancora più gravi solo per una serie di circostanze. La vittoria così netta della Dc, fanno notare gli autori, fu possibile grazie all’intervento di poteri esterni (gli Usa e il Vaticano, su tutti),ma anche grazie a un’astuta campagna elettorale che contrapponeva “noi” e “loro”, creando un “nemico interno” e associando il rischio di una dittatura comunista alla dominazione straniera di un secolo prima: la falce e martello come l’aquila asburgica del 1848…

Quel trionfo (la Dc ottenne il 48% dei consensi) fu determinante anche nella successiva collocazione dell’Italia nello scacchiere geopolitico: fino a quel 18 aprile lo Stivale rientrava sì nell’area interessata dal Piano Marshall, ma era pur sempre Stato di confine con il blocco sovietico e Paese con uno dei più forti partiti comunisti d’Europa. Da quel giorno non ci sarebbero stati più dubbi: il bipolarismo interno tra filo-americani e filo-sovietici si sarebbe risolto a vantaggio dei primi. Ma, se non attraverso le urne, l’Italia avrebbe potuto trasformarsi comunque in uno Stato a guida comunista attraverso la violenza delle piazze. All’indomani del tentato omicidio di Togliatti da parte di Antonio Pallante, in tutto il Paese si scatenarono rivolte sanguinose, portate avanti da operai ed ex gappisti, che provocarono in soli due giorni 16morti, di cui 9 appartenenti alle forze dell’ordine, e in quasi due anni 62 lavoratori uccisi e circa 74mila arrestati tra gli appartenenti al Pci.

Così come l’attentato a Togliatti non ebbe ufficialmente mandanti, allo stesso modo quel fuoco rivoluzionario non fu appiccato direttamente dai vertici del Pci, ma fu una «rivolta senza padri», come l’ha definita Paolo Mieli. Alla mancata svolta insurrezionale contribuirono altri fatti, come la salvezza di Togliatti, uscito miracolosamente vivo dall’operazione, e la vittoria al Tour de France di Gino Bartali, che favorì un clima di pacificazione nazionale. Di certo, tuttavia, gli scontri che infiammarono il 1948 furono un precedente che avrebbe anticipato i fatti ben più cruenti di un trentennio dopo, sdoganando l’idea che la lotta politica potesse diventare sinonimo di lotta armata.

(Libero, 2 febbraio 2018)

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