Da Teano alla tv, luci e ombre dei Savoia

di Mario Avagliano

Dall’incontro di Vittorio Emanuele II a Teano con il generalissimo Giuseppe Garibaldi per celebrare l’unità d’Italia, a quello di Emanuele Filiberto a Sanremo col sempreverde Pupo per il Festival dei fiori e delle canzonette. Come rilevò beffardo Roberto Benigni nella sua patriottica performance del 17 febbraio 2011 (che aprì di fatto il centocinquantenario), l’ascesa e il declino della più antica dinastia europea, come recita il sottotitolo del saggio «Casa Savoia» di Enrico Mannucci (Dalai editore, pp. 510, euro 18,50), si può racchiudere in questa immagine.

Indietro Savoia! Quasi assenti nelle celebrazioni del 150°, anche i manuali scolastici dedicano poche righe ai re d’Italia. Guardando a testi più autorevoli, invano si cercherebbe un Lytton Strachey nazionale che abbia dedicato una biografia di successo a un rampollo della casa sabauda. Figure trascurate pure dalla cinematografia.
Eppure la casata dei Savoia è antica di quasi mille anni ed è stata protagonista delle guerre d’indipendenza. Per circa metà del Novecento il nostro Paese è stato una monarchia. Nel secolo "breve" sul trono d’Italia sono passati tre re e la galleria di personaggi della corte reale ha annoverato figure come la bionda regina Margherita, famosa in tutta Europa per il suo stile, o l’avvenente (e antifascista) principessa belga Maria José.
Nell’Italietta della seconda metà dell’Ottocento l’identificazione della popolazione con la monarchia è stata macchinosa e incerta. E i Savoia ci hanno messo del loro, alimentando le chiacchiere, come ci racconta Mannucci, con un ritmo narrativo piacevole, ricco di aneddoti. La monarchia italiana non ha mai goduto di un’aura sacrale come altre case regnanti europee.
Il tempo di Umberto I, il re col cilindro, gli enormi baffoni e i sigari puzzolenti, amante delle donne e della caccia, fu turbolento, affannoso e bruscamente interrotto da un assassinio all’alba del Novecento. Le gazzette del tempo lo sbeffeggiavano per i suoi amori clandestini (celebre quello con la duchessa Litta).
Vittorio Emanuele III, principe di Napoli (tra i suoi cinque nomi c’è anche Gennaro), nato nella reggia di Capodimonte, passava per il «re soldato» in omaggio al suo impegno contro gli austro-ungarici nella Grande Guerra, ma anche come «re sciaboletta» per la statura (era alto appena 1 metro e 53 centimetri). Quando si sposò con la gigantesca principessa montenegrina Elena, Edoardo Scarfoglio sul «Mattino», in un articolo dal titolo Le nozze coi fichi secchi, lo definì un «tenentino» con il «pentolino in capo».
Nessun Savoia fu davvero re a lungo. Vittorio Emanuele III subì presto la diarchia con Mussolini, e il gaudente Umberto II (al quale vennero attribuite liasion con l’attore Jean Marais, il pugile Primo Carnera e Luchino Visconti) è stato il «re di maggio». Gioca a loro sfavore, poi, un’irrefrenabile inclinazione al cambio di campo, manifestata all’ingresso nella prima guerra mondiale col repentino ribaltamento di alleanze. Che ha oscurato il fatto che l’armistizio del 1943 fu una scelta obbligata per riscattare il Paese dal ventennio dittatoriale.
Per ironia della sorte, la dinastia sabauda è balzata agli onori della cronaca (rosa e nera) di più dopo l'esilio, con gli ultimi eredi che hanno occupato per decenni le pagine dei settimanali popolari, compresi i periodici più colti, come «L’Europeo» degli anni Cinquanta.
Né la voga si è esaurita con gli anni, rinfocolata da episodi scabrosi, procedimenti giudiziari (come quello che vide coinvolto Vittorio Emanuele, con l’accusa di omicidio volontario da cui fu prosciolto), scandalose avventure sentimentali con attori del cinema (note le storie di Maria Gabriella con Walter Chiari e di Maria Beatrice con Maurizio Arena). Fino alle imprese cine-televisive del più giovane rappresentante di casa Savoia, Emanuele Filiberto, star di trasmissioni Rai come Ballando con le stelle, cantante al Festival e perfino interprete di se stesso in un cinepanettone.
Tanto oblio è meritato? Di "peccati" i Savoia ne hanno diversi da farsi perdonare: dalla truculenta repressione dei moti sociali di fine secolo (leggi Bava Beccaris) alla pavida resa alla marcia su Roma delle camicie nere di Mussolini, fino all'improvvida firma sulle vergognose leggi razziali del 1938 e alla fuga precipitosa a Brindisi dopo l'armistizio.
Ma vi sono anche dei meriti: le guerre d'indipendenza e il Risorgimento, l'unificazione del Paese, l'apertura dei ghetti e l'emancipazione degli ebrei, la laicità dello Stato (poi messa in naftalina dall'ex mangiapreti Mussolini), un certo rigore piemontese nei costi della corte reale (oggi si direbbe della politica), la partecipazione in prima persona ai drammi nazionali, dal terremoto di Messina del 1908 a Caporetto.
È giusto, quindi, come fa Mannucci, proporre un ritratto in chiaroscuro di questa dinastia, che nel bene e nel male, citando Sergio Romano, «ci appartiene, fa parte della nostra storia nazionale, è indissolubilmente legata alla nostra vicenda risorgimentale». Ai lettori, direbbe il Manzoni, l'ardua sentenza.

(Il Mattino, 21 gennaio 2013)

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Fascismo. La rimozione delle colpe

di Mario Avagliano

Disquisendo della memoria della seconda guerra mondiale, lo storico inglese Tony Judt parla di “eredità maledetta”. Per lo scontro di civiltà che incarnò quel conflitto globale e per le sue truculente appendici (la Shoah, le deportazioni, la bomba atomica). Ma anche per il racconto mitizzato di quelle vicende. Con la (comoda) attribuzione alla Germania nazista di tutte le responsabilità e la presunzione di innocenza degli altri. Compreso chi, come l’Italia, vantava la primogenitura mondiale del fascismo e aveva collaborato strettamente con Hitler e i suoi atroci crimini.

A distanza di settant’anni da quei fatti, il nostro Paese non si è ancora liberato di quell’ “eredità maledetta”. E la visione autoassolutoria, con il corollario dello stereotipo de Il cattivo tedesco e il bravo italiano, come titola il saggio di Filippo Focardi (Editori Laterza, pp. 288, euro 24), resiste nell’immaginario collettivo.Per dirla altrimenti, ampi settori dell’opinione pubblica italiana condividono il giudizio buonista su Benito Mussolini formulato da Silvio Berlusconi il 27 gennaio scorso (salvo rettifiche serali). Bastava ascoltare ieri mattina le telefonate di consenso di molti ascoltatori alle parole dell’ex premier, nel corso della trasmissione condotta da Platinette su Radio Montecarlo.

E infatti “il mito del bravo italiano”, analizzato da David Bidussa già nel 1994, ha viaggiato (e viaggia) di pari passo con l’idea che il fascismo sia stata una dittatura all’acqua di rose, tenera verso gli oppositori e gli ebrei, i cui unici errori furono le leggi razziali e l’ingresso in guerra, e solo per compiacere l’alleato Hitler.
Così, alla figura esecrabile del “cattivo tedesco”, barbaro, imbevuto di ideologia razzista e pronto ad eseguire gli ordini con brutalità, è stata contrapposta quella del “bravo italiano”, pacifista, non antisemita, generoso anche quando veste i panni dell’occupante, prodigandosi nel salvataggio degli ebrei e nel soccorso dei civili. Tacendo, minimizzando o negando il coinvolgimento del popolo italiano nel fascismo e le responsabilità del paese nelle guerre fasciste e nei suoi numerosi crimini.
Quando questa narrazione assurge ad architrave della memoria pubblica nazionale? Focardi ritiene che le sue fondamenta siano state poste già fra l’armistizio del settembre 1943 e il 1947, quale strategia condivisa di un fronte composto dai partiti antifascisti, dal re e dal governo Badoglio, che utilizzarono la differenza tra Italia e Germania (e il contributo della Resistenza alla liberazione) “ai fini di autolegittimazione politica, di mobilitazione bellica e soprattutto di salvaguardia degli interessi nazionali”, per evitare una pace punitiva nei confronti del nostro Paese.
La mancanza di una “Norimberga italiana”, cioè il fallimento della prevista azione penale contro i circa 850 presunti criminali di guerra italiani individuati dalle Nazioni Unite, e l’amnistia per i reati politici (compreso il collaborazionismo con i tedeschi) concessa nel 1946 dal ministro della Giustizia Palmiro Togliatti, segretario del partito comunista, con il conseguente stop al processo di epurazione, completarono l’opera di rimozione.
Questa rappresentazione dei fatti è stata alimentata nei decenni successivi a livello storiografico, attraverso i giudizi autoassolutori di Renzo De Felice (celebre l’intervista del 1987 a Giuliano Ferrara, sul Corriere della Sera, in cui affermava che “il fascismo italiano è fuori dal cono d'ombra dell'Olocausto”) e di altri saggisti di fama, come Indro Montanelli e Arrigo Petacco. Ma ha trovato una sponda – come ci racconta Focardi – anche “sul piano della cultura popolare e di massa legata ai rotocalchi, al cinema, alla televisione e alle canzoni”. Fino al recente film Mediterraneo di Gabriele Salvatores, premio Oscar del 1992.
Intendiamoci, il mito del bravo italiano ha un suo nucleo di verità. Ci sono stati diversi Giusti italiani, che hanno salvato centinaia di ebrei dalle deportazioni, e nelle zone di occupazione spesso (anche se non sempre) le nostre truppe hanno trattato con umanità gli ebrei perseguitati, a volte rifiutandosi di consegnarli ai tedeschi. “Ma il confronto con la malvagità tedesca – spiega Focardi – ha funzionato, volutamente o no, come un perfetto alibi, permettendo di rinviare una riflessione pubblica sulla violenza fascista nel suo complesso: le politiche razziste e antisemite, i progetti espansionistici, le occupazioni militari, le repressioni e i crimini di guerra”. A differenza, ad esempio, di quanto si è fatto in Francia.
Negli ultimi anni la storiografia ha compiuto molti passi avanti nel colmare le lacune di conoscenza sul regime fascista e le sue guerre, alzando il velo su aspetti taciuti e rimossi, dalle responsabilità autonome dell’Italia nelle leggi razziali fino all’uso dei gas chimici in Etiopia e alle violenze dei militari italiani in Russia e nei Balcani. Ma i risultati di queste ricerche hanno prodotto, come rileva Focardi, “solo flebili effetti sull’opinione pubblica, toccata alla superficie”. E gli stessi manuali scolastici di storia ignorano il tema o lo trattano con sufficienza.
Manca ancora una riflessione collettiva nazionale sul fascismo e sulle responsabilità e le colpe italiane. I tedeschi continuano ad essere “una grande risorsa per la tranquillità della nostra coscienza”, come temeva Vittorio Foa. E c’è chi, come il comune di Affile, innalza addirittura mausolei a un criminale di guerra (il maresciallo Rodolfo Graziani). Nell’aprile 2002 l’ex presidente tedesco Joannes Rau si recò assieme al presidente Ciampi alle commemorazioni della strage di Marzabotto. A quando, si chiede Focardi, una visita ufficiale italiana all’isola di Raab in Croazia, sede di un famigerato campo di concentramento italiano per slavi, o a Debrà Libanòs in Etiopia, dove le nostre truppe fucilarono circa 2000 persone?

(Il Messaggero, 29 gennaio 2013)

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Paronetto, l'uomo chiave della costituzione economica dell'Italia libera

di Mario Avagliano

Consigliere ascoltato e amico di Alcide De Gasperi e di Giovanni Battista Montini (futuro papa Paolo VI); ghost-writer di Pio XII in materia economica e sociale; allievo prediletto di Donato Menichella; amico inseparabile di Ezio Vanoni e di Pasquale Saraceno; riferimento del giovane Guido Carli all’IRI e dopo; consulente economico di Giovanni Gronchi ministro dell’industria; ispiratore di numerosi futuri componenti dell’assemblea costituente, a cominciare da Giorgio La Pira; collaboratore della Resistenza e del Fronte militare clandestino di Montezemolo. Questo e altro è stato Sergio Paronetto (1911-1945), economista e manager IRI, morto a soli 34 anni, tra il 1940 e il 1945 uno dei protagonisti nell’opera di prefigurazione dell’Italia della Repubblica, esercitando una determinante influenza sui cinque grandi “ricostruttori” del Paese: Alcide De Gasperi, Giovanni Battista Montini, Ezio Vanoni, Donato Menichella, Luigi Einaudi. Alla sua figura, ancora poco conosciuta, è dedicato il libro Sergio Paronetto e il formarsi della costituzione economica italiana (Rubbettino, 2012, pp. 550), a cura di Stefano Baietti e Giovanni Farese, che ha il grande merito di sottrarlo al "cono d'ombra" storiografico nel quale finora era stato oscurato.

Il contributo di Paronetto è riconoscibile nel processo di modernizzazione nella continuità che getta un ponte tra la ricostruzione industriale degli anni Trenta e la ricostruzione del Paese negli anni Quaranta. Da lui originano i suggerimenti più penetranti per l’interpretazione della libertà economica e della democrazia economica come essenziali per la libertà e per la democrazia e per misure quali il mantenimento della legge bancaria del 1936; la conservazione dell’IRI e del sistema dell’azionariato di Stato, che avrebbe trovato pochi anni dopo l’auspicata espansione con l’ENI di Vanoni e Boldrini (e Mattei); la programmazione economica, che ha il suo punto più alto nello Schema Vanoni; la genesi del Piano per il Mezzogiorno (con la legge del 1950 scritta da Menichella e Vanoni); la concezione redistributiva del sistema tributario, condivisa con Ezio Vanoni e oggetto della legge del 1951; il sistema di welfare totale; la definizione di un ruolo per i corpi sociali intermedi, in particolare i sindacati, condivisa con l’amico Giulio Pastore; la messa in valore nel dopoguerra dei tanti piani giacenti nei cassetti degli enti fondati o governati da Alberto Beneduce (tra cui il piano Inacasa, il piano autostradale); la costituzione economica italiana attraverso la partecipazione attiva ai documenti che a essa sono propedeutici, quali le Idee ricostruttive della Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi e il Codice di Camaldoli.
Nel libro, mettendo al centro i fatti, le teorie, le istituzioni e gli uomini che gravitano attorno alla figura di Paronetto (Alberto Asquini, Enrico Cuccia, Alfredo De Gregorio, Francesco Giordani, Guido Gonella, Giovanni Gronchi, Raffaele Mattioli, oltre a quelli già citati), il fascio di luce sulla “stagione della politica economica” in cui prende forma la via italiana allo sviluppo e la più grande esperienza occidentale di partecipazione dello Stato al capitale delle imprese, assume una nuova riconoscibilità nel cui ambito la componente “cromatica” dell’apporto paronettiano è dominante almeno fino alla seconda metà degli anni Cinquanta.
Abbeveratosi negli anni Trenta a due fonti primarie – nella FUCI con Giovanni Battista Montini e nell’IRI con Donato Menichella –, Sergio Paronetto, è l’anima della rivista “Studium”, cui conferisce valenza e importanza enciclopedica, e dell’omonima casa editrice, e tra il 1940 e il 1945, anno della morte, dà un contributo fondamentale all’elaborazione di una forma per l’economia italiana del dopoguerra, esercitando una forte influenza, fin qui misconosciuta e dimenticata, su Alcide De Gasperi e su molti costituenti. Ben noto a Meuccio Ruini e al suo giovane capo della segreteria tecnica Federico Caffè, e da loro apprezzatissimo, Paronetto difende la necessità del piano quale strumento nel quale si indirizzano sapientemente e proficuamente le scelte di politica economica: responsabilità dello Stato, tuttavia, non passibile di essere un prodotto della burocrazia. La sua eredità in merito verrà proseguita dai fraterni amici e sodali Pasquale Saraceno ed Ezio Vanoni.
Non c’è solo il pensiero, ma anche l’azione (Ascetica dell’uomo d’azione è il titolo delle sue brevi memorie postume, con prefazione di Giovanni Battista Montini). Dopo l’8 settembre 1943, nominato vice direttore generale dell’IRI, collabora con il Fronte militare clandestino di Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo e si spende contribuendo a salvare una parte rilevante del patrimonio industriale del Paese secondo le linee del Piano Menichella-Malvezzi, di cui è il garante presso l’Ufficio di Roma dell’IRI, la cui sede è stata trasferita al Nord, e fornendo ai partigiani basi logistiche nei compendi dell’IRI. Contemporaneamente, offre rifugio in casa sua a quanti lottano contro l’occupazione tedesca, correndo gravi rischi.
Al cuore del pensiero e dell’azione di Paronetto sta l’idea che non c’è libertà senza giustizia sociale (dove c’è povertà, non c’è giustizia, non c’è libertà), e che non c’è spazio possibile per la giustizia sociale senza sapiente gestione, sotto il profilo morale e il profilo tecnico, dell’economia, anzitutto dell’economia pubblica. In ciò, pur rispettando l’autonomia di ciascuna disciplina, rompe gli argini disciplinari: economia e società; economia e diritto; economia e statistica; economia e storia.
In quel periodo il giovane economista rompe anche gli argini che separano le tante cerchie chiuse del Paese: cattolici democratici (per Paronetto passa la strada che va da De Gasperi ai Laureati Cattolici e da Montini a Vanoni), comunisti (per Paronetto passa la strada che va da Rodano a Togliatti), liberali (per Paronetto passa la strada che va da Carli a Einaudi; nonché le strade incrociate: da Mattioli a Togliatti, da De Gasperi a Menichella, da De Gasperi a Mattioli).
Si trova durante la guerra, senza averne coltivato l’ambizione, al centro della raggiera che collega la linea dei cinque grandi “ricostruttori” (De Gasperi, Einaudi, Menichella, Montini, Vanoni) e la schiera di valorosi tecnici e politici chiamati, in Italia e all’estero, come ministri e non, a dare pratico corso alla ricostruzione (Andreotti, Boldrini, Campilli, Carli, Cuccia, Fanfani, Ferrari Aggradi, Giordani, Gonella, Gronchi, La Pira, Malagodi, Mattioli, Moro, Pastore, Saraceno, Taviani, Vito).
Paronetto vivo, riceve il pressante invito di De Gasperi a non fargli mancare mai il contributo della “sua coscienza illuminata della realtà” (Andreotti testimonia come Paronetto sia stato il consigliere economico in assoluto più stimato e ascoltato da De Gasperi); Paronetto morto, riceve il tributo di Vanoni, che ne scrive chiamandolo suo “maestro”, e di Menichella, che lo definisce “il più intelligente, preparato e amato tra i miei collaboratori”.

ARGOMENTO DEL LIBRO
Il volume ospita le riflessioni di ben sette ex ministri - Piero Barucci, Sabino Cassese, Francesco Forte, Giorgio La Malfa, Adriano Ossicini, Paolo Savona, Vincenzo Scotti -, di un governatore emerito della Banca d'Italia, Antonio Fazio, di un ex Presidente del CNEL, Giuseppe De Rita, di un ex direttore generale dell'Enciclopedia Treccani, Vincenzo Cappelletti, di un ex capoazienda nel Gruppo IRI ed ex direttore del dipartimento di Diritto privato e comunitario dell’Università di Roma Sapienza, Felice Santonastaso. Completano la squadra studiosi di storia economica, anche delle nuove leve (S. Baietti, S. Bocchetta, L. D’Antone, N. De Ianni, G. Di Taranto, G. Farese, F. Felice, M. Serio, T. Torresi). Pregnante è la testimonianza di Maria Luisa Valier Paronetto, la moglie di Sergio Paronetto, autrice della unica biografia sinora pubblicata (per i tipi di Studium) sulla figura dell’economista valtellinese. La materia generale è la storia economica italiana, in specie quella bancaria, finanziaria e industriale, con saggi riguardanti i fatti, le teorie, gli istituti e gli uomini intrinseci al mondo economico del periodo compreso tra gli anni Trenta e gli anni Cinquanta, quali Alberto Asquini, Alberto Beneduce, Guido Carli, Enrico Cuccia, Alfredo De Gregorio, Francesco Giordani, Raffaele Mattioli, Donato Menichella, Pasquale Saraceno, Ezio Vanoni.
Tutto è letto attraverso la vicenda del protagonista cui è dedicata l'attenzione degli autori: Sergio Paronetto (1911-1945), economista di impresa e giovane vicedirettore generale dell'IRI, morto a soli 34 anni, uno degli estensori della legge bancaria del 1936 con Alberto Beneduce e Donato Menichella, incaricato da Giovanni Battista Montini, e anche da Alcide De Gasperi, che aveva già utilizzato l’amico valtellinese per Le Idee Ricostruttive, di pensare quello che diverrà nel 1943 il Codice di Camaldoli (riprodotto in Appendice al volume), destinato a essere la base dalla quale i costituenti trarranno in gran parte i lineamenti della costituzione economica.
Nella sua riflessione sull’economia e lo Stato non si ha traccia di una ideologia di partito o di integralismo religioso, anche se egli è stato, oltre che economista d’impresa e manager industriale, animatore della Fuci e del Movimento Laureati Cattolici, stretto amico e sodale di Giovanni Battista Montini, poi papa Paolo VI, e di Igino Righetti e con questi co-fondatore dello stesso Movimento Laureati. Editore della rivista “Studium”, gran parte dei suoi scritti sono concentrati nelle pagine di questa testata, su “Azione fucina” e nelle relazioni ufficiali dell'IRI, di cui Sergio Paronetto era sistematicamente il primo estensore.

I CURATORI

STEFANO BAIETTI, dirigente dell'Anas, dopo esserlo stato nel Gruppo IRI e in una controllata delle Ferrovie dello Stato, ha approfondito la storia della spesa pubblica nei sistemi infrastrutturali e la storia degli enti in cui ha prestato la sua opera. Con Giovanni Farese è autore di Sergio Paronetto and the Italian Economy between the Industrial Reconstruction of the Thirties and the Reconstruction of the Country in the Forties (in "The Journal of European Economic History", 2010) e della voce biografica Sergio Paronetto (1911-1945), economista e manager industriale (in “Enciclopedia della Banca, della Borsa, della Finanza”, 2011). È promotore della giornata di studi Sergio Paronetto.

GIOVANNI FARESE insegna Storia e teoria dello sviluppo economico nella LUISS "Guido Carli". Ricercatore nell'Università Europea di Roma, è Managing Editor di "The Journal of European Economic History", rivista distribuita in circa 90 Paesi. È autore del volume L'Imi di Azzolini e il governo dell'economia negli anni Trenta (Napoli, 2009) e ha curato, per Rubbettino, la pubblicazione del diario inedito di Giovanni Malagodi, Aprire l'Italia all'aria d'Europa. Il diario europeo, 1950-1951 (2011). È Aspen Junior Fellow dell'Aspen Institute Italia, socio della Società Italiana degli Storici Economici e della Società Italiana degli Economisti. È promotore della giornata di studi Sergio Paronetto.

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Storie - Il cattivo tedesco e il bravo italiano

di Mario Avagliano

Il nostro Paese fatica a liberarsi dal mito del fascismo buono e del “bravo italiano”. Al di là delle esternazioni dell’ex premier Silvio Berlusconi (convinto peraltro di interpretare il pensiero della maggioranza), quel macigno del passato, che fu analizzato da David Bidussa già nel 1994, continua ad essere il punto di vista di milioni di italiani, dando linfa vitale tra l’altro ai movimenti che si richiamano a quei valori.
L’idea che il fascismo sia stata una dittatura da “operetta”, i cui unici errori furono le leggi razziali e la partecipazione alla guerra, commessi peraltro solo per compiacere l’alleato Hitler, è molto più diffusa di quanto si pensi.
Lo ha ribadito lo storico Fililppo Focardi in un saggio uscito lo scorso mese e intitolato “Il cattivo tedesco e il bravo italiano” (Editori Laterza).

La narrazione nazionale della memoria, osserva Focardi, contrappone il “cattivo tedesco”, violento, antisemita, brutale, al “bravo italiano”, generoso, pronto a prodigarsi nel salvataggio degli ebrei e nel soccorso dei civili. Tacendo, minimizzando o negando il coinvolgimento del popolo italiano nel fascismo e nella persecuzione razziale e le responsabilità del paese nelle guerre fasciste e nei suoi numerosi crimini.
Negli ultimi anni la storiografia ha alzato il velo su diversi aspetti taciuti e rimossi, dalle responsabilità autonome dell’Italia nelle leggi razziali fino all’uso dei gas chimici in Etiopia e alle violenze dei militari italiani in Russia e nei Balcani. Ma i risultati di queste ricerche hanno prodotto, come rileva Focardi, “solo flebili effetti sull’opinione pubblica, toccata alla superficie”. E gli stessi manuali scolastici di storia ignorano il tema o lo trattano con sufficienza.
Manca ancora una riflessione collettiva nazionale sul fascismo e sulle responsabilità e le colpe italiane. Il 17 novembre di quest’anno ricorre il 75° anniversario delle leggi razziali. Può essere l’occasione giusta?

(L'Unione Informa, 5 febbraio 2013)

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Storie - Shoah da riscrivere?

di Mario Avagliano

È da riscrivere, o quanto meno da sottoporre a revisione, la storia dell’universo concentrazionario messo in piedi dai nazisti e dai loro alleati durante la Seconda guerra mondiale? Le cifre dei siti utilizzati per perseguitare e uccidere gli ebrei potrebbero essere notevolmente più alte di quanto finora stimato, addirittura più del doppio. È quanto emerge da un nuovo studio realizzato dall'Holocaust Memorial Museum di Washington, di cui ha dato notizia il quotidiano inglese Independent.

La ricerca, chiamata “the Encyclopedia of Camps and Ghettos”, è ancora in corso e sarà terminata e pubblicata solo nel 2025, ma i ricercatori hanno già catalogato i campi di lavoro forzato, di prigionia e di sterminio (e i ghetti) creati dal regime di Hitler e dai Paesi satellite, arrivando a identificare oltre 42.500 siti, rispetto agli oltre 20mila in precedenza conosciuti.
I ricercatori dell'Holocaust Memorial Museum stimano che siano state tra 15 e 20 milioni le persone che vennero uccise o imprigionate nei centri allestiti dai nazisti o dai governi alleati nei Paesi occupati, dalla Francia alla Romania, compresa l’Italia.
«I risultati della nostra ricerca sono scioccanti - ha dichiarato all'Independent Geoffrey Megargee, direttore dello studio - abbiamo messo insieme i numeri che nessuno aveva registrato finora, anche quelli riguardanti il sistema dei campi che erano stati studiati finora, e molti di questi non risultavano. C'è una tendenza a vedere l'Olocausto solo come Auschwitz e forse qualche altro posto, mentre è importante capire che il sistema era molto grande e complesso, che molte più persone ne erano a conoscenza e vi hanno preso parte, che rivestiva un ruolo centrale nel sistema di potere nazista e inoltre che diversi Paesi avevano una propria rete di campi».
I punti interrogativi sono però molti. Si tratterà di capire i criteri di catalogazione adottati dall'Holocaust Memorial Museum e le categorie di prigionieri e perseguitati inclusi nel database. Insomma, la ricerca continua.

(L'Unione Informa, 12 marzo 2013)

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Monuments Men. Gli eroi che salvarono l'arte da Hitler

di Mario Avagliano

George Clooney, in qualità di produttore, ha già pensato di trarne un film. E chissà, forse si ritaglierà anche un ruolo da protagonista. La storia in realtà è intrigante. Una via di mezzo tra Indiana Jones e Salvate il soldato Ryan. Dal 1943 al 1951, nel pieno della seconda guerra mondiale e anche dopo la fine delle ostilità, un manipolo di militari alleati, reclutati tra direttori di musei, artisti, archivisti, studiosi dell’arte, bibliotecari e architetti, con l’aiuto di francesi, italiani e anche di qualche tedesco illuminato, salvò alcuni dei capolavori dell’Occidente, come la Gioconda di Leonardo e la Madonna di Bruges di Michelangelo, recuperandoli e sottraendoli al saccheggio dei nazisti o alla distruzione.

La seconda guerra mondiale è stato il conflitto più devastante nella storia dell’umanità. Le principali città dell’Europa furono ridotte in macerie dai bombardamenti, con un numero di vittime impressionante. Eppure il museo Louvre a Parigi e la Cappella Sistina a Roma sono ancora lì, intatti. Come hanno fatto così tanti monumenti e opere d’arte a sopravvivere alla guerra e alla furia nazista?
Gli eventi principali del conflitto, Pearl Harbor, lo sbarco in Normandia, l’offensiva delle Ardenne, la battaglia di Stalingrado, la Shoah, la Resistenza al nazifascismo, sono entrati a far parte della nostra coscienza collettiva, così come i libri e i film (da Roma città aperta a Schindler’s List) e gli scrittori, gli attori e i registi (da Hemingway a Spielberg) che ci hanno fatto rivivere quei momenti epici o drammatici.
Ma è poco nota la vicenda di quel gruppo di circa 350 uomini e di donne di tredici nazionalità diverse, quasi tutti di mezza età, che, come afferma lo storico americano Robert Edsel, “hanno letteralmente salvato il mondo come lo conosciamo”. Persone senza mitra o carri armati, che non solo ebbero la lungimiranza di comprendere la gravissima minaccia che incombeva sulle opere d’arte, ma si schierarono anche in prima linea per evitarla.
Questi eroi sconosciuti erano i Monuments Men, come s’intitola il libro dello stesso Edsel, vale a dire «gli uomini della Monumenti», che prestarono servizio nella MFAA (Monuments, Fine Arts, and Archives), la sezione Monumenti, belle arti e archivi dell’esercito anglo-americano. All’inizio la loro responsabilità era limitare i danni al patrimonio artistico dovuti ai combattimenti, soprattutto quelli agli edifici storici: chiese, musei e monumenti. Con l’estendersi del conflitto, quando si varcò il confine tedesco, la loro missione si incentrò principalmente sulla localizzazione di opere d’arte trasportabili e altri beni trafugati dai nazisti o comunque dispersi.
Durante l’occupazione dell’Europa, infatti, i tedeschi avevano messo a segno il più grande furto della storia, confiscando oltre cinque milioni di opere d’arte e trasferendole nel Terzo Reich. Nell’agosto 1942 il feldmaresciallo Hermann Goering (che aveva una vera e propria ossessione per i quadri di Vermeer) dichiarò: “Una volta lo si chiamava saccheggio. Ma oggi le cose devono avere un aspetto più umano. A onta di ciò, io intendo saccheggiare, e intendo farlo in maniera totale”. Il sogno di Adolf Hitler era di edificare a Linz, in Austria, la più grande esposizione permanente d’arte dell’universo, tanto che commissionò al suo architetto Albert Speer il plastico del progetto e se lo portò nel suo bunker a Berlino.
In quegli anni gli uomini e le donne della MFAA condussero la più grande caccia al tesoro della storia, ricca di episodi grotteschi e straordinari. Fu anche una corsa contro il tempo, perché quando il Führer capì di aver perso la guerra, lanciò l’Operazione Nerone, che prevedeva tra l’altro di distruggere con gli esplosivi i tesori confiscati. E, nascosti in luoghi incredibili (castelli inaccessibili sulle Alpi o la miniera di Bernterode in Turingia, cinquecento metri sotto terra), c’erano decine di migliaia dei più importanti capolavori dell’umanità, incluse opere di Leonardo, Vermeer, Rembrandt, Picasso, Michelangelo e Donatello.
A questo libro, che riguarda in particolare le operazioni dei Monuments Men nel Nord Europa (in Francia, Germania, Austria e Paesi Bassi), ne farà seguito un altro, già annunciato da Edsle, in cui si narreranno le peripezie degli ufficiali Deane Keller e Frederick Hartt (americani) e John Bryan Ward-Perkins (inglese) durante il loro difficile incarico in Italia.
Una vicenda, quella della task force “italiana”, già raccontata di recente da Ilaria Dagnini Brey nel libro Salvate Venere! (Mondadori, pp. 328, euro 21). Anche nel nostro Paese, da Palermo a Napoli, da Montecassino alla Toscana e poi al Nord Italia, i Monuments Men percorsero centinaia di chilometri ispezionando chiese, ville e edifici storici, musei e gallerie, localizzando le opere in pericolo e trasferendole al sicuro, talvolta in modo rocambolesco. Una missione per salvare i simboli della civiltà occidentale.

(Il Messaggero, 25 marzo 2013)

In fuga dalla Shoah a bordo di un battello

di Mario Avagliano

Vi sono tante vicende della seconda guerra mondiale e della persecuzione degli ebrei ancora misconosciute o coperte dall’oblio, per i motivi più svariati, dalla reticenza dei protagonisti alla scomparsa o distruzione della documentazione. Una di queste è quella dei 520 ebrei (famiglie, adulti e giovani, compresi circa 30 bambini) appartenenti alla organizzazione sionista Betar, che il 18 maggio 1940 s’imbarcarono dal porto sul Danubio a Bratislava su uno scalcagnato battello fluviale a vapore, con le grandi ruote a mulino, denominato “Pentcho”, nella speranza di raggiungere la Palestina.
Molti dettagli inediti della storia dell’incredibile viaggio del “Pentcho” (descritta nel libro "Odyssey" di John Bierman) e del coraggioso salvataggio dei suoi passeggeri ad opera di una nave italiana e del suo comandante, il tenente napoletano Carlo Orlandi, sono stati ricostruiti di recente grazie allo straordinario collezionista Gianfranco Moscati, che già nel libro “Documenti e immagini dalla persecuzione alla Shoah” aveva proposto diversi documenti originali riferiti all'episodio, e alle ricerche appassionate di un docente di anatomia umana alla facoltà di medicina dell’Università di Perugia, Mario Rende, la cui famiglia è originaria di Tarsia, autore del saggio “Ferramonti di Tarsia. Voci da un campo di concentramento fascista”, edito tre anni fa da Mursia.

Rende si è recato in Israele, incontrando lo scorso 15 febbraio a Netanya i passeggeri e i discendenti del Pentcho presso il monumento che ricorda la nave e raccogliendo una straordinaria documentazione fotografica dei fatti fornita da uno dei sopravvissuti, Karl Schwarz, di cui proponiamo alcuni scatti in questo numero di Pagine Ebraiche.
La vicenda del Pentcho assomiglia per molti versi a quella delle tante carrette del mare cariche di immigrati che oggi dall’Africa tentano di raggiungere le coste italiane. Anche quel trasporto era “illegale”, come racconta l’ebreo tedesco Heinz Wisla, classe 1920, uno dei passeggeri della nave, in una memoria scritta conservata nel fondo Kalk del Cdec. E le analogie non si fermano qui: il battello era fatiscente, il viaggio aveva un costo (“in media circa 100 dollari USA a testa, che dovevano essere depositati in una banca svizzera”) e i passeggeri erano quasi del tutto privi di denaro e di mezzi di sussistenza.
Wisla ricorda così il momento della partenza: “Era uno spettacolo che faceva rizzare i capelli: su un vecchio rimorchiatore danubiano, che forse serviva una volta per il trasporto di bestiame o di grano e che per l'imminente viaggio avventuroso era provvisto di alcuni tavolati ed impalcature addizionali in legno, si pigiavano emigranti disperati dalla Slovacchia, dalla Boemia, dalla Germania, dall'Austria, dall'Ungheria, dalla Polonia, ecc. C'erano, tra di loro, circa 200 giovani idealisti e poi 200 persone adulte (coppie di sposi e persone sole) che non temevano privazioni di sorta, pur di poter rivedere i loro figli in Palestina. Si trovavano, inoltre, sulla nave, cento uomini già detenuti in vari campi di concentramento tedeschi e rilasciati alla condizione di abbandonare immediatamente la Germania”.
Il gruppo era comandato dal sionista Alexander Citron, che era riuscito ad ottenere un visto collettivo di espatrio per il Paraguay (come racconta lui stesso in un libro pubblicato in Israele). Tra i passeggeri vi era anche un ebreo ungherese, tale Imre Emerich Lichtenfeld, noto come Imi, che poi è passato alla storia come fondatore del metodo di combattimento e autodifesa krav maga. Un altro passeggero, invece, Schachun Wald, ebreo polacco, finirà invece assassinato assieme al figlio Paul dalle SS alle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944.
Per quattro mesi e mezzo il battello scivolò, “dondolandosi” (parole di Wisla), lungo le acque del Danubio senza che nessuna delle nazioni attraversate (Jugoslavia, Bulgaria e Romania) consentisse ai rifugiati di approdare. Come testimonia Wisla, nessun paese voleva dare loro cibo, acqua e il prezioso olio combustibile necessario alla navigazione. Gli unici aiuti arrivarono dalle comunità ebraiche locali.
Un altro passeggero, Hans Goldberger, ha raccontato che potevano vedere i ristoranti sulle rive ed ascoltare la musica proveniente dai caffè mentre morivano di fame e che dipinsero sulla nave la parola “FAME” in tre lingue, ma nessuno portò loro del cibo (la storia di Hans è descritta nel libro di Ruth Gruber, Haven. The dramatic story of 1000 World War II refugees and how they came to America (Three River Press, New York 2000).
A settembre il Pentcho raggiunse finalmente il mar Nero, passando il Bosforo e raggiungendo Istanbul. Anche i turchi, però, non ebbero pietà dei passeggeri e ordinarono alla nave di proseguire il suo viaggio, nonostante che la sua riserva d'acqua potabile e la sua scorta di viveri stessero per terminare. Nei due giorni successivi, allorquando il "Pentcho" attraverso il Mar di Marmara e i Dardanelli raggiunse il Mar Egeo, “la fame e la sete erano già all'ordine del giorno”, racconta Wisla. Si pensò di puntare verso la Grecia, dove la comunità israelitica locale offerse in dono il giorno 4 ottobre 1940 viveri ed acqua ed anche un po' di olio combustibile, per riprendere il viaggio.
“Dopo tre giorni di navigazione – prosegue il racconto di Wisla - eravamo di nuovo in alto mare e potevamo intravedere sull'orizzonte alcuni piccoli isolotti, all'improvviso il mare si fece burrascoso e ciò determinò il destino della nave. Nei giorni 6, 7, 8, 9 ottobre, dopo un breve viaggio nel mare in tempesta con onde alte come una montagna che sballottolavano la nave come un giocattolo nelle insenature dei vari isolotti greci. Ed era, verso il mezzogiorno del 9 ottobre, allorquando il forte vento si era un po' calmato e la nave poteva di nuovo seguire la rotta sud-est stabilita in principio, avvenne la disgrazia: un guasto al motore ha impedito al "Pentcho" qualsiasi manovra. Si pensò allora di ricorrere alle vele, ottenute con la trasformazione di alcune lenzuola, ma la tempesta diventò sempre più forte. Poiché in lontananza si intravvedevano alcuni isolotti, si puntava verso questi. Il vento, però, diventò sempre più violento e poco dopo la mezzanotte del 10 ottobre il "Pentcho" urtò contro gli scogli dell'isolotto completamente disabitato Kamilonisi (50 Km a nord di Creta e circa 80 Km ad occidente del Dodecaneso italiano) e si fracassò. Per fortuna si è riusciti a gettare sull'isolotto alcune travi e scale, sicché abbiamo potuto, senza badare allo spumeggiare di grosse onde, passare dalla nave ormai fracassata all'isolotto, arrampicandoci sugli scogli e prendendo terra, ormai completamente esauriti”.
L’isolotto era privo di vegetazione e i naufraghi del Pentcho “soffrivano la fame ed erano in preda ad una mortale disperazione” (Wisla). Gli inglesi li avvistarono, ma non andarono in loro soccorso, perché la zona era minata. Per fortuna la loro presenza fu rilevata anche dall’aviazione italiana. Coraggiosamente la nave militare italiana “Camogli” (che era molto più distante dall’isola rispetto agli inglesi), comandata dal tenente Carlo Orlandi, attraversò indenne la zona minata, raggiungendo gli emigrati ebrei.
Nella sua memoria scritta Wisla conferma: “Finalmente è arrivata la salvezza: il giorno 20 ottobre era verso mezzogiorno, alcuni avieri italiani - era già in corso la guerra tra la Grecia e l'Italia - avvistarono il movimento e le segnalazioni di fumo sull'isola. Nella stessa serata accorse una nave italiana ed imbarcò tutti quanti i naufraghi. Dopo un viaggio tempestoso sbarcammo, il 23 ottobre 1940 sull'isola di Rodi nel Dodecaneso italiano dell'Egeo. In un primo tempo fummo internati in un campo di tende, ma successivamente - 24 dicembre 1940 - fummo trasferiti nei locali della caserma San Giovanni”.
A Rodi gli ebrei furono internati fino agli inizi del 1942. Uno di loro, Wisla, l’autore del memoriale conservato al Cdec, riuscì ad ottenere ad ottenere un visto per il Portogallo e a lasciare l’isola greca. Passò da Roma, dove fu ricevuto da Pio XII, al quale riferì la storia dei naufraghi del Pentcho rimasti a Rodi. Il papa si interessò della vicenda e grazie alla sua intercessione una nave della Croce Rossa prelevò i naufraghi e in due riprese (febbraio e marzo 1942) li trasportò in Italia. Un intervento provvidenziale, visto che le autorità italiane avevano chiesto ai nazisti di prendersi carico dell'intero gruppo per trasferirli in Germania. Gli ebrei furono destinati al campo di concentramento di Ferramonti di Tarsia, in provincia di Cosenza, dove nel settembre 1943 furono liberati dagli alleati, sfuggendo così alla deportazione. I loro correligionari presenti a Rodi, invece, dopo l’occupazione tedesca dell’isola furono catturati, trasportati ad Atene e quindi deportati ad Auschwitz, da dove tornarono solo in 150 su un totale di 1800.
Nelle commemorazioni successive, i sopravvissuti del Pentcho riconobbero il comportamento generoso degli italiani nei loro confronti: “…hanno fatto tutto per soccorrerci nella nostra sventurata situazione. Se noi abbiamo conservato in quei anni la fede nell’umanità, lo dobbiamo al popolo italiano” (stralcio del discorso di Iehoshua Halevi al congresso degli ebrei ex internati a Ferramonti Tarsia e dei naufraghi del battello “Pentcho” tenutosi a Tel Aviv nel 1971, Fondo Kalk).
Fu diversa la sorte del tenente napoletano Carlo Orlandi (1888-1970), che all’indomani dell’armistizio dell’8 settembre del 1943, fu catturato dai tedeschi e destinato come internato militare in uno Stammlager, come testimoniano i documenti e le fotografie raccolte da Gianfranco Moscati. Non vi sono prove dirette di una misura punitiva collegata al suo gesto di salvataggio degli ebrei. Fatto sta che Orlandi anche in questa situazione, dimostrando ancora una volta il suo coraggio, rifiutò di aderire al costituendo esercito della Repubblica Sociale di Mussolini e per questo fu trattenuto nel Reich fino al termine della guerra, subendo come gli altri IMI un trattamento ben peggiore dei prigionieri di guerra delle altre nazioni. Un eroe dimenticato che, come sostiene il professor Rende, meriterebbe di essere riconosciuto “Giusto fra le Nazioni”.

(Pagine Ebraiche, n. 4, 1° aprile 2013, pp. 30-31)

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Storie – Papa Francesco pronto ad aprire gli archivi vaticani su Pio XII?

di Mario Avagliano

Papa Francesco sarebbe pronto ad aprire gli archivi del Vaticano relativi al pontificato di Pio XII durante la seconda guerra mondiale, cioè per il periodo che va dal 1939 al 1945, mettendo la documentazione a disposizione degli studiosi. Lo ha affermato il rabbino Abraham Skorka, rettore del seminario rabbinico Latino-americano in Argentina e grande amico di Jorge Mario Bergoglio, in un’intervista alla rivista inglese The Tablet (ripresa dal quotidiano The Telegraph). «È una questione terribilmente delicata, ma lui dice che deve essere indagata a fondo», ha detto Skorka, aggiungendo: «Non ho alcun dubbio che egli si muoverà per aprire gli archivi».
Le dichiarazioni di Skorka, rilanciate in Italia dal giornalista Francesco Peloso della rivista on line Linkiesta, sono importanti, anche perché il rabbino è autore insieme all’ex arcivescovo di Buenos Aires di un libro intervista, intitolato “Il cielo e la terra”, nel quale si tocca anche il tema della Shoah e delle responsabilità della Chiesa. In queste pagine, a Skorka che solleva interrogativi sull’operato di Pio XII, Bergoglio risponde difendendo il papa ma anche concordando con il rabbino sulla necessità di aprire gli archivi sulla seconda guerra mondiale: «Quello che lei dice sugli archivi della Shoah mi sembra giustissimo. È giusto che si aprano e si chiarisca tutto. Che si scopra se si sarebbe potuto fare qualcosa e fino a che punto. E se abbiamo sbagliato in qualcosa dovremmo dire: “Abbiamo sbagliato in questo”. Non dobbiamo avere paura di farlo. L’obiettivo deve essere la verità».

(L'Unione Informa, 30 aprile 2013)

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