Roma. La Repubblica degli stranieri

Roma. La Repubblica degli stranieri

 
di Mario Avagliano
 
 
Roma, 3 luglio 1849. Ultime ore della Repubblica. Mentre il triumviro Giuseppe Mazzini verga un ultimo commosso proclama ai romani, l’esercito francese del generale Oudinot avanza lentamente da piazza del Popolo lungo via del Corso, in un silenzio tombale. “L’entrata dei francesi somigliò piuttosto a un corteo funebre che a un trionfo. Essi non riuscirono a trovare una persona che gli indicasse le caserme che gli erano state assegnate. I quattro primi individui che si rassegnarono a servirgli da guida caddero sotto i colpi dei pugnali dei loro compatrioti. Queste scene provano il patriottismo esaltato dei Romani. Un simile popolo è degno che si versi il sangue per lui”.
La cronaca dal vivo è dell’anziano colonnello Fijalkowski, che guida i duecento soldati della legione polacca, accorsi in difesa dell’esercito di straccioni in blusa rossa guidato da Giuseppe Garibaldi, sventolando fieramente la bandiera polacca e la sciarpa tricolore italiana. L’epopea della Repubblica romana, proclamata il 9 febbraio 1849 e durata neppure cinque mesi, è stata scritta anche da quel pugno di polacchi senza più patria, e da centinaia di francesi, belgi, bulgari, tedeschi, spagnoli, olandesi, ungheresi, americani, svizzeri, inglesi, perfino un finlandese, innamorati degli ideali di libertà, uguaglianza, fraternità della rivoluzione francese. Una brigata internazionale di volontari che, circa un secolo prima della guerra di Spagna, si mobilitò da ogni angolo d’Europa per contribuire alla disperata resistenza di Roma.
 
Di questa pagina del Risorgimento, definita dallo storico G. M. Trevelyan “il più commovente di tutti gli episodi della storia moderna”, si è parlato molto nell’anno delle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità. Brunella Diddi e Stella Sofri, in Roma 1849. Gli stranieri nei giorni della Repubblica (Sellerio, pp. 219, euro 16), hanno scelto un inedito punto di vista per raccontarla, quello delle coraggiose donne e degli impavidi uomini stranieri che parteciparono all’esperienza repubblicana,.
Un piccolo esercito cosmopolita costituito da soldati, intellettuali, artisti, antiquari, professionisti e nobili, che in quei giorni imbracciò i moschetti al comando degli italianissimi Luciano  Manara, Carlo Pisacane, Enrico Dandolo, concludendo le giornate di guerra a cena in osteria, per festeggiare lo scampato pericolo. Una generazione romantica e appassionata, imbevuta del mito classico di Roma, che nei giorni della Repubblica sparò e si ubriacò, s’innamorò, scrisse versi e articoli infiammati, raccolse fondi e dipinse quadri, lasciando poi diari, memoriali, raccolte di lettere, biografie, per documentare quella breve stagione di speranze.
Tra le figure che affollano questo bel saggio, spicca Margaret Fuller, giornalista del New York Tribune, amica di Hawthorne, Thoreau e Emerson. Amante di un nobile italiano decaduto, Giovanni Angelo Ossoli, Margaret all’epoca della proclamazione della Repubblica si trovava già a Roma. Ebbe la ventura di assistere all’assassinio del ministro pontificio Pellegrino Rossi e diventò fin dall’inizio la cronista (di parte) della rivoluzione romana per il suo giornale. In seguito fu tra i responsabili al Fatebenefratelli del servizio di cura dei feriti di guerra diretto dalla principessa Cristina di Belgiojoso, assieme ad Enrichetta Di Lorenzo, compagna di Pisacane.
In una lettera a Waldo Emerson del 10 giugno Margaret racconterà la sua drammatica ma al tempo stesso esaltante esperienza accanto ai feriti: “Ho ricevuto la tua lettera tra il tuono della cannonate e dei moschetti. C’è stata una terribile battaglia qui dall’alba alle ultime luci del giorno. (…) Gli italiani si battono come leoni”. La Fuller sarà anche testimone diretta dell’eroismo delle donne sulle barricate che “raccolgono le palle dei cannoni nemici e le portano ai nostri”.
Anche il pittore olandese Philip Koelman risiedeva a Roma da alcuni anni. Nel 1849 interruppe la sua esistenza di artista bohémien, frequentatore di atelier e caffè, e conquistato dal fiammeggiante Garibaldi, acclamato dalla folla al grido di “evviva il brigante” (come scrive nelle sue memorie), si schierò con i repubblicani assieme agli amici più cari, il fiammingo Victor e il giovane Perequillo, proveniente da L’Avana.
Altri stranieri invece giunsero nell’Urbe in quei giorni di rivoluzione, irrequieti Che Guevara dell’Ottocento che vagavano per l’Europa seguendo la mappa delle rivolte politiche, come lo svizzero Gustav de Hoffstetter, che nel suo diario sui giorni della Repubblica ci regala deliziose descrizioni di Garibaldi, che sedeva sul cavallo “come se vi fosse nato sopra”, e di Anita, che “vestiva all’amazzone” e “portava il cappello alla calabrese con una penna di struzzo”.
Molti volontari stranieri persero la vita sul campo di battaglia, come il polacco Alexander Podulak, l’americano Manuelito e il francese Gabriel Laviron, e ancora ungheresi, belgi, svizzeri. Quanto alle donne, caduta la Repubblica, furono additate dalla Chiesa come “prostitute”. Di questi romantici eroi oggi resta poco, a parte il tempietto fatto edificare da Garibaldi sul Granicolo, dove furono traslate le salme. Ricordare i loro nomi dimenticati, le loro gesta e i loro sogni di libertà, come fanno Brunella Diddi e Stella Sofri, romane del quartiere Monteverde, è un atto meritorio che va rimarcato.
 
(Il Messaggero, 28 febbraio 2012)
 

Il libro dei patrioti trucidati dai Borbone

di Mario Avagliano  

A oltre due secoli dalla gloriosa esperienza della  Repubblica Napoletana, il Pantheon dei Martiri del 1799 torna alla luce, grazie alle ricerche di Antonella Orefice, storica che ha già al suo attivo diversi studi  che hanno contribuito a far chiarezza sulle vite e le imprese di alcuni protagonisti di quell’epopea. 
Composto da 57 fogli di carta pergamena, vergati in lingua latina e greca, il Pantheon è stato ritrovato dalla Orefice tra le preziose carte inedite del fondo archivistico D’Ayala, custodite presso la sede della Società Napoletana di Storia Patria, nel silenzio delle torri del Maschio Angioino, messe a disposizione della studiosa dalla presidente Renata De Lorenzo. Ora viene proposto per la prima volta nel libro Mariano D’Ayala e il Pantheon dei Martiri del 1799 di Antonella Orefice (editore l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici), che sarà presentato il prossimo 13 giugno a Napoli, con la partecipazione della stessa De Lorenzo, autrice della nota introduttiva, e del pm Henry John Woodcock, al quale è stata affidata la prefazione.
 
Il libro della Orefice è dedicato alla figura di Mariano D’Ayala, storico e politico dell’Ottocento, che fu tra i primi a combattere la damnatio memoriae sui fatti del 1799 voluta dai Borbone, divenendo per questo loro nemico ed essendo  condannato dapprima  al carcere e poi all’esilio. D’Ayala, pur tra mille difficoltà, fino a gli ultimi giorni della sua vita non interruppe mai la sua opera di ricerca storica, recuperando documenti, cimeli e memorie sulle Vite dei benemeriti italiani uccisi per mano del carnefici, come è intitolata la sua opera postuma, curata dal figlio Michelangelo .
Uno di questi cimeli è appunto l’opera denominata dal D’Ayala Pantheon, ma il cui titolo originale è Apoteosi dei patrioti. Si tratta di una tavola necrologica nominale, di autore anonimo, risalente al 1799 o ai primissimi anni dell’Ottocento, in cui vengono commemorati i patrioti della Repubblica Napoletana, attraverso la creazione di sarcofagi immaginari su cui è inciso il loro nome seguito da quello di eroi greci o latini e da una citazione tratta dai classici.
Nel volume della Orefice, oltre alla riproduzione completa del Pantheon posseduto dal D’Ayala, viene proposta anche la traduzione di tutta l’opera a cura di Antonio Salvatore Romano. Il manoscritto inizia con un proemio in latino a cui fa seguito una tavola di novantasette nominativi. I primi tre martiri citati, Emmanuele De Deo, Vincenzo Galiani e Vincenzo Vitaliani sono i giustiziati della congiura giacobina del 1794. I fratelli Ascanio e Clemente Filomarino ed il generale tedesco Giuseppe Writz aprono la lunga lista dei giustiziati del ’99, pur se costoro furono uccisi i primi per mano dei lazzari all’alba della Repubblica Napoletana nel gennaio del 1799, mentre il generale Writz cadde nella battaglia di Vigliena il 13 giugno, il giorno che i sanfedisti riuscirono ad entrare in Napoli ed a costringere i repubblicani alla resa.
Seguono, ma non tutti in ordine cronologico di esecuzione, i giustiziati di Napoli nelle pubbliche piazze, alcuni caduti in battaglia, altri giustiziati a Procida nel giugno del 1799. La presenza di alcuni nomi aggiunti alla fine dell’opera, Bernardino Rulli, Vincenzo Porto e Giuseppe Maria Capece Zurlo, personaggi illustri che patirono certamente la reazione borbonica ma non furono condannati a morte, rende chiaro l’intento dell’autore di celebrare i più noti protagonisti della rivoluzione del 1799.
Mariano D’Ayala riportò le epigrafi latine contenute nel Pantheon nel suo saggio Vite degli Italiani benemeriti della Libertà e della Patria, definendo il manoscritto “un documento molto raro scritto da un uomo dottissimo nel greco e nel latino” e attribuendolo, col beneficio del dubbio, ad Antonio Jerocades, abate e poeta italiano. Ad avviso della Orefice, “la supposizione non sembra così azzardata se si pensa non solo all’uomo erudito in lingue classiche, amico di tanti patrioti di quel tempo, ma alla vita stessa dello Jerocades che aveva partecipato con grande coinvolgimento, sin dal 1794, ai moti giacobini napoletani ed aveva fondato la Società Patriottica con Carlo Lauberg, scelte che gli costarono più volte il carcere e poi l’esilio a Marsiglia”.
Una totale messa in discussione sia della genesi che dell’originalità del documento, è stata tentata alla fine dell’Ottocento da un docente privato di Lettere, Alberto Agresti, socio dell’Accademia Pontaniana che, in una memoria pubblicata nel volume XXIX degli Atti della stessa Accademia, ha cercato di ribaltare non solo la presunta paternità dell’opera posseduta dal D’Ayala e da lui attribuita ad Antonio Jerocades, ma anche l’autenticità dello stesso, definendolo “copia di poco valore”, “scorretta ed incompiuta”
Una testi che viene rigettata nel volume curato da Antonella Orefice, grazie a una perizia grafologica sui frontespizi di entrambi i documenti compiuta da Alberto Mario D’Alessandro. Mettendo così fine al mistero del Pantheon dei Martiri e restituendo questo eccezionale documento ai lettori.
 
(Il Mattino, 1° giugno 2012)

Eroe. Il dodicenne romano che fermò la Wehrmacht.

Eroe. Il dodicenne romano che fermò la Wehrmacht. La storia di Ugo Forno, l’ultimo caduto della capitale, proposto ora per una medaglia

di Mario Avagliano 

Roma, ponte ferroviario sull’Aniene. Sui binari di ferro sfrecciano come fulmini i treni rossi dell’Alta velocità. Una pista ciclabile s’inoltra nel verde, accanto al fiume. Sembra lontano il 5 giugno del 1944, quando sotto il sole cocente della primavera romana il dodicenne Ugo Forno, gracile ma vivacissimo, con i capelli scuri e gli occhi azzurri, morì per difendere il viadotto dagli ordigni germanici, mettendo in fuga assieme ad altri ragazzi e ad alcuni contadini i sabotatori della Wehrmacht.  In  memoria di quel suo coraggioso gesto la Presidenza della Repubblica ha avviato la procedura per l’attribuzione della medaglia d’oro al valor civile.

La breve vita dell’ultimo resistente romano è stata raccontata da Felice Cipriani nel saggio “Il Ragazzo del Ponte. Ugo Forno eroe dodicenne. Roma 5 Giugno 1944” (edizioni Chillemi), che sarà presentato il 29 maggio alla Provincia di Roma e sarà nelle librerie all’inizio del prossimo mese. Cipriani, completando il lavoro di ricerca realizzato da Cesare De Simone in “Roma Città prigioniera”, ha recuperato la documentazione conservata presso l’Archivio centrale di Stato di Roma, intervistando il fratello Francesco Forno, il compagno di banco Antonino Gargiulo e altri testimoni dell’epoca.

 Ughetto, nato il 27 aprile del 1932 a Roma dai siciliani Enea Angelo Forno,  impiegato dell’intendenza di Finanza, e Maria Vittoria, abitava al civico 15 di via Nemorense ed era studente al secondo anno, sezione B,  della scuola media “Luigi Settembrini”, che ha la sede accanto al liceo classico “Giulio Cesare” di Corso Trieste.  Amava i fumetti, divorava gli albi di Flash Gordon e del Vittorioso e, come tutti i ragazzi della sua età,  durante il Ventennio aveva vestito la divisa dei Figli della Lupa e dei Balilla. Ma la sua famiglia era animata da sentimenti antifascisti. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, il padre Enea era diventato collaboratore del Fronte militare clandestino diretto da Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, che tesseva le file della resistenza militare e monarchica ai tedeschi nella capitale.

 Quel 5 giugno del 1944, giorno di festeggiamenti a Roma per la liberazione dall’occupazione nazifascista, alle 6,30 del mattino lo studente era già a Piazza Verbano, “Ugo era sereno girava tra le Jeep dei soldati americani, aveva un paio di pantaloncini corti ed una maglietta, con sé non aveva nulla”, ricorda il compagno di banco della scuola elementare. Alle 7,30 Angiolo Bandinelli, che diverrà parlamentare radicale, lo vide  in mezzo a delle persone, tra via Ceresio e via Nemorense, mentre gridava: ”C’è una battaglia, lassù oltre piazza Vescovio! Ci sono i tedeschi, resistono ancora”.

 Ughetto si allontanò verso piazza Vescovio, dirigendosi con altri giovani armati di fucili, tra cui il sottotenente paracadutista Giovanni Allegra,  verso lo strapiombo sull’Aniene. Sotto il ponte gli artificieri della Wehrmacht stavano collocando le cariche esplosive.

Si accese uno scontro a fuoco. Ugo e i suoi amici chiesero aiuto ai contadini della casa colonica e assieme spararono in direzione dei tedeschi. I guastatori della Wehrmacht, sorpresi, furono costretti ad abbandonare l’operazione di sabotaggio.

La loro ritirata fu “coperta” da un mortaio che iniziò a lanciare devastanti colpi verso gli italiani. Il primo colpì Francesco Guidi, figlio del proprietario dei terreni della zona (poi morirà in ospedale).

Ughetto, imbracciando il fucile, alto quasi quanto lui, invitò i compagni a sparare verso il punto da dove si vedeva il fumo provocato dal mortaio. Le schegge ed i spezzoni del secondo colpo ferirono ad una coscia Luciano Curzi e troncarono un braccio a Sandro Fornari, entrambi braccianti. Il terzo colpo fu mortale per il ragazzo, che fu preso alla testa e al petto e stramazzò al suolo morente.

A quel punto i tedeschi bruciarono il deposito di carburanti e fuggirono precipitosamente verso la via Salaria. Proprio mentre arrivavano sul posto due carri armati americani e alcuni gappisti comunisti.

Il sottotenente Allegra si chinò su Ugo e gli chiuse le palpebre sugli occhi sbarrati, avvolgendo il suo corpo esamine in una bandiera tricolore stracciata. Nel taschino gli verrà trovato un santino intriso di sangue.

Il ponte sull’Aniene (che dal 2010 porta il suo nome, su iniziativa meritoria di Ferrovie dello Stato) era salvo, con le micce degli ordigni ancora penzolanti. Ughetto fu l’ultimo caduto della resistenza nella capitale. Viene in mente un parallelo con un altro dodicenne romano, come osserva Paolo Conti nella breve ma incisiva prefazione del volume, “quel Righetto di Trastevere che, nelle ore più tragiche della gloriosa Repubblica Romana del 1849, rimane dilaniato da una bomba francese che lui stesso tenta di disinnescare  come ha già fatto tante altre volte (bastava spegnere la miccia con uno straccio bagnato). Anche Righetto, come Ughetto, lotta contro un invasore”.

Il 27 aprile scorso l’Anpi ha ricordato Ugo Forno al parco Nemorense, in occasione dell’ottantesimo della sua nascita. È sorto anche un sito web (www.ugoforno.it), a cura di Lorenzo Grassi. Ma solo ora, a 68 anni dai fatti, lo Stato si è deciso a riesaminare la domanda di una medaglia di riconoscimento per il piccolo grande eroe, che era stata richiesta nel dopoguerra dal Comitato di Liberazione Nazionale romano. 
  • Pubblicato in Articoli

La Wehrmacht ordinava: uccidi e stupra

 di Mario Avagliano

«In Italia, in ogni posto dove arrivavamo, il tenente ci diceva sempre: “Per prima cosa facciamone fuori qualcuno!”. Diceva: “Allora, fatene fuori venti, così avremo un po’ di calma, che non si facciano strane idee!”. (Risate.) Tutti sulla piazza del mercato, poi arrivava uno con il mitra, rrr-rum, e tutti a terra. Così iniziava. Poi diceva: “Benissimo! Porci!”. Aveva una tale rabbia nei confronti degli italiani, da non crederci». A parlare è tale Sommer, caporale scelto della Wehrmacht. È una delle migliaia di conversazioni rubate dai servizi inglesi e americani grazie alle cimici nascoste durante la seconda guerra mondiale all’interno dei campi di prigionia alleati, registrate su vinile e trascritte in oltre 150 mila pagine di verbali, conservati ora negli archivi di stato di Londra e Washington.
Un campione di questa eccezionale documentazione è riprodotto nel saggio “Soldaten. Le intercettazioni dei militari tedeschi prigionieri degli Alleati”, in uscita nei prossimi giorni per i tipi della Garzanti (pp. 464, euro 24,50), curato in tandem dallo storico Sönke Neitzel e dallo psicologo Harald Welzer e già pubblicato in Germania. Per la prima volta due studiosi hanno potuto esaminare cosa pensavano realmente i soldati tedeschi della guerra. Un lavoro di ricerca straordinario.
 
Tra il 1939 e il 1945 ben diciotto milioni di tedeschi vengono chiamati alle armi nella Wehrmacht. L’interesse di questo saggio è che si tratta di gente comune, non di nazisti convinti arruolatisi nelle SS. Ma il ritratto che emerge da quelle conversazioni è ugualmente agghiacciante. Testimonia l’adesione spontanea alla guerra totale hitleriana di gran parte del popolo tedesco, che rifiutò fino quasi alla fine di credere a una sconfitta del Reich. E dimostra la fondatezza delle tesi di uno storico come Daniel Goldhagen sui “volenterosi carnefici” dell’esercito germanico, non meno violenti dei poliziotti delle SS. Demolendo definitivamente il mito di una Wehrmacht “pulita” e fatta da uomini d’onore, che non partecipò alle stragi di civili e non sapeva nulla della Shoah.
Leggendo i colloqui degli ufficiali e dei soldati tedeschi, che ignorano di essere ascoltati e quindi parlano senza inibizioni, non si può fare a meno di restare turbati, anche a quasi settant’anni di distanza. La brutalità, le torture, gli omicidi, la violenza, come scrivono i due autori, “sono il pane quotidiano di chi parla e di chi ascolta, non sono nulla di eccezionale. I soldati ne parlano per ore, così come discorrono, per esempio, di arerei, bombe, apparecchiature radar, città, paesaggi o donne”.  Parafrasando Hannah Arendt, si potrebbe dire «la normalità del male».
Nei racconti di guerra (di tutti gli eserciti), le storie di fucilazioni, stupri e saccheggi appartengono alla quotidianità: quando se ne parla, non capita quasi mai che si arrivi a un confronto, che ci siano obiezioni di carattere morale o litigi. Ecco cosa dice Heinrich Skrzipek, timoniere dell’U-187: «Lo storpio va soppresso senza dolore. Così si fa. Loro non lo sanno, e comunque non hanno nulla nella vita. Basta però non essere teneri! Non siamo mica femminucce». Anzi, in molte narrazioni gli interlocutori fanno a gara a vantarsi di quella o quell’altra azione brutale.
La violenza sulle donne, ad esempio, è considerata un fatto normale. Parlando con un maresciallo della Luftwaffe degli aspetti turistici della campagna in Russia, un soldato infila un aneddoto terrificante: «belle da morire quelle ragazze. Ci passavamo accanto, le tiravamo dentro il camion, ce le sbattevamo e poi le buttavamo fuori di nuovo. Dovevi vedere come bestemmiavano!». E tra le risate del commilitone, continua a descrivere altri particolari del viaggio.
Anche lo sterminio degli ebrei non è un affare esclusivo delle SS. Dalle conversazioni emerge che molti soldati sono informati nel dettaglio di questi crimini e diverse unità della Wehrmacht partecipano, come esecutori, spettatori, complici, forse ausiliarie, alle fucilazioni di massa di ebrei nelle zone di occupazione. Peraltro la visione biologistica del mondo tipica del nazismo non è rivolta solo agli ebrei e colpisce sia i nemici («Non riesco a considerare i russi delle persone») che gli alleati giapponesi («Le scimmie gialle non sono essere umani, sono ancora bestie») e italiani («sono una razza stupida»).
A parte rare eccezioni (come avviene per i paracadutisti della Folgore), anche i soldati italiani vengono considerati in maniera assai negativa. «Una tragedia», «quegli italiani di merda (…) non fanno nulla», «non hanno nessuna voglia di guerreggiare», «non hanno alcuna fiducia in sé stessi», «se la fanno addosso». Pollice verso per gli ungheresi, considerati uno «schifo», e per gli americani, «vigliacchi e meschini», «rammolliti».
Certo, anche la Wehrmacht non è un blocco monolitico di opinioni e di pensiero. La maggior parte dei tedeschi si dichiara antisemita, ma c’è chi prova indignazione quando gli ebrei vengono fucilati. Alcuni sono antinazisti convinti, ma appoggiano apertamente la politica antiebraica di Hitler. C’è anche chi critica gli eccessi di violenza della Wehrmacht nei confronti dei civili, come il sergente maggiore Barth: «a Barletta hanno chiamato a raccolta la popolazione, dicendo che avrebbero distribuito i viveri, e invece hanno tirato fuori i mitra e hanno sparato, cose del genere hanno fatto. Poi, per strada, strappavano orologi e anelli, come i banditi». Non mancano prese di distanza radicali. Il sottufficiale Czerwenka arriva a dire: «Spesso mi sono vergognato di portare l’uniforme tedesca». Ma sono comunque eccezioni rispetto alla massa, che segue alla lettera, e non di rado ostentando un sottile piacere, i «protocolli del combattere, dell’uccidere e del morire».
 
(Il Mattino, 4 maggio 2012)

Il duce e le donne storia di un'ossessione

 di Mario Avagliano 

Benito Mussolini non era bello, non era snello e neppure alto. Non aveva un portamento elegante e non presentava una sola di quelle particolari caratteristiche che normalmente affascinano il pubblico. Eppure “una gran massa di italiani visse in una sorta di simbiosi psicologica col suo corpo, desiderandolo nella componente femminile, sognando di essere come lui in quella maschile”.
Il sesso come simbolo del potere politico. Anche così il duce ha incarnato il mito della potenza nell’Italia fascista. È la tesi di fondo del bel saggio Dux. Una biografia sessuale di Mussolini (Rizzoli, pp. 439, euro 21), scritto con competenza storica e sapienza narrativa da Roberto Olla, responsabile di Tg1 Storia, autore della fortunata serie di Combat Film.
In questo libro, fresco di stampa, uscito in Inghilterra prima che in Italia col titolo “Il Duce and his women”, si sostiene che il “mussolinismo” (che è cosa diversa dal fascismo) è stato costruito e si è fondato sul mito del suo corpo da contadino padano, con la mascella quadrata e il petto villoso: dalle schegge conficcate nelle sue carni durante la prima guerra mondiale ai muscoli esibiti col piccone in mano durante le demolizioni per aprire a Roma via della Conciliazione.
Alle radici di questo mito c’è il rapporto di Mussolini con le donne. Quattrocento sarebbero, secondo una stima attendibile, quelle “amate” nel corso della sua vita dal duce, che mise al mondo figli legittimi e illegittimi, intrattenendo molteplici amanti, brune e bionde, magre e procaci, di varie nazionalità: “Sono giovani e belle, le prendo, poi non ricordo più né il loro nome né come sono fatte”.
Il racconto di Olla, tutt’altro che pruriginoso anche se non privo di particolari piccanti e virulenti (“le fonti – si scusa l’autore – non permettono di rispettare questa esigenza di eleganza”), parte dall'apprendistato, invero alquanto rude, del giovane Benito nella Romagna contadina del tardo Novecento, da parte di tale Virginia B., come raccontò lo stesso futuro duce: “la presi lungo le scale, la gettai in un angolo dietro a una porta e la feci mia. Si rialzò piangente e avvilita”.
All’inizio Mussolini scelse donne intelligenti e moderne. Due su tutte: la rivoluzionaria ucraina Angelica Balabanoff, che affinò, politicamente e sessualmente, l’imberbe e rozzo Mussolini, e l’ebrea Margherita Sarfatti, coltissima e abile, che con il suo libro Dux esportò il suo Mito a livello mondiale.
Unitosi in matrimonio religioso con Rachele Guidi nel 1925, il duce continuò imperterrito nella sua collezione di donne, consumando gli amplessi davanti alle carte della sua scrivania a Palazzo Venezia, portandole al mare, in barca e in montagna.
Un “furor eroticus” che non ebbe fine neppure quando Mussolini “ufficializzò” il suo rapporto con Claretta Petacci, la donna che lo seguì fino al tragico epilogo di Piazzale Loreto. Claretta sostenne il suo Ben nella bufera della seconda guerra mondiale e di fronte ai segni del declino fisico, gli procurò il miglior afrodisiaco dell’epoca, l’antesignano del moderno Viagra: l’Hormovin, prodotto in Germania.
La “biografia sessuale di Mussolini” è un ritratto impietoso dal quale emerge un uomo politico ch’era preda, come si direbbe oggi, di una forma compulsiva di dipendenza dal sesso, e che porta alla luce ipocrisie, volgarità, aspetti caratteriali e della personalità del Dux, demolendo, se ce n’era ancora bisogno, anche dal punto di vista morale la vulgata buonista del “brav’uomo”.
 
(Il Messaggero, 27 maggio 2012)
 
  • Pubblicato in Articoli

Gramsci. Burattini e burattinai di un arresto

di Mario Avagliano

 
La tragica coda della vicenda politica ed esistenziale di Antonio Gramsci costituisce un appassionante enigma storiografico. A distanza di 75 anni dalla morte del fondatore del partito comunista d’Italia, i punti oscuri sono ancora molti. Dopo l’arresto, fu davvero abbandonato al suo destino da Stalin e Togliatti perché ritenuto troppo ingombrante? E la sua impietosa critica al modello sovietico si spinse fino all’abiura del marxismo, in un quaderno dal carcere rimasto segreto?
Alcuni saggi usciti nelle ultime settimane aggiungono qualche importante tassello alla conoscenza dei fatti. Non mancando di suscitare un vivace dibattito, con Massimo D’Alema che punta il dito su lobbies ed élites tecniche: “La polemica sul Togliatti stalinista e sul Gramsci eretico è falsa e strumentale. Vogliono delegittimare le culture politiche del dopoguerra e i partiti che ne sono gli eredi”.
Per dipanare la matassa, il punto da cui partire – suggerisce Giuseppe Vacca, presidente della Fondazione Gramsci e autore di Vita e pensiero di Antonio Gramsci. 1926-1937 (Einaudi, pp. 367, euro 33) - è la critica ai “compagni” russi. “Voi oggi state distruggendo l’opera vostra”, scrive Gramsci il 14 ottobre 1926, su incarico dell’Ufficio politico del Pcd’I, in una vibrante lettera al Comitato centrale del partito comunista sovietico. Vacca  mette in rilievo  che non si tratta di una semplice accusa di metodo riguardo all’espulsione di Trotzki & Co.: Gramsci segna in modo insanabile e definitivo la sua presa di distanza dalla politica messa in atto da Stalin.
Un mese dopo quel messaggio, l’8 novembre 1926, in violazione dell’immunità parlamentare, Gramsci viene tratto in arresto dalla polizia fascista e rinchiuso a Regina Coeli. Inizia la sua odissea giudiziaria e carceraria. Nel febbraio 1928, mentre si trova nel carcere milanese di San Vittore, riceve una lettera di un dirigente del partito, Ruggiero Grieco, partita da Basilea e guarda caso transitata per Mosca, che lo fa “inalberare” perché “compromettente”, in quanto rivela che è il capo del Pcd’I.
Siamo alla vigilia del processo a ventidue imputati comunisti, tra i quali figurano, oltre a Gramsci,  Umberto Terracini e Mauro Scoccimarro, e il regime è all’affannosa ricerca di elementi di accusa nei confronti del pensatore sardo. La missiva potrebbe essere utilizzata contro di lui. E il giudice istruttore Enrico Macis commenta sardonico: “Onorevole Gramsci, lei ha degli amici che certamente desiderano che lei rimanga un pezzo in galera”. 
A maggio si celebrerà il processo e il pubblico ministero Isgrò concluderà la sua requisitoria con una frase rimasta famosa: «Per vent'anni dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare». Una richiesta accolta dal Tribunale. Quanto abbia contato la lettera ai fini della condanna, è oggetto di discussione. Gramsci, tuttavia, fino all’ultimo sospetterà che dietro a Grieco si nasconda Togliatti.
Su questa lettera di Grieco, definita di volta in volta da Gramsci “strana”, “famigerata” e addirittura “un atto scellerato”, gli storici si sono esercitati da tempo. Vacca, nel suo saggio, esclude la tesi del complotto interno: Togliatti non aveva bisogno di sabotare i tentativi di scarcerazione di Gramsci in quanto Mussolini odiava di suo il comunista sardo e lo stesso Cremlino non aveva alcun interesse a liberarlo, per le sue posizioni eterodosse.
Ma allora chi fu a manovrare Grieco? Luciano Canfora, in un altro libro uscito nelle ultime settimane, Gramsci in carcere e il fascismo (Salerno editore, pp. 304, euro 12), non esclude che questi abbia scientemente cercato di danneggiare Gramsci (e Terracini e Scoccimarro, destinatari di altrettante missive), su mandato dell’Ovra, la polizia segreta fascista. Una pista che sarebbe avvalorata anche dall’imbarazzante Appello ai fratelli in camicia nera redatto dallo stesso Grieco nell’agosto 1936 sulle colonne del periodico “Lo Stato operaio”, nel quale proponeva di far proprio il programma mussoliniano del 1919.
Le tre missive in cui Gramsci parla di Grieco furono in ogni caso eliminate dalla prima edizione delle Lettere dal carcere del 1947. D’altronde Palmiro Togliatti, appena quindici giorni dopo la morte di Gramsci (27 aprile 1937), aveva inviato una direttiva ai compagni comunisti del Centro estero per esortarli a “non prendere nessuna iniziativa di pubblicazione di lettere e altro materiale inedito (di Gramsci) senza accordo con me”.
L’intento censorio era evidente. E infatti l’intera opera di Gramsci fu sottoposta a pesanti tagli da Felice Platone, con la supervisione dello stesso Togliatti. Furono espunti i riferimenti agli eretici Trotzki e Rosa Luxemburg ma anche molti brani di carattere più umano.
Canfora scrive che l’operazione rappresentò in quel momento storico “la sola via che potesse avvicinare quelle pagine a un pubblico più ampio”. Quale che siano stati i reali intenti di Togliatti (Nunzio Dell’Erba, in polemica con Canfora, ritiene che il Migliore volesse “costruire un piedistallo per se medesimo come erede dell’opera di Gramsci, occultando i motivi delle loro divergenze politiche”), vi sono punti ancora da chiarire.
Lo stesso Canfora si dilunga sul ruolo di informatore dell’Ovra che avrebbe svolto l’anarchico Ezio Taddei, nel dopoguerra approdato a Botteghe Oscure. E Franco Lo Piparo, in un altro volume uscito di recente, I due carceri di Gramsci. La prigione fascista e il labirinto comunista (Donzelli, pp. 144, euro 16), avanza l’ipotesi che Togliatti abbia fatto sparire un intero Quaderno, il n. 34, nel quale Gramsci avrebbe preso le distanze dal comunismo tout court. In effetti lo stesso Togliatti fin dall’inizio parlò di 34 quaderni dal carcere, ma ne sono conosciuti (e sono stati pubblicati) solo 33.
Insomma, c’è ancora materia per gli storici. David Bidussa invita ad indagare sulla pista di Cambridge. Dove viveva l’economista Piero Sraffa, che assieme alla cognata Tania Schucht fu la persona più vicina a Gramsci nel periodo della detenzione e dopo la sua scomparsa trasmise a Togliatti le copie delle lettere e dei quaderni. È in Inghilterra la soluzione dell’enigma?
 
(Il Messaggero, 31 luglio 2012)

Mario Avagliano si aggiudica il Premio Fiuggi Storia e il Premio "De Cia" per il libro "Il partigiano Montezemolo

Libri: a Mario Avagliano due premi per “Il partigiano Montezemolo”

(AGI) - Roma, 17 set. - Lo storico e giornalista Mario Avagliano si e' aggiudicato due prestigiosi premi letterari con il suo ultimo libro "Il partigiano Montezemolo" (Dalai editore), una biografia minuziosa e commovente del capo della resistenza militare e monarchica nella Roma del 1943-44, che colma una lacuna nella storiografia sulla Resistenza. Si tratta del Premio "FiuggiStoria 2012", promosso dalla Fondazione Levi-Pelloni, come migliore biografia dell'anno, e del Premio "Gen. Div. Amedeo De Cia", promosso dall'Istituto bellunese di ricerche sociali e culturali, per i saggi di storia militare. Un doppio riconoscimento ad un saggio di grande successo di pubblico e di critica, recensito dai principali quotidiani e media nazionali e giunto in pochi mesi gia' alla seconda edizione. 

Aldo Cazzullo, sul Corriere della Sera ha scritto che si tratta di "una biografia che non indulge mai alla retorica o all'agiografia, tenendo ferma la barra di una ricostruzione puntuale e documentata in ogni dettaglio, come e' testimoniato dal ricco apparato di note. Ne viene fuori un libro di storia scritto con il rigore dello specialista e con freschezza narrativa. Insomma, un 'romanzo' non romanzato, che svela un eroe italiano di prima grandezza, che se non fosse stato trucidato alle Fosse Ardeatine, sarebbe stato senza ombra di dubbio un protagonista dell'Italia del dopoguerra". E lo storico Mimmo Franzinelli ha aggiunto che "questa documentatissima biografia rimedia a un'ingiustificata trascuratezza e reinserisce la figura di Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo nel circuito storiografico". (AGI)

  • Pubblicato in News
Sottoscrivi questo feed RSS