Cazzullo e la Grande Guerra dei dolori senza voci né eroi

di Mario Avagliano
 
La Grande Guerra 1914-1918, che noi italiani chiamiamo del 15-18, è l’unica guerra senza eroi di vaglia. Non ci fu un Annibale, un Cesare, un Alessandro Magno. Né ci furono statisti o generali famosi, a differenza della seconda guerra mondiale. Oggi soltanto gli storici, tanto per restare sul fronte italiano, si ricordano del generale Luigi Cadorna, oppure di Salandra e di Orlando. I veri eroi di quel conflitto di un secolo fa, come scrive Aldo Cazzullo, furono i semplici fanti. Fu davvero, come recita il titolo del suo nuovo saggio, La guerra dei nostri nonni (Mondadori, 264 pagine, 17 euro).
Con la penna del brillante cronista ma anche l’acume del saggista attento e documentato, attraverso lettere, diari e testimonianze anche inedite, Cazzullo ci conduce nell'abisso del dolore del primo conflitto mondiale. Le vicende di alpini, arditi, prigionieri, poeti e scrittori in armi (come Giuseppe Ungaretti e Curzio Malaparte) s’incrociano con quelle di crocerossine, prostitute, spie, inviate di guerra, persino soldatesse in incognito. 
 
La quasi totalità dei soldati sono sconosciuti, come il nonno di Papa Francesco, Giovanni Bergoglio, che combatté sull’Isonzo e sul Piave, oppure l’ultimo reduce della Grande Guerra, Carlo Orelli, intervistato dallo stesso autore nel 2004 e morto l’anno dopo a 110 anni. Qualcuno però, negli anni successivi, sarà protagonista della storia, come Adolf Hitler, Benito Mussolini, Charles De Gaulle e Angelo Roncalli, il futuro Papa Giovanni XXIII.
Il cuore del libro è il racconto, carico di tensione morale, del sacrificio di una grande massa di italiani alle ragioni atroci dell’industria della guerra. A partire dai reparti lanciati sotto il fuoco nemico sul Carso e sulle Alpi trentine, al grido di “Savoia!”, che diventano il prezzo da pagare per il terreno conquistato: un ettaro, diecimila morti. «Un olocausto necessario», come lo definisce il generale di corpo d’armata Vincenzo Garioni. Furono almeno sei i casi (il più celebre è quello raccontato da Emilio Lussu in Un anno sull’altopiano) di austriaci che interruppero il fuoco e gridarono agli italiani di tornare indietro, di non farsi massacrare così.
E poi i feriti, i mutilati, gli esseri rimasti senza volto, e l’esercito dei fanti resi folli da quel che avevano visto e patito, come il soldato che in manicomio proseguiva all'infinito il suo compito di contare i morti in trincea. Le decimazioni di innocenti da parte di una casta militare che, almeno fino a Caporetto, si dimostrò la più sprezzante d’Europa (tranne forse quella russa) nei confronti dei propri soldati. E le donne friulane e venete violentate dagli invasori dopo la disfatta di Caporetto; con l'istituto degli «orfani dei vivi», dove le mamme andavano di nascosto a vedere i «piccoli tedeschi» che erano pur sempre loro figli.
Ogni voce critica viene duramente punita. La risposta è la legge marziale, la repressione. Un artigliere ventunenne di Viterbo è condannato a 22 mesi di carcere per aver detto a suo padre di riferire alla gente che la guerra è ingiusta, perché «voluta da una minoranza di uomini. Chi fa la guerra è il popolo, i lavoratori, loro che hanno le mani callose sono questi che muoiono». Un civile viene sorpreso a cantare una canzone di trincea: «Il general Cadorna ha scritto alla regina / se vuoi veder Trieste te la mando in cartolina». Sei mesi di reclusione. Alla fine della guerra, i tribunali militari avevano celebrato 350 mila processi ed emesso 210 mila condanne: renitenza, diserzione, indisciplina.
Ma nella Grande Guerra, salutata dai futuristi come “sola igiene del mondo”, non mancano le storie a lieto fine, come quelle raccolte da Cazzullo su Facebook, in una moderna riedizione di Spoon River. E il conflitto, assieme alle distruzioni e alle morti, porta con sé anche una ventata di novità. Perché nelle città, in assenza degli uomini, chiamati a combattere, segna l'inizio della libertà per molte donne, che dimostrano di poter fare le stesse cose dei mariti, fidanzati o padri: lavorare in fabbrica, guidare i tram, laurearsi, insegnare, fumare.
L’occasione della guerra rappresenta anche la prima sfida – vinta - dell’Italia unita, dal Nord al Sud. Il giovane stato italiano poteva essere spazzato via. Eppure dimostra di non essere più «un nome geografico», come credevano gli austriaci, ma una nazione. Questo non toglie nulla alle gravissime responsabilità - che il libro denuncia con forza - di politici, generali, affaristi, intellettuali, a cominciare da Gabriele D'Annunzio, che trascinarono il Paese nel grande massacro. Ma, come scrive Cazzullo, “può aiutarci a ricordare chi erano i nostri nonni, di quale forza morale furono capaci, e quale patrimonio di valori portiamo dentro di noi”.
 
(Il Messaggero, 12 ottobre 2014)
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Storie - Il dottor Morte

di Mario Avagliano
 
Che fine ha fatto il dottor Morte? Un nuovo libro cerca di fare chiarezza (definitivamente?) sulla sorte del criminale nazista Aribert Heim: Il dottor Morte. Storia della caccia al medico boia di Mauthausen, di Nicholas Kulish e Souad Mekhennet, due giornalisti del New York Times (Mondadori, pp. 300).
L'ex membro delle Waffen SS, austriaco, fu medico nei lager di Buchenwald e di Mauthausen e nel dopoguerra venne accusato da diversi sopravvissuti di varie nefandezze, come l’asportazione di organi a pazienti sani, la sperimentazione di veleni e farmaci sui deportati e l’uccisione dei pazienti iniettando loro benzina nel cuore (conservava il loro teschio come trofeo sulla sua scrivania).
Morto Hitler, nel caos post bellico della Germania, Heim riuscì a farla franca, acquisendo una falsa identità e trasferendosi a Bad Nauheim, vicino a Francoforte, dove giocava per la squadra di hockey dei Red Devils. Poi incontrò una ragazza di una famiglia molto ricca, la sposò e si stabilì con lei nella cittadina termale di Baden-Baden, dove esercitò la professione di ginecologo.
 
Fu solo grazie ad alcuni poliziotti tedeschi, tra i quali – racconta il libro – spicca la figura di Alfred Aedtner, che fu finalmente individuato. Aedtner era un cacciatore di criminali di guerra e collaborava con il leggendario Simon Wiesenthal e il suo centro.
Purtroppo Heim sfuggì alla cattura e nel ’62 si diede alla latitanza, scappando a bordo di una Mercedes in Francia, in Spagna, in Marocco e quindi in Egitto, senza essere trovato, nonostante le ricerche scatenate dalla giustizia tedesca, austriaca e israeliana, con una taglia di oltre 300mila euro.
Kulish e Mekhennet hanno ricostruito la sua fuga, anche grazie alla scoperta in Egitto di una valigia di Heim piena di lettere, cartelle mediche e testi sugli ebrei e l'antisemitismo. I due giornalisti, nel loro libro (uscito in Usa con il titolo The Eternal Nazi), svelano come riuscì a dileguarsi e l’incredibile storia successiva. Il criminale nazista, infatti, si nascose in un quartiere operaio del Cairo e poi si convertì all’Islam, col nome di Tarek Hussein Farid.
Il dottor Morte morì forse di cancro nel ’92 e fu sepolto in una fossa comune. Ma ogni tanto si torna a parlare della possibilità che sia vivo. Nel 2010 il direttore del Centro Wiesenthal Efraim Zuroff dichiarò che il caso era ancora aperto perché non "esistono prove scientifico-legali" del decesso. E gli stessi Kulish e Mekhennet ammettono che il suo corpo non è mai stato ritrovato. Il mistero continua.
 
(L'Unione Informa e Moked.it del 21 ottobre 2014)
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'Tempesta'. Gruber, storia di famiglia tra nazismo e fascismo

di Mario Avagliano
 
In ogni tragedia collettiva esiste una responsabilità individuale. Che non risparmia neppure una terra di frontiera come il Sudtirolo, dove anzi l’oscuro passato di molte persone è segnato da due dittature: l'una subita, il fascismo, l'altra sciaguratamente scelta, il nazismo. Dopo il successo di Eredità, Lilli Gruber in questo secondo capitolo della saga della sua famiglia, intitolato Tempesta (Rizzoli, pp. 294, euro 19), riprende la narrazione della vicende di Hella Rizzolli, la sua prozia maestrina dalla penna nera infatuata di Hitler, per seguirla attraverso gli anni violenti della seconda guerra mondiale.
Avevamo lasciato Hella e la sua famiglia perseguitati dal fascismo, perché colpevoli di voler difendere la loro lingua e identità, dopo che nel novembre del 1918 il Sudtirolo e i suoi oltre 250.000 abitanti di lingua tedesca erano passati di colpo dall’Impero austro-ungarico all'Italia. Anche la maestrina era stata portata via dai carabinieri, venuti a prenderla fino in casa dei suoi genitori, a Pinzon, nel 1938. Era stata gettata in prigione, interrogata, condannata al confino dai fascisti in un villaggio in Basilicata. E tutto per aver insegnato il tedesco ai bambini nelle scuole clandestine del Sudtirolo.
 
Il racconto avvincente della vita di Hella, sospeso tra la Storia e la narrativa, e basato su lettere, diari, interviste e documenti d’archivio (con qualche licenza d’immaginazione nella ricostruzione dei dialoghi e di alcuni personaggi), riprende nel 1941, con l’avvio della campagna di Russia, in un’Europa in cui il nazismo dilaga vittorioso.
Hella crede ancora nel Führer, ma lui le sta strappando ciò che ha di più prezioso al mondo: l’adorato fidanzato Wastl, che parte per il fronte russo dopo un’ultima settimana d’amore a Berlino. Sul treno che la riporta a Pinzon, la maestrina conosce un giovane comunista tedesco, Karl, che sotto falsa identità è in fuga da una Germania ormai troppo pericolosa per i nemici del nazismo. Suo padre è stato tra i primi a essere arrestati durante l’epurazione dei comunisti del marzo 1933; la fidanzata Ida è ebrea. Lui ha deciso di rifugiarsi in Sudtirolo.
Ma neppure quella terra incantevole, chiusa tra le montagne, è al sicuro dalle tempeste della storia. L’orrore del nazismo e la realtà della guerra arrivano anche lì, con la loro scia di spie, delatori, approfittatori, e l’appendice violenta della persecuzione degli ebrei, degli oppositori politici e dei disabili (tra cui i 299 pazienti «optanti» dell’ospedale psichiatrico di Pergine, quasi tutti soppressi nel criminale piano nazista Aktion T4). Nel frattempo Wastl muore in combattimento in Russia, Hella si risveglia dal sogno nazista, scoprendo che si tratta di un incubo, e Karl è costretto a confrontarsi con il Mostro nazista, nei panni del fratellastro Oskar.
Una storia d’amore e di sofferenza. Ma nella parabola di Hella si disegna anche la tragedia di un popolo, quello sudtirolese, intrappolato tra due regimi sanguinari e prigioniero di un dilemma: salvarsi la vita o salvarsi l’anima? Un dilemma che molti risolsero facendo la scelta sbagliata, aderendo alla croce uncinata, come Hubert, lo zio della Gruber, fratello maggiore della madre, che partì volontario a diciotto anni. E nel dopoguerra ci fu perfino chi aiutò i familiari di alcuni gerarchi nazisti, tra cui Mengele, Himmler e Göring, a trovare rifugio e una nuova vita in Sudtirolo.
Molti sbagliarono ma non tutti, come sottolinea l’autrice. Perché anche nel Sudtirolo ci fu chi coraggiosamente, come il canonico Michael Gamper e la nipote Marta, pur difendendo il Deutschtum, la germanicità, nel 1939 si schierò tra i Dableiber, ovvero quel 13 per cento di sudtirolesi che non optò per la Germania, osteggiando e combattendo, per quanto possibile, la follia nazista.
 
(Il Messaggero, 25 ottobre 2014) 
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Storie - Palatucci e il metodo storico

di Mario Avagliano
 
In attesa del 17 dicembre, data in cui la commissione di studiosi incaricata dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane di fare chiarezza sulla figura dell’ex questore di Fiume Giovanni Palatucci, proclamato Giusto tra le Nazioni dallo Yad Vashem nel 1990, dovrebbe presentare le conclusioni dei suoi lavori, due nuovi libri cercano di portare un contributo al dibattito.
 
Uno è opera del giornalista Nazareno Giusti, “Giovanni Palatucci. Una vita da (ri)scoprire” (Tra le Righe Libri, pp. 160) e l’altro è dello storico e giornalista dell’Osservatore Romano Giovanni Preziosi, “L’affaire Palatucci. ‘Giusto’ o collaborazionista dei nazisti?”, di prossima uscita per le Edizioni “Comitato Palatucci”.
Il libro di Nazareno Giusti è una sorta di viaggio-intervista ad alcuni personalità che si sono occupate della figura del poliziotto irpino. Il saggio di Preziosi invece presenta i documenti e le testimonianze su Palatucci da lui raccolte negli ultimi anni e in parte pubblicate nei suoi articoli sull'Osservatore Romano.
 
La novità rispetto al passato è il tentativo di misurare l’attendibilità delle testimonianze anche attraverso la documentazione coeva. Il dibattito su Palatucci, quindi, è uscito dalle secche del dibattito politico. 
 
Ricostruire la storia, d’altra parte, richiede un metodo scientifico. È esattamente questo lo sforzo che ha in corso la commissione di studiosi presieduta da Michele Sarfatti, composta da Mauro Canali (Università di Camerino), Matteo Luigi Napolitano (Università degli Studi Guglielmo Marconi), Marcello Pezzetti (Fondazione Museo della Shoah di Roma), Liliana Picciotto (responsabile ricerche storiche della Fondazione Cdec e consigliere UCEI), Micaela Procaccia (dirigente della Direzione generale per gli archivi del ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo) e Susan Zuccotti (Centro Primo Levi, New York). Presto ne sapremo di più.
 
(L'Unione Informa e Moked.it del 25 novembre 2014) 
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Shoah, ecco i disegni dell'orrore

di Mario Avagliano
 
Sulla difficoltà di raccontare l'orrore dei lager, si sono esercitati in passato diversi storici, qualificati sociologi e gli stessi ex deportati. C'è un confine delicato e invalicabile tra ciò che riesce ad esprimere la parola orale o scritta e ciò che invece è per sua natura "indicibile". Ma dove non arriva la parola, possono soccorrere i disegni di chi ha vissuto l'inferno dei campi di concentramento, che "hanno la forza cruda dell'occhio che ha visto e che trasmette la sua indignazione". 
Così scriveva nel 1981 Primo Levi nella prefazione al lavoro di ricerca di questa preziosa documentazione visiva sui lager nazisti condotto dal ragionier Arturo Benvenuti, originario di Oderzo, bancario di professione e per hobby poeta e pittore. Una raccolta straordinaria, rimasta praticamente inedita per trent'anni, e che solo ora, in occasione del settantesimo della liberazione di Auschwitz e alla vigilia della Giornata della Memoria, vede finalmente la luce in libreria, con il titolo "K.Z. Disegni degli internati nei campi di concentramento nazifascisti" (edizioni BeccoGiallo, pp. 272, euro 26), a cura di Roberto Costella. Una parte di questi disegni sarà esposta per un mese a Roma, in una mostra aperta al pubblico, presso la Libreria Fandango, dal 27 gennaio al 27 febbraio. 
 
Nel settembre 1979, il cinquantaseienne Benvenuti si mise in viaggio con la moglie a bordo di un camper per una sorta di via crucis, di pellegrinaggio laico e riparatore lungo le "stazioni" di Auschwitz, Terezín, Mauthausen-Gusen, Buchenwald, Dachau, Gonars, Monigo, Renicci, Banjica, Ravensbrück, Jasenovac, Belsen, Gürs, visitando archivi, musei, biblioteche del Vecchio continente, incontrando decine di sopravvissuti, recuperando testimonianze perdute e fotografando centinaia di disegni, per lo più realizzati dagli internati negli stessi lager con spezzoni di matita e su fogli di fortuna, qualcuno dipinto dai superstiti nell'immediato dopoguerra o da chi entrò nei campi come liberatore e volle fermare la memoria su carta. 
Ne nacque un volume concepito come un "frammento di memoria universale", al quale Primo Levi eccezionalmente concesse l'onore della prefazione. All'epoca Benvenuti lo stampò fuori commercio in poche centinaia di copie e meritoriamente oggi viene pubblicato e messo a disposizione di un pubblico più vasto. 
Dai bozzetti, le ombre, i chiaroscuri delle 250 opere in bianco e nero selezionate con cura e passione da Benvenuti, emerge il quadro grigio e desolante della vita, anzi della non vita di uomini e donne di tutte le nazionalità in quel particolare microcosmo, dominato dall'annullamento di ogni tratto di umanità e dall'incubo perenne e incombente della morte. 
Si resta colpiti soprattutto dal fatto che le figure dei deportati sembrano sospese nel nulla, in un'atmosfera irreale, quali fantasmi scheletrici indistinguibili, che vagano come ombre tra le baracche, non di rado con i lineamenti deformi o deformati o ancora coprendosi il volto con le mani. Un'umanità dolente e senza identità, accatastata nei campi, privata della libertà e della dignità, ridotta in schiavitù dalla terrificante macchina dello sterminio messa in piedi da Adolf Hitler, con il suo apparato di carcerieri delle SS e cani ringhianti. 
Benvenuti, che oggi ha 91 anni, nell'introduzione afferma che il libro costituisce "un contributo alla giusta 'rivolta' da parte di chi sente di non potersi rassegnare, nonostante tutto, ad una realtà mostruosa, terrificante". Quello dei prigionieri artisti fu insomma un tentativo di resistere all'orrore (i disegni venivano nascosti e gli autori rischiavano la vita) e anche di testimoniare a futura memoria ciò che è stato, senza "vuote parole, senza retorica". Contro chi avrebbe cercato, come poi purtroppo è avvenuto, di cancellare, negare, mistificare, minimizzare. Con la forza dell'arte e del documento visivo, di fronte al quale davvero viene da pensare e da chiedersi, citando l'opera più famosa di Primo Levi, "se questo è un uomo".
 
(Il Mattino, 25 gennaio 2015)

 

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Storie - I volenterosi carnefici di Mussolini

di Mario Avagliano

Nei due anni tragici di Salò e dell’occupazione tedesca del centro nord dell’Italia, numerosi italiani si prestarono ad essere “volenterosi” carnefici dei loro connazionali ebrei. La retata a Venezia del 5 dicembre 1943, ad esempio, fu condotta da poliziotti, carabinieri e volontari del ricostituito partito fascista. E almeno la metà degli arresti degli ebrei poi deportati ad Auschwitz e in altri Lager fu opera di italiani, senza ordini o diretta partecipazione dei tedeschi.

A ricordarcelo, con un agile e documentato saggio pubblicato da Feltrinelli, è Simon Levis Sullam, professore di Storia Contemporanea presso l'Università Ca' Foscari di Venezia, in I carnefici italiani. Scene dal genocidio degli ebrei, 1943-1945 (pp. 150), il cui titolo rimanda volutamente a quello del saggio di Goldhagen, "I volonterosi carnefici di Hitler", che ha riaperto la questione sulla responsabilità dei tedeschi (e non solo dei nazisti) nella Shoah.

Anche dopo l’armistizio, l’Italia non rimase “al di fuori del cono d’ombra dell’Olocausto” e accanto ai giusti e ai salvatori, vi furono purtroppo tanti persecutori. Nel libro, oltre che delle responsabilità degli apparati dello Stato e degli uomini di partito, ci si occupa fra l’altro del ruolo dei delatori, che non furono solo fascisti convinti ma anche semplici civili, quasi sempre per motivi di soldi. E perfino alcuni ebrei, come il triestino Mauro Grini, che tra Trieste, Venezia, Milano identificò e denunciò un migliaio di ebrei ("anche di più" - si vantava) dietro lauti pagamenti, e la romana Celeste Di Porto.

(L'Unione Informa e Moked.it del 24 febbraio 2015)

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Adriana Montezemolo: mio padre eroe dimenticato della Resistenza

di Dino Messina

 
“L’ultima volta che vidi mio padre era il Capodanno del 1944. I baroni Scammacca del Murgo, coraggiosi amici, correndo gravi rischi, ci avevano ospitati al nostro rientro a Roma e avevano organizzato quell’attesa riunione familiare”.
Adriana Cordero Lanza di Montezemolo, ultimogenita del colonnello Giuseppe Montezemolo, il capo del Fronte militare clandestino, ricorda con tratti veloci e precisi la figura del padre, medaglia d’oro, eroe della Resistenza, massacrato alle Fosse Ardeatine nel pomeriggio del 24 marzo 1944, assieme agli altri 334 prigionieri politici, ebrei, detenuti comuni che erano stati prelevati dalla prigione nazista di via Tasso e da Regina.
Nella casa che da molti anni condivide con Benedetto Della Chiesa, nipote di Papa Benedetto XV, in una tenuta agricola che corre proprio lungo la via Ardeatina, Adriana di Montezemolo custodisce memorie importanti, avendo ereditato dalla madre Juccia (Amalia), scomparsa nel 1983, la missione di ricordare quel padre importante, figura centrale della Resistenza, che tuttavia per oltre mezzo secolo è stato tenuto fuori dalla storiografia ufficiale. “Abbiamo avuto infinite manifestazioni di affetto private e ufficiali, culminate in una medaglia d’oro, ma è vero per molto tempo del ruolo di mio padre s’è parlato molto poco. Forse perché noi siamo una famiglia di militari, abituati ai fatti. Certo, mi fece grande piacere leggere nel 2003, sul ‘Corriere della sera’, un articolo di Paolo Mieli in cui diceva che era il momento di far entrare il colonnello Montezemolo nei libri di storia. Meno di dieci anni dopo è arrivata la biografia di Mario Avagliano, ‘Il partigiano Montezemolo’ (Dalai editore) che colmava una lacuna”.
Adriana Montezemolo parla veloce, talvolta si interrompe e si alza per mostrare un cimelio importante, i biglietti del padre dalla prigione di via Tasso, la lettera di ringraziamento del generale Harold Alexander, comandante degli eserciti alleati in Italia, alla mamma Juccia per l’opera insostituibile svolta dal capo delle Forze militari clandestine a Roma, la foto che ritraeva la famiglia per l’ultima estate spensierata a Forte dei Marmi: ci sono il primogenito Manfredi, classe 1924, che aiutò il padre nella lotta clandestina, il secondogenito Andrea, oggi cardinale, che lavorò con il medico Attilio Ascarelli dopo la liberazione di Roma a ricomporre i resti delle vittime delle Fosse Ardeatine, infine, assieme ad Adriana, le sorelle Lidia e Isolda.
Adriana nel dopoguerra si è laureata in fisica con Edoardo Amaldi, ma assieme al marito Benedetto, da cui ha avuto cinque figli, si è sempre occupata di agricoltura, organizzando una tenuta agricola in Kenia e poi dal 1960 seguendo le attività nelle campagne romane e del Viterbese. Le memorie della famiglia si intrecciano a quelle pubbliche. “Ci eravamo trasferiti a Roma da Torino nel 1940, quando mio padre era stato nominato colonnello, il più giovane con quel grado. Diceva che nell’esercito contano gli ufficiali con la c (caporale, come lui era stato nella prima guerra mondiale, capitano e colonnello) perché i più vicini alla truppa. Il papà era una persona affettuosa, ma come usava una volta riservata e severa. Aveva un’autorità eccezionale, tutti glielo riconoscevano, era un capo nato. Dopo la laurea in ingegneria e una breve parentesi di lavoro come civile a Genova, era rientrato nell’esercito dove aveva bruciato le tappe: volontario nella Guerra di Spagna, aveva poi compiuto almeno 16 missioni in Africa settentrionale dove era stato decorato con una medaglia d’argento”.
Fedele ai Savoia, il 19 luglio 1943 aveva accompagnato Mussolini all’incontro di Feltre con Hitler, dove il capo del fascismo non ebbe il coraggio di sostenere con il Fuehrer le ragioni di una pace separata. Fu allora che venne decisa la sorte del Duce e il colonnello Montezemolo ebbe una parte nel suo arresto. Consigliere militare di Badoglio, decise di restare a Roma dopo l’8 settembre per organizzare la difesa militare, quando la corte e tutte le alte cariche dell’esercito e del governo prendevano la via di Pescara. “La funzione di mio padre era di collegamento tra il governo legittimo del Sud e la Resistenza romana. Si era fatto paracadutare alcune radio ricetrasmittenti e comunicava agli Alleati gli spostamenti delle truppe tedesche e tutte le informazioni utili che riusciva ad ottenere”.
Per questo Herbert Kappler, il comandate delle SS di Roma, che poi lo avrebbe interrogato e torturato in via Tasso, lo considerava il nemico pubblico numero uno.
“Passammo quell’estate del 1943 in una tenuta di alcuni amici a Perugia. Mio fratello Manfredi che frequentava il collegio militare a Lucca ci raggiunse a piedi, Andrea invece era con noi. Dopo l’8 settembre nostro padre ci diede l’ordine di non muoverci, la situazione era molto pericolosa, ma non riuscimmo a trattenere Manfredi che andò a Roma in bicicletta e si unì all’organizzazione clandestina con documenti falsi. Nostro padre teneva le fila non soltanto delle forze militari clandestine ma coordinava i gruppi della Resistenza che si andavano formando. ‘Mai avrei pensato – diceva – io monarchico di collaborare e avere buoni rapporti con il comunista Giorgio Amendola”.
Giorgio Amendola, che diede l’ordine dell’attentato al battaglione SS Bozen in via Rasella, da cui scaturì la rappresaglia nazista delle Fosse Ardeatine. “Mio padre credeva alle forze armate clandestine spettasse l’azione di intelligence e il controllo in città. Alla Resistenza civile, che fu aiutata dal Fronte militare clandestino anche con il rifornimento di armi, erano riservate azioni di sabotaggio in campagna. Mio padre era molto preoccupato dalle rappresaglie e finché rimase in libertà riuscì a tenere il controllo della situazione. Dopo il suo arresto, il 25 gennaio 1944, dapprima i protagonisti della Resistenza si dileguarono nel timore che parlasse. Ma quando si accorsero che il colonnello Montezemolo riuscì a resistere alle torture, cominciarono le azioni dei Gap”.
Adriana Montezemolo era rimasta a Perugia con la mamma e le sorelle sino a fine dicembre 1943: “Il 27 dicembre venne a prenderci in macchina un maresciallo dei carabinieri di cui mio padre si fidava. Prima andammo un paio di giorni dai baroni Scammacca, quindi cominciammo a frequentare le scuole al collegio di Trinità dei Monti, dove anche mia madre viveva in una stanza del pensionato, mentre mio fratello Andrea era nel collegio ucraino. Mio padre e mia madre si incontravano il mercoledì in casa Scammacca verso le 14,30, poi di solito uscivano per una passeggiata a Villa Borghese cercando di non dare nell’occhio. All’ultimo incontro, credo il 19 gennaio, tre giorni prima dello sbarco di Anzio, mio padre disse alla mamma che se gli americani non arrivavano a Roma lui sarebbe stato preso. Si sentiva braccato, aveva cinque polizie alle calcagna. La settimana successiva la mamma arrivò prima all’appuntamento, ma attese inutilmente. Arrivò invece mio fratello Manfredi con la notizia che il papà il 25 era stato arrestato”.
Chi era stato a parlare, a fare la delazione, a rivelare che sotto i baffi a manubrio del “professor Giuseppe Martini” si nascondeva il capo della Resistenza militare clandestina? “Ci sono state varie voci, potrei dire dei nomi, ma la verità non si saprà mai. Speravamo che il papà non fosse finito nelle mani delle SS. Una persona terribile, che dava informazioni cercando di carpire denaro, ci disse che lo aveva visto a Regina Coeli, tranquillo che giocava a carte. Strano, pensammo, il papà non gioca a carte”.
Era invece nelle mani di Kappler nella prigione di via Tasso, dove venne torturato per giorni. Nelle stesse stanze, oggi diventate museo, sono esposti gli abiti del prigioniero Montezemolo: una camicia con le cifre, un maglione inglese di marca Wolsey, la giacca e i pantaloni sdruciti.
“Una cugina si era offerta di portare un po’ di biancheria. Dalla prigione di via Tasso filtrarono tre biglietti di mio padre, poi il silenzio. Fino al 25 marzo, quando una donna mostrò a mia madre una pagina del ‘Messaggero’ con la notizia che alle Fosse Ardeatine erano stati giustiziati comunisti e badogliani… Vivemmo nell’angoscia e nella speranza anche dopo aver ricevuto la comunicazione tedesca che potevamo andare a ritirare in via Tasso gli effetti personali di nostro padre. Magari, qualcuno ci confortava, l’anno portato al Nord. Speravamo che l’intervento del Vaticano che avevamo sollecitato avesse avuto qualche effetto. Avemmo la certezza che il colonnello Montezemolo era morto nel peggiore dei modi alle fosse Ardeatine quando la mamma riconobbe alcuni effetti personali, tra cui la fede nuziale, raccolti alle Mantellate, nel luglio 1944, dopo la liberazione di Roma”.
Da allora è cominciata la meticolosa ricostruzione dei fatti, gli incontri che con la memoria rinnovavano il dolore. “In anni recenti, durante un dibattito a via Tasso mi è venuta incontro una signora, era Carla Capponi (la compagna di Rosario Bentivegna che partecipò all’attentato di via Rasella, ndr), mi raccontò che durante la Resistenza aveva incontrato mio padre che le aveva consegnato delle armi. Io la salutati, ma in maniera fredda. Forse ho sbagliato”.
L’ultimo ricordo di quella stagione terribile riguarda il capitato Eric Priebke, il collaboratore di Kappler e interprete delle SS che partecipò al massacro delle Ardeatine. “Arrestarlo in anni recenti – dice Adriana sorprendendoci – è stato un errore. Non l’ho conosciuto ma ho avuto con lui una corrispondenza epistolare attraverso il suo avvocato Paolo Giachini. Gli chiesi se avesse conosciuto mio padre. Mi rispose che non l’aveva mai incontrato. Strano, per uno che faceva l’interprete in via Tasso. Ma perché non dovrei credergli?”.
 
(Il Corriere della Sera,  23 marzo 2015)
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Gli intellettuali spiati dai gendarmi (1945-1980)

Gli intellettuali spiati dai gendarmi (1945-1980)

di  Mario  Avagliano

 

Roma, anni Sessanta. In uno scalcagnato teatro off di via Belli, il Beat 72, dove hanno mosso i primi passi Carmelo Bene e Memè Perlini (e più tardi calcheranno la scena Roberto Benigni e Mario Martone), si tengono spettacolini che disturbano l’Oltretevere. I questurini annotano che il patron Ulisse Benedetti «ha richiesto la licenza per poter tenere pubblici intrattenimenti danzanti». Ma non si fa la danza del ventre: la «sacra messa» viene, come in un sabba demoniaco, oltraggiata dall’«attrice Trombetti Laura, ovvero Laura Betti» che, con capelli cotonati e occhi contornati da una pesante sottolineatura di eyeliner, si esibisce in «una Messa rossa con spogliarello».

 

Cos’ha da spartire l’attrice Laura Betti con gli scrittori Italo Calvino, Carlo Cassola ed Elsa Morante, i pittori Renato Guttuso ed Ernesto Treccani, i registi Pier Paolo Pasolini ed Elio Petri, i giornalisti Giorgio Bocca e Giampiero Mughini e tanti altri intellettuali, artisti ed uomini di spettacolo della Prima Repubblica pedinati dalla polizia e dai carabinieri? Sono personaggi che nessuno si aspetterebbe di ritrovare in mattinali e faldoni della Questura. Eppure sotto controllo per anni ci sono stati proprio loro, a causa dell’appartenenza o vicinanza al Psi e al Pci (e in seguito ai gruppuscoli di estrema sinistra), come rivela il bel libro di Mirella Serri Sorvegliati speciali. Gli intellettuali spiati dai gendarmi (1945-1980), in uscita il 16 febbraio da Longanesi (pp. 279, euro 18). 

 

L’Italia non era la Germania dell’Est del film La vita degli altri, ma certo per decenni i governi a guida democristiana attivarono un’infiltrazione metodica nelle riunioni riservate, cenacoli e circoli che impegnarono le più note teste d’uovo della sinistra, dalla A di Alberto Asor Rosa alla Z di Za ovvero Cesare Zavattini. I segugi – travalicando i compiti istituzionali di pubblica sicurezza – schedavano inclinazioni sessuali, lavori, patrimoni e lo fecero pure per coniugi, amanti, fratelli. La strana vicenda s’intensificò in epoca scelbiana, quando si lavorò intensamente per schedare l’intellighentia di sinistra, ritenuta non solo un covo di potenziali sovversivi ma anche la longa manus della propaganda d’opposizione. 

 

Nei rapporti riservati della polizia emerge la “verità” degli investigatori sull’egemonia culturale del Pci. Un documento del 1954 denuncia che il mondo dello spettacolo è tutto «infiltrato di comunisti e sostenuto dai loro giornali, così che, quando la censura si abbatte con la sua mannaia, i produttori, da Ponti a De Laurentiis, scatenano una canea». Di Vittorio De Sica si sottolinea che il film Stazione Termini è stato prodotto «contro il volere dell’onorevole Andreotti». Quanto a Vittorio Gassman, sarebbe stato politicamente influenzato dal regista Luchino Visconti, «notoriamente affetto da omosessualità». Per il grande Eduardo De Filippo, nonostante il suo antico antifascismo, si adombra il sospetto che l’attivismo nel Pci sia dovuto alla bocciatura di due suoi progetti cinematografici, tra cui uno con Totò.

 

Negli anni Settanta nel mirino dei governi finiranno anche i giovani Gad Lerner, Giangiacomo Feltrinelli, Marco Bellocchio e Paolo Liguori, che a vario titolo militavano nei movimenti di sinistra.  Ma il libro della Serri non è solo una storia di spie. È anche un ritratto tra luci ed ombre dell’intellighenzia italiana che trovò dimora nel Pci, non di rado dopo aver indossato la camicia nera. L’obiettivo dichiarato degli intellettuali era quello di difendere libertà di scelta e di espressione, alzando le barricate contro il potere democristiano, peraltro molto suscettibile quando si sfioravano i nervi scoperti della religione e della morale, come dimostrò il divieto pervicace nel ’63 nei confronti di Gian Maria Volontè di mettere in scena Il vicario di Rolf Hochhuth, un testo in cui si denunciava l’atteggiamento acquiescente di Pio XII verso i nazisti e lo sterminio degli ebrei.

 

Peccato tuttavia che, come osserva la Serri, gran parte di loro fece anche di più, con toni oggi quasi surreali per accenti, ovazioni e genuflessioni, per mitizzare acriticamente il socialismo reale dell’Urss  e dei paesi satelliti e poi, negli anni Settanta, dei paesi socialisti “esotici” emergenti, dalla Cina a Cuba. Pochi furono gli intellettuali che non si adeguarono alla ragion di partito e, per dirla con Norberto Bobbio, difesero «la libertà individuale contro i regimi assolutistici». 

 

Così quando nel gennaio del 1969, a Roma, i giovani universitari di Scienze politiche vollero commemorare  il sacrificio di Jan Palach, all’evento si presentò un solo uomo di spettacolo: Gianfranco Funari, lo showman dal marcato accento romanesco e dalla vistosa dentatura. Tutto il bel mondo dell’intellighenzia impegnata disertò l’appuntamento. Un atteggiamento opportunistico che, conclude la Serri, diversi uomini di spettacolo ed intellettuali, come l’ex marxista Lucio Colletti, hanno riproposto in egual modo in epoca berlusconiana in favore del nuovo Principe.


(Il Messaggero, 14 febbraio 2012)
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