Farmaci militarmente preziosi così si drogava la Germania nazista

di Mario Avagliano 

  Guerra e droga sono un binomio antico. I vichinghi andavano all’assalto dei nemici sotto l’effetto di funghetti, i guerrieri incas masticando le foglie di coca, i soldati della guerra civile americana dopati con la morfina, mentre durante la Grande Guerra i nostri soldati si davano coraggio bevendo la grappa, per non parlare del conflitto in Vietnam. Un best seller mondiale, Tossici. L’arma segreta del Reich. La droga nella Germania nazista, dello scrittore Norman Ohler, già tradotto in 18 lingue e appena uscito in Italia (Rizzoli pp. 383, euro 22), ricostruisce in modo documentato l’uso e l’abuso di metilanfetamine tra i soldati tedeschi durante la seconda guerra mondiale, in particolare il Pervitin, assunto anche dal generale Rommel e dallo stesso Adolf Hitler.
Il Pervitin venne sviluppato dallo scienziato Fritz Hauschild, che era rimasto strabiliato dagli effetti delle benzedrine sugli atleti americani in gara alle Olimpiadi di Berlino nel 1936. Brevettato dagli stabilimenti Temmler nel 1937, divenne in breve tempo di moda nella Germania nazista, che febbrilmente inseguiva il sogno di conquistare il mondo, perché bastava ingurgitare alcune pasticche «rivitalizzanti» per rimanere svegli ed euforici per ore e ore.
Il capo dei medici del Reich, Otto Ranke, lo considerava «un farmaco militarmente prezioso!», poiché consentiva ai soldati di tirare avanti per oltre due giorni senza provare stanchezza e sonno e aveva effetti anche sul sistema inibitorio. E così quando la Germania invase la Polonia, fu lo stesso quartier generale della Wehrmacht a distribuirne dosi massicce ai soldati tedeschi, assieme al rancio quotidiano.
Le pilloline miracolose si rivelarono particolarmente utili nel maggio del 1940, in occasione della conquista del Belgio e del blitzkrieg in Francia, in quanto assumendo una pasticca al giorno e due di notte i panzer nazisti poterono procedere a tutta velocità attraverso le Ardenne, non fermandosi mai per quattro giorni di filato, macinando centinaia di chilometri. Un’impresa che lasciò esterrefatti i francesi e contribuì in modo determinante alla loro disfatta.

Il saggio di Ohler, pubblicato in Germania con il titolo “Der totale Rausch”, ovvero “La totale euforia”, e basato su documenti degli archivi tedeschi e americani, dimostra che gli psicofarmaci furono uno dei fattori di costruzione del mito della macchina da guerra del Terzo Reich, accanto all’ideologia nazista e alla disciplina del popolo tedesco. Il Pervitin era largamente diffuso tra i tedeschi, nonostante che, ufficialmente, le droghe fossero state bandite dal nazismo. Lo prendevano sportivi, cantanti, studenti sotto esame e massaie e venne sperimentato anche da scrittori del calibro di Heinrich Böll, Gottfried Benn, Klaus Mann e Walter Benjamin.
Ogni giorno in Germania si producevano 833 mila compresse e nel 1944, quando le sorti della guerra erano segnate, la Wehrmacht ne ordinò quattro milioni di confezioni.  Altre droghe furono sviluppate dai medici nazisti, che le sperimentarono sui prigionieri dei lager, come in quello di Sachsenhausen.
Il primo a farne uso era il «paziente A» Adolf Hitler che, come emerge dalla lettura delle carte del suo medico personale Theodor Morell, da quasi vegetariano e non fumatore, col tempo divenne sempre più dipendente dalle metilanfetamine e, non contento, passò poi al consumo dell’Eukodal, un derivato dell’oppio più potente dell’eroina (nel periodo di Salò, Morell somministrò psicofarmaci anche a Mussolini, definito il «paziente D»).  
Ohler calcola che tra il 1941 e il 1945, Hitler fece almeno 800 iniezioni di sostanze chimiche, inghiottendo più di 1.100 farmaci in forma di pillola.
Grazie all’Eukodal, il Führer appariva sempre fresco e allegro, trasmettendo fiducia ai suoi uomini. Morrell rivelò che gliene iniettò una dose anche il giorno del famoso convegno di Feltre del 19 luglio 1943, quando il Führer invasato e sovraeccitato parlò per tre ore di fila e mise verbalmente kappaò Mussolini che voleva sfilarsi dalla guerra.
Dopo il fallito attentato del luglio 1944 che gli provocò danni permanenti al timpano, Hitler iniziò anche a sniffare cocaina e nella primavera del 1945, rinchiuso nel bunker di Berlino, finì la sua vita come un tossico, con la bava alla bocca e il tremore alle mani, soffrendo di allucinazioni e con le vene rovinate dai buchi.

(Il Messaggero, 29 novembre 2016)

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Chiude il museo, all'asta i mezzi dello sbarco in Normandia

di Mario Avagliano 

   Tra i danni collaterali del terrorismo dell'Isis non c'è solo la distruzione di siti archeologici di inestimabile valore come quello di Palmira in Siria ma anche la memoria della seconda guerra mondiale. E infatti, proprio a causa del calo di visitatori e di turisti indotto dai recenti attentati in Francia, il prossimo 18 settembre chiuderà i battenti il «Museo dei Carri Armati» in Normandia, nato per ricordare il glorioso sbarco degli Alleati sulle spiagge francesi il 6 giugno del 1944, passato alla storia come il D-Day. La collezione dei carri armati utilizzati quel giorno, ma anche le jeep, le moto, le armi, le uniformi dei combattenti che liberarono l'Europa da nazisti e fascisti, in tutto 130 lotti, saranno battuti all'asta curata dalla casa parigina Artcurial.

Tra gli oggetti più pregiati in vendita c'è il carro armato M4 “Sherman” del 1944, valutato tra i 250 mila e i 450 mila euro, il cingolato americano forse più famoso della Seconda Guerra mondiale, di cui al mondo esistono pochissimi esemplari.  Per una Jeep Willys MB, una 4x4 che era in grado di tagliare il filo spinato delle trincee tedesche bastano invece 15-25mila euro, come per la moto Harley Davidson WLA del 1943, mentre il bulldozer Caterpillar D-8 costa tra i 4-6mila euro. Decisamente più economici i manichini dei carristi e piloti della marina americana, con indosso le uniformi originali, valutati 200 euro. 

Il museo era stato aperto appena tre anni fa a Catz, un paesino di poco più di cento anime vicino alla spiaggia di Utah, in occasione del settantesimo anniversario dello sbarco, grazie all’iniziativa di Patrick Nerrant e dei figli Stephane e Olivier, che dagli anni ‘80 cominciarono a collezionare veicoli della Seconda Guerra Mondiale insieme a migliaia di oggetti, restaurando una ventina di carri armati dell'epoca.

Negli ultimi mesi però il "Normandy Tank Museum” ha registrato un calo del 30% dei visitatori, imputato dal fondatore agli attacchi terroristici che negli ultimi due anni hanno colpito la Francia. Impossibile andare avanti, anche perché i costi di gestione e di manutenzione sono elevatissimi. Si tratta infatti di una struttura di 3000 metri quadrati con quaranta tra carri armati, camion, moto e aerei, migliaia di oggetti militari, manichini con uniformi, con pista di decollo, officina per le riparazioni e cinque ettari di terreno per dimostrazioni dinamiche. Fra le attività proposte anche tour sui cingolati e sorvoli delle spiagge del D-Day. Restano ancora pochi giorni per visitarlo. Un'ultima occasione per immergersi nella memoria di quella battaglia decisiva per la libertà del Vecchio Continente.

(Il Messaggero del 27 agosto 2016)

 

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Uno 007 per depistare Hitler

di Mario Avagliano

   La seconda guerra mondiale non fu combattuta solo dagli eserciti, con le armi convenzionali e quelle di distruzione di massa, ma anche dagli apparati di intelligence, attraverso giochi artificiosi di depistaggio e l’attività di agenti segreti modello 007 o di spie infiltrate dietro le linee nemiche.

Di recente il film The Imitation Game ha fatto conoscere al grande pubblico la brillante operazione condotta sotto copertura dal team del matematico Alan Turing per decrittare il codice Enigma, ideato dai nazisti per comunicare le loro operazioni militari in forma segreta. Meno nota è la battaglia di spionaggio ingaggiata nel 1944 dagli Alleati e dai tedeschi attorno al luogo dello sbarco angloamericano sul suolo europeo, che poi avrebbe deciso le sorti del conflitto nel Vecchio Continente.
È il tema di Overlord (Mondadori, pp. 368), il nuovo avvincente romanzo di Carlo Nordio, magistrato prestato alla narrativa, che dopo la storia di una spia nazista in Operazione Grifone, in questo nuovo libro, attraverso un misurato dosaggio di realtà documentata e di fiction, racconta i retroscena dello sbarco in Normandia, iniziato il 6 giugno 1944, il D-Day, appena quarantotto ore dopo la liberazione di Roma.
Il romanzo parte all’una di notte del 28 aprile, quando al chiaro di luna dieci navi da trasporto della Marina Usa, cariche di uomini e appesantite da decine di carri armati e di altri mezzi, attraversano il canale della Manica per simulare uno sbarco sulle coste del Devonshire, nell’Inghilterra sudoccidentale, su una serie di spiagge simili per conformazione a quelle della Normandia, da cui dovrebbe partire l'Operazione Overlord, il piano per stabilire una testa di ponte sulla terraferma allo scopo di liberare la Francia.
Un messaggio radio della flottiglia alleata viene intercettato dai tedeschi. All’istante alcune torpediniere germaniche partono verso le navi alleate e ne affondano due. Il bilancio è durissimo, seicento morti e altri dispersi, tra cui dieci ufficiali "Bigot", tra i pochi depositari del luogo segreto dello sbarco.
Alla notizia il premier inglese Winston Churchill trema. Sa bene che il rischio è enorme. L’effetto sorpresa è fondamentale. Se i tedeschi scoprissero dove le truppe angloamericani hanno intenzione di sbarcare, gli basterebbe trasferire un paio di divisioni corazzate lungo la costa della Normandia per far fallire l’operazione. Proprio per questo gli alleati hanno già messo in atto dei diversivi, facendo circolare piani falsi per lo sbarco in Norvegia o a Calais e costituendo armate fantasma nel Sudest dell’Inghilterra.
Grande è il sollievo di Churchill e di Eisenhower, comandante supremo delle forze alleate in Europa, quando scoprono che nessuno dei dieci Bigot è caduto in mano ai nazisti. È vero, un ufficiale americano ha parlato ed è trapelato il nome di uno di loro, il colonnello Clarence Collins, ora ricercato dai tedeschi. Per fortuna però Collins si è salvato e si trova al sicuro in un ospedale inglese.
Ciò nonostante Hitler ha ordinato di trasferire parte delle truppe della Wehrmacht da Calais verso la Normandia e la Bretagna. Come depistare i tedeschi? Tocca a Sir Stewart Menzies, rampollo di una ricca famiglia, amica del re Edoardo VII, nonché capo dei Servizi Segreti inglesi, e a Colin Gubbins del SOE, l'organizzazione britannica creata per operazioni di sabotaggio sul suolo europeo, elaborare un piano audace, approvato da Churchill e Eisenhower. Inviare una spia inglese in Francia, che assuma l’identità di Collins e si faccia catturare dalla Gestapo, portando fuori pista i nazisti circa il luogo dello sbarco.
Viene scelto il maggiore Jim Wallace, il migliore agente del SOE, 32 anni, istruttore di lotta, esperto di tiro, traduttore di francese, consulente della polizia federale, laureato in letteratura moderna. Ci riuscirà? L’esito è scontato, ma non la trama del romanzo di Nordio, che è ricca di colpi di scena e di suspense, con l’intervento di spie tedesche e di partigiani francesi, tra cui l’affascinante Marie, e si sviluppa con l’andamento e le tonalità di un giallo, ma sul filo di una vicenda storica tra le più appassionanti dell’era moderna.

 
(Il Messaggero, 25 aprile 2016)

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Storie – Le spiagge razziste dei primi anni Quaranta

di Mario Avagliano

   Nella calda estate del 1940, segnata dall’entrata in guerra dell’Italia, il regime fascista impose un nuovo giro di vite agli ebrei, vietando loro perfino di recarsi in vacanza.  «25 luglio ’40. Gli ebrei allontanati dalla spiaggia adriatica», annotava Maurizio Pincherle nel suo diario. Si riferiva a Palombina sulla costa marchigiana, dove era solito ritrovarsi con i parenti durante le vacanze. Ma il provvedimento riguardava tutte le località turistiche.

Considerati «nemici della Nazione», nonché «razza inferiore», gli ebrei oltre ad essere esclusi dalle scuole e dai posti di lavoro pubblici, non ebbero più diritto neppure a recarsi nei luoghi di villeggiatura «di lusso».
Una pagina triste della nostra storia che ci viene ricordata da Lidia Maggioli e Antonio Mazzoni nel libro «Spiagge di lusso. Antisemitismo e razzismo in camicia nera nel territorio riminese» (Panozzo Editore, pp. 282). Sul litorale dell’Emilia-Romagna erano considerate località off-limits per gli ebrei Cattolica, Misano Adriatico, Riccione, Rimini, S. Mauro Pascoli, Gatteo e Cesenatico. E allargando lo sguardo al resto d’Italia, come si legge nell’elenco ministeriale approntato dalla Direzione Generale per il Turismo del Ministero della Cultura Popolare del 9 giugno 1943, tra le località vietate agli ebrei figurano, tanto per citarne alcune, Senigallia, Camaiore, Cortina d’Ampezzo, Ortisei, Sanremo, Rapallo, Forte dei Marmi, Viareggio, Abano Terme, Salsomaggiore, Venezia, Alassio, Madonna di Campiglio, Recoaro Terme…
Il libro di Maggioli e Mazzoni non si sofferma solo su questa vicenda, ma racconta - con un’attenta e documentata ricostruzione dei fatti - anche la storia di molti ebrei residenti o di passaggio nel territorio riminese, tra Bellaria e Cattolica, dal 1938 al 1944, e degli episodi di razzismo e di persecuzione e di vessazione ma anche di solidarietà che si registrarono in quella parte d’Italia. Nomi, storie, fotografie, informazioni che ci restituiscono un ritratto dell’Italia razzista di quegli anni. Un ritratto per troppo tempo dimenticato.

(L’Unione Informa e Moked.it del 19 aprile 2016)

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Storie – Il passato nazista della Lufthansa

di Mario Avagliano 

  Anche la Lufthansa, la compagnia aerea tedesca, fu complice del nazismo. Nel 1932 la Deutsche Luft Hansa, dalle cui ceneri nel 1955 nacque la Lufthansa, mise a disposizione di Adolf Hitler un velivolo per la sua campagna elettorale. Erhard Milch, dirigente della compagnia, divenne segretario di Stato del potente ministro dell’aviazione Hermann Göring. E durante la Seconda guerra mondiale la Deutsche Luft Hansa sfruttò 10 mila lavoratori forzati, bambini compresi, costringendoli a lavorare in condizioni disumane in stabilimenti dove si costruivano o si riparavano ali, motori e componenti meccaniche.
  È quanto rivela uno studio dello storico tedesco Lutz Budrass, commissionato nel 1999 dalla stessa compagnia aerea, e a lungo tenuto nel cassetto, i cui risultati sono stati anticipati dalla Lufthansa, con un fascicolo allegato a un libro fotografico sulla storia della società, uscito poco prima dell’arrivo in libreria, lo scorso 14 marzo, del saggio, pubblicato da una casa editrice di Monaco.
Il passato scomodo della compagnia tedesca non è una novità in senso assoluto. La storiografia tedesca si era occupata dell’argomento e nel 2012 un team di ricercatori delle Freie Universität, coordinati dal professore Reinhard Bernbeck, aveva riportato alla luce le mura di una vecchia baracca dei prigionieri a Tempelhof, ritrovando poi migliaia di reperti dell’epoca.
  Dalla ricerca di Budrass, di 700 pagine, intitolata significativamente “Aquila e gru” (il simbolo della Germania nazista e il logo della compagnia aerea), emergono però vari dettagli inediti, come ad esempio il fatto che tra i lavoratori forzati vi fossero molti ebrei, impegnati nelle riparazioni all’aeroporto di Tempelhof, e che la compagnia nel 1942, a differenza di quanto fecero altre imprese tedesche, non si oppose in alcun modo al loro prelevamento e alla loro deportazione nei campi di sterminio.

(L’Unione Informa e Moked.it del 29 marzo 2016)

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Storie - La Memoria degli internati militari

di Mario Avagliano

  La legge istitutiva della Giornata della Memoria del 2000 riguarda, oltre che la Shoah e la persecuzione degli ebrei, anche i deportati politici e gli internati militari. All'indomani dell'8 settembre 1943, infatti, le truppe naziste nell'occupare l'Italia, scatenarono una caccia all'uomo nei confronti degli ebrei, con la complicità del redivivo fascismo di Salò, ma anche una feroce repressione dell'opposizione politica e sociale, con la deportazione di antifascisti, resistenti civili, partigiani, operai scioperanti. Inoltre l'esercito tedesco catturò e disarmò in Italia e sui vari fronti di guerra (dalla Francia ai Balcani alle isole greche) circa 1 milione di ufficiali e soldati italiani, spesso con l'inganno e non di rado con la collaborazione di nostri connazionali immediatamente schieratisi con la Germania a seguito dell'armistizio.
Di questo milione di soldati, circa 100 mila aderirono subito alle Ss tedesche o alla Rsi e altri 190 mila riuscirono a fuggire o vennero rilasciati.
In 710 mila vennero internati nei campi del Reich e posti di fronte all’alternativa se entrare nell’esercito della Repubblica Sociale, guidata da Benito Mussolini, oppure restare in prigionia, soffrendo la fame e sopportando gli stancanti e snervanti turni di lavoro. La maggior parte di loro, circa 600-630 mila, disse di “no” all’adesione, in nome della fedeltà all’Italia, al re e all’ideale di libertà, anche se una quota non irrilevante (oltre 100 mila) optò per la Rsi.

Diverse migliaia di internati morirono nei campi, per le pessime condizioni di vita e di lavoro o anche perché picchiati e fucilati. Anche la loro storia va ricordata.

(L’Unione Informa e moked.it del 26 gennaio 2016)

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Una gavetta piena di fame

Il terzo volume della collana Filo Spinato

Una gavetta piena di fame. Due anni di lager e di sofferenze raccontati alla piccola Pucci (Marlin, 334 pagine, 16 euro), nuovo libro della collana "Filo Spinato", diretta da Mario Avagliano e Marco Palmieri, propone il diario del capitano Luigi Salvatori, scritto durante l’internamento nel Terzo Reich.
Si tratta di una testimonianza nitida e toccante dell’esperienza vissuta dai circa 650.000 italiani rinchiusi nei lager nazisti dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 con la qualifica di Internati Militari Italiani (IMl), per aver rifiutato di continuare la guerra al fianco dei tedeschi e di aderire alla Repubblica di Salò.
Ritrovato dalla figlia e dal nipote dopo la morte di Salvatori, il diario inizia il 4 dicembre 1944 nel campo di Sandbostel, nella Bassa Sassonia, sotto forma di una lettera alla figlia Pucci (Liliana), di appena cinque anni.

Sono pagine di grande vivezza, in cui l’autore con limpido stile narrativo racconta la guerra e la prigionia, e prosegue con annotazioni pressoché quotidiane dal 23 febbraio fino al 14 settembre 1945, giorno dell’arrivo a Roma. La sua è una cronaca straordinaria dall’interno dei lager sulle condizioni degli IMl e il trattamento subito dai tedeschi, oltre che sulle ragioni della loro scelta.
Di eccezionale valore storico la testimonianza sul periodo dell’occupazione italiana in Grecia, caratterizzata da ruberie, facili costumi e violenze efferate da parte dei soldati italiani nei confronti dei ribelli e della popolazione.

LUIGI SALVATORI (L’Aquila 1911 - Rieti 1989), arruolatosi nell’esercito a diciotto anni, frequentò l’Accademia di Artiglieria e Genio di Torino. Allo scoppio della seconda guerra mondiale prese parte alle operazioni belliche contro la Francia. L’anno seguente combatté sul fronte greco e successivamente sul fronte jugoslavo. Dopo la resa della Grecia fu destinato a Larissa, in Tessaglia, dove il 1° ottobre 1941 gli giunse la promozione a capitano. Qui l’11 settembre 1943 venne catturato dai tedeschi e internato in diversi lager: Leopoli (Polonia), Deblin Irena (Polonia), SandbosteL (Germania), Wietzendorf (Germania), Muhlberg Elbe (Germania). Liberato dall’Armata Rossa il 23 marzo 1945, rientrò in patria e, ripreso servizio nell’esercito, si trasferì A Rieti, chiudendo la carriera col grado di generale di divisione. Tra le varie decorazioni ottenne due croci al merito di guerra per le operazioni belliche a cui aveva partecipato tra il 1940 e il 1943 ed una per l’internamento subito nel Terzo Reich. Il 27 gennaio 2010 gli è stata assegnata “post mortem” la medaglia d’onore riservata agli ex deportati nei lager nazisti. Tranne che in un’occasione, Luigi Salvatori non volte mai parlare dette sue esperienze di prigioniero. Oltre al diario che qui pubblichiamo, dedicato alla figlia Liliana (Pucci), resta inedito un secondo memoriale indirizzato alla moglie Gianna.

Novecento, l’altra metà della guerra. Partigiane in armi, vittime di stupri, ostaggi civili: le donne nei conflitti del secolo breve

di Mario Avagliano

   Il Novecento, oltre che il secolo delle guerre, fu anche il secolo delle violenze contro i civili, in particolare le donne, e dello stupro come arma per annientare, annichilire, fiaccare lo spirito del nemico sconfitto. Una strategia bellica che trovò il suo culmine nella seconda guerra mondiale, che fece registrare episodi efferati di violenza sessuale da parte di tutti gli eserciti, non solo quello tedesco. Ma gli anni del conflitto in Italia furono per l’altra metà del cielo anche un’occasione di riscatto, di autodeterminazione, di protagonismo nella vita sociale. Di emancipazione dal tradizionale ruolo di “angeli del focolare” ritagliato per esse dal regime fascista.

Con la maggior parte degli uomini al fronte, prigionieri di guerra, dispersi o deportati, le donne furono chiamate a svolgere lavori prettamente maschili, come condurre i tram nelle città.  E dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e l’occupazione nazista del centro nord della penisola, molte di esse parteciparono alla guerra di liberazione. Non solo come staffette o attiviste politiche, ma anche imbracciando le armi, come le gappiste comuniste Carla Capponi e Lucia Ottobrini.
La storia in rosa dell’Italia tra il 1940 e il 1945 è stata ricostruita nel bel saggio di Michela Ponzani, Guerra alle donne. Partigiane, vittime di stupro, “amanti del nemico” (Einaudi, pp. 314, euro 25). Un libro che fin dal titolo spiega il carattere “militare-maschile” della guerra, che vide come prime vittime proprio le donne. Vittime dei bombardamenti alleati. Vittime della fame e dei rastrellamenti. Vittime delle stragi e degli stupri di massa.
Per la sua ricostruzione storica, la Ponzani ha attinto al fondo della trasmissione Rai “La mia guerra”, andata in onda nei primi anni Novanta, depositato presso l’Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia, oltre che all’Archivio della memoria delle donne di Bologna, all’Archivio segreto del Vaticano e a vari altri archivi pubblici e privati. Si tratta di scritti e di memorie private di donne che rivelano tratti solo parzialmente conosciuti delle vicende di quegli anni ed invitano a fare i conti con il sommerso, il taciuto, le forme di rimozione dei crimini di guerra dal racconto pubblico nazionale.
In questo oblio rientrano gli stupri di massa perpetrati dalle truppe tedesche e dai soldati mongoli della CLXII divisione Turkestan, aggregata ai reparti militari della Wermacht, soprattutto in alcune zone dell’Emilia Romagna come la Val Tidone, la Val Trebbia e la Val Nure. Atti di violenza espressamente autorizzati dai vertici militari tedeschi, perché il vero obiettivo non era tanto “colpire i partigiani ma far comprendere alla popolazione quali conseguenze [avrà] anche per i civili il comportamento dei ribelli” avrebbe comportato.
Lo stupro è un’esperienza che sconvolse le famiglie. Le memorie delle donne sono piene di immagini ricorrenti, come quelle di padri, mariti, fratelli resi impotenti di fronte al sopruso inflitto alle proprie donne, incapaci di riprendersi da una ferita non rimarginabile. Esemplare nella sua drammaticità è il racconto di una donna sfollata tra le colline attorno a Marzabotto, proprio a ridosso della strage del settembre-ottobre 1944. Rimasta sola con i figli e con il marito deportato in Germania, la donna viene stuprata ripetutamente da un gruppo di tedeschi. Quei soldati che hanno abusato di lei la sera prima, tornano presso la sua casa la mattina successiva e, non trovandola, minacciano di fucilare tutti i componenti della famiglia, compresi i figli piccoli, se ella non farà ritorno. Sono proprio i due uomini verso i quali nutre più fiducia, il cognato e il parroco del paese, a convincerla a sottomettersi alla violenza per salvare la vita degli altri.
Un altro capitolo è dedicato alle forme di violenza sessuale messe in atto dai fascisti nelle caserme e nelle camere di tortura della RSI, come strumento di punizione del nemico politico, al pari delle bastonature e delle case distrutte e incendiate.
Le violenze sessuali furono perpetrate anche dagli alleati. Quando nel maggio del ’44 finalmente gli angloamericani liberarono il Frusinate, per la popolazione civile fu l’inizio di nuovi saccheggi, uccisioni, torture e stupri di gruppo, soprattutto ad opera dei Goumiers, i militari marocchini e algerini del corpo di spedizione francese.
I racconti delle donne partigiane proposti da Michela Ponzani ci fanno comprendere, infine, che nella loro scelta di libertà vi fu anche una guerra privata, esistenziale per la propria emancipazione dall’educazione fascista e dalla cultura patriarcale e cattolico-tradizionale. Di qui, nel dopoguerra, il rimpianto per la mancata piena realizzazione dei progetti di parità dei diritti con l’altro sesso. Nonostante il diritto al voto e l’articolo 3 della Costituzione, anche per le donne la resistenza fu una sorta di “rivoluzione rimasta a mezzo”. E quando la vita riprese il suo corso normale, le partigiane, le antifasciste e le ex deportate politiche furono rispedite in cucina dai loro padri, fidanzati e mariti. Il percorso dell’uguaglianza era ancora molto lungo da compiere.

(Il Mattino, 12 giugno 2012)

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