Intervista a Sabino Cassese

di Mario Avagliano
 
Il massimo esperto dello Stato e della burocrazia italiana è un salernitano, il professor Sabino Cassese, figlio dello storico Leopoldo. Già ministro per la Funzione Pubblica nel governo guidato da Carlo Azeglio Ciampi, Cassese conduce da almeno trent’anni una coraggiosa battaglia per la riforma della pubblica amministrazione. Da Roma, dove vive e insegna (è titolare della cattedra di Diritto Amministrativo nella facoltà di giurisprudenza dell'Università "La Sapienza"), parla con “poco rimpianto” della Salerno degli anni 40-50 e loda invece la città di oggi: “E’ rifiorita”.
 
Lei è salernitano, però all’anagrafe risulta nato ad Atripalda.
Mio padre Leopoldo era irpino, originario di Atripalda, e io sono nato lì, ma quando avevo appena un mese di vita ci siamo trasferiti a Salerno.
Come mai?
Mio padre lavorava già da tempo a Salerno, era Direttore dell’Archivio e poi diventò anche professore di archivistica.
Che ricordi ha di Salerno negli anni della sua infanzia?
Beh, ricordo soprattutto la guerra, la città sventrata dai bombardamenti, lo sbarco degli Alleati. Ovviamente tutti questi avvenimenti erano visti da me con gli occhi di un ragazzo di sette anni. Voglio dire che per me erano avvenimenti paurosi ma anche avventurosi, anzi il lato dell’avventura spesso prevaleva, anche se talvolta nei volti degli adulti leggevo un timore vero. 
Per esempio quando?
Una volta, durante i primi bombardamenti dal mare, eravamo nel rifugio della Prefettura. Le bombe caddero proprio accanto a noi. Il giorno dopo scoprimmo che il rifugio parallelo al nostro era stato distrutto e tutti gli occupanti erano morti.
Nel dopoguerra Salerno tornò a nuova vita. Com’era la città di allora?
Era una città piccola e anche molto provinciale. Tutta la vita mondana era concentrata nella passeggiata di via dei Mercanti. Il lungomare fu completato solo più tardi. Non c’erano grandi fermenti culturali. Mi è rimasto impresso che quando andavo alla Biblioteca provinciale, era complicatissimo  prendere in prestito qualche libro.
Qualche anno dopo lei si ritrovava sui banchi del Liceo Tasso.
Ero nella sezione A. Ebbi la fortuna di avere grandi professori: Guercio, che insegnava italiano e latino, la signora Amendola faceva matematica e Coppola mi iniziò al greco. Coppola era un vero personaggio, era allievo di Perrotta ed estimatore di Gentili.
Chi erano i suoi amici?
Tanti nomi li ho dimenticati. Si dice che chi ha avuto un’infanzia felice, ricorda poco di quel periodo. Comunque mi vengono in mente Enzo Barba, Enrico Vignes, i figli del preside Di Palo del Liceo Scientifico.
Prima di andare via da Salerno lei partecipò all’esperienza del “giornale parlato”, alla Libreria Macchiaroli di Piazza Malta.
Fu un’iniziativa interessante. Mi ci portò mio fratello Antonio, poi docente di diritto internazionale all’Università di Firenze e presidente del Tribunale internazionale sui crimini di guerra in Jugoslavia. Ma allora la vivacità culturale di Salerno era limitata a poche persone.
Nel ’52, a diciassette anni, lei s’iscrisse alla Normale di Pisa.
Era il primo anno che veniva bandito un concorso per il settore giuridico. Vinsi il concorso e così feci le valige per la Toscana.
Un bel salto per un adolescente.
Pisa era molto chiusa come città, solo che allora a Salerno c’era solo la città, a Pisa c’era la città e c’era la Normale.
E com’era l’ambiente della Normale?
Un ambiente vivacissimo sia dal punto di vista culturale che da quello politico. Nel 1953 fu approvata quella che poi fu definita la legge elettorale “truffa”. L’atmosfera era molto eccitata.
Salerno le mancava?
Allora il trasferimento in un'altra regione d’Italia era molto più difficile di adesso. La differenza di accento pesava, anche perché la tv non c’era ancora e non aveva contribuito, come ha detto De Mauro, a creare un linguaggio omogeneo nel Paese. Io però mi sono integrato bene. Appartengo alla categoria dei meridionali “traditori”, quelli che bruciano le tende e guardano avanti al futuro. Salerno è una città che apprezzo e che amo, ma mi sento un cittadino d’Italia.
Dopo la laurea e l’inizio della carriera come docente universitario, è diventato quasi subito uno dei protagonisti della battaglia per la riforma dello Stato. A trent’anni dalle sue prime riflessioni su questo tema, che cosa è cambiato?
Il fumo è stato tanto, l’arrosto è stato meno del fumo. 
Partiamo dall’arrosto.
Per certi versi ci siamo messi al passo con l’Europa. Il numero dei ministeri, che era intorno a 25, è stato ridotto della metà. L’amministrazione è meno pesante e costosa, grazie al contenimento della crescita dei dipendenti. Il rapporto di lavoro, che era dominato dallo statuto pubblicistico, ora è privatizzato. Funzionari di tutti i ministeri partecipano quotidianamente alle riunioni che si tengono a Bruxelles.
E il fumo?
I ministeri sono diminuiti ma sono rimasti dei complessi mastodontici. Le strutture interne dei ministeri si sono moltiplicate, invece di ridursi. Molte semplificazioni sono rimaste sulla carta, o hanno ulteriormente complicato il lavoro amministrativo. 
A cambiare lo Stato ci ha provato anche lei, da ministro del governo Ciampi. Che cosa ricorda di quell’esperienza?
E’ stato un periodo difficile e felice. Difficile perché il nostro Stato  attraversava il momento di maggiore crisi, Tangentopoli, il Parlamento degli inquisiti, il governo tecnico… Felice perché si è potuto lavorare come in pochi altri momenti della storia italiana, con una certa indipendenza dagli interessi di partito e di fazione e con la guida di una personalità come Ciampi, di qualità superiore, capace di fissare un disegno e di lavorare insieme agli altri per realizzarlo. Abbiamo varato tante riforme, ma molte sono state disfatte dai governi successivi.
Ora al suo posto c’è un altro salernitano, il ministro Mazzella. Qual è il suo giudizio sul suo operato?
Troppo presto per giudicare. Il primo bilancio però mi sembra positivo, ha fatto due o tre scelte ottime, come fare un passo indietro sullo spoil-system e provare a dare una sistemazione al problema delle autorità indipendenti.
Qual è l’elemento che frena la riforma della pubblica amministrazione?
Io credo che molto vada imputato a quel fenomeno che avevo già descritto nel 1971 nel mio libro Questione amministrativa e questione meridionale, e che peraltro era stato studiato da Salvemini. Mi riferisco alla meridionalizzazione dello Stato, che è il risultato e il simbolo della debolezza della pubblica amministrazione italiana. 
Cioè?
Il risultato perché nel Mezzogiorno non ci sono imprese e quindi il lavoro nello Stato è lo sbocco naturale della gran parte dei meridionali. Il simbolo perché i meridionali sono persone nelle cui vene non è mai entrato il sangue di coloro che si svegliavano con le sirene delle fabbriche.
E che c’è di negativo in questo?
Lo Stato italiano è stato impregnato della cultura meridionale, che è una cultura contadina, crociana, hegeliana, di matrice idealista. La conseguenza è che nei gangli della pubblica amministrazione non è penetrata la cultura delle fabbriche, della razionalità tayloriana, quel tipo di cultura che sa valutare i tempi e i costi. Negli ultimi anni qualcosa è cambiato, ma ancora troppo poco.
Lei ha toccato il tema della questione meridionale. Esiste ancora una questione del Mezzogiorno e come si fa, secondo lei, a superare il gap atavico tra Sud e Nord?
Il Sud può rinascere solo se smette di lamentarsi. Prenda la questione delle banche, sembra di sentire in queste settimane le parole di Nitti che accusava il Nord di “spolpare” il Mezzogiorno. Basta con queste lamentele. Il Sud deve cominciare a fare con le sue mani.
Una visione che lascia poco spazio alla speranza.
No, niente affatto. Una parte del Sud ce l’ha già fatta: la Puglia, la Basilicata. E’ soprattutto la nostra Campania ad annaspare. L’entroterra di Napoli è in condizione penose.
A proposito di Campania, che giudizio da’ della Salerno di oggi?
Senza voler sembrare esagerato, direi che in scala ha avuto la stessa evoluzione di una città come Washington. Ricordo che Washington negli anni Sessanta era una piccola città di provincia. Adesso è la capitale di un Impero. Anche Salerno è cambiata profondamente. Ora è piena di vita, è ricca di iniziative culturali, di conferenze…
La trovata cambiata anche fisicamente?
Salerno è rifiorita, ha ritrovato quella dimensione che aveva perduto. Le ultime volte che sono andato a Salerno sono rimasto impressionato dalla rinascita fisica dei luoghi. In Italia non si da’ grande rilevanza a questo aspetto, lavoriamo in città sporche, in università fatiscenti, invece i luoghi sono importanti, determinano gli uomini.
Una volta tanto c’è un’amministrazione pubblica meridionale che funziona?
Salerno è una splendida eccezione. Ma quando una città rifiorisce, non è merito solo della pubblica amministrazione, è anche la società che si è rimboccata le maniche.
 
(La Città di Salerno, 18 maggio 2003)
 
Scheda biografica
 
Sabino Cassese è nato ad Atripalda (Avellino) il 20 ottobre del 1935, ma ha trascorso la sua infanzia e adolescenza a Salerno. Ha frequentato il Liceo Tasso e poi si è laureato in giurisprudenza all’Università di Pisa dove è stato allievo del collegio giuridico della Scuola Normale Superiore. Titolare della Cattedra di Diritto Amministrativo nella facoltà di giurisprudenza dell'Università di Roma "La Sapienza", è dottore "honoris causa" delle Università di Aix-en-Provence, Cordoba (Argentina), Toledo, Macerata, Atene e Parigi. Già Ministro per la Funzione Pubblica nel governo Ciampi (1993-1994), dirige il "Giornale di diritto amministrativo” e la "Rivista trimestrale di diritto pubblico" ed ha curato il Trattato di diritto amministrativo (2000). Tra le sue opere recenti: Maggioranza e minoranza - Il problema della democrazia in Italia (1995), Lo Stato introvabile (1998), La nuova costituzione economica (2000), Casi e materiali di diritto amministrativo (2001), Manuale di diritto pubblico (2001), La crisi dello Stato (2002), Lo spazio giuridico globale (2003). 

 

Intervista al Ministro Gasparri

di Mario Avagliano
 
“Ho molto a cuore la mia terra”. Maurizio Gasparri, 46 anni, ministro delle Comunicazioni del Governo Berlusconi, è romano di nascita ma i suoi genitori vivono a Cava de’ Tirreni e nelle sue vene scorre sangue cavese da parte di madre e di Roscigno, nel Cilento, da parte di padre. Intervistato da la Città, Gasparri afferma di essere fiero delle sue radici salernitane: “Rivendico sempre la mia origine, con orgoglio e con determinazione”. E rivela che i suoi inizi politici e giornalisti risalgono proprio ai tempi delle sue estati a Cava quando, insieme al fotografo Emilio Palumbo e al generale Demitri, curava le pubblicazioni del “Libretto Tricolore”. Poi loda il sindaco di Cava Alfredo Messina (“l’ho appoggiato anche quando all’interno della destra c’erano discussioni”) e critica invece l’attuale amministrazione di Salerno che, a suo giudizio, procede “un po’ faticosamente”.
 
Ministro Gasparri, che rapporto ha con Cava de' Tirreni?
Al tempi dell'infanzia i miei genitori si erano già trasferiti nella capitale. Tutte le estati e le festività, però, le ho trascorse a Cava de' Tirreni. Con questa città ho sempre vissuto un rapporto fatto di intense frequentazioni. Lì sono nate tante amicizie che ancora oggi conservo.
Cosa ricorda delle estati a Cava, a Vietri sul Mare e ad Amalfi? Chi erano i suoi amici di allora?
Ricordo le preoccupazioni per il mare di Vietri che cominciava ad essere inquinato, e il traffico sulla costiera, aggravato dalla ristrettezza delle strade. Ma ricordo anche la bellezza di quei luoghi che amo e visito frequentemente. Molti ragazzi che conoscevo allora, oggi sono diventati professionisti, dirigenti di banca, commercianti. Alcuni di loro erano figli di amici di famiglia. Una circostanza che faceva spesso incrociare le nostre frequentazioni con quelle dei rispettivi genitori e che tuttora si ripete.
Com'è nata la passione per la politica?
Dai tempi della scuola mi sono sempre interessato alle proposte della destra. Seguivo i dibattiti televisivi e leggevo i giornali che trovavo a casa. Al Ginnasio, poi, ho fatto la mia scelta di militanza diretta nel Fronte della Gioventù. E' nata così una passione per la politica che alimentavo anche d'estate, quando trascorrevo le vacanze a Cava de' Tirreni, dove cominciai a scrivere i primi articoli su alcune pubblicazioni realizzate dal fotografo Emilio Palumbo. Oggi, sono rimasto amico del figlio Fortunato, esponente locale di Alleanza Nazionale. Insieme a lui e ad altri lavoravamo al "Libretto Tricolore", si chiamava così, che aveva come riferimento il generale Demitri, figura prestigiosa del posto, patriota autentico. Anche il generale dava il suo contributo alla pubblicazione che poi portavo a Roma per diffonderla la domenica mattina, davanti alle chiese, con altri giovani del Fronte.
Lei è stato un leader del Fronte della Gioventù e del Fuan, nel quale ha militato insieme al salernitano Enzo Fasano…
Fasano lo conosco da alcuni decenni, fin da quando militavamo nel Fronte della Gioventù. E' un uomo leale, un amico vero, prima ancora che una persona con la quale condividere l'impegno politico. Nella nostra comunità politica l'amicizia è un valore.
Fini e Almirante. Cosa ha imparato da loro?
Fini l'ho conosciuto agli inizi degli anni '70 a Roma, quando era ancora nel Fronte della Gioventù, prima che diventasse Segretario Nazionale. Si può dire che siamo cresciuti insieme, anche se ha qualche anno in più di me. Forse da lui non ho imparato la capacità di raffreddare le passioni. Anche lui ha ideali molto profondi, però riesce a gestire meglio le sue posizioni e le sue valutazioni rispetto a me che, invece, difficilmente riesco ad evitare di dire sempre con franchezza quello che penso. Questo atteggiamento a volte risulta positivo ma, spesso, può anche rischiare di diventare inopportuno. Comunque sono fatto così e difficilmente cambierò a questo punto della vita.
E Almirante?
Da Giorgio Almirante ho imparato tante cose. Lui resta un leader importante e di prestigio. C'è un suo insegnamento che, in particolare, cerco di praticare ogni giorno: la dedizione al partito, la generosità verso i militanti, l'infaticabile disponibilità a girare per tutta l'Italia tra la nostra gente.
Gasparri ha un passato di politico ma anche di giornalista.
E' una passione che, insieme alla politica, coltivo da quando ero giovane. Mi vengono in mento gli anni dei primi giornali, di Dissenso, la pubblicazione del Fronte della Gioventù, che curavo insieme ad altri amici. Lavoravamo di notte con grande entusiasmo ed aspettavamo in tipografia che fosse completata la stampa. Poi sono seguiti gli anni del Secolo d'Italia, dove sono stato praticante, redattore e, dopo dieci anni, condirettore. Vedo molti giovani che si affacciano alla professione. Il loro approccio al giornalismo è diverso da quello della mia generazione. Oggi si hanno a disposizione strumenti che all'epoca nemmeno potevamo immaginare. C'è internet che offre la possibilità di ricevere e lanciare in rete notizie coprendo le distanze in tempo reale...
Nel 1994 Gasparri diventa Sottosegretario all'interno dei I Governo Berlusconi. Sette anni dopo è nominato Ministro delle Comunicazioni del Il Governo Berlusconi. Che differenze ci sono?
Quando sono diventato Sottosegretario all'Interno sembravo un terrestre approdato su Marte. Mi sentivo estraneo a quell'ambiente, a quella struttura, al potente apparato. Ho fatto ricorso alla mia esperienza politica e, nonostante la brevità dell'incarico, di quel periodo è rimasto un ricordo positivo. Da Ministro delle Comunicazioni avverto un senso di responsabilità sicuramente maggiore. Mi sono posto come obiettivo primario il riassetto dei sistema radiotelevisivo. Bisognava fare una legge che tenesse conto delle innovazioni tecnologiche offerte dalla ricerca. Internet veloce, la banda larga, il digitale terrestre, sono ormai delle realtà con le quali dovremo confrontarci. 
Il suo disegno di legge garantisce il pluralismo?
Il pluralismo dell'informazione è un obiettivo che deve poter contare su una normativa moderna e dinamica che tenga conto delle esigenze di tutti gli operatori ma anche del pubblico di casa. Con la mia legge ho voluto dare un segnale preciso che viene ripreso anche dal Contratto di Servizio sottoscritto dallo Stato e dalla Rai. E' un primo passo. Altro resta da fare, non è stato facile vincere l'ostruzionismo dell'opposizione ma, posso affermare, che siamo ormai in dirittura di arrivo.
Le polemiche delle opposizioni sono pretestuose o, come dice il Presidente della Commissione Europea Prodi, in Italia esiste davvero un problema di pluralismo dell'informazione?
L'Italia è all'avanguardia nel settore delle telecomunicazioni. E non lo dico per autocelebrarci. Francia e Germania hanno espresso il loro plauso per il lavoro finora svolto e vedono nel nostro Paese un riferimento sicuro. Vogliamo realizzare un'informazione a più voci che segni la discontinuità rispetto al sistema monocorde che proprio il centrosinistra di Prodi aveva voluto e consolidato.
Il Presidente della Rai, Lucia Annunziata, che tra l’altro ha origini salernitane come lei, è molto critica sulla Legge Gasparri.
Con Lucia ho un antico rapporto di amicizia. La stimo anche se comprendo che la sua idea politica la porti talvolta a privilegiare posizioni ideologiche piuttosto che un'adeguata analisi di merito.
Che cosa si porta dietro Gasparri delle sue radici salernitane?
Rivendico sempre la mia origine con orgoglio e con determinazione. Il nostro Sud è ricco di presenze, di proposte, di intuizioni. Per la potenzialità che riesce a esprimere non dovrà mai più vivere una condizione di subalternità psicologica e culturale rispetto ad altre regioni d'Italia.
I suoi legami con la terra d'origine sono forti anche perché i suoi genitori vivono a Cava de' Tirreni…
Vivono a Cava ma vengono frequentemente a Roma. Spesso li raggiungo. Tanti amici e parenti consentono loro di affrontare la vita quotidiana con serenità. I genitori restano un riferimento importante. Ogni giorno li chiamo per scambiare idee, impressioni.
Conosce il Sindaco di Cava, Alfredo Messina?
Lo conosco e lo apprezzo. Alfredo Messina è un uomo concreto, sincero, operoso e l'ho sostenuto, anche quando, all'interno della destra, c'erano discussioni. Poi hanno condiviso tutti le mie indicazioni. Adesso, quando posso, ascolto le sue problematiche e cerco di dare il mio contributo.
Quali sono gli amici di partito o di coalizione che operano a Salerno o in provincia che stima di più?
Ce ne sono tanti che per elencarli tutti bisognerebbe realizzare un inserto. Nomi non ne faccio per non creare equivoci. Conosco parlamentari bravissimi e militanti da decenni.
Salerno è cambiata in meglio o in peggio negli ultimi anni?
E' una città che sicuramente ha fatto registrare dei miglioramenti. Credo che attualmente l'Amministrazione proceda un po' faticosamente. Ma rispetto tutti, indipendentemente dalle posizioni culturali e politiche, la correttezza dei rapporti viene prima di tutto. Per valutazioni di altra natura ci saranno tempi e modi.
Potrebbe candidarsi prima o poi in un collegio del salernitano?
Mi sono sempre candidato a Roma e l'ultima volta ho abbinato anche il collegio calabrese. Non ho mai preso in considerazione candidature salernitane. Le elezioni sono lontane e ho molto a cuore questa terra. Non vorrei creare angosce in qualcuno con annunci intempestivi e, tutto sommato, infondati.
 
(La Città di Salerno, 26 ottobre 2003)
 
Scheda biografica
 
Maurizio Gasparri nasce il 18 luglio del 1956 a Roma. Durante l’infanzia e l’adolescenza trascorre tutte le vacanze e le festività a Cava de’ Tirreni, città d’origine della madre. Si forma attraverso studi classici e presto è assorbito da due forti passioni: il giornalismo e la politica.
Diventa giornalista-professionista dopo aver diretto i periodici "Dissenso" e "All’Orizzonte", per approdare, successivamente, al quotidiano politico "Secolo d’Italia", dove ricoprirà il ruolo di condirettore. Autore di numerosi saggi è anche coautore, con Adolfo Urso, de "L’età dell’intelligenza", testo dedicato all’analisi della società basata sull’informazione, pubblicato nel 1984. 
L’attività politica lo vede impegnato nel Fronte della Gioventù e, successivamente, nel Fuan-Destra Universitaria. In entrambe le organizzazioni fa rapidamente carriera, diventando presidente nazionale.
Nel 1988, quando Gianfranco Fini diventa per la prima volta segretario del MSI, Gasparri è tra i quadri dirigenti del partito. Nel 1992 è eletto alla Camera nelle liste del Movimento Sociale Italiano e, due anni dopo, viene riconfermato deputato di Alleanza Nazionale. Nel 1994, durante il primo governo Berlusconi, riveste la carica di Sottosegretario all’Interno.
Nel 1995 è nominato coordinatore dell’Esecutivo politico di AN. Rieletto deputato alle elezioni politiche del 1996, viene nominato Vice Presidente del Gruppo parlamentare di Alleanza Nazionale alla Camera dei Deputati.
Nell’ultima campagna elettorale del maggio 2001 è eletto in Calabria, capolista nel collegio proporzionale della Camera. Nel secondo Governo Berlusconi, è chiamato a rivestire la carica di Ministro delle Comunicazioni.
Gasparri vive  a Roma, con la moglie Amina Fiorillo e la figlia Gaia, di sei anni.

 

Renata Fusco - Renata, da Cava arriva una stella dalla voce magica

di Mario Avagliano
 
Nel firmamento delle stelle del musical in Italia, accanto alle due bionde Lorella Cuccarini e Loretta Goggi, brilla anche la bruna Renata Fusco, di Cava de’ Tirreni, il fascino mediterraneo, 33 anni ("sono nata il 20 luglio del ‘69, nella notte dell’allunaggio, forse per questo sono lunare e anche un po’ lunatica"), premiata nel 1999 con il prestigioso premio IMTA come migliore performer femminile. Dopo i successi di Grease, Hello, Dolly! e Dance, il contratto con la Disney come "voce" delle colonne sonore dei film di animazione e l’incontro "magico" con il teatro tridimensionale di Roberto De Simone, la poliedrica ballerina, cantante e attrice si appresta ad interpretare la madre di Mosè nel nuovo musical I Dieci Comandamenti, reduce da uno straordinario trionfo di pubblico in Francia, che debutterà il 9 marzo a Milano e il 20 aprile a Roma. E da Napoli, dove va in scena al Trianon nel ruolo di una soubrette-prostituta di varietà, in Eden Teatro di Raffaele Viviani, per la regia di De Simone, racconta il ruolo chiave della madre Clara Santacroce nella sua carriera ("mi ha fatto crescere con la musica e mi ha sempre incoraggiato"), lancia l’idea di inserire il Teatro Verdi di Salerno nel grande circuito del musical italiano e rivela che presto sposerà un misterioso salernitano del quale, però, protegge l’anonimato.
 
Il suo percorso artistico iniziò a 6 anni, studiando danza classica al Ballet Studio di Cava diretto da Mimmo Cappiello.
Il primo anno di danza, per la verità, l’ho svolto a Napoli, alla scuola di Mara Fusco. Ricordo che lì prendevano solo bambine che non avevano frequentato altre scuole. Dopo la prima lezione, la Fusco chiamò mia madre e le disse che era stata scorretta. Un equivoco che si chiarì subito. In realtà io ho una musicalità innata. Avevo imparato i primi passi di danza da sola, mentre mia madre suonava al pianoforte.
L’anno dopo la sua famiglia si trasferì a Cava…
E io m’iscrissi al Ballet Studio. Mi sono diplomata lì, con Cappiello, tenendo i saggi ogni anno al Teatro Verdi di Salerno, tra una versione di greco e una di latino al Liceo Classico "Marco Galdi". Poi, a 18 anni, nel corso di uno stage ad Amalfi, sono stata scelta da Margherita Trajanova per un corso di perfezionamento di due anni al Teatro San Carlo di Napoli.
Contemporaneamente si dedicava al canto.
Presi lezioni di canto lirico a Napoli, a Piazza Dante, con il maestro Aldo Reggioli. All’inizio odiavo il canto. Fu mia madre a spingermi a studiare. "Devi diventare un’artista completa", diceva. Aveva ragione. Al concorso di prima scrittura indetto dal Teatro Comunale di Firenze, con mia grande sorpresa arrivai addirittura finalista. Reggioli sosteneva che ero incredibilmente dotata per il canto, e voleva che io lasciassi la danza.
La sua prima volta sul palcoscenico?
A parte i saggi di fine anno, mi esibivo a Cava negli spettacoli organizzati da mia madre, che aveva fondato l’associazione Ars Concentus. Ricordo in particolare la messa in scena di un bellissimo lavoro su Leopardi e Chopin.
Come avvenne l’incontro con il musical?
Per caso. Era il 1990 e nella classe di canto di Reggioli, c’era un collega che insegnava a Tolentino. Parlò di me a Saverio Marconi, che stava tenendo i provini per A Chorus Line e questi, qualche giorno dopo, mi chiamò a casa e mi invitò a Roma. Quando partii con mia madre dalla stazione di Salerno, non sapevo che mi avrebbero scritturata e che sarei stata lontana da casa per nove mesi. Dio, che colpo fu per i miei!
Cominciò allora la sua passione per questo genere teatrale?
Più che di passione, parlerei di innamoramento folle. Un amore che devo a Saverio e anche al fatto di aver cominciato proprio con A Chorus Line, il primo musical prodotto in Italia, che per noi addetti ai lavori rappresenta una sorta di teatro nel teatro. Furono due anni di scuola, di tirocinio, in giro per i teatri italiani, con grande successo di pubblico. Grazie a quell’esperienza straordinaria, ho acquisito un metodo di lavoro che mi serve ancora adesso.
Diede addio alla danza?
Addio proprio no. La danza mi ha dato e mi da’ moltissimo. Soprattutto la corporeità, la naturalezza di usare il corpo nella recitazione e nel canto. Per molte persone, invece, il corpo è un impaccio.
Dopo A Chorus Line, seguirono altri musical e nel ’95 il debutto nell’operetta, con L’Acqua Cheta e Il Paese dei Campanelli.
Lì ho messo a frutto la mia preparazione di cantante lirica. Mi piace sperimentare generi diversi.
Nel ‘97 è arrivato il consenso unanime del pubblico e della critica, con il personaggio di "Rizzo" nel musical Grease, al fianco di Lorella Cuccarini.
Un’avventura bellissima, che è durata tre anni. Ho lavorato con una professionista eccezionale come Lorella, che è diventata mia amica e mi ha insegnato tanto dal punto di vista soprattutto dell’approccio con il lavoro, della costanza, dell’umiltà e della semplicità. Quella di Grease era una squadra straordinaria, con artisti del calibro di Giampiero Ingrassia, Amadeus, Mal, il salernitano Michele Carfora. E’ stato un successo incredibile: a Milano e a Roma abbiamo fatto repliche per 10 mesi… Ci siamo fermati solo perché Lorella nel frattempo era rimasta incinta.
L’interpretazione del personaggio di "Rizzo", che gioca a fare la dura, ma in realtà è soltanto una ragazza come tante altre, bisognosa d'amore e di coccole, le è valsa anche il premio come migliore performer femminile di musical.
Il ruolo di Rizzo è quello che amo di più, e vi sono legata in modo quasi possessivo. Ma quando ho saputo del premio, non ci potevo credere. Mi è scappato di dire: "Ma come, ho vinto proprio io!".
Subito dopo, sempre nel ’99, incontrava un’altra grande artista, Loretta Goggi, in Hello, Dolly!
La Goggi è un grande talento. Io credo che una brava interprete debba saper anche "rubare" il mestiere ai colleghi più esperti, nel senso di osservarli sul palcoscenico e di imparare. Io ho "rubato" molto da lei…
Ha "rubato" anche da Roberto De Simone?
De Simone è geniale, è inarrivabile. Concepisce il copione come una partitura musicale, non a caso definisce la regia come una "messa in scena". Mi ha dato tantissimo, soprattutto la consapevolezza di essere un’artista che in scena può creare delle cose, e non una semplice pedina di uno spettacolo. In questi tre mesi passati con lui a Napoli sono cresciuta molto. Mi ha messo di fronte a una nuova Renata, con pochi semplici input. Credo di aver avuto una gran fortuna a lavorare con lui e ad essere una delle sue "perle".
In mezzo agli spettacoli di lirica e di jazz, con l’omaggio a Bill Holiday, alle operette e ai musical, lei si è ritagliata uno spazio anche come una delle doppiatrici ufficiali della Disney in Italia.
Il doppiaggio cantato dei film di animazione è uno dei miei grandi amori. Quand’ero piccola, imparavo a memoria le canzoni degli Aristogatti, di Cenerentola, e sognavo di cantare per la Disney. Un sogno che si è realizzato a partire dal ’97. Ho cantato ne: "La bella e la bestia, un magico Natale"; "Il re leone II"; "La spada magica"; "La sirenetta II"; "Il principe d’Egitto II", fino ai recentissimi "Peter Pan ritorno all’isola che non c’è" e "Cenerentola II". Devo dire che lavorare per i bambini è davvero gratificante!
E’ vero che nel suo camerino porta sempre un pezzo di casa?
So che è un poco triste, ma in tournée ho un beauty che mi segue dappertutto, con le foto dei miei genitori e di coloro che amo, e tanti animaletti-amuleti, come le rane.
Come ha vissuto il distacco dalla sua terra?
Ho sempre avuto nostalgia di Cava, del sole, del mare della costiera, anche se all’inizio, lo confesso, ho provato una sorta di amore-odio per la mia città. Quando tornavo, mi sentivo un uccello in gabbia. D’altronde quando sei cresciuta in un piccolo centro e poi ti trasferisci in ambienti dove ti offrono la luna e riesci anche ad afferrarla, ritornare nel paesello è difficile e ti confonde. Il successo può sbalestrare…
E’ accaduto anche a lei?
Io sono rimasta una ragazza semplice di Cava de’ Tirreni, che quando torna dai suoi, va in piazza a fare un giro. Ho cercato di mantenere un equilibrio tra la persona che sta sul palcoscenico e viene acclamata dal pubblico e la persona che sta fuori. Il mio mestiere è bellissimo e noi artisti siamo fortunati perché ci divertiamo. Non a caso in inglese recitare si dice to play. Ho imparato perciò che non bisogna accanirsi nella ricerca del successo. Il successo è una cosa che arriva all’improvviso e, così come arriva, può anche andarsene.
Una "ragazza" che è legata anche artisticamente a Cava e a Salerno.
Sto tentando di fare qualcosa di buono anche nella mia terra. Dal ’96 sono la voce del gruppo salernitano di musica medioevale e rinascimentale "Antica Consonanza", animato da tre storici e musicisti bravissimi, Alfredo Lamberti, Guido Pagliano e Gabriele Rosco, con i loro strumenti d'epoca. Abbiamo inciso anche un cd: "La leggenda di Tristano e Isotta". E poi aiuto mia madre nella scuola "Laboratorio Arte Tempra", che sta sfornando molti giovani talenti...
Come Valeria Monetti, che dopo "Saremo famosi", è stata chiamata nel cast del musical "Sette spose per sette fratelli"…
Valeria è stata con noi sette anni. Le ho dato anche qualche lezione. E’ brava ed era tra gli elementi di spicco della scuola. Ma ce ne sono anche altri che possono emergere e avere successo... Comunque, senza nulla togliere a Valeria, non posso nascondere che sono contraria a trasmissioni come il Grande Fratello, Operazione Trionfo o Saranno Famosi, che catapultano sulla scena, da protagonista, gente che spesso non è preparata adeguatamente. E’ mortificante per chi ha fatto la gavetta e lavorato sodo. E poi, attenzione, lo sforamento della tv nell’ambito teatrale alla fine può inquinare il musical e far perdere qualità e spettatori.
L’anno scorso lei ha assunto anche la direzione artistica della rassegna teatrale "Autunno Cavese".
L’edizione del 2002 è andata molto bene, anche grazie all’aiuto dell’amministrazione comunale. Abbiamo proposto tra l’altro uno spettacolo a cui tengo molto, "E cammina cammina…", dalla canzone di Pino Daniele, confezionato su misura su di me da mia madre, che mette insieme vari generi musicali e parla anche della mia vita. In futuro vorrei portare nella mia città delle compagnie importanti. Il problema è che Cava, pur sfornando molti talenti, come Giuliana De Sio, non ha un teatro. Un vero scandalo!
A Salerno invece c’è il Teatro Verdi, che è stato riaperto qualche anno fa.
Sono innamorata del Teatro Verdi. E’ una bomboniera, che meriterebbe molto di più. In genere, invece, è incluso nelle terze riprese degli spettacoli. E’ un patrimonio che come cavese invidio. Mi piacerebbe portarvi un grosso musical. Già, perché non inserire Salerno nel grande giro del musical italiano?
A proposito di Salerno, la trova cambiata negli ultimi anni?
E’ diventata una città meravigliosa. Penso che presto – oltre che a Roma - metterò su casa a Salerno, anche se nel cuore resterò sempre una cavese…
I bene informati parlano di fiori d’arancio in vista. Deluderà i suoi molti fans…
Ebbene sì. Sposerò un salernitano. Come si dice, "moglie e buoi dei paesi tuoi". Spero che sia lo spettacolo più bello della mia vita, e più duraturo.
Chi è?
Non so se gli farebbe piacere vedere il suo nome sul giornale. Preferisco rispettare la sua privacy.
Il 9 gennaio lei inizia le prove de "I Dieci Comandamenti", un musical che ha trionfato in Francia. Emozionata?
E’ uno spettacolo mastodontico, un po’ come Notre Dame de Paris. Sarò Jokebed, la madre di Mosè. In dodici anni di carriera, forse è la prima volta in cui dovrò interpretare una donna che diventa vecchia. Sarò io ad aprire il musical. Speriamo bene…
 
(La Città di Salerno, 5 gennaio 2003)
 
 
Scheda biografica
 
Renata Fusco, una delle "reginette" del musical italiano, è nata a Cava de’ Tirreni il 20 luglio del 1969. Ha cominciato a studiare danza classica all’età di 6 anni, si è diplomata a 18, perfezionandosi presso Le Centre de Danse International Rossella Hightower di Cannes e con M. Trajanova presso il Teatro San Carlo di Napoli. Parallelamente ha studiato canto, dedicandosi sia al genere lirico che al musical. Nel ’90, è stata scritturata dalla Compagnia della Rancia di Saverio Marconi per la produzione dei seguenti musical: "A Chorus Line"; "La Piccola Bottega degli Orrori"; "Cabaret"; "Dolci vizi al foro". Nel ’95 ha debuttato nell’operetta come partner di Sandro Massimini, ne "L’Acqua Cheta" di Pietri e ne "Il Paese dei Campanelli". Dal 1996 svolge attività di doppiaggio cantato con la Walt Disney e per la Roy Film ed è la voce del gruppo salernitano di musica medioevale e rinascimentale "Antica Consonanza". Nel 1997 è entrata a far parte del cast originale di "Grease", musical con la regia di Saverio Marconi, nel ruolo di "Rizzo", accanto a Lorella Cuccarini e Giampiero Ingrassia. Con questo ruolo nel 1999 ha vinto il premio IMTA come migliore performer femminile di musical. Nello stesso anno ha debuttato in "Hello, Dolly!", accanto a Loretta Goggi e Paolo Ferrari, nel ruolo di Irene Molloy. Nel 2000 e 2001, è stata protagonista di "Dance", accanto a Raffaele Paganini e Chiara Noschese, per la regia di Saverio Marconi. Nell’inverno 2002-2003 ha recitato in "Eden Teatro", di Raffaele Viviani, per la regia di Roberto De Simone.
 

I Neri per caso - I sei piccoli "Alan Ford" che hanno stregato le platee mondiali

di Mario Avagliano
 
"Stiamo lavorando a un nuovo disco, tutto di canzoni inedite, che uscirà nel 2003 in Italia e in altri paesi del mondo". I Neri per caso, il gruppo di sei salernitani che tra il ’95 e il ’96 vinse a sorpresa il Sanremo giovani e scalò le classifiche italiane con due hit di grande successo, non sono affatto spariti dalla circolazione. "Niente paura. Ci siamo presi solo una pausa", dice dalla Sicilia Domenico Pablo Caravano, per gli amici Mimì, classe 1969, orecchino d’argento al lobo, il rockettaro e romanziere della band ("amo Bukosky e la letteratura beat e scrivo testi e sceneggiature di fumetti"), nato a Madrid ma salernitano doc. Una "pausa" in giro per il mondo, esportando la loro musica originale, basata sul canto a cappella. "Stiamo coltivando la dimensione live dei concerti. Siamo stati in Indonesia, Cile, Venezuela, Svizzera, Slovenia, Spagna. A febbraio saremo alla rassegna dei gruppi a cappella a Singapore", spiega da Montecorvino Pugliano il coetaneo Mario Crescenzo, nato a Nocera Inferiore ma cresciuto a Pontecagnano, il goliardico del gruppo, la "S" di Superman tatuata sul braccio destro ("un ricordo romantico della nostra prima tourneé"). Poi, insieme, raccontano il loro inizio e parlano della straordinaria stagione musicale di Salerno all’inizio degli anni Novanta.
 
Quando avete cominciato a fare musica?
 Mimì: Io sono figlio d’arte. Ho la musica nel sangue. Mio padre Salvatore vinse il concorso "Voci Nuove" ex-aequo con Milva ed è stato nella famosa orchestra di Angelini. Conobbe mia madre in tourneé in Spagna. Poi abbandonò la carriera, anche se ogni tanto si esibisce a livello amatoriale.
Mario: Per me è stata una febbre nata da piccolo, quando ascoltavo i dischi dei miei fratelli: Dalla, De Andrè, Pino Daniele, De Gregori, e più tardi il blues, la musica nera. A 13-14 anni imparai a suonare la chitarra da autodidatta e infine mi accostai al canto.
All’inizio prendete strade diverse…
Mimì: Io adoravo la musica rock, anzi l’hard-rock. Vestivo sempre di nero. Con la maglietta degli Iron Maden ci dormivo pure. Ho fatto parte di diversi gruppi rock salernitani, come i "Wryomen", con il chitarrista Nello De Luca, e i "Chili souce", che facevano musica un po’ più funkeggiante, con Maurizio Figliola, altro esponente storico dei gruppi salernitani, Umberto Giannini e Silvio Zito.
Mario: I miei gusti musicali erano molto differenti. A me piaceva la musica black, il rithm and blues.
L’incontro con gli altri membri del gruppo?
Mimì: E’ stato tutto naturale. Ci conosciamo da piccoli, poi io e Gonzalo siamo fratelli, e Ciro e Diego sono nostri cugini. La musica è una tradizione di famiglia. Ricordo che quando ci riunivamo per le feste, i miei genitori e gli zii intonavano dei cori insieme… E’ anche "colpa" loro se poi sono nati i Neri per caso…
Mario: Diego era studente al Conservatorio e condividevamo la passione per la musica. Alle assemblee d’Istituto lui suonava le tastiere e io cantavo: era una sorta di piano bar scolastico improvvisato. Da lì è nato il feeling con i Caravano, e anche l’amicizia con Mimì.
Il primo gruppo che mettete su, si richiama un po’ ai Blues Brothers…
Mario: Sì, io e Mimì cantavamo, Diego era alle tastiere e Massimo De Divitiis era il chitarrista. Avevamo preso il nome del gruppo country che nel film era rivale dei Blues Brothers, i "Good Old Boys".
Mimì: E come i Blues Brothers spesso eravamo pagati solo con birra e panini… Della serie: "Vi siete mangiati e bevuti tutto, non vi dobbiamo niente…"
Poi tra l’89 e il ’90 nascono i Crecason e l’idea di cantare a cappella, senza musica.
Mimì: Il nome originale era Crecason five. All’inizio eravamo cinque, Ciro si aggiunse dopo. Volevamo "copiare" i Jackson five. L’idea di cantare a cappella nacque per gioco. Mario aveva una voce bassa, profonda. Una sera Diego disse: "Perché non vediamo di armonizzare le voci". Ricordo che cominciammo con "Quel mazzolin di fiori". Da allora non ci siamo più fermati.
Mario: Crecason era un acronimo delle iniziali dei cognomi delle nostre due famiglie: i Crescenzo e i Caravano, più son. Allora, infatti, al posto di Massimo c’era mio fratello Maurizio. Una delle nostre primi esibizioni fu a una festa per la promozione della Salernitana in serie B.
Il successo arrivò subito?
Mario: Subito proprio no. Abbiamo fatto tantissime serate per locali. Ricordo il Fabula e il Conte di Cagliostro a Salerno, lo Shock e il Pub Il Moro a Cava. E poi a Napoli, in Costiera amalfitana. Una volta andammo a Bolzano, per partecipare a una rassegna di cori a cappella: sei ragazzacci a cantare canzoni rock in mezzo agli alpini… Guadagnavamo pochissimo, però il nostro stile piaceva. Gli applausi erano convinti, venivano dal cuore.
Mimì: Eravamo squattrinati ma entusiasti. Sei madrigalisti moderni, sei piccoli Alan Ford che cantavano in coro, tutti vestiti di nero, come una sorta di "Amici miei".
A Salerno, nella prima metà degli anni Novanta, c’era un fiorire di gruppi musicali…
Mario: E’ vero. Mi sembrava di far parte di un movimento culturale. In quegli anni a Salerno tutti i ragazzi facevano musica dal vivo. C’era un fermento di idee, una voglia di divertirsi cantando e suonando. Un fermento favorito anche dal rinascimento della città.
Mimì: Anche i locali sperimentavano gestioni nuove, più aperte. E poi Salerno stava cambiando pelle, grazie al buon vecchio De Luca. Sono un suo fan. La prima volta che si candidò a sindaco, cantai per lui al Centro sociale, con un gruppo rock.
Che frutti ha prodotto quel movimento culturale?
Mario: E’ stata una stagione straordinaria, che ha prodotto fior di musicisti, che ora fanno parte delle principali orchestre italiane. Solo per citarne alcuni, Lello Buongiorno, che suona nell’orchestra di Domenica In; i fratelli Dario, Alfonso e Alessandro Deidda, che si sono esibiti nei programmi della Dandini e ora fanno concerti jazz anche all’estero, con artisti di fama internazionale.
 Mimì: Mario ha ragione: quella generazione era eccezionale. L’elenco sarebbe lungo. Ricorderei per esempio anche Amedeo Ariano, batterista che suona con grossi musicisti jazz.
 Nel ’95 conoscete Mattone e arriva il trionfo a Sanremo giovani.
 Mario: Stefano Palatresi ci invitò a Roma ad esibirci insieme a lui in un locale. Claudio Mattone, che era il suo produttore, ci venne a sentire e gli piacque il nostro modo di cantare. Di lì a pochi mesi ci propose di firmare il contratto e ci parlò del tentativo di partecipare a Sanremo.
Prima, però, Mattone vi fa cambiare nome…
Mimì: Ci disse giustamente che Crecason era cacofonico. Con quel nome non avremmo mai avuto successo.
E perché la scelta cadde su Neri per caso?
Mario: Nei concerti indossavamo un dolcevita nero, a collo alto. E poi ci ispiravamo alla musica black, ai cori gospel.
La politica non c’entra niente?
Mario: Neanche per idea!
Mimì: Figurarsi se un gruppo che canta "Le ragazze", è impegnato politicamente! Purtroppo a volte ci hanno etichettati con quel colore politico. Ma non apparteniamo assolutamente a quella corrente.
Fu una sorpresa la vittoria a Sanremo?
Mario: Un’enorme sorpresa. Non ci aspettavamo neppure di partecipare, non ne parliamo poi di vincere con una canzone a cappella nel regno della musica pop leggera… Dopo il provino, quando ci chiamarono, pensammo a uno scherzo!
Come fu il ritorno a Salerno?
Mario: Incredibile. Arrivai alle 11 di sera a Pontecagnano, sul corso principale. E man mano che mi avvicinavo alla piazza centrale, dove abitavo, cominciai a notare uno striscione nero di 8-9 metri. Vidi con stupore che c’era la mia foto e la scritta "Pontecagnano e la cittadinanza salutano il successo del concittadino Mario". C’erano manifesti dappertutto. Nel mio palazzo c’erano addobbi tipo natalizi.
Mimì: A me e a mio fratello riservarono una accoglienza tipo "Natale in casa Cupiello". Una riunione condominiale con tanto di targhette premio e la recita di una poesia da parte di un bambino. Fu davvero commovente.
Seicentomila copie vendute in pochi mesi. E nel ’96 la partecipazione a Sanremo, tra i big, e il quinto posto con il singolo "Mai più sola". Rischiavate un’ubriacatura da successo…
Mario: Passare in pochi mesi dalle esibizioni nei locali ai grandi concerti con le ragazze che urlavano e si strappavano i capelli per noi, è stato un bel salto. Se ripenso a quel periodo, mi sembra quasi un sogno. Ma non ci siamo mai montati la testa.
Mimì: La nostra forza è stata di essere in sei. Se uno si esaltava, gli altri cinque lo frenavano. Insomma, abbiamo vissuto il successo in modo positivo, senza farci trasportare dalle onde.
Dopo il quarto disco, intitolato "Neri per caso", siete partiti per una lunga tourneé all’estero. Ora siete quasi più famosi in Indonesia o in Venezuela che in Italia…
Mario: Per non parlare del Giappone e del Messico, dove pure non siamo ancora andati. C’è un sito dedicato a noi in giapponese…
Mimì: E’ vero, all’estero in questo momento ci apprezzano forse di più che in Italia, anche perché il mercato italiano in questo momento è collassato, a causa dei cd pirata. Vendono dischi solo i gran big, i Vasco Rossi e i Ligabue. Comunque la dimensione live nei teatri, nei locali, è la nostra dimensione ideale, anche per il tipo di musica che facciamo. E poi, ci divertiamo anche a fare spettacolo, al di là delle canzoni.
Al di là delle canzoni?
Mimì: Beh, viene fuori l’anima comica di alcuni di noi. Mario, per esempio, ha fatto esperienza come animatore nei villaggi turistici e sa come coinvolgere il pubblico. Lo prendiamo in giro e lo chiamiamo il "bravo presentatore". Io e Gonzalo lo assecondiamo, e visto che la gente ride e si diverte, si vede che funziona.
Già, Mario è il giocherellone della band…
Mario: Ho la sindrome di Peter Pan… Mi piace fare scherzi, a volte anche un po’ pesanti. Una volta, con l’aiuto di Neri Marcorè, il comico imitatore, organizzai uno scherzo a Mimì e agli altri che durò quasi una settimana. Stavamo preparando un disco, e m’inventai che uno dei provini che avevamo scelto non era inedito ma era stato copiato da una canzone di Bennato. Marcorè, imitando Bennato, telefonò e ci insultò pesantemente.
Mimì: Ci cascai come un "babbasone". Parlai al telefono col finto Bennato per quasi venti minuti, chiamandolo "Maestro", scusandomi…
A distanza di 12 anni, siete ancora uniti. Un’eccezione nel panorama musicale italiano. Come mai?
Mimì: Ci ha aiutato il fatto di essere tutti parenti o amici d’infanzia. Gli screzi, le discussioni non mancano, può anche capitare che ci mandiamo a quel paese ma poi troviamo sempre un accordo tra noi.
A giugno del 2002 è uscita la vostra prima raccolta di successi.
Mario: Abbiamo voluto mettere un punto dopo dieci anni di carriera. E’ stata anche l’occasione per collaborare con il nostro disegnatore preferito, il salernitano Bruno Brindisi, che tra l’altro disegna Dylan Dog e Tex Willer, e ha realizzato la copertina del nostro disco.
Mimì: Io, Mario e Gonzalo siamo grandi appassionati di fumetti. Però Bruno lo abbiamo conosciuto durante la stagione salernitana dei gruppi musicali. Era tastierista in un gruppo e frequentava il Mumble Rumbe. Ricordo che una decina di anni fa, quando lessi la sua prima collana di fumetti, "Splatter", rimasi impressionato, e pensai: è straordinario!
Tornate mai a Salerno? Che ne pensate della Salerno di oggi?
Mario: Amo Salerno e le mie zone. Sono cresciuto tra la Valle del Sele e l’agro-nocerino, tra il mare e le montagne. E poi Salerno negli ultimi anni è diventata ancora più bella. Non ha nulla da invidiare a città come Bologna… Come fai a non tornare a Salerno?
Mimì: Io ci vengo meno spesso di Mario, ma sono legatissimo a Salerno e a volte ci porto i miei amici stranieri. Ho girato molto ma penso che ora Salerno sia una delle città più belle d’Italia, grazie a De Luca e anche al nuovo sindaco De Biase. Quando avevo 15 anni, non c’era niente, solo il lungomare e il Bar Nettuno. La malavita imperversava e la droga era un flagello. Ora è una città ordinata, pulita, restaurata.
Mario: Io però vorrei aggiungere una cosa. Spesso abbiamo avuto problemi stupidi nei concerti in Campania, legati a rivalità di tipo calcistico o di altro genere. Mi piacerebbe che certi campanilismi venissero superati; che tutta la Campania si riconoscesse negli artisti campani, nei cantanti campani, nelle squadre campane, senza fare differenze tra Salerno, Avellino, Napoli, Cava… In un periodo come questo, in cui si parla di devolution, vediamo di essere uniti almeno noi campani!!
A proposito di calcio, la Salernitana soffre…
Mimì: Terribile. E io sono pure zemaniano…
Mario: E pure il Napoli va male. Un disastro!
Vi sentite di dare un consiglio per i giovani salernitani che fanno musica? Come si fa ad avere successo?
Mario: Ci vuole la giusta dose di tutto: pignoleria, professionismo, anche fortuna, e poi naturalmente il talento. E bisogna anche continuare a provarci, anche se si sbatte mille volte sul muro.
Mimì: Sì ragazzi, non dovete mai mollare, mai smettere di crederci, anche nei momenti di sconforto. Ricordatevi che tutto è possibile. Soprattutto non fatevi abbindolare dall’ambiente, non seguite le mode, fate la musica che avete nel cuore. Salerno è una città piccola, ma da Salerno sono partiti musicisti di grande livello...
 
 (La Città di Salerno, 24 dicembre 2002)
 
Scheda biografica
 
I Neri per caso nascono come gruppo tra il 1989 e il 1990, con il nome di "Crecason". La band è composta da sei salernitani, Massimo De Divitiis, Mario Crescenzo, Ciro, Diego, Mimì e Gonzalo Caravano. Fanno gavetta nei locali di Salerno, Cava, Napoli e infine Roma, con pezzi cantati a cappella, uno stile che li consacra al successo. Entrati nella squadra di Claudio Mattone, adottano il nome di Neri per caso e nel 1995, con "Le Ragazze", si aggiudicano il primo posto a Sanremo nelle nuove proposte che li proietta in testa alle classifiche di vendita, consentendogli di raggiungere il clamoroso traguardo di 6 dischi di platino. L'anno dopo il gruppo ripete l'esperienza del Festival, arrivando al quinto posto tra i "Big", con "Mai Più Sola". Il secondo disco, "Strumenti", è realizzato con strumenti acustici, elettronici ed impropri (bicchieri, cucchiaini, fodere di chitarre...) che creano atmosfere particolari.
Il terzo disco esce poco prima di Natale, nel '96, e contiene cover di famose canzoni natalizie cantate a cappella, e "Quando", canzone da loro interpretata nel lungometraggio animato della Disney, "Il gobbo di Notre-Dame". Il quarto disco, "Neri Per Caso", esce a fine novembre del '97, e rivela una grande maturazione artistica dei sei ragazzi. Dopo un’assenza di tre anni, il gruppo salernitano pubblica nel maggio del 2001 "Angelo blu". Successivamente il tour mondiale li vede protagonisti in Indonesia, in Venezuela ed in Cile. Nel giugno del 2002 esce la loro prima "Raccolta" contenente i brani più rappresentativi della loro carriera artistica.
 
 

Achille Bonito Oliva - "Dai favolosi '70 un rinascimento tutto salernitano"

di Mario Avagliano
 
"Salerno sta vivendo un periodo di ‘rinascimento’, grazie a una classe politica che si è formata negli anni Settanta quando all’Università salernitana, oltre al sottoscritto, c’erano personaggi come Filiberto Menna, Giacomo Marramao, Edoardo Sanguineti, Pino Cantillo e Paola Fimiani". In quel periodo ricco di fermenti culturali e sociali, Achille Bonito Oliva, il più importante critico italiano dell’arte contemporanea, coautore con Giulio Carlo Argan della Storia dell’arte moderna recentemente ripubblicata da Sansoni, e originario di Caggiano, un paesino sulle montagne che dominano il Vallo di Diano, aveva una folta chioma, le basette lunghe e il viso incorniciato da un bel paio di baffi ("era d’obbligo allora", sorride). Da allora Salerno è entrata nel suo cuore, anche per motivi familiari, avendo sposato Annamaria D’Agostino, esponente di un’antica famiglia salernitana. Bonito Oliva torna sulle sponde nostrane in tutte le feste comandate ("Natale, Pasqua e d’estate") e segue da vicino l’evoluzione della città, non facendo mancare, quando può, il suo contributo.
 
Lei ha trascorso gli anni della sua infanzia tra Caggiano, Polla, Sant’Arsenio e Sala Consilina. Quali sono i suoi ricordi?
Le mie radici sono nel Vallo di Diano. Io ero il primo di nove figli, i primi sei nati a Caggiano, dove abbiamo ancora il palazzo di famiglia. Caggiano si trova a 875 metri sul mare, al confine con la Lucania. E’ un paese tipicamente legato alla rendita agraria e all’emigrazione. L’economia è basata sulla produzione di olio, grano e noci, visto che non è possibile uno sfruttamento intensivo della terra. A Sala Consilina c’è la tomba degli Oliva, nobili di origini secolari. Ho vissuto in quei posti fino ai dieci anni di età, e anche quando ci siamo trasferiti a Napoli, ho passato molte lunghe e arrovellate estati "deportato" a Caggiano.
Deportato?
Mi sentivo spaesato e avevo una terribile nostalgia del mare di Napoli e dei miei amici. Erano tre mesi di isolamento, intriso di silenzi, in questa piccola torre eburnea. Mi trovavo di fronte a un’eternità estiva. Però quella solitudine forzata è stata prolifica per me. Pescavo libri a caso nella biblioteca di mio padre e li leggevo tutto d’un fiato: il teatro di Eugene O’Neill (Il lutto si addice ad Elettra), Lord Jim di Conrad, i libri di Kafka (Il processo, Il castello). Frequentavo il medico condotto Luigi Coronato, che mi ha fatto scoprire Balzac, Faulkner. Era quasi una sfida con la luce del sole, fino a quando arrivava il tramonto in questo palazzo di famiglia con grandi stanze e mobili antichi. Insomma, sono diventato intellettuale per disperazione…
Le sue radici l’hanno influenzata?
Dico sempre che sono un critico agrario, perché le mie origini sono di aristocrazia di campagna da parte di mio padre e di borghesia agraria da parte di mia madre. La famiglia di mia madre, che fa di cognome Morone, discendeva da Celestino V, il papa del "gran rifiuto". La famiglia di mio padre aveva anche uno stemma nobiliare: delle balze con sopra una colomba con un ramoscello d’ulivo. Mi dicono che esercitasse anche lo ius primae noctis, non so quando e come, spero con gentilezza e non tanto intensivamente. Comunque questa doppia origine ha determinato in me un corto circuito positivo.
Cioè?
Beh, la famiglia di mio padre aveva una mentalità cosmopolita, viaggiava per l’Europa, manteneva musicisti a Napoli, all’Istituto Beethoven. La famiglia di mia madre era impregnata dell’etica del lavoro e dello studio. Mio nonno Prospero Morone era medico condotto a Caggiano. Erano tutti laureati, chi a Torino, chi a Napoli, chi a Roma, e una volta conseguita la laurea, tornavano in paese ad amministrare le proprietà e ad esercitare la professione. Se ci aggiunge lo sciacquo dei panni nel golfo di Napoli, quest’impasto ha prodotto la mia personalità.
E’ vero che da piccolo era irrequieto?
Ero molto turbolento, soprattutto nei due anni passati in collegio a Sant’Arsenio. Sentivo un senso di soffocamento, e anche di abbandono. Le insegnanti me le ricordo ancora: Suor Vittorina, che era severa e mi dava i pizzicotti quando non studiavo il solfeggio; suor Benigna che governava la cucina; e suor Celina, grassa e dolce, il simbolo dell’accoglienza. L’unica cosa che mi alleviava la vita era che si trattava di un collegio misto. Corteggiavo tutte le bambine, in questo sono stato un enfant prodige. Un mio amico era Rocco Curcio, della famiglia che gestisce una delle più importanti autolinee del salernitano. Una notte, avevo otto anni, entrai nella camerata delle bambine, dove c’era la mia fidanzatina, Lucilla, e fui sorpreso in flagrante. Mi accusarono di aver oltraggiato il pudore di fanciulle in fiore.
A Sant’Arsenio c’era anche Rino Mele…
Suo padre e mia madre erano cugini. La domenica la passavo insieme a Rino, a casa di zio Mario Mele, nel suo giardino, che per me era un luogo di liberazione. Poi, molti anni più tardi, ci siamo ritrovati a Salerno e siamo diventati anche amici.
Il suo interesse per la letteratura e l’arte si sviluppa a Napoli, dopo aver frequentato la scuola dei Padri Barnabiti.
Sì, partecipavo alle conferenze che organizzava la Libreria Guida, con intellettuali del rango di Pier Paolo Pasolini e Giulio Carlo Argan. Io mi producevo in lunghi e oscurissimi interventi che duravano anche venti minuti, e che spesso riflettevano frammenti, stimoli, pensieri che avevo intercettato mesi prima con la lettura.
Scriveva anche poesie.
Ero un poeta visivo. Uno dei pochissimi a livello mondiale, tanto che l’editore Sanpietro di Bologna m’inserì nell’Antologia mondiale di poesia visiva. Con il mio primo libro di poesie, Made in Mater, partecipai a Fano al raduno del Gruppo ’63, con Alfredo Giuliani, Edoardo Sanguineti, Nanni Balestrini, Giorgio Celli. Ero anche uno degli animatori del Gruppo Operativo Sud ’64, che raccoglieva pittori, scultori, scrittori napoletani, tra cui Dentale, Diodato, Carlini.
E come "scivolò" dalla poesia all’arte?
Merito di Mario Guida, che mi chiamò ad organizzare le mostre nella "saletta rossa" a Port’Alba. Ricordo che la prima mostra che ebbi la fortuna e il privilegio di presentare fu quella di Pino Pascali e Renato Mambor, che erano allora degli artisti emergenti di Roma.
Fu alla Libreria Guida che conobbe Argan?
Mi notò e qualche tempo dopo mi segnalò a Filiberto Menna. Era il ’64, e Filiberto fu nominato ordinario di storia dell’arte all’Università di Salerno. Nel frattempo era stato assunto come critico d’arte dal Mattino. Prima che partisse per Napoli, Argan gli disse: "Devi conoscere Oliva. E’ un giovane critico molto particolare, che coltiva interessi poliedrici. E’ molto veloce, si chiama Achille, e un giorno ci scavalcherà tutti…". Nacque un sodalizio molto forte, che coinvolse da subito anche Angelo Trimarco, primo assistente di Filiberto.
Menna la portò a Salerno…
Mi chiamò all’Università di Salerno, ma senza rapporti di gerarchia. Grazie a lui, e anche a Trimarco, ho avuto una carriera universitaria facile e, lo scriva pure, sono stato un po’ viziato. Menna mi aiutò anche successivamente, quando nel ’76 ho avuto l’incarico di storia dell’arte medievale e moderna alla facoltà di Lettere a Salerno, e poi quando nel ’78 sono passato all’Università di Roma.
Eravate molto amici?
Tra noi c’era un rapporto profondo, quasi arcaico, che ci faceva riconoscere anche fisicamente. Filiberto mi vedeva come una nuvola nera sospesa sul suo capo e che si spostava insieme a lui. Abbiamo avuto anche momenti di tensione, forse dovuti alla mia immaturità, forse alla mia crescita veloce, precoce come critico. Ma la nostra amicizia era saldissima. Ricordo ancora con commozione la sera prima che si ricoverasse, a cena a casa sua, a colloquiare mano nella mano. Gli debbo molto personalmente, come credo gli debba molto tutta la città di Salerno.
Che influenza ha avuto Filiberto Menna sulla cultura salernitana e meridionale?
Filiberto era una figura socratica che portò tanti giovani intellettuali a gravitare intorno all’Università e lanciò nella società salernitana stimoli fecondi, legati all’arte, al teatro e, più in genere, alla cultura. Penso al Festival del Teatro che organizzò con Giuseppe Bartolucci, e alle straordinarie rassegne d’arte ad Amalfi con Marcello Rumma. Ad Amalfi si svolse la prima mostra dell’Arte Povera, con Pistoletto e Boetti.
E il suo rapporto con Trimarco?
Io e Angelo ci completavamo. Io ero la velocità e Angelo la riflessione. Io la frontalità, Angelo il riserbo. Io il narcisismo, Angelo l’umiltà. Eravamo complementari, una sorta di soggetto bifronte.
Com’era Salerno allora?
Era una città ricca di fermenti, con uno sbocco al mare: una specie di porta sulla costiera. La popolazione era meno turbolenta di quella napoletana e aveva un profilo caratteriale più "collettivo", aperto agli incontri. C’erano gallerie vivaci come Il Catalogo e la Taide. Artisti emergenti come Pietro Lista. Era un’enclave di bellezze naturali e di speranze culturali.
Un’enclave animata da una comunità di intellettuali…
La nostra era una controcomunità artistica che si formava per alcuni giorni della settimana a Salerno e poi di nuovo defluiva a Napoli, a Roma e in altre città d’Italia. Una fisarmonica che si apriva e accoglieva altri personaggi e poi si richiudeva di nuovo. C’erano anche diverse donne, come Lia Rumma, moglie di Marcello, che dopo la tragica scomparsa del marito ha continuato la sua attività aprendo importanti gallerie internazionali a Napoli e a Milano, e come la filosofa Paola Fimiani (moglie di Trimarco, ndr).
Il trasferimento a Roma nel ’78 coincide con la sua ascesa a livello internazionale, ma anche con il suo distacco da Salerno.
Ero in incubazione per la Transavanguardia. Già nel ’73 avevo organizzato la mostra "Contemporanea" a Villa Borghese. Ma da Salerno non mi sono mai veramente allontanato. Ci torno spesso, anche perché sono molto legato alla famiglia di mia moglie, i D’Agostino.
Salerno è cambiata profondamente negli ultimi anni. Che ne pensa della nuova città?
Ho visto Salerno trasformarsi, come altre città, con le periferie che premevano sul centro, fino a una sorta di meticciato rumoroso, anche se ricco di energie. Negli ultimi anni, invece, c’è stata una vera e propria rinascita, grazie al sindaco De Luca che ha bonificato il centro storico, ha restaurato alcuni elementi, ha permesso a tanti locali di aprire. Con l’aiuto di Bohigas è stato dato un volto architettonico e progettuale alla città… Il segno di uno sviluppo che passa attraverso la politica e la programmazione, e non è frutto della casualità.
Un contributo lo sta dando anche lei…
De Luca mi ha chiamato a presiedere la commissione di concorso per la cittadella giudiziaria, incarico che mi è stato confermato dal sindaco De Biase. Ho ritenuto giusto rispondere a queste chiamate istituzionali.
A proposito di incarichi, a settembre Bassolino l’ha nominata consulente della Regione Campania in materia di beni culturali. Ha progetti in serbo anche a Salerno?
Mi sto occupando di vivificare quello splendido monumento che è la Certosa di San Lorenzo, a Padula. Ogni anno, nel mese di settembre nelle celle dei monaci, trasformate in ateliers, una ventina di artisti vivranno e lavoreranno individualmente o interagendo tra loro, producendo opere singole, o a più mani, frutto della contaminazione di differenti linguaggi. L'edizione di quest'anno, sfociata nella mostra "Le Opere e i Giorni", è stata filmata da Pappi Corsicato, in un video che ha vinto un premio al festival del Corto Circuito a Napoli.
Com’è nata l’idea di utilizzare la Certosa?
E’ stato un ritorno sentimentale nella mia terra. La chiamata è venuta proprio attraverso una donna di Salerno, la dottoressa Giovanna Sessa, direttrice della Certosa, e attraverso il Soprintendente di Salerno ai Beni Architettonici Prosperetti. Ma soprattutto devo ringraziare il Presidente della Provincia Alfonso Andria, che ha capito subito l’importanza di questo progetto e l’ha sposato con i fondi della sua amministrazione e con la sua presenza attiva. Credo che questo sia un altro segno della crescita di Salerno dovuta all’opera di Filiberto Menna.
Che cosa vuol dire?
Voglio dire che la capacità amministrativa dell’attuale classe dirigente di Salerno ha beneficiato di quel clima culturale animato negli anni Settanta da Menna e dalla nostra controcomunità artistica.
L’eredità di Menna è stata raccolta a Salerno dalla Fondazione Filiberto Menna e da Trimarco.
E’ vero. E spero che la Fondazione possa sempre più essere presente sul territorio con attività capaci di stimolare i giovani salernitani verso l’arte e la cultura, accompagnando il "rinascimento" della città.
 
(La Città di Salerno, 15 dicembre 2002)
 
 
Scheda biografica
 
Achille Bonito Oliva nasce a Caggiano (Salerno) il 4 novembre del 1939. Negli anni Sessanta è uno degli animatori del Gruppo ’63 e pubblica due raccolte di poesie: nel 1967 Made in mater, nel 1968 Fiction poems. In seguito si dedica alla critica d'arte. E' autore di saggi sul manierismo, le avanguardie storiche e le neoavanguardie, e fondatore del movimento artistico Transavanguardia. Nel 1980 scrive l'opera La Transavanguardia Italiana. Ha curato mostre tematiche e interdisciplinari sia in Italia che all'estero, tra cui "Contemporanea" (1973), "Aperto 80" (1980), "Avanguardia transavanguardia 68-77" (1982), "XIII Biennale di Parigi" (1985), "Biennale di Dakar" (1998). Ha curato e diretto la 45esima edizione della Biennale di Venezia, "Punti Cardinali dell'Arte" (1993). Ha ricevuto numerosi premi internazionali per la critica d'arte, tra cui "Flash Art International", "Valentino d'oro" nonché il Cavalierato per l'ordine delle Arti e Lettere della Repubblica Francese (1992). Attualmente insegna Storia dell'arte contemporanea all'Università "La Sapienza" di Roma. Nel settembre scorso è stato nominato consulente della Regione Campania in materia di beni culturali.
 

Giuliana De Sio - Struscio e brioche tra Cava e la Divina

di Mario Avagliano
 
ROMA - "La mia prima volta sul palcoscenico? Fu nel 1962, al Teatro Verdi di Salerno. Avevo cinque anni…". Quarant’anni dopo, Giuliana De Sio, l’affascinante attrice originaria di Cava dei Tirreni, dalla chioma rossa fluente, ha il volto liscio come all’epoca di quel suo lontano debutto. "Facevo la parte di una gallinella ingenua. I cuochi volevano spennarmi e mettermi nel pentolone. Chi sa… forse il presagio di quello che sarebbe accaduto dopo", racconta seduta sul divano della sua bella casa nel quartiere Prati di Roma. Attraversa un momento felice della sua vita e si abbandona volentieri ai ricordi, sfatando la fama di donna forte e di carattere: "Mi sento anche molto fragile".
 
Lei è nata a Salerno ma ha vissuto a Cava.
Sì, sono cavese. Abitavo all’inizio dei portici, in via Andrea Sorrentino. Avevo il cinema Capitol sotto casa, e mia madre mi ci portava quasi ogni giorno.
Le piaceva il cinema?
Da morire. Da piccola leggevo molto e soprattutto ero onnivora di film. Ci andavo da sola. Vedevo di tutto, dalle pellicole leggere con Albano e Romina Power, a quelle impegnate di Fellini e Bergman. Un film che mi colpì molto fu "Amarcord".
Fu in quella piccola sala di Cava che cominciò a sognare di diventare una star?
Avevo voglia di vivere una vita alternativa, fuori dall’ordinario. In questo io e Teresa eravamo stimolate anche dall’ambiente familiare. Mia madre mi aveva iscritto alla scuola di danza classica di Valeria Lombardi, a Salerno. Mio padre mi portava a teatro a Pompei, a vedere le tragedie greche. Mio zio Gianni era un artistoide, mi parlava di letteratura, mi consigliava libri, spettacoli, film.
A Cava frequentava il liceo classico "Marco Galdi", negli anni successivi alla contestazione. Sua sorella Teresa era una leader del movimento. Lei era più tranquilla?
Molto più tranquilla, almeno politicamente… Quattro anni di differenza erano un salto di generazione.
C’erano ideali forti…
Teresa e il suo gruppo ci credevano davvero. Nella nostra classe si viveva il periodo della contestazione in modo più leggero. Le occupazioni erano un’occasione per far casino.
Il primo amore risale a quel periodo?
Avevo un fidanzatino che si chiamava Silvano. Era un campione di karatè, spaccava le mattonelle a mani nude. Noi eravamo di sinistra, e il karatè era considerato un po’ di destra, ma mi piaceva che fosse così forte…
Lei che tipo era?
Non so perché, nell’immaginario ordinario della gente io incarnavo lo straordinario, nel bene e nel male. Forse perché ero carina, ero un tipo vispo, insofferente a tutto. Una di quelle persone da cui ci aspetta sempre qualcosa, che attraggono e respingono. Una storia che peraltro continua ancora oggi!
Com’era la Cava della sua giovinezza?
Triste. Ero legata ai portici, alla città, ma l’ambiente mi sembrava un po’ bigotto. Non mi divertivo tanto. A parte le tre-quattro amiche del cuore, non mi riconoscevo nel contesto sociale. La struttura sociale era un po’ povera, un po’ asfittica. Non ho ricordi molto lieti.
Sicura?
Beh, una cosa mi è rimasta impressa nella memoria: le passeggiate avanti e indietro sotto i portici. Facevamo lo struscio. Era meraviglioso. A proposito c’è ancora questa usanza tra i giovani?
Sì, c’è ancora. Altri bei ricordi?
Le brioche e i cornetti del bar Liberti, i più buoni che abbia mangiato in vita mia. E poi le soste e le chiacchierate davanti al bar Lyoid, in sella ai motorini. Amavo molto anche la costiera amalfitana: appena le giornate diventavano più calde, per me e il mio Ciao era un luogo di pellegrinaggio. Facevo la spola tra Vietri e Positano anche due volte al giorno. Andavo e venivo sul mio motorino come una pazza…
Chi frequentava?
Avevo tre compagne del cuore: Rita Apicella, Alessandra Agrusta e Patrizia Macario. Con le prime due abbiamo frequentato tutte le scuole insieme, dalla I elementare al III liceo. Con loro c’è un rapporto "fraterno" che dura tuttora, siamo quasi parenti. Ci sentiamo al telefono. A settembre, quando sono stata a Cava per un festival, ci siamo viste. E’ stato bello.
E amici maschi?
Frequentavo Alessandro Ferro, un ragazzo che poi si è suicidato. Era il rampollo di una famiglia di industriali, quelli della Pasta Ferro. Era un tipo alternativo, un hippy, e per questo la sua famiglia lo aveva emarginato. Lo ricordo ancora con commozione.
A Salerno ci andava mai?
Certo. Salerno era più movimentata di Cava. Si andava ai bar al Lungomare Trieste, a fare shopping, al cinema e al teatro. Poi a Salerno io ho anche vissuto, a partire dai 15-16 anni, quando mia madre, che era separata da mio padre, si è risposata.
Nel 1976, a 18 anni, dopo la licenza liceale, lei lascia Cava e Salerno. Cosa si porta dietro delle sue origini, delle sue radici?
Tutto, tutto. Sono, mi sento campana, meridionale, anche se a partire dai 18 anni la mia testa e il mio corpo hanno viaggiato.
Come fu l’impatto con Roma?
Incredibile. Anche se ora mi pento. Il viaggio doveva essere più lungo. Dovevo emigrare, magari in Francia o negli Stati Uniti.
Arriva nella capitale e va subito in tv…
Nel ’77 Gianni Boncompagni mi chiama a interpretare Sibilla Aleramo, una femminista ante litteram, in "Una donna", uno sceneggiato televisivo in 8 puntate sulla Rai che va in onda tutte le domeniche. Ero la protagonista assoluta.
Venti milioni di telespettatori…
Un successo straordinario. Il libro della Aleramo fu ristampato in centinaia di migliaia di copie, con la mia foto sulla copertina. E io, che ero una ragazzina di Cava dei Tirreni, da un giorno all’altro fui conosciuta in tutta l’Italia. Fu l’inizio di un lavoro che non mi avrebbe lasciato più scampo.
Dalla tv al teatro, fino all’incontro nel 1982 con Massimo Troisi, che la vuole al suo fianco in "Scusate il ritardo".
Il 1982-1983 fu un biennio d’oro, che mi liberò dal destino di attrice televisiva e di teatro. Io sognavo il cinema. Dopo il film con Massimo, e nel 1983, "Io, Chiara e lo scuro", con Francesco Nuti, ho girato 30 pellicole.
Che cosa ricorda delle riprese di "Scusate il ritardo"?
Ho ricordi allo stesso tempo molto dolorosi e molto allegri. Durante le riprese l’uomo che viveva con me stava morendo. Massimo mi ha aiutata e sostenuta con molta grazia e con molto pudore. Quando il mio uomo morì, litigò anche con la produzione che mi voleva sul set e non voleva farmi andare al funerale.
Cosa le manca di Troisi?
Mi ritengo una privilegiata ad aver lavorato con lui. Professionalmente è uno dei pochi attori il cui talento mi ha messo in difficoltà. Aveva l’anima di artista. E’ sicuramente uno dei grandi attori italiani del secolo. Ma Troisi mi manca anche come spettatrice, per tutti i film che non ha potuto fare e che non abbiamo potuto vedere…
E umanamente?
Massimo mi faceva ridere tanto; era un ridere sano, in modo libero. Era molto spiritoso e molto intelligente. Abbiamo fatto bei viaggi insieme, per promuovere il film, e poi ci siamo frequentati anche dopo. Certe volte, facendo zapping, mi capita sotto gli occhi "Scusate il ritardo", ma non riesco a vederlo, spengo il televisore, perché non c’è più Massimo e perché ricordo il mio dolore personale.
Tra i film che ha interpretato, a quale è legata di più?
"Cattiva" di Carlo Lizzani, che nel 1992 mi ha fatto vincere il David come miglior attrice protagonista. Se c’è un ruolo che in qualche modo mi rappresenta, è quello.
C’è un "no" a un film o a uno spettacolo che rimpiange di aver pronunciato?
Ho un solo rimpianto. Nel ’94 rifiutai di fare "La Regina Margot" di Patrice Chéreau. Mi avrebbe spianato la carriera in Francia…
Ci parli della sua esperienza nella fiction televisiva. Look sempre esagerato, sguardo perfido e linguaggio più che colorito: lei è Annalisa Bottelli, uno dei personaggi più estremi de Il bello delle donne. Si è divertita a interpretare questo ruolo?
Moltissimo. Lo considero un mio successo personale. I telespettatori adorano questo personaggio che sulla carta, invece, dovrebbe essere odioso. La mia sfida era proprio quello di renderlo adorabile.
Che novità ci sono per la terza serie della fiction?
Viene approfondita la vena comica del personaggio. D’altra parte credo che la comicità sia nelle mie corde più profonde di attrice.
Lina Wertmuller ha detto di lei che ha "la splendida faccia di una Minerva incazzata". Si favoleggia spesso del suo temperamento, della sua testardaggine, della sua irrequietezza, anche sentimentale. Solo una leggenda o c’è del vero?
Se è per questo la Wertmuller ha anche scritto su un Dizionario del Cinema che ho un "volto inguaribilmente cinematografico". Non so se è un complimento o meno… A parte gli scherzi, testarda lo sono sempre meno. La Wertmuller mi vede molto battagliera, una specie di guerriera a cavallo. Io invece mi sento anche fragile, a volte infantile.
E ora, proprio con la Wertmuller, parte in tourneé teatrale, di nuovo con "Storia d’amore e d’anarchia", dove canta e balla insieme a Elio delle "Storie Tese".
L’ho fatto da attrice, fingendo di cantare e ballare. La gente ha avuto l’illusione che sono brava. Mi ha aiutato anche il fatto che sono molto intonata.
Vuol fare concorrenza a sua sorella Teresa?
Non ci penso nemmeno.
Come sono i suoi rapporti con Teresa? Vi vedete e sentite spesso?
Sempre. Sempre. Abitiamo a cento metri di distanza.
In settembre è tornata a Cava. La scorsa settimana è stata a Salerno. Quanto sono cambiate Cava e Salerno in trent’anni?
A Cava ho fatto una passeggiata di notte al corso. E’ stata un’emozione forte. Sono i luoghi della mia infanzia. Mi ha fatto male non trovare certe cose, negozi, bar che frequentavo, mentre sono stata contenta di ritrovarne altre. Salerno l’ho vista cambiata fisicamente in meglio: c’è molto più verde, più ordine. Il pubblico teatrale però è ancora timoroso, deve sciogliersi, deve avere in sala un atteggiamento più libero… Manca la cultura della partecipazione allo spettacolo.
Due cavesi, Renata Fusco e Valeria Monetti, stanno tentando la scalata al successo. Che consigli si sente di dare loro?
Di resistere al sistema dello spettacolo, che tende a far disimparare l’arte. Devono restare sempre delle "artigiane".
Da tre anni si occupa dell'organizzazione del Festival di Teatro Caserta. Anche con qualche polemica. L’accusano di aver organizzato un programma troppo di "sinistra"…
Ho chiamato grandi artisti come Paolo Conte, Beppe Grillo, Moni Ovadia e Dario Fo. Caserta deve essere fiera.
A che progetti sta lavorando adesso?
L’anno prossimo sarò per la quinta volta all'Eliseo di Roma con lo spettacolo di Annibale Ruccello Notturno di donna con ospiti, che è diventato un piccolo cult teatrale. E’ il ruolo teatrale più intenso che abbia mai interpretato: faccio la parte di una poveraccia, di una donna-bambina che non vuole crescere. Poi mi piacerebbe anche fare un bel film…
Non è facile. Molte sue colleghe, da Nancy Brilli a Elena Sofia Ricci, lamentano la scarsità di ruoli di protagonista per le donne…
Il problema è che non c’è solo scarsità di ruoli femminili, c’è scarsità di film originali, di idee, di voglia di osare, di coraggio. Il cinema italiano è un luogo asfittico e non molto prolifico. In più, e questo è vero, è anche un cinema al maschile. Però…
Però?
Sono ottimista per il futuro. Quest’anno ho visto tre film italiani di grande qualità che mi fanno sperare: "L’imbalsamatore" di Matteo Garrone, ambientato nel casertano, "L’uomo in più" di Paolo Sorrentino e "Respiro" di Emanuele Crialese. E poi ci sono bravi registi come Gianni Amelio, Muccino, Ferzan Ozpetek.
A proposito di Ferzan Ozpetek, è vero che girerà un film da lui diretto e ambientato a Napoli?
Spero di sì. E’ uno dei registi che preferisco. Ho letto la trama, e mi piace molto. Adesso Ferzan è impegnato in un’altra pellicola. Quando finirà, ne riparleremo. Purché sia distribuito bene nelle sale... L’anno scorso "Ti voglio bene Eugenio", in cui ero protagonista insieme a Giancarlo Giannini, è stato distribuito malissimo.
 
 (La Città di Salerno, 1 dicembre 2002)
 
 
Scheda biografica
 
Giuliana De Sio nasce a Salerno il 2 aprile del 1957, sotto il segno dell’Ariete, ma trascorre la sua infanzia e la sua adolescenza a Cava dei Tirreni. Debutta in tv grazie allo sceneggiato intitolato Una donna, per la regia di Gianni Boncompagni. Seguono Mani sporche di Elio Petri e Edda Gabler di Maurizio Ponzi. Nel suo curriculum convivono teatro, cinema e televisione, a testimonianza di una versatilità di scelte e talento. Al cinema possiamo ricordarla in Il malato immaginario (1979) di Tonino Cervi, accanto ad Alberto Sordi; Scusate il ritardo (1982) di Massimo Troisi; Io Chiara e lo scuro (1983) di Francesco Nuti; Cento giorni a Palermo (1983) di Giuseppe Ferrara; Speriamo che sia femmina (1985) di Mario Monicelli; Cattiva (1991) di Carlo Lizzani; La vera vita di Antonio H (1994) di Enzo Monteleone; Con rabbia e con amore (1995) di Alfredo Angeli; Ti voglio bene Eugenio (2002) di Francisco J. Fernandez Rodriguez. A teatro ultimamente ha trionfato con una tournée di due anni in Notturno di donna con ospiti, testo di Ruccello diretto da E. La Manna, e con Storia d’amore e d’anarchia, di Lina Wertmuller. In televisione è tra le protagoniste della serie fiction Il bello delle donne.
 

Lucia Annunziata e i volantini alla Marzotto

di Mario Avagliano
 
"Sono legatissima a Salerno. Ho girato il mondo, ho vissuto in America, Medio Oriente e Russia, ma mi sento intimamente meridionale e campana". Lucia Annunziata, 51 anni, giornalista di razza, una brillante carriera come inviata, conduttrice televisiva, scrittrice, direttrice del Tg3, è ora alla guida dell'agenzia d'informazione internazionale Ap-Biscom, ma – avverte - non ha "mai dimenticato le proprie radici". E archiviata l’attualità ("è un momento complicato, preferisco non esprimere giudizi e fare il mio mestiere di giornalista"), parla invece volentieri del suo passato politico nel movimento studentesco salernitano, delle levatacce all’alba per andare a volantinare davanti agli stabilimenti dell’Ideal Standard e della Marzotto o nei quartieri popolari di Pastena e Mercatello, ma anche della sua passione per la mozzarella di bufala e dei frequenti ritorni nella sua terra.
 
Lei è nata a Sarno. Quando si è trasferita a Salerno?
Quando avevo 13 anni. Prima ho girato l’Irpinia, al seguito di mio padre: Cassano Irpino, Avellino, Nusco…
Curioso, anche Nusco…
Sì. Ricordo che De Mita negli anni Ottanta mi diceva che ero molto intelligente, perché da piccola avevo "respirato l’aria di Nusco".
Nel ’63 l’impatto con Salerno.
Arrivo e m’iscrivo al Liceo Tasso. In quegli anni Salerno era una cittadina - come dire - aspirante borghese, a differenza di Napoli, che era più metropolitana, anche se per certi versi un gran casino. Allora Salerno era una città perbene, anche un po’ perbenista, a voler essere pignoli. La vita era tutta regolata nei luoghi deputati: il pomeriggio la tazza di caffè ai tre bar del lungomare Trieste, alle sette di sera lo struscio, la domenica mattina la messa in Chiesa e poi alle 12-12,30 il giro al centro. Io non ero da meno, frequentavo il circolo "Il Ridotto", dove andavano i figli delle ‘buone’ famiglie.
Il tran tran, però, a un certo punto si rompe…
Colpa, o merito, della grave crisi economica che colpisce la città e il suo sistema industriale, le grandi fabbriche, l’Ideal Standard, la Marzotto… Si registrano i primi imponenti scioperi operai. Su Salerno si rovescia una notevole massa di immigrati dall’interno della provincia. Si espande la zona di Pastena, dove sorgono i quartieri un po’ più poveri…
Sulla città incombe il ’68.
Tra il ’67 e il ’68 cambia tutto. Salerno viene pesantemente politicizzata. Nelle fabbriche, e nelle scuole. Muta anche il costume. Ricordo la rivoluzione provocata dalla musica americana beat e dai pantaloni a zampa d’elefante. Al Liceo Tasso portavamo i grembiuloni neri, ma sotto indossavamo minigonne tremende o pantaloni verde smeraldo aderenti al pube…
La studentessa Annunziata diventa una contestatrice.
Già, anche io mi butto in politica, nel movimento studentesco salernitano. Fu un’esperienza straordinaria. All’inizio il movimento fu incredibilmente libertario, influenzato com’era dall’America, dai Kennedy, dalle lotte per i diritti civili, dalle manifestazioni contro la guerra in Vietnam.
Incrocia anche Michele Santoro?
Sì, anche se io facevo parte del movimento studentesco, e militavo in un collettivo che tra l’altro faceva volontariato di doposcuola a S. Ignazio, a Pastena. Lui era già più strutturato, aderiva ai gruppi leninisti-marxisti, era più rigoroso intellettualmente di me, che sono sempre stata una libertaria.
Un episodio indimenticabile di quegli anni?
Il Natale del ’69, quando organizzammo a Salerno un corteo contro Franco e l’Unione Sovietica, contro quello che chiamavamo il social-imperialismo. Un corteo interminabile, da Piazza Malta, dove era sorta da poco l’Università, fino alla fine del corso cittadino. Tenni io il comizio, sotto un grande albero di Natale, tutto addobbato di palle colorate e di luminarie, mentre la gente era affaccendata tra pacchi e pacchetti nelle ultime spese e negli ultimi regali.
Chi erano i suoi amici?
Voglio citarne tre per tutti: Massimo Rago, diventato un bravissimo medico; Bia Sarasini, che poi ha diretto Noi Donne; e Maria Grazia Barbirotti.
E i compagni di lotta politica?
Ricordo affettuosamente Ernesto Scelza, Nicola Paolino e Enzo Sarli, con i quali, nel ’69, fondammo il gruppo del Manifesto di Salerno, che era in contatto a Napoli con Caprara.
Che facevate?
Eravamo molto attivi. Non so quante ore e ore ho passato davanti alle fabbriche di Salerno a distribuire volantini! Organizzammo il comitato dei senza-casa, occupando alcuni fabbricati nuovi sopra al Carmine. Ci venne a prelevare la polizia…
Una volta fu anche arrestata.
Per fortuna venne mio padre a prendermi in Questura, prima che mi portassero in carcere. Mio padre all’epoca era molto impegnato nel Pci e tra noi e il Pci non correva buon sangue.
Cosa vuol dire?
Capitava anche che si venisse alle mani. Al corteo del 1° maggio del ’69 o del ’70 ci scontrammo con gli operai del Pci. Mio padre intervenne per dividerci, come altri padri che erano comunisti e avevano figli che aderivano ai movimenti. Beninteso, neppure noi eravamo dei santarelli…
L’università la frequentò tra Napoli e Salerno.
M’iscrissi alla facoltà di storia e filosofia a Napoli. Ma nel ’71 mi trasferii a quella di Salerno, perché l’università di Napoli, tra occupazioni, incendi e dimissioni dei professori, non funzionava più. Io ci tenevo allo studio.
Nonostante l’impegno in politica?
Attraverso tutto il bailamme del ‘68, io mi sono laureata in tre anni e una sessione con 110 e lode. All’epoca contestare non significava rifiutare la scuola, anzi avevamo l’orgoglio di essere i primi della classe. Mi laureai con Gaetano Arfè, con una tesi sul rapporto tra meridionalismo e primi comunisti napoletani. Ricordo che scrissi tutta la tesi lavorandoci anche di notte ma, tra riunioni politiche, manifestazioni e volantinaggi, non ebbi il tempo di farla rilegare. La portai in aula spillata. I professori s’incavolarono, non volevano darmi la lode…
E la passione per il giornalismo?
Nasce molto più tardi. Nel ’72 mi sposai con Attilio Wanderling (leader del movimento napoletano, n.d.r.) e l’anno dopo ci trasferimmo in Sardegna, innamorati com’eravamo dell’idea di una nuova frontiera dell’attività politica, di vivere in un posto selvaggio, libero, al di fuori del mondo. Fino al ’75 sono stata lì, in un’isola bellissima, Sant’Antioco, che guarda la Spagna, continuando l’attività politica nel Manifesto. Quando sono stata nominata responsabile nazionale della commissione scuola del Manifesto e poi del Pdup, con Famiano Crucianelli, sono venuta a Roma e li poi ho conosciuto Lerner, Adornato, D’Alema, Manconi. Facevamo riunioni interminabili. Nel ’77, infine, mi sono stufata della politica e mi sono dimessa dall’incarico…
 E il giornalismo?
Il giornalismo mi sembrava una cosa molto più libera della politica, che era diventata pesante, noiosa. Io già frequentavo la redazione del Manifesto e ogni tanto scrivevo qualcosa. Chiesi a Rossanda di fare la giornalista, ed… eccomi qua.
In giro per il mondo e passando da Repubblica al Corriere e al Tg3. Senza mai perdere di vista Salerno e la Campania…
Io credo di essere intimamente meridionale. Sono una persona che gira moltissimo il mondo, ma che ha un fortissimo senso delle radici. Del Sud mi piacciono le famiglie estese, il calore, il dovere di lealtà alla propria terra. Ho sempre considerato il mio essere meridionale un arricchimento. Non sono mai diventata una sradicata, e credo che anche i salernitani mi riconoscano come una loro concittadina.
Ha educato anche sua figlia ai "valori" del Sud?
Altrocche’. Mia figlia, pur essendo americana, ha imparato a mangiare gli spaghetti alle vongole al Porto di Salerno e conosce e apprezza il sapore dei panzerotti di Sarno…
Sarno, appunto. Nel ’99, quando c’è stata l’alluvione, ha sentito il bisogno di tornare nei posti dove era nata e di scrivere un lucido libro d’accusa sui ritardi dei soccorsi e della ricostruzione, intitolato "La crepa".
E’ vero. A Sarno ci sono solo nata, ma sono legata a questo centro, mi ricorda quando s’andava d’estate dai nonni… La vicenda dell’alluvione è un esempio dell’altra faccia della medaglia dell’identità meridionale, quella negativa, quella che indulge al fatalismo.
Torna spesso da questi parti?
Ho la casa di vacanza a Capri. Fuori stagione capito a Vietri e in costiera, che amo moltissimo. E anche a Salerno, dove vive tuttora mio padre, vengo spesso. Ci sono stata due settimane fa.
Che ne pensa della Salerno di oggi?
E’ cambiata moltissimo ed è cresciuta bene, anche per merito di un sindaco come De Luca, che conosco a fondo. Però…
Però?
L’unica cosa su cui sono polemica è la costruzione del porto con i containers, che ha tagliato la continuità turistica ed estetica della città con la Costiera, impedendo a Salerno di diventare il terminal del grande turismo internazionale che visita le nostre zone. Per colpa del porto, la Costiera si ferma a Vietri.
E invece?
Non è vero, la Costiera termina a Salerno. Non mi riferisco a De Luca, ma chi lo ha preceduto ha fatto un calcolo sbagliato. Salerno si è fissata con l’industrializzazione e non ha capito in tempo la sua vocazione turistica. Così il patrimonio naturale di Salerno è stato sprecato con la costruzione del ponte di via Alfonso Gatto e con la distruzione della zona costiera a sud della città, che è un ricettacolo di rifiuti, di costruzioni abusive, di alberghetti da quattro soldi.
Si riferisce alla zona di Paestum?
Sì, alla zona tra Salerno e Paestum, che è stata devastata e che tuttora non è oggetto di un piano di recupero. Per chilometri e chilometri il mare di Salerno è tarpato. La pineta è mezza malata. Risultato? Il turismo internazionale va a Pompei, s’infila in costiera, vede Salerno da sopra e dice "bye" e infine si dirige verso il Cilento e la Calabria, che stanno cominciando ad organizzarsi bene.
Un’occasione mancata?
Salerno ha tutte le qualità per intercettare il turismo, è pulita, benservita. Perché non si organizza un servizio di grande qualità sul mare? Perché non si costruiscono grandi alberghi? Perché non si sfrutta l’itinerario della mozzarella?
La mozzarella? Lei è una intenditrice?
Di più. Sono una appassionata della mozzarella di bufala. La prova d’amore che chiedo a tutti gli amici salernitani quando vengono a trovarmi, è che mi portino un po’ di mozzarella. La adoro. Ahimè, perché ingrassa molto…
 
 (La Città di Salerno, 24 novembre 2002)
 
 
Scheda biografica
 
Lucia Annunziata è nata a Sarno nel 1950. Giornalista, è direttore dell'agenzia d'Informazione Internazionale Ap-Biscom. E' stata inviata e corrispondente per il Manifesto, La Repubblica e il Corriere della Sera. Ha seguito gli Stati Uniti, l'America Latina e la Russia. E' stata autrice e conduttrice del talk show politico Linea 3 e ha diretto il Tg 3 dal 1996 al 1998. Ha vinto il Premiolino per i suoi servizi durante la guerra del Golfo e il Premio Max David come inviato di guerra. Nel 1993 ha avuto la Nieman Fellowship dell'Università di Harvard. Inoltre, ha vinto il Premio Malaparte per il suo libro 'Bassa intensità' (Feltrinelli, 1990) e il Premio Saint Vincent per il libro 'La Crepa' (Rizzoli, 1998). E' membro dell'ASPEN Institute. Sposata con Daniel Williams, inviato internazionale del Washington Post, ha una figlia, Antonia, di nove anni.
 

Michele Santoro: "Quel comizio del Pci con Gatto a Salerno..."

di Mario Avagliano
 
Al centralino della Rai, se si chiede di Michele Santoro, rispondono "non è più qui…". "Già, forse preferiscono immaginare che sia morto e sepolto", sibila il giornalista salernitano, 51 anni, autore e conduttore di Samarcanda, Il Rosso e il Nero, Temporeale e Sciuscià. "Ma il mio imitatore fa il picco degli ascolti nello show di Morandi. Un fantasma si aggira per la Rai", sorride amareggiato. Poi parte l’intervista, sospesa a metà tra la memoria ("mi sta facendo raccontare tutta la mia vita") e l’attualità ("Berlusconi è il Grande Censore: pensa di essere un re ma è un poveraccio pieno di miliardi").
 
Nel ’68 lei aveva 17 anni. E’ l’anno della contestazione studentesca, ma – a Salerno – è anche l’anno in cui muore Monsignor Demetrio Moscato, il "padre-padrone" della Chiesa cattolica salernitana. Cosa ricorda di quel periodo?
Avevo diciassette anni ma sono stato in prima fila nella contestazione che, a Salerno, ha avuto come protagonisti gli studenti medi. Con Ernesto Scelza e pochi altri fondammo un movimento anarchico, il "22 marzo", dal quale sono partiti gli scioperi per il diritto d’assemblea. L’anno prima, il 1967, ero stato cacciato dal liceo Tasso ed era stato censurato un giornale scolastico al quale avevo dato vita. Al De Sanctis, dove fui costretto a trasferirmi, c’era il nucleo più numeroso del "22 marzo". Fu la prima scuola ad essere occupata ed io divenni popolare in città quasi più di quanto lo sia oggi grazie alla tv.
Nel ‘68 Lello Schiavone fonda la galleria "Il Catologo", che diventa un cenacolo culturale di livello nazionale, con grossi personaggi come Alfonso Gatto, Maccari, Guttuso, Prisco, Pratolini.
Lello Schiavone e il Catologo li ho incontrati molto più tardi. Alfonso Gatto l’ho conosciuto dopo un comizio che tenne per il PCI alle elezioni del 1972. Conservai a lungo una cassetta radiofonica di quella incredibile serata durante la quale parlò anche Edoardo Sanguineti, uno dei miei maestri all’università. Alla fine di uno dei tre esami che ho sostenuto con lui, Sanguineti mi disse: "Hai buone capacità. Diventa ricercatore; ma devi lasciare tutto quello che fai per dedicarti allo studio". Risposi: "Non posso. La politica è più importante".
Nel 1970 Lino Jannuzzi diceva "andate a Mariconda, quello è il vostro Vietnam "…
Lino Jannuzzi ha dato molte indicazioni nella sua vita. Quasi sempre sbagliate. Comunque per noi giovani di allora quelli come lui non costituivano un punto di riferimento. A Mariconda ci andavamo di nostra iniziativa per organizzare l’occupazione di case popolari e all’alba eravamo all’entrata delle fabbriche di San Leonardo per diffondere i nostri volantini. Più di Jannuzzi eravamo interessati ad un capopolo sottoproletario, Matteo Ragosta. Era un simpatico "mascalzone", straordinariamente intelligente e gran conquistatore di belle popolane.
Era anche un periodo di scontri fisici tra neo-fascisti e gruppi extraparlamentari di sinistra.
Non partecipavo volentieri agli scontri e non mi piaceva un certo giocare alla guerra che era tipico di alcuni gruppi extraparlamentari. I fascisti erano intervenuti violentemente contro i nostri primi cortei (agendo in sincronia con la polizia) perché consideravano i giovani un loro terreno esclusivo di conquista. Il movimento studentesco alle origini non aveva le cupezze dei gruppi estremisti. Era allegro, proteso al dialogo; e tanti ragazzi furono conquistati alla sinistra con delle discussioni incredibili che oscillavano da Che Guevara alla Beat Generation. I fascisti divennero sempre più marginali e si dedicarono a provocazioni episodiche.
Un’immagine o un momento che per lei rappresenta quegli anni…
Separo nettamente gli anni tra il sessantotto e il settantadue in due periodi. Il movimento studentesco degli inizi, che rappresentò a Salerno anche l’affermazione del diritto dei giovani alla felicità, alla libertà sessuale, ad esprimere un proprio punto di vista in politica; e gli anni dei gruppi, in cui invece prevalse il dibattito su chi possedesse la linea giusta che portò alcuni alla deriva terroristica.
E lei?
Io scelsi il PCI, confessando di non capirci più niente di quello che stava succedendo ed essendo convinto che non si poteva lasciare la città in mano al MSI di Almirante. Fui uno dei primi a livello nazionale, che essendo stato un leader, faceva quella scelta. Ma il PCI commise un grave errore…
Quale errore?
Il PCI si trovò ad avere tra le sue fila a Salerno un gruppo di giovani di straordinaria qualità ma li disperse praticamente tutti. Erano gli effetti di quello che allora si chiamava centralismo democratico e che finiva per selezionare i signorsì. Adesso gli eredi del PCI hanno rinunciato al centralismo democratico ma non hanno certamente rinunciato a circondarsi di signorsì. Cosi oggi nel centrosinistra a volte sembra di assistere a quella guerra tra bande dalla quale sono fuggito negli anni settanta.
Chi frequentava in quel tempo a Salerno?
Con Filiberto Menna e tanti altri, Ugo Di Pace per esempio e il giovane Franco Simonetti, decidemmo di far vivere la società civile e creammo il club di Salerno, una sorta di girotondo intellettuale che si proponeva di produrre cultura e sollecitare la società politica. Gestimmo per un anno l’Apollo con grande successo di pubblico. Per esempio organizzammo la più importante serie di conferenze psicoanalitiche mai fatta in Italia con la partecipazione di migliaia di persone.
Come finì?
I Pastore, che erano proprietari dell’Apollo, si rifiutarono di farcelo gestire e anzi approfittarono del rilancio per fare i loro interessi. Così fecero anche contenti i politici, che avevano cominciato a spaventarsi, e presero due piccioni con una fava.
Negli anni Settanta inizia la sua attività giornalistica al Mattino e poi alla Voce della Campania, di cui diventa direttore. Ci parla di quegli inizi?
Fui costretto a dedicarmi completamente al giornalismo. Diventando direttore della Voce avevo abbandonato completamente l’attività politica e mi ero impegnato nel salvataggio del giornale con risultati straordinari. In pratica un rotocalco assistito nato per iniziativa del PCI riusciva a vivere con le sue forze. Avevo messo da parte i vecchi babbioni intellettuali della redazione e promosso sul campo giovanissimi come D’Avanzo, Renato Caprile, Sergio Luciano che oggi sono tra i più grandi giornalisti italiani. Avevo anche realizzato un piano per rendere la Voce un’impresa completamente indipendente.
E invece qualcosa non funzionò…
Eh, sì. Il partito intervenne per strozzare il bambino nella culla, bocciando la mia ristrutturazione. Mi dimisi con la morte nel cuore; come chi deve separarsi da un figlio. Era invece l’inizio di una grande carriera.
Il 23 novembre del 1980 la terra trema in Campania. Lei segue quel terremoto come giornalista. A distanza di oltre vent’anni, che bilancio si può tracciare della ricostruzione?
Ciò che considero veramente grave è che le popolazioni non sono state mai veramente rese responsabili degli interventi e della gestione delle risorse. I soldi del terremoto sono serviti a riscrivere la mappa del potere e ad espropriare i cittadini del diritto a decidere il futuro. Il mio sogno sarebbe stato lanciare una sfida a Bossi. Dimostrare che il Sud era capace di creare impresa, di farsi impresa cominciando dall’informazione e dalla cultura. Ma, si sa, nemo profeta in patria.
Come avviene il passaggio a Roma e nel 1982 l’assunzione alla Rai?
Quando si resta disoccupati si fanno un sacco di cose. Lavoravo per il Mattino e realizzavo sceneggiati radiofonici per la Rai collaborando con uno straordinario personaggio, Enrico Zummo. Nel frattempo ero parcheggiato a l’Unità che non mi faceva scrivere. Nel consiglio d’amministrazione della Rai c’era il filosofo Beppe Vacca che mi ha proposto di andare a Roma e io ho accettato. L’Unità si è liberata di me ed io di loro. E ho fatto bene visto che la redazione napoletana ha chiuso.
Quanto deve a Sandro Curzi e come ricorda i tempi di TeleKabul?
Con Sandro Curzi non c’è stato un rapporto facile come tutti pensano. Lui è stato straordinario a raccogliere nel Tg3 il meglio del giornalismo giovane della Rai di allora. Ma Samarcanda era già allora una repubblica a parte che il direttore esaltava o mandava a quel paese a seconda delle circostanze.
Colori, profumi, il mare. Quale ricordo si porta dietro Michele Santoro di Salerno?
Dove adesso c’è piazza della Concordia c’era un molo spezzato. Lo chiamavamo ‘il pennello’. Con il mare agitato le onde gli si infrangevano contro. Noi bambini andavamo verso la punta e poi scappavamo per evitare gli spruzzi.
Segue le sorti della Salernitana? Nonostante Zeman, quest’anno stenta…
Sì, certo. La Salernitana è un amore che non si dimentica e Zeman mi è sempre piaciuto. Spero davvero che i "granata" tornino a vincere.
Lei è uno dei personaggi più amati della tv pubblica. Tanti telespettatori, non solo di Salerno ovviamente, attendono il suo ritorno in video. Sappiamo che riceve centinaia di telefonate, di lettere e di mail. Che cosa le dicono, che cosa le scrivono?
Vivono la nostra assenza come una ferita e come la dimostrazione della meschinità e della mediocrità di chi ci governa. Berlusconi pensa di essere un re ma è un poveraccio pieno di miliardi.
Come ha vissuto il provvedimento disciplinare di sospensione da parte della Rai?
Hanno aspettato sei mesi minacciando un licenziamento che non hanno avuto il coraggio di fare. Poi la montagna ha partorito il topo di fogna della sospensione.
Ma lei si sente "colpevole" di qualcosa?
Sono colpevole di aver lavorato onestamente, di aver detto la verità.
La sua verità, potrebbero dirle.
Quella che mi appare come la verità. Mi riferisco a quello che hanno scritto sul caso italiano prestigiosi giornali stranieri come l’Economist, al conflitto d’interessi, alla vicenda di Dell’Utri, a ciò che ci viene addebitato come lavoro "criminoso".
Maurizio Costanzo, come aveva promesso, ha cantato "Contessa" per invocare il suo ritorno in video, il presidente della Rai Baldassarre ha detto che "per quanto riguarda il Cda i casi Biagi e Santoro sono chiusi", il direttore di Raitre Paolo Ruffini la vorrebbe sulla sua rete. Però nel palinsesto Rai "Sciuscià" non c’è. Ci sono novità al riguardo?
Costanzo ha quasi cantato. Diciamo che è stato un canto fioco. Berlusconi ha deciso che dobbiamo tacere. Il resto è una conseguenza.
Il Direttore generale della Rai Saccà sostiene che non è vero che lei non sta lavorando. Avrebbe realizzato il programma "Donne" e avrebbe in progetto un documentario sul bandito Giuliano. Tutto vero?
Donne è già finito e Giuliano, che è un progetto approvato dalla Rai precedente, non comincerà mai.
Il presidente Baldassarre le rimprovera le continue interviste in cui dipinge il nuovo vertice come composto da "censori".
Ripeto, il Censore è il Presidente del Consiglio. Comunque perché il programma leader di Raidue è stato cancellato?
Quali condizioni pone per tornare in video alla Rai e, viceversa, a che cosa è disposto a rinunciare?
Non rinuncio alla mia indipendenza e alla mia dignità.
Che similitudini ci sono con la vicenda di Biagi?
La nostra e quella di Biagi sono due facce della stessa medaglia coniata in Bulgaria.
Le opposizioni parlano di crollo di ascolti della Rai rispetto a Mediaset. Come giudica la tv pubblica in questo momento?
Siamo precipitati in una situazione di monopolio. Oggi la crisi della Rai è più evidente ma ben presto si evidenzierà anche una crisi di Mediaset. Senza concorrenza la televisione italiana rischia di ammalarsi gravemente, di fare la fine della Fiat. Fra cinque anni il nostro paese potrebbe non avere più un’industria televisiva, come non ha più un’industria chimica o dell’acciaio.
E come giudica la nuova Raitre di Paolo Ruffini?
Di nuovo Raitre ha ancora espresso poco. E’ una rete forte della nostalgia di un pubblico per la vecchia Rai. Ma non ha la capacità innovativa di Telekabul, il coraggio e lo spirito di avventura di quella straordinaria esperienza.
Come racconterebbe la situazione politica ed economica italiana di questi mesi? Quali temi le piacerebbe approfondire?
La Fiat e la guerra prima di tutto. Credo che nella nostra chiusura ci sia anche la volontà di mettere a tacere quei movimenti, come i No Global o i pacifisti, che solo nella nostra trasmissione parlano da veri protagonisti. Comunque Berlusconi ha sempre promesso di dare tutto a tutti. Questa è la prima volta che toglie qualcosa in maniera così vistosa. La leggo come una manifestazione di paura e di debolezza.
Se alla fine restasse fuori dalla Rai, che cosa farebbe?
Non lo so. Ma non mi arrenderei e continuerei a battermi. Scrivendo sui muri di Arcore se non mi lasciano altra scelta.
 
(La Città di Salerno, 10 novembre 2002)
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