Intervista a Lelio Schiavone

di Mario Avagliano
 
Quando dici arte a Salerno, il pensiero non può che andare a Lelio Schiavone, patron della galleria Il Catalogo, amico di Alfonso Gatto e di Mario Carotenuto, e promotore di alcune delle più belle iniziative culturali di respiro nazionale che si sono svolte in città dal ’68 ad oggi. E’ stato lui a portare a Salerno artisti del calibro di Guttuso, Maccari e Cagli, e scrittori come Michele Prisco e Vasco Pratolini. E’ merito suo, oltre che di personalità come Filiberto Menna e Feliciano Granati, se - tra gli anni Sessanta e Settanta - Salerno fu uno dei centri più vivaci dell’arte e della letteratura italiana. Nel 1998 l’allora sindaco De Luca lo premiò con una medaglia per i trent’anni di attività al servizio della cultura. Nel 2002 la Sovrintendenza ai Beni Archivistici della Campania ha riconosciuto “patrimonio nazionale da salvaguardare” tutto il carteggio e il materiale documentario conservato presso “Il Catalogo”. Ancora oggi, a 73 anni, Schiavone è una delle massime autorità salernitane in campo artistico e culturale, anche se, come lui stesso lamenta, è diventato quasi “un’icona, il simbolo di una Salerno che ha fatto la storia ma non c’è più”, rispetto alla quale “la modernità deve andare oltre”.
 
Com’è nata la sua passione per l’arte e per la cultura?
Ho iniziato la mia attività di operatore culturale nel 1950, all’età di 18 anni. Era il primo dopoguerra, Salerno rinasceva dalle macerie della guerra e quella meravigliosa macchina di sogni che è il cinema accompagnava gli italiani nella difficile opera di ricostruzione. Nacque così l’idea di fondare un Circolo del Cinema cittadino, assieme a Nino Carbè e a Bruno Anastasio. Le proiezioni si tenevano la domenica mattina al Vittoria ed erano affollate di gente. Il Circolo fu presieduto prima da professor Canger, uno psichiatra molto noto nell’agro-nocerino, e poi dal dottor Almerico Tortorella, l’attuale proprietario della Clinica Tortorella.
La Salerno degli anni Cinquanta era diversa da quella di oggi?
Era una città bellissima, tranquilla e vivibile, con una borghesia forse un po’ chiusa, ma colta e raffinata. Come non ricordare l’esperienza dei giovedì “del lettore” organizzati alla Libreria Macchiaroli... Ero un assiduo frequentatore di quel cenacolo che vedeva la partecipazione tra gli altri di Aldo Falivena, Mario Carotenuto, Roberto Volpe, il professor Panebianco, Luciano Vecchi, Giovanni De Crescenzo, Tullio Lenza, Pietro Laveglia, il professor Cassese.
Il cinema fu il suo primo amore.
Sì. In quegli anni collaborai con Ignazio Rossi al Festival del Cinema “A Passo Ridotto”, che si teneva a Salerno, ed ebbi un lungo sodalizio con il romano Edoardo Bruno, direttore della rivista “Filmcritica”. Con Bruno e con l’allora sindaco di Cava Clarizia organizzammo nel 1960 una straordinaria manifestazione intitolata “Estate cavese”. Mettemmo in scena due spettacoli che ebbero un grande successo: “La voce umana” e “Il bugiardo” di Jean Cocteau, con la partecipazione di attori come Edmonda Aldini e Claudio Biondi. Bruno era il regista, ed io il suo assistente alla regia. Contemporaneamente portammo a Cava pittori importanti come Attardi, Guccione, Tornabuoni, Muccini e Mirabella, che realizzarono paesaggi di Cava e li donarono alla città.
Lei ha svolto anche un’intensa attività politica.
Sono stato iscritto al Pci fin dalla giovane età e sono stato segretario di Feliciano Granati durante tutto il periodo del suo mandato parlamentare. Granati era una delle più belle intelligenze che io abbia mai conosciuto, dotato di un intuito eccezionale. All’epoca era un mito a Salerno. I suoi comizi a Piazza Portanova erano applauditissimi e i salernitani lo amavamo e rispettavano. Certo, come tutti i politici, nel privato era poco incline ai rapporti camerateschi. Posso dire con orgoglio di essere stato una delle persone alle quali ha voluto più bene. E poi è stato grazie a Feliciano che l’arte è diventata tutta la mia vita… 
Infatti nel ’63 Feliciano Granati fondò la galleria L’Incontro. 
E mi chiamò a lavorare con lui. Fu un’esperienza esaltante. Tra il ’63 e il ’68 vennero a Salerno, nella sede di via dei Mercanti, alcune delle più importanti personalità della cultura italiana e internazionale, da Vespignani a Raphael Alberti, da Duilio Morosini ad Alberto Bevilacqua, da Giuseppe Prezzolini a Maria Antonietta Raphael  e a Carlo Barbieri. E poi, ovviamente, Alfonso Gatto.
Lo conobbe allora?
Fu proprio nel 1963. E fu subito l’inizio di una grande amicizia. Come si dice, “incontrati e presi”.
Com’era l’Alfonso Gatto privato?
Era un essere meraviglioso, pieno di dolcezze e di furori improvvisi che poi si scioglievano come neve al sole. Amava Salerno, profondamente. La retorica dell’odio e amore è una stupidaggine. E poi era una persona che dava grande importanza all’amicizia. Quando nel 1966 vinse il Premio Viareggio, volle che andassimo con lui alla cerimonia di assegnazione del premio. Lo accompagnammo io, Bruno Fontana, Nicola Napoli, Antonio Castaldi, Giulia Granati e Antonio Erra. Un’altra volta ci portò con lui a Spoleto, dove si teneva una grossa manifestazione dedicata alla poesia con Ungaretti, Gatto, Ginzburg e Octavio Paz. Per un disguido, non c’era l’accredito né per me né per gli altri due amici, Bruno Fontana ed Enrico Iannone. Ricordo che Alfonso si irrigidì: “Se loro non entrano – disse - me ne vado anche io”.
Fu Gatto a convincerla di tentare l’avventura di una galleria d’arte tutta sua?
Nel ’68 Feliciano cominciò ad allargare il giro della galleria, proponendo ai clienti anche mobili antichi e ceramiche. Gatto sosteneva che io non ero adatto per quel  tipo di commercio e mi sollecitò ad aprire una galleria d’arte mia. L’inizio fu avventuroso. Avevo in tasca appena un milione di lire, imprestatomi – non ho vergogna a dirlo – dall’architetto Roberto Visconti e dall’ingegner Antonio Erra. Tuttavia avevo una carta eccezionale da giocare: l’apertura di credito tra gli artisti del Novecento fattami dallo stesso Gatto. Con lui sono andato a conoscere nei loro studi Guttuso, Cagli, Zigaina, Guidi, Bueno, Maccari, Paulucci. Grazie a lui posso dire di aver frequentato il fior fiore dei pittori del secondo Novecento italiano, che sono venuti tutti ad esporre e a presentare personalmente le loro opere nella mia galleria.
Da chi fu scelto il nome “Il Catalogo”?
Il nome fu scelto da Alfonso Gatto, al Vicolo della Neve. Ricordo che c’erano Bruno Fontana, Antonio Castaldi ed altri. Gatto chiese ad ognuno di proporre un nome. Alla fine della cena, sentenziò: “Va bene, abbiamo scelto, si chiamerà Il Catalogo”. Era un nome che non era mai uscito nel corso di tutta la serata…
Nella sua storia quasi quarantennale, “Il Catalogo” è stato un centro d’arte ma anche di letteratura.
E’ stato il luogo d’incontro di tutta la letteratura italiana di quel periodo, da Michele Prisco a Vasco Pratolini. Abbiamo lanciato anche una piccola collana editoriale. Il primo libro s’intitolava “Il Catalogo è questo”, e raccoglieva tutte le presentazioni delle mostre scritte da Gatto. Il secondo libro, che ormai è introvabile, era “Le ore piccole” di Gatto, stampato su carta di Amalfi. Un libro preziosissimo. Ancora oggi, a distanza di trent’anni, c’è chi lo chiede e vuole acquistarlo.
Pratolini è stato un altro grande amico del “Catalogo”.
Lo conobbi in occasione dei funerali di Gatto. Iniziò un’amicizia che è durata fino alla sua scomparsa. La prima cosa che mi disse, fu: “Non pensiate che io possa essere il sostituto di Gatto”. Pratolini era l’opposto di Gatto: uomo di poche parole, di poche effusioni, rigoroso, tuttavia sinceramente affezionato. E infatti venne spesso a Salerno e presentò due importanti mostre di Carotenuto e di Grazzini. 
In questa “galleria” di ricordi non può mancare Mario Carotenuto.
Vede, due persone sono state per me fondamentali. Mario Carotenuto perché mi ha fatto conoscere la pittura e Gatto perché mi ha “costruito” come gallerista e come uomo di cultura. Il mio rapporto con la pittura nasce proprio grazie al mio incontro con Mario Carotenuto, quando avevo 16 anni. Frequentavo assiduamente il suo studio in via Bastioni, assieme a Roberto Volpe. Quando era in fase creativa, metteva un cartello davanti alla porta con sopra scritto “Sto lavorando”, e noi ce ne andavamo. Altrimenti entravamo da lui e passavamo tutta la sera a chiacchierare di arte, di musica, di cinema, di teatro, di letteratura. La nostra amicizia dura da 55 anni. 
In quegli anni a Salerno un altro personaggio di alto spessore culturale era Filiberto Menna.
Filiberto lo conoscevo già dai tempi della Libreria Macchiaroli. Era una grandissima personalità, un uomo aperto, disponibile, non settario. Salerno in quegli anni  era una fucina di cultura. Un altro uomo di valore era Achille Bonito Oliva, un vero e proprio genio nel suo genere. Tuttora, quando passa a Salerno, non manca mai di venire a salutarmi. E poi c’erano molti giovani emergenti: Angelo Trimarco, Luigi Giordano, Antonio Castaldi.
E con il sindaco Alfonso Menna ha mai avuto rapporti?
Ricordo che quando nel ’68 inaugurai “Il Catalogo” con una mostra su Cagli, ebbi un grande successo di pubblico ma non vendetti neppure un quadro. Al termine dell’esposizione si presentò da me il sindaco Menna e quando lo seppe, volle acquistare un’opera, come buon auspicio per il futuro della galleria. E’ stato il mio primo cliente!
Parliamo di Lelio Schiavone uomo. Guardandosi allo specchio, cosa vede?
Vedo una persona intransigente, non incline ai compromessi. Una persona fedele nei rapporti di amicizia e coerente negli odi. Una persona che per tutta la sua vita ha amato l’arte e la cultura e che ha vissuto grazie all’arte e alla cultura. 
Oggi forse non sarebbe più possibile. L’interesse per l’arte non è più quello degli anni Sessanta e Settanta.
E’ vero, è più difficile lavorare in questo settore. La borghesia colta di una volta, che amava collezionare quadri d’autore, che apprezzava i Guttuso e gli Attardi, è scomparsa o si è ritirata. E’ finito un mondo. Certe volte penso che continuo a tenere aperta la galleria solo per un dovere di memoria. Pochi giorni fa è morto il professor Della Corte, uno dei miei più cari amici e clienti. Mi è sembrato di perdere il punto di riferimento di una stagione bellissima.
Eppure l’offerta culturale non manca, anche a Salerno.
Forse l’offerta è pure eccessiva. Ogni settimana si organizzano tante mostre e presentazioni di libri. Quella che manca è la passione di allora, quel clima caldo di interesse e di emozione che caratterizzava ogni manifestazione culturale, facendone un evento unico e irripetibile.  
Un evento unico, come la mostra che si è chiusa venerdì scorso al “Catalogo” in memoria di Alfonso Gatto…
Ho voluto dedicare una mostra a Gatto assieme alla Fondazione Filiberto Menna in occasione della pubblicazione della sua opera omnia da parte di Mondadori, per festeggiare l’esito positivo di una battaglia durata 29 anni. E così ho invitato dieci artisti che lo hanno conosciuto a rappresentare su tela il loro ricordo del grande poeta salernitano. Sono sicuro che a lui che amava tanto l’arte, sarebbe piaciuto essere ricordato così…
 
 (La Città di Salerno, 20 novembre 2005)
 
Carta d’identità
 
Luogo e data di nascita: Salerno, 8 luglio 1931
Hobby: teatro e viaggi (ogni anno va alle Mauritius).
Il libro preferito: “Zio Vania” di Anton Cechov e “Giulio Cesare” di Shakespeare
Il film preferito: “Rocco e i suoi fratelli” di Luchino Visconti
 

Intervista a Beatrice Fazi, attrice

 di Mario Avagliano
 
Molti ricordano ancora Nunziah, la ragazzina sfigata che imperversava con i suoi nonsense nella fortunata trasmissione televisiva Macao, di Gianni Boncompagni. A interpretarla era Beatrice Fazi che, insieme a Yari Gugliucci, rappresenta la nuova leva degli attori salernitani, cresciuti all’ombra del teatro San Genesio e poi approdati a Roma, nella Mecca dello spettacolo italiano. Mora, occhi a mandorla, brillante, spiritosa, la Fazi ha lavorato in teatro con Gigi Proietti, Tato Russo e Angelo Orlando, ha avuto parti di protagonista nei film di Francesco Apolloni e Salvatore Piscicelli, e alla metà degli anni Novanta è stata una delle promotrici della straordinaria stagione della musica d’autore romana, che ha visto emergere cantanti come Daniele Silvestri, Max Gazzè e Niccolò Fabi.
 
Quando pensa a Salerno, che cosa le viene in mente?
Salerno per me è i ricordi dell’adolescenza. L’odore dell’acqua salata, e il vento sul lungomare, le corse in motorino, l’atmosfera particolare dei locali del centro storico con i primi concerti dal vivo, la strada dove abitavo da piccola: via Luigi Guercio, gli anni al Liceo Scientifico Severi, lo struscio su via del Corso davanti al Burger King.
Lei ha iniziato a recitare prestissimo. Come mai?
Non lo so, forse istinto naturale. Ricordo che a 5 anni di età avevo visto in tv lo sceneggiato la “Baronessa di Carini” e mi divertivo a recitare la scena madre, altamente drammatica, in dialetto siciliano. Sembra che abbia nelle vene sangue dell’attore Checco Durante. Anche i miei genitori, da giovani, avevano avuto qualche esperienza nel mondo dello spettacolo. Mio padre Rosario, sindacalista della Cisnal, aveva una bellissima voce e aveva recitato e cantato. Mia madre era stata Desdemona in uno spettacolo del Teatro San Genesio. Mia zia Paola Fazi era attrice dilettante.
Un destino segnato. Ricorda la sua prima volta sul palcoscenico?
Devo dire che mi hanno incoraggiata in tanti ad intraprendere questo percorso. La mia maestra alle elementari, Ida Mauro, mi faceva recitare poesie o suonare la pianola. Il primo personaggio che ho interpretato è stato quello di Giulietta, alle scuole medie. Ricordo che per “costruire” la scenografia del balcone, mettemmo i banchi uno sopra l’altro.
Da allora non si è più fermata...
Recitare ti da’ sensazioni bellissime e, quando inizi, non puoi più farne a meno. E’ una specie di “condanna a morte”! Così, quando avevo 13-14 anni, misi in croce mia madre perché volevo iscrivermi ad una scuola di teatro. Sandro Nisivoccia organizzava una leva teatrale al San Genesio, io mi iscrissi e fui presa. Il primo spettacolo che mettemmo in scena fu “Morte di Carnevale” di Raffaele Viviani. Io ricoprivo il ruolo di Sisina, una bambina ritardata e infelice, con i codini e la frangetta da deficiente, che poi in parte mi ha ispirato il personaggio di Nunziah a Macao. 
Il teatro San Genesio ha rappresentato una vera e propria scuola per diversi personaggi dello spettacolo di origini salernitane.
E’ vero. Per me è stata un’ottima scuola, e guai a chi si permette di considerarla filodrammatica. Nisivoccia e Regina Senatore mi hanno insegnato tantissimo, mi hanno dato le basi di questo mestiere: il rigore, la professionalità, il teatro come un rito, il rispetto degli orari, il silenzio durante le prove. Frequentavo anche i loro figli, Anna e Roberto, che sono tuttora miei amici. 
Tra i suoi compagni di viaggio di allora c’era anche Yari Gugliucci, uno degli attori emergenti del cinema e della fiction italiane, che ha lavorato con i fratelli Taviani e con Lina Wertmuller.
Io e Yari abbiamo iniziato al San Genesio. Lui scherzava sempre dietro le quinte, tanto che a volte rischiava di bucare le scene, ma già allora si capiva che aveva un grandissimo talento. Genio e sregolatezza. Poi a Roma abbiamo fatto varie altre cose assieme, divertendoci come dei matti.
Già, perché lei a 18 anni, prese armi e bagagli e si trasferì nella capitale...
Un giorno due attori cavesi, Peppe Bisogno e Martino D’Amico, che frequentavano l’Accademia del Teatro di Roma, tennero una lezione al San Genesio sui metodi di insegnamento di quella scuola. Per me fu una sorta di folgorazione. Sognavo di diventare qualcuno fin da quando ero bambina e quindi sentii l’impulso irrefrenabile di andare nella capitale. Salerno non offriva molto, e poi in quel periodo, tra i giovani, circolava tanta droga. Mia madre mi diede una mano, mio padre un po’ meno. Si erano separati da poco, e forse io volevo fuggire anche da quella situazione familiare, che si era fatta un po’ pesante.
Gli inizi non sono stati facili.
Ho cominciato a lavorare nel teatro romano off, con Fabio Morichini, nelle cantine del Colosseo. Guadagnavo pochi soldi, tanto è vero che, per mantenermi, facevo la cameriera al Bar della Pace. Intanto avevo vinto una borsa di studio alla scuola di teatro della Scaletta, diretta da Orazio Costa, e - a forza di fare provini - mi ero procurata qualche partecipazione ad Avanzi e al varietà estivo La piscina, condotto da Alba Parietti.
Il momento della svolta?
Il provino vinto nel 1991 per condurre il programma per bambini “Big!”, con Sammy Barbot. Fu la mia prima trasmissione televisiva da protagonista, su RaiUno, e mi fece conoscere al pubblico degli addetti. Nel frattempo, assieme ad alcuni amici, tra cui Alberto Molinari e Andrea Marotti, aprii il Locale, in Vicolo del Fico, che rappresentò per alcuni anni il punto di riferimento dei cantautori emergenti della capitale, come Niccolò Fabi, Max Gazzè e Daniele Silvestri.
Con Silvestri lei ha avuto una lunga liasion...
Siamo stati fidanzati, sì. Conservo un ricordo bellissimo della vita con lui. E’ una persona eccezionale. Quando ci siamo lasciati, per me è stato un vero e proprio colpo, ma siamo rimasti in ottimi rapporti e ogni tanto ci frequentiamo. Lui e la sua compagna, Simona Cavallari, hanno due bambini della stessa età dei miei. 
Intorno alla metà degli anni Novanta lei ha alternato la televisione al teatro.
Dopo “Big!”, c’è stato un programma musicale, “Match music”, per il quale mi collegavo dalle discoteche e una minifiction su RaiTre, intitolata “In fuga”, per la regia di Puccioni. Poi ho fatto tanto teatro, soprattutto ruoli comici. Ho recitato in “Karmacoma”, di Massimiliano Bruno, che è, tra l’altro, uno degli autori di Paola Cortellesi, in “Ritratti su palloncino”, con Yari Gugliucci, e in “Casamatta vendesi”, con Valerio Mastrandrea e Marco Giallini, scritto e diretto da Angelo Orlando. 
Angelo Orlando, un altro salernitano.
Io, Yari e Angelo, scherzando, dicevamo che noi salernitani ci eravamo infilati quatti quatti nella capitale per poi spaparanzarci... Angelo è simpaticissimo. E’ esilarante anche di persona. Riesce sempre a spiazzarti. Ha battute che ti lasciano interdetti. E’ un vero genio.
Nel 1997 è arrivato il ruolo di Nunziah nella trasmissione Macao.
Non è stato facile. Prima di essere scelta, sono stata sottoposta ad almeno 4-5 provini. Nunziah è un personaggio che ho completamente inventato io. Era un po’ l’iperbole di me stessa, la rappresentazione - in chiave ironica e paradossale - della sfigata che c’è in me. Macao è stata un’esperienza professionale davvero bella, ma anche massacrante. Mi scrivevo da sola i testi, due puntate al giorno, con uno stress continuo. Assieme a me c’erano Biagio Izzo e Sabrina Impacciatore, che poi hanno fatto un sacco di altre belle cose.
Com’è stato il suo rapporto con Boncompagni?
Boncompagni è una persona squisita e, checché se ne dica, correttissima. Voleva che partecipassi anche alla seconda edizione, ma io desideravo fare altre esperienze, e così, quando arrivò la proposta di una parte di coprotagonista nella fiction “Lui e Lei”, con Vittoria Belvedere, accettai senza starci a pensare due volte.
Lei ha fatto anche cinema.
Finora ho fatto tre film. Quello che ha avuto più successo, è stato “La verità, vi prego, sull’amore”, uscito nel 2001, scritto e diretto da Francesco Apolloni. Accanto a me recitavano Pierfrancesco Favino e Yari Gugliucci. Ho studiato a lungo quel personaggio e devo dire, con soddisfazione, che la critica ha apprezzato molto la mia prova di attrice.
Torna mai a Salerno? Come le sembra la sua città?
Purtroppo non torno spesso e anche durante le Feste cerco di riunire tutti qui a Roma. Ci sono stata ultimamente per vedere il ristorante che ha aperto mio fratello Leo: “La Volpe e l’uva”. Ho fatto una passeggiata sul lungomare con i bambini e i miei nipotini, figli di mio fratello maggiore Ivo, che fa l’avvocato. Salerno mi sembra più bella oggi di quando l’ho lasciata, e anche più piena di iniziative e servizi per i giovani e le famiglie. Certamente quest’estate ci tornerò volentieri per stare con mia madre qualche settimana e portare i bimbi in Costiera.
I suoi progetti attuali?
Sto preparando uno spettacolo comicissimo che s’intitola “Uno e basta”, che debutterà il 10 maggio al Teatro Sette, diretto da Michele La Ginestra, brillantissimo attore e regista. Si tratta della storia dell’incontro tra due persone e dei commenti degli ... spermatozoi di lui... Tra gli altri interpreti ci sono Edoardo Falcone e Alessandro Marrapodi, attore della fiction Incantesimo. Sono impegnata anche in una nuova appassionante attività: gli adattamenti per il doppiaggio dei copioni in lingua straniera. E tra uno spettacolo e un altro, mi piacerebbe avere un terzo bambino.
E’ una mamma felice?
Felicissima. I miei bimbi, Marialucia detta Maru, di 3 anni, e Fabio, di 2 anni, sono la cosa più bella della mia vita. Sono anche molto innamorata del mio compagno Pierpaolo, che è avvocato. Speriamo di convolare presto a nozze, in Chiesa. Abbiamo riscoperto la fede e frequentiamo molto la parrocchia. Dio è entrato nella mia vita, e voglio che ci resti per sempre.
 
(La Città di Salerno, 10 aprile 2005)
 
 
Scheda biografica
 
Beatrice Fazi è nata a Salerno il 27 luglio del 1972 Dopo un periodo di apprendistato al Teatro S. Genesio di Salerno, a diciotto anni di età si trasferisce a Roma, dove vince una borsa di studio presso la scuola teatrale La Scaletta. Il suo debutto nel teatro avviene nel 1992, con Signor G. ovvero 'Il vecchio e il gatto' di M. Greco. Da allora è stata protagonista o coprotagonista di quasi venti spettacoli, tra cui  “Ragazze al muro” (1995, scritto e diretto da E. Danco, “Ritratti su palloncino” (1996), scritto e diretto da R. Pacini, “La commedia degli errori” (1996), di W. Shakespeare. Adatt. e regia di T. Russo, “Karmacoma”  (1996), scritto e diretto da M. Bruno, “Casamatta vendesi” (1997), scritto e diretto da A. Orlando; “La verità, vi prego, sull’amore” (1998-99), scritto e diretto da F. Apolloni; “Il sesso di colpa” (1998-99), scritto e diretto da P. Cigliano per Todifestival ’98; ”Il dramma della gelosia” (2000), dal film di Age-Scarpelli-Scola, adatt. e regia  di  G. Proietti; “Sax session” (2000), scritto e diretto da P. Cigliano; “Ypokritài-Attori” (2000), scritto e diretto da P. Cigliano; “Todo por Pedro”  (2001), di Giulia Ricciardi, diretto da P. Cigliano;  “Bambini”  (2004), di A. Bennicelli e M. La Ginestra, diretto da M. La Ginestra. Nel cinema ha debuttato nel 1996, con il film “Cosa c’entra con l’amore” , per la regia di M. Speroni. E’ stata poi protagonista di  “Quartetto” (2001),  scritto e diretto da Salvatore Piscicelli, e di “La verità, vi prego, sull’amore”,  scritto e diretto da F. Apolloni e tratto  dalla omonima commedia teatrale. In televisione ha condotto “Big!” (1992-93), contenitore pomeridiano per bambini di RaiUno, e “Match music”  (1995), programma musicale. E’ stata protagonista delle fiction “In fuga” (1996), su RaiTre, e “Lui e Lei” (1998-99), su RaiUno. Ha  avuto grande notorietà partecipando nel '97 alla prima serie di Macao, il programma Tv di Gianni Boncompagni su RaiDue, con il personaggio di Nunziah. Lo scorso anno è stata lo sparring partner, il punto di riferimento, l'aiuto regista di Michele La Ginestra, nel suo one man show "Mi hanno rimasto solo".
 

Intervista a Matteo Saggese, musicista

di Mario Avagliano
 
“La mia musica è fatta di cuore, di anima e di testa”. A parlare è Matteo Saggese, salernitano, classe 1960, musicista, arrangiatore, produttore artistico, e – tra le altre cose - tastierista della band di Zucchero e patron del gruppo emergente dei Devon Rex, di Salerno. E’ l’autore di “Diamante”, una delle più belle canzoni italiane del dopoguerra. Ha scritto brani musicali per Zucchero, Mina, Giorgia, Biagio Antonacci, Syria, ma anche per artisti stranieri che vendono milioni di dischi in tutto il mondo, da Russel Watson a Hayley Westenra. Partito dal rock progressivo, è passato per il jazz fino ad approdare al pop melodico e al cross-over. Saggese vive da circa venti anni a Londra ma, quando può, torna con la moglie Milly e le due figlie Alice (di 3 anni) e Francesca (di 2 anni) nella sua Salerno che, dice, è per lui “fonte continua di ispirazione musicale”. 
 
Lei è cresciuto in una Salerno diversa da quella di oggi.
Sì, forse diversa, ma a me sembrava - anche allora - una gran bella città, viva, e ricca di stimoli artistici e intellettivi. Ricordo che passavo molto tempo a godermi il mare, anche d’inverno. Ad onor del vero, devo aggiungere che, fin da ragazzo, provavo dentro di me la smania, il desiderio di andar via, di fare altre esperienze, di conoscere nuove realtà.
Quando ha cominciato a suonare il pianoforte?
Ero incantato dalla musica fin da bambino, ma ho iniziato relativamente tardi, all’età di 14 anni. Mi piacevano i Beatles, i Led Zeppelin, i Deep Purple. Da allora, nella mia vita, non ho fatto nient’altro che il musicista e il mio primo lavoro, a 17 anni, è stato in un’orchestra, a suonare nei night in giro per l’Italia.
Lei ha studiato pianoforte al Conservatorio?
Sì, ho dato gli esami presso i Conservatori di Frosinone e di Avellino. Ho studiato musica classica per accontentare i miei genitori, ma devo dire che oggi non me ne pento affatto, visto che senza questo background classico e senza la conoscenza della melodia napoletana, non potrei essere un protagonista del nuovo genere mondiale della musica pop-classica. 
Chi è stato il suo maestro?
Devo molto ad Angelo Cermola, un pianista geniale che è stato il “papà” di tutte le generazioni di musicisti salernitani dagli anni Cinquanta in poi. Ha avuto una grandissima influenza musicale e di stile di vita sui vari Gugliemo Guglielmi, Aldo Vigorito, Renato Costarella, Marcello Ferrante, Aniello Criscuolo (purtroppo scomparso da qualche anno), fino ai più giovani Dario e Alfonso Deidda, e Ciro e Diego Caravano. Ho suonato con lui due-tre anni e mi ha insegnato a capire le nuove frontiere della musica. Era un talento straordinario e se non ha conseguito la notorietà nazionale e internazionale che meritava, è stato solo perché ha fatto la scelta di restare a Salerno. 
Salerno è stata ed è tuttora una fucina di ottimi musicisti. 
E’ vero. Ricordo che quando ho mosso i primi passi nel mondo della musica salernitana, ho subito avuto la consapevolezza di far parte di un movimento, di una generazione di giovani musicisti. Il periodo dagli anni Settanta agli anni Novanta è stato assai fertile. Penso a  Stefano Giuliano, a Gugliemo Guglielmi, a Jerry Popolo, e più tardi ai fratelli Deidda, ai Neri per Caso, a Daniele Scannapieco. Vorrei citare anche Francesco Verrengia, trombettista, ora proprietario del Tatum, uno dei più grossi musicisti che abbia conosciuto nella mia vita, e Rino Calabritto, bassista davvero eccezionale. Entrambi hanno deciso di fare altro nella vita. Se avessero avuto la possibilità di andar via, credo proprio che avrebbero fatto una grossa carriera.
Con molti di loro si è spesso scatenato in interminabili jam session in locali salernitani.
Suonavamo spesso in un locale che adesso si chiama Bogart. Le jam session le organizzavamo anche a casa mia, sulla litoranea. Eravamo capaci di restare lì a suonare notte e giorno, senza fermarci mai. Ricordo tra gli altri il gruppo che misi su con Dario Deidda e Paolo Pelella. Allora Dario era agli inizi, adesso invece è tra i musicisti più eccelsi d’Italia, anzi d’Europa, e ha dimostrato di essere una grande mente musicale. Per anni l’ho pregato di venire qui a Londra, dove sicuramente avrebbe un successo straordinario, ma ha fatto una scelta di vita diversa.
Tra il 1980 e il 1987 lei ha collaborato con importanti musicisti, napoletani e non: James Senese, Tullio De Piscopo, Tony Esposito, Michele Zarrillo.
Sono stato in tournée con loro, oppure ho prodotto dei loro brani. E’ stata una bella esperienza, assai formativa. James e Tullio sono ottimi musicisti e ho imparato diverse cose da loro. Siamo rimasti amici. Di Tony Esposito preferisco non parlare, non ho molto rispetto di lui.
Nel 1987, all’età di 27 anni, Matteo Saggese si trasferisce a Londra.
Per me Londra era una tappa di avvicinamento agli Stati Uniti d’America, ma poi mi ci sono trovato così bene, che ho deciso di restarci. Ho scoperto che Londra offriva moltissimo dal punto di vista artistico, e che lì potevo affermarmi come musicista.
E’ a Londra che ha scritto una delle sue canzoni più belle, Diamante.
L’ho scritta a quattro mani con il mio carissimo amico Mino Verniaghi, vincitore di Sanremo nel 1979, che già conoscevo da tempo e che ritrovai a Londra. Zucchero si innamorò subito del pezzo, ci mise le mani anche lui e affidò il testo a Francesco De Gregori. Ne è uscito fuori un piccolo gioiello. Come si dice, l’unione fa la forza. 
Da allora ha avuto inizio il suo sodalizio con Zucchero, che dura tutt’oggi.
Zucchero lo avevo conosciuto nel 1985, ma la nostra collaborazione iniziò con Diamante. Da allora abbiamo scritto varie cose insieme: io, lui e Mino. Per esempio il pezzo con cui Giorgia si presentò al Festival di Sanremo: “Di Sole e d’Azzurro”. E ancora, “Succhiando l’uva”, interpretato da Mina. Sono due altre canzoni di cui vado particolarmente fiero.
Che tipo è Zucchero Fornaciari?
Ho una grande considerazione di lui come artista, e mi diverto a suonare con la sua band. Ritengo che sia un vero professionista e dal vivo la sua energia è impressionante. E’ uno dei pochi musicisti italiani stimati a livello internazionale, l’unico che può permettersi di chiamare uno come Eric Clapton e chiedergli di fare delle cose assieme.
Un altro cantante italiano con il quale collabora è Biagio Antonacci.
Il suo primo disco importante lo registrò in Inghilterra e io produssi due suoi pezzi. Siamo legati da un rapporto di stima e di affetto. Per Syria abbiamo scritto una canzone insieme e sicuramente avremo altre occasioni di collaborazione.
Lei ha lavorato anche con Pino Daniele.
Ho lavorato a un suo album, “Sotto ‘o sole”, nel 1992. E basta. E’ sparito, non si è fatto più sentire. Pino prima usa le persone e poi le lascia. Ha fatto la stessa cosa anche con altri colleghi. E’ stata comunque una bellissima esperienza, con un grande artista, perché allora era ancora un artista, mentre ora - purtroppo - non ha più niente da dire.
Un giudizio duro.
Non sono il solo a pensarla così.
Le va di parlare di Giorgia?
E’ una bravissima cantante, ho lavorato con lei, la conosco bene e la stimo. Aggiungo che penso che meriterebbe di più. Se solo avesse pezzi più belli da interpretare...
In questi ultimi anni lei è diventato uno dei più importanti protagonisti del nuovo genere classico-pop, che è misconosciuto in Italia ma è in testa alle classifiche in Usa e in Gran Bretagna.
Per intenderci, è il genere che ha inventato Zucchero con Miserere. Io ho scritto numerosi pezzi per artisti del calibro di Russel Watson e di Hayley Westenra, la neozelandese prodotta da George Martin che ha venduto quasi due milioni di dischi e presto uscirà con un album anche in Europa. Sono molto richiesto sia come autore che come arrangiatore, anche perché ho una formazione classica.
Quali sono gli artisti italiani o internazionali dai quali ha imparato di più?
Zucchero è strepitoso, mi ha dato tantissimo. Altri due artisti eccezionali dai quali ho appreso molto sono Phil Manzanera e Nina Hagen. Anche l’esperienza con Eric Clapton è stata breve e fugace, ma indimenticabile.
E l’estate scorsa ha suonato con Zucchero alla Royal Albert Hall di Londra, dove i Beatles e i Rolling Stones si esibirono insieme nel settembre 1963, e dove combattè Mohammed Alì.
C’erano cinquemila persone, compresi l'allenatore del Chelsea Ranieri e Gianluca Vialli. E’ stata una grande festa della musica. Un’emozione indescrivibile.
Progetti per il futuro?
Continuare a fare questo lavoro. Scrivo per gli artisti che stimo, produco progetti musicali in cui credo, ho una splendida famiglia. Ora sta per uscire un mio nuovo pezzo scritto per Russel Watson, s’intitola “Magia sarà”, e siccome penso che piacerà a tante persone, sono contento.
Intanto fa il produttore musicale e sta lanciando in pista un nuovo gruppo emergente, i Devon Rex, di Salerno.
E’ una band composta da cinque elementi: Mariella Nardiello (voce solista), Massimo Baldino (tastierista), Andrea Vischi (bassista), Luca Crudele (chitarrista), e Dario Barbuto (batterista). Quando li ho sentiti la prima volta, sono rimasto colpito dal loro sound. L’avventura è cominciata per gioco, ora sta diventando una cosa seria. Credo che abbiano tutte le qualità per sfondare. Mi sono occupato della loro produzione artistica e ho coinvolto nel progetto anche gli Apollo 440, pionieri del rock-ambient elettronico, conosciuti in tutto il mondo avendo scalato le vette delle classifiche dance mondiali. Il loro primo singolo, Orgasmo Apparente, è stato prodotto e mixato a Londra ed ha tutte le caratteristiche per diventare una hit. 
Com’è Matteo Saggese di carattere?
I ragazzi dei Devon Rex mi chiamano Brontolo. Sono molto pignolo. Nella musica non mi permetto di essere approssimativo. La musica è fatta di dettagli, e a me piace curarli. Poi sono anche allegro, mi piace scherzare, e soprattutto adoro le mie figlie. Hanno aiutato molto la mia musica...
Lei capita abbastanza spesso a Salerno. Che giudizio ha della sua città?
La vivo poco, perché quando vengo a Salerno sono assorbito dalla famiglia o dal lavoro. Ciò premesso, devo dire che rimpiango il sindaco De Luca. Qualche anno fa, ogni volta che tornavo, rimanevo piacevolmente sorpreso da qualche novità. Mi sembra che adesso non sia più così.
Se potesse teletrasportare a Londra tre o quattro cose di Salerno, che cosa sceglierebbe?
Il mare, il clima, il cibo e il calore umano. E, ovviamente, gli amici e la famiglia. Purtroppo, l’unica cosa che riesco a portarmi dietro in aereo, è la mozzarella!
 
(La Città di Salerno, 10 ottobre 2004)
 
Scheda biografica
 
Matteo Saggese è nato a Salerno il 20 febbraio del 1960.  Ha frequentato le scuole medie e superiori a Salerno e si è diplomato in pianoforte nel 1985, presso il Conservatorio Musicale di Avellino. Vive a Londra dal 1987. Musicista, autore di canzoni, produttore musicale, arrangiatore, ha lavorato per  diversi artisti italiani  (Zucchero, Mina, Giorgia, Pino Daniele, Syria, Biagio Antonacci, Alan Sorrenti) e internazionali (Phil Manzanera, Jack Bruce, Nina Hagen, Augusto Rodriguez , Richard Thompson, Heroes of the silence, Antonio Vega, Hayley Westenra, Russell Watson, Salvatore Licita e Marcello Alvarez, Summer, Monica Naranjo, Apollo 440, Sofie Barker), e in vari tipi di genere musicale, dal  pop  al  soul al   jazz. Al momento è tastierista della band di Zucchero, collabora con  gli Apollo 440, e scrive canzoni per artisti internazionali di classico-pop come Russell Watson e Hayley Westenra. Ha lavorato anche all’ultimo progetto di Simon Cowell, intitolato “Il  Divo”, che nasce dalla collaborazione tra quattro grandi tenori e sarà pubblicato a novembre. 
 

Intervista a Maurizio Isita, giornalista

 di Mario Avagliano
 
Alla fine degli anni Settanta era il telecronista di punta delle partite della Salernitana, sulla prima tv privata cittadina, la mitica Telesalerno 1. Ora è alla guida della corazzata delle cronache dei Giornali radio della Rai. Maurizio Isita, 48 anni, un faccione simpatico e due occhi mobili, napoletano di nascita, ma cresciuto e formatosi a Salerno,  è uno dei giornalisti più apprezzati a livello nazionale. E’ stato conduttore di Domenica Sport e di Processo al Campionato, ha curato e condotto la fortunata rubrica radiofonica Pronto Salute e nel 2002, per il suo impegno sociale, ha ricevuto la medaglia d’argento del Ministero della Salute quale “benemerito della sanità pubblica”, consegnatagli personalmente dal Presidente della Repubblica Ciampi.
 
E’ proprio vero che i luoghi dell’adolescenza non si dimenticano mai?
E’ vero. Io abitavo al Carmine e ricordo i lunghi pomeriggi passati all’Oratorio dei Salesiani, che era diretto dal mitico e tuttora attivissimo Don Pierino Del Vento. L’Oratorio è stato per me una palestra importante e ha lasciato un segno fondamentale perché mi ha dato dei valori e mi ha insegnato la capacità di socializzare. L’altro luogo dei miei ricordi è il lungomare, che fungeva da calamita per la mia generazione.
Figlio d’arte. Suo padre era giornalista.
Forse è per questo che la passione per il giornalismo ce l’ho nel dna. Mio padre aveva lavorato in diversi quotidiani napoletani, insieme a Gino Palumbo e ai fratelli Enrico e Cesare Marcucci. Negli anni della mia adolescenza, era direttore di Caccia Sud, una rivista venatoria che veniva diffusa nelle sezioni della Federcaccia di tutto il Mezzogiorno. Ho cominciato il mio apprendistato con lui, da ragazzino, correggendo le bozze e confezionando i titoletti degli articoli.
Intanto frequentava il Liceo Tasso. Erano gli anni della contestazione...
Erano anni abbastanza movimentati. Io poi stavo sull’altro fronte.
Come si viveva il ’68 sull’altro fronte?
Mah, guardi, in quegli anni c’erano tre possibilità. La prima era aderire al movimento, che - certo - era caratterizzato da tensioni ideali, ma era anche fortemente strumentalizzato. La seconda era l’indifferenza, o meglio partecipare agli scioperi con la sola intenzione di fare “filone”. La terza possibilità, che riguardava una fascia minoritaria di giovani, i cattolici e l’estrema destra, era di opporsi alle contestazioni sul piano dei valori. 
La contrapposizione tra gruppuscoli di estrema destra e di estrema sinistra spesso degenerava in violenza.
La destra si divedeva tra un gruppo più esagitato e uno composto da intellettuali. Io, per esempio, non ho mai preso parte a tafferugli anche se non sopportavo la prepotenza di chi faceva “i cordoni” impedendo l’ingresso a scuola. Ciò nonostante, si faceva di ogni erba “un fascio”, è proprio il caso di dire. Una volta, nel corso di un’assemblea, mi accusarono di essere complice della strage di Piazza Fontana! In quel clima, non essere di sinistra significava essere un po’ ghettizzati.
Uno dei leader del movimento salernitano era Michele Santoro.
Lo ricordo, con l’eskimo di ordinanza, alla guida del movimento studentesco. Michele era già allora una forte personalità.
Un giudizio sul corpo docente del Tasso?
Ho avuto degli insegnanti straordinari, capaci di dare agli studenti qualcosa in più delle nozioni di testo. Ricordo in particolare la professoressa Napoli al ginnasio e il professore di italiano al liceo, Ugo Lazzaro, che è stato un maestro di vita. Ci chiamava per nome, ci stimolava a imparare la sua materia ma anche a pensare, a ragionare...
Sua madre, la professoressa Antonietta Capobianco, insegnava anche lei al Tasso.
Era molto conosciuta, ha insegnato per oltre trent’anni al Tasso. Ma questo, lungi dal favorirmi, mi costringeva anzi ad impegnarmi di più. Mia madre mi fece iscrivere nella sezione considerata più dura, dove ritrovai Giandomenico Caiazza, figlio del preside Caiazza. In quanto figli di professori, eravamo due sorvegliati speciali, non potevamo “sgarrare”. Eravamo amici per la pelle già dai tempi della scuola media Pirro. Giandomenico è poi diventato un avvocato di fama, è stato allievo di Rodotà.
Quando e come ha iniziato a lavorare come giornalista?
Una delle mie passioni giovanili era il tennis. Era l’epoca di Panatta e questo sport era molto popolare. Divenni corrispondente del mensile “Match ball”. 
Allora era difficile per un giovane salernitano fare il giornalista.
Eccome! Non c’erano quotidiani a Salerno, c’erano soltanto le redazioni locali del Mattino, del Roma e del Tempo. Ho dovuto pensare a un’alternativa, e così mi iscrissi all’università, alla facoltà di Giurisprudenza.
Nel 1976, però, nasceva a Salerno la prima tv privata, Telesalerno 1. E lei fu tra i protagonisti di quella esperienza.
Fu un evento di fortissimo impatto per la città. Tra l’altro la tv andò a coprire spazi d’informazione assolutamente vuoti, visto che a Salerno non c’erano giornali e il segnale di Rai3 non era visibile. Ci sentivamo dei pionieri dal punto di vista dell’uso del mezzo televisivo, ma incontrammo subito il consenso della gente. Capii per la prima volta cosa era la popolarità, visto che dopo qualche mese mi fermavano per strada...
Chi erano i suoi compagni di avventura?
Innanzitutto Nello Talento, proprietario ed editore della tv, oltre che uno dei personaggi più in vista della Salerno sportiva. Eravamo entrambi soci fondatori del Circolo Tennis Le Querce, ad Ogliara. Fu lui a propormi di lavorare con Telesalerno 1. Un altro personaggio che ricordo con piacere è Aldo Primicerio, che è stato anche  direttore dell’emittente.
In che redazione lavorava?
Ho fatto un po’ di tutto, dalla cronaca allo sport. Per me è stata una scuola fondamentale di giornalismo, che poi mi è servita nel corso di tutta la carriera. Il giorno del rapimento di Moro organizzammo una diretta televisiva non-stop durata una giornata intera, degna di una tv nazionale, raccogliendo commenti, valutazioni, emozioni, in mezzo alla gente di Salerno. Seguivamo tutti i fatti di cronaca più importanti. Le nostre telecamere ripresero anche il primo treno che attraversò la nuova galleria di Santa Lucia, che collegava Nocera a Salerno.
Lei fu anche uno dei primi telecronisti delle partite della Salernitana.
Già, insieme a Enzo Casciello. Furono momenti indimenticabili per me. Come quando, allo stadio di Cava de’ Tirreni, fummo rincorsi da un gruppo di tifosi cavesi che aveva individuato il marchio di Telesalerno 1. O come quando, a Campobasso, un sasso mandò in frantumi l’obiettivo della nostra telecamera. Ricordo ancora, come se fosse ora, le telecronache fatte dai balconi di appartamenti di privati, perché all’epoca le tv private non erano accettate negli stadi. Ricordo le corse pazze fino agli studi, per mandare in onda le partite della Salernitana prima delle nostre concorrenti.
Lei collaborava anche con il Mattino.
Gianni Festa, che era il capo della redazione del Mattino di Salerno, mi notò in tv e, bontà sua, mi chiese di curare la rubrica dedicata agli sport minori. A Salerno la squadra di hockey giocava in A2. La squadra di pallavolo era fortissima, con la storica famiglia dei Senatore. Posso dire con orgoglio di essere stato tra i primi a Salerno a diffondere la cultura degli sport minori.
Dopo la laurea, sembrava avviato a una brillante carriera di avvocato.
Ho cominciato ad esercitare nello studio di Donato Iannicelli: un amico e un valente professionista. Mi occupavo di diritto civile e commerciale. Ma la mia carriera di avvocato è durata solo quattro anni...
Perché, che cosa è accaduto?
Nel 1984 ho frequentato uno stage formativo a Roma, organizzato da Ettore Bernabei e durato tre settimane. Lì ho avuto modo di incontrare personaggi come Federico Fellini, Fabiano Fabiani, Emilio Rossi, Vittorio Chesi, Gianni Letta. Insieme a me c’erano giovani che poi hanno fatto strada, come il regista Campiotti e il giornalista della Stampa Raffaello Masci. Fatto sta che, dopo lo stage, nel giugno del 1984, arriva una telefonata a casa mia a Salerno di quelle che ti lasciano con il fiato sospeso. Era il direttore del Tempo Gianni Letta. Vado al telefono con la voce tremante e lui mi chiede se ero disponibile a una sostituzione estiva presso il suo giornale. Mi recai di corsa a Roma. Dopo pochi mesi, fui assunto.
Dunque è stato Letta ad aprirle le porte del giornalismo nazionale.
Gianni Letta è stato un grande direttore, con una straordinaria dedizione al lavoro. Era il primo ad arrivare al giornale e l’ultimo ad andare via. Mostrava attenzione per tutti, compreso me che ero l’ultimo arrivato. Al di fuori della retorica, per me è stato un po’ un secondo padre.
Come ha vissuto il distacco da Salerno?
Ero convinto che il distacco da Salerno fosse una scelta senza ritorno, se volevo fare il giornalista. Quindi ho cercato di calarmi nella nuova realtà, senza voltarmi indietro.
Alla Rai come è approdato?
Nel 1989 Il Tempo viveva una fase di crisi acuta, si paventava addirittura la chiusura del giornale. Alcuni colleghi si trasferirono al Messaggero, io ebbi un’offerta per un posto all’ufficio stampa della Rai. Era un’opportunità per entrare nella tv pubblica e di lì tornare alla professione di giornalista, e quindi accettai. Non mi sono mai pentito. E devo dire che anche quell’esperienza è stata molto utile, mi ha fatto conoscere dal di dentro cos’è la Rai.
Nel 1995 è tornato a fare solo il giornalista.
Sì, sono andato al Giornale Radio Rai, allora diretto da Claudio Angelini, alla redazione sportiva. Ho fatto parte della squadra di Tutto il calcio minuto per minuto, ho condotto Domenica Sport e ho varato la nuova trasmissione Processo al campionato. In quegli anni ho avuto la fortuna di lavorare con mostri sacri come Sandro Ciotti e Alfredo Provenzali.
Nuovo cambio nel 2000, quando passa ad occuparsi di salute e scienze.
Lì, con il collega Vito Pindozzi, che è uno dei più autorevoli giornalisti scientifici, e che tra l’altro è originario di Eboli, abbiamo lanciato una nuova rubrica quotidiana, “Pronto salute”, che consente agli ascoltatori di porre domande in diretta ai grandi medici italiani. I Veronesi e i Mandelli, per intenderci. E’ stata una trasmissione di successo e la Rai la propone tuttora.
Due anni fa il ritorno alla cronaca, come caporedattore di tutti e tre i Gr della Rai.
Una bella soddisfazione e anche un ritorno alle origini. A Telesalerno 1 ho mangiato cronaca da mattina a sera.  Ora guido una struttura nazionale di 13 giornalisti, con decine di corrispondenti in tutte le sedi regionali.
Salerno è ancora meta delle sue vacanze?
Purtroppo quattro anni fa ho perso mio padre e mia madre, ma a Salerno ho ancora una sorella e tanti amici. E per una strana combinazione, anche la sorella di mia moglie, che pure è romana, vive da sempre a Salerno. Non torno spessissimo nella mia città, ma quando ci vengo, mi dispiace lasciarla. Ho notato negli ultimi anni un grosso miglioramento dal punto di vista della qualità urbana. Mi sembra che Salerno sia cresciuta, a differenza di tante altre città del Sud che invece sono peggiorate. Mia figlia Alessandra, poi, è addirittura innamorata di Salerno.
E segue ancora la Salernitana?
Io sono un tifoso storico del Napoli, ma seguo sempre con simpatia e affetto la Salernitana. L’anno scorso, quando sono andato a seguire il derby Napoli-Salernitana, mi trovavo in mezzo ai tifosi del Napoli, e quando hanno intonato il coro: “Chi non salta, di Salerno è”, devo confessare che ho provato un po’ di imbarazzo. E non ho saltato.
 
(La Città di Salerno, 17 ottobre 2004)
 
Scheda biografica
 
Maurizio Isita è nato a Napoli il 27 gennaio del 1956. Ha vissuto a Salerno dalla prima infanzia fino al 1984. Dopo gli studi classici al Liceo Tasso, ha conseguito nel 1979 la laurea in giurisprudenza (voto finale 110 e lode) presso l’Università di Salerno, ottenendo l’abilitazione alla professione forense, che ha esercitato tra il 1980 e il 1984.
Ha maturato le prime esperienze giornalistiche nell’emittente Telesalerno 1 (1976-1980) conducendo le varie edizioni del tg ed occupandosi di cronaca cittadina e di sport. Nello stesso periodo ha anche collaborato con la redazione salernitana del quotidiano Il Mattino. Nel 1984 si è trasferito a Roma per un contratto di collaborazione con Il Tempo, conclusosi con l’assunzione e il praticantato. Nel quotidiano romano, allora diretto da Gianni Letta,  ha lavorato alla redazione Cronaca e alla redazione Sport. Nel luglio 1989 è entrato in Rai presso l’Ufficio Stampa, dove si è occupato di politica aziendale, attività del consiglio di amministrazione e programmazione radiotelevisiva, seguendo grandi eventi come il Festival  di Sanremo, il Prix Italia, Umbriafiction, il Festival del cinema di Cannes. Successivamente, con la qualifica di vice redattore capo  è passato al Giornale Radio Rai - redazione Sport entrando a far parte della squadra di Tutto il calcio minuto per minuto e conducendo trasmissioni come Domenica sport e Processo al campionato. Nel 2000 è passato alla redazione Società Scienze e Medicina, dove si è occupato in particolare di cronaca e politica sanitaria. Dal 2001 ha curato  e condotto per tre anni “Pronto salute”, rubrica quotidiana in onda su Radiouno, dedicata ai temi della salute con i più autorevoli esperti  della medicina italiana. Per questa trasmissione ha ricevuto dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e dal ministro della Salute Girolamo Sirchia la medaglia d’argento quale benemerito della sanità pubblica.  Dal novembre del 2002 è caporedattore e dirige la redazione Cronaca del Giornale Radio Rai. 
 

Intervista a Rocco Di Blasi, giornalista

di Mario Avagliano
 
 
“Salerno negli anni Settanta era una capitale della destra”. Rocco Di Blasi, originario di Pagani, ma cresciuto e formatosi a Salerno, dal 1992 direttore del settimanale Il Salvagente, l’organo di informazione italiano più autorevole del mondo del consumo e dei consumatori, ricorda ancora Piazza della Concordia affollata di gagliardetti neri e di bandiere tricolori ai comizi di chiusura della campagna elettorale del segretario del Movimento Sociale Giorgio Almirante. Da Roma, dove vive da oltre vent’anni, con un rilevante “incursione” di 5 anni a Bologna, Di Blasi ripercorre le tappe della sua carriera nel Pci salernitano e poi nel quotidiano l’Unità, raccontandoci di come conobbe l’allora giovane studente in medicina Vincenzo De Luca.
 
Lei è nato a Pagani.
Sono nato a Pagani, anche se ho frequentato le scuole medie e il liceo al “Gian Battista Vico” a Nocera Inferiore. Pagani e Nocera erano città per certi aspetti simili e per altri aspetti profondamente diverse. Erano simili per la forte rigidità di classe: i ricchi erano ricchi e i poveri erano poveri, e per molte famiglie la fatica di vivere era davvero grande. Penso ai lavoratori stagionali che erano impiegati solo d’estate, durante la raccolta dei pomodori. Le donne stavano ben attente ad essere messe incinte durante il periodo di lavorazione, per poter poi usufruire ella cassa mutua. 
E in che cosa erano diverse Nocera e Pagani?
A Nocera c’era una forte tradizione operaia, grazie alla presenza dei Mulini e dei Pastifici. A Pagani, invece, la sinistra non esisteva, era stata distrutta. Quei pochi che si opponevano allo strapotere della classe dirigente democristiana, guidata dal professor Ferdinando D’Arezzo, fratello di Bernardo D’Arezzo, si rivolgevano al Msi più che al Pci.
Gli anni della sua gioventù sono stati caratterizzati dal mito del Sessantotto.
A Nocera c’era un grande fermento, come nel resto d’Italia. Ricordo per esempio la battaglia per la chiusura dell’Ospedale psichiatrico, assieme agli allievi di Basaglia. I centri di aggregazione dei giovani nocerini erano un Centro servizi culturali dell’Enaip e il giornale scolastico Top, che era diffuso al Gian Battista Vico e nelle altre scuole superiori. Io ero uno dei fondatori e fu su quel foglio che feci le prime esperienze di giornalismo. D’altronde in quel periodo, il tema sociale, il tema politico e il tema culturale s’intrecciavano strettamente. 
Dopo la laurea in filosofia, si è trovato a un bivio: o la carriera universitaria o la politica.
Adesso forse farei scelte diverse, ma in quel momento la politica era la mia passione. Iniziai a lavorare come funzionario del sindacato dei contadini, diretto da Elio Barba. Io ero giovane e inesperto e quando proposi uno sciopero generale delle campagne, mi spiegarono che era una follia. Per i contadini sarebbe stato come scioperare contro se stessi. Avrebbero fatto marcire i pomodori sulle piante! 
Dopo un anno passò al Pci, come responsabile della propaganda della Federazione Provinciale. 
Il Pci era in uno stato di forte isolamento. A Salerno comandava la Dc, ma aveva sulla sua destra una forza consistente, sia in città che in tutta la provincia. Puntammo a riorganizzare la presenza del Pci tra la gente, anche attraverso una propaganda politica meno ingessata. In occasione della campagna sul divorzio, fummo tra i primi in Italia ad inventarci un comizio-spettacolo, a Piazza Malta. Partecipò anche la cantante napoletana Miranda Martino, che ebbe il coraggio di esporsi in prima persona. Ci diede una mano anche la Tipografia Boccia, che ci faceva sempre credito e ci consentiva di pagare una volta all’anno tutti i manifesti e i volantini che stampavamo. Ricordo che dicevo ad Orazio Boccia che era “un benefattore dell’umanità”.
E’ vero che fu lei ad organizzare le prime Feste dell’Unità a Salerno?
La Federazione in quegli anni era diretta da un giovane intellettuale, Franco Fichera, che ora è docente universitario a Roma. Assieme a lui pensammo di organizzare le prime Feste dell’Unità, che si tenevano nella villa comunale. Ricordo che riuscimmo a portare a Salerno Antonello Venditti. Francesco De Gregori, invece, ci diede buca all’ultimo momento, e fummo costretti a sostituirlo dalla sera al mattino con Gianni Morandi, che allora era in fase calante e fu disposto a venire, nonostante il preavviso così breve.
Fu in quel periodo che conobbe Vincenzo De Luca?
Era una domenica sera. La Festa dell’Unità era appena finita, e bisognava smontare i tubi innocenti del palco e degli stand. Tutti quelli del partito erano già andati via. Mi ritrovai in villa comunale solo con un giovane studente in medicina, neppure iscritto al Pci. Si chiamava Vincenzo De Luca, e quella notte mi aiutò a smontare il festival, ma non avrei mai immaginato che sarebbe diventato il futuro sindaco di Salerno.
Allora nelle file del Pci salernitano militava anche un certo Michele Santoro... 
Michele si iscrisse al partito dopo l’esperienza con Servire il Popolo, insieme al suo amico Adolfo Criscuoli. Agivano sempre in coppia e insieme cambiarono il modo di fare politica del Pci. Erano due persone che non accettavano lo stato delle cose e contribuirono a modernizzare il partito. D’altra parte a metà degli anni Settanta furono tantissimi i giovani e gli intellettuali che furono attratti dal Pci. Penso a Filiberto Menna e ai suoi brillanti assistenti, ad Achille Bonito Oliva, all’architetto Roberto Visconti. A Salerno era forte anche una componente cattolica che veniva dalla lettura di Lettera a una professoressa di don Milani. Quando Veltroni ha detto di non essere mai stato un comunista, ha detto una verità. Molti arrivavano al Pci come strumento di giustizia sociale, non perché credevano nell’ideologia marxista. Anche per me è accaduto lo stesso. C’era un pezzo di borghesia che non se la sentiva di stare con la conservazione.  
Lei è stato anche consigliere comunale a Pagani.
E’ stata un’esperienza politica difficile. Ricordo che in quella campagna elettorale chiudevo i comizi nelle piazze con lo slogan “Il popolo è forte, unito vincerà”, però alla fine prendemmo forse neppure mille voti. In tutto il consiglio comunale eravamo solo in due del Pci: io e Fernando Argentino. Poi c’erano i due consiglieri del Psiup, uno dei quali era Diego Cacciatore, un socialista, un socialdemocratico e ben 17 consiglieri democristiani e 7 del Movimento Sociale. La Dc sembrava imbattibile. Anche perché noi avevamo una visione della politica da assemblea studentesca, non comprendevamo che in realtà i voti passavano per altri canali.
Nel 1976, improvvisamente, lascia Salerno e si trasferisce a Napoli. Come mai? 
Ci fu un fortissimo scontro politico all’interno del Pci salernitano, che allora era dominato da tre figure nobili: Ninì Di Marino, Tommaso Biamonte e Giuseppe Amarante.  Il segretario Franco Fichera si dimise e io fui “esiliato” a Napoli. Mi salvò Abdon Alinovi, segretario regionale del Pci. Mi disse che c’era bisogno di un capocronista alla redazione napoletana dell’Unità. Io già collaboravo all’Unità e alla Voce della Campania, e ci andai di corsa. 
Come fu l’esperienza a Napoli?
Furono anni di grande interesse. Nella redazione di via Cervantes, tra il 1976 e il 1980, si trovò a lavorare una generazione straordinaria che ha fatto una carriera eccezionale: Antonio Polito ora è direttore del Riformista; Gigi Vicinanza dirige la Città; Marco De Marco è direttore del Corriere del Mezzogiorno del Sud; Federico Geremicca è capo della redazione romana della Stampa; Maddalena Tulanti dirige il Corriere del Mezzogiorno a Bari; e Franco Di Mare è stato inviato di guerra e conduce Uno Mattina.   
Nel 1980 fu chiamato alla redazione centrale di Roma.
Quando la terra tremò, nel novembre del 1980, per caso mi trovavo a Salerno, dove ero andato a trovare mia madre. Il giornale mi chiese di restare lì e di seguire come inviato i tragici fatti di quei giorni. Ricordo i paesi dell’Irpinia distrutti dal sisma e Antonio Bassolino in lacrime. Ma c’è un episodio in particolare che non potrò mai dimenticare.
Quale?
In quel dopo terremoto mi trovai un giorno a Nocera, a seguire un’assemblea di operai e di cittadini. C’era anche il sindaco di Pagani Marcello Torre, che era un democristiano perbene, un dc di sinistra, che era stato anche Presidente della Provincia. Torre fece un intervento molto preoccupato. Ma c’era un clima brutto, che non dipendeva non solo dall’emergenza terremoto. Scrissi un articolo su di lui che si concludeva con una sorta di presagio: Torre ha paura, anche perché “gli assassini nell’agro nocerino girano a piede libero e, presumibilmente, a mano armata”. Non era un pezzo di stretta attualità e il giornale decise di rinviarne la pubblicazione. Alle otto di mattina del giorno dopo, Torre venne ammazzato dalla camorra. L’Unità pubblicò il mio pezzo senza modificare una virgola, con una breve introduzione in cui si spiegava come e quando era nato l’articolo.
Dopo sedici anni all’Unità, nel 1992 Di Blasi è andato a dirigere il settimanale Il Salvagente.
E’ stata ed è tuttora un’esperienza bellissima, anche se si tratta di un incarico di grande responsabilità, perché dalle mie scelte editoriali dipende anche la vita professionale (e non solo) di altre persone. Infatti la proprietà del giornale è una cooperativa di giornalisti, di cui faccio parte anche io. Però ne è valsa la pena. Siamo riusciti a diventare un giornale rispettato da tutti e soprattutto siamo il punto di riferimento dell’intero mondo dei consumatori, che pure al suo interno è fortemente diviso.
Nel frattempo a Salerno diventava sindaco il suo amico Vincenzo De Luca. Da giornalista obiettivo, che giudizio da’ del suo sindacato? 
Negli anni Ottanta e nei primi anni Novanta, Salerno era una città rassegnata, che peggiorava di mese in mese. Ricordo che nelle vetrine dei negozi scompariva tutto, perché i commercianti avevano paura del racket e di essere taglieggiati. Il degrado sembrava inevitabile. Salerno era un porto di mare in tutti i sensi: disoccupazione, record di tossicodipendenti, delinquenza. De Luca ha capovolto totalmente la situazione. Con lui Salerno ha rialzato la testa, ha cambiato volto e ha dimostrato che le città del Mezzogiorno non sono condannate a seguire un percorso di involuzione, ma possono seguire anche una strada alternativa. 
E la Salerno di oggi, come le sembra?
Guardi, in particolare nel nostro Sud, affiora sempre il rischio di tornare indietro. Le cronache di Napoli di questi giorni lo dimostrano. Non credo che sia il caso di Salerno, anche se ho l’impressione che negli ultimi anni la città si sia un po’ adagiata su se stessa, come un ciclista che vuole scattare in salita ma ha smesso di pedalare e quindi s’inchioda. Non c’è il livello di allarme di Napoli, ma noto un po’ di paciosità eccessiva. Spero di sbagliarmi.
 
(La Città di Salerno, 5 dicembre 2004)
 
 
Scheda biografica
 
Rocco Di Blasi è nato a Pagani il 2 giugno del 1948. Ha frequentato le scuole medie e il liceo al “Gian Battista Vico” a Nocera Inferiore. Ha vissuto a Salerno dal 1967, ma ha frequentato l’Università di Napoli, laureandosi a 22 anni in filosofia, con il professor Cleto Carbonara, con una tesi sul pragmatismo americano (110 e lode). Nel 1970 si iscrive al Pci. E’ consigliere comunale a Pagani per quattro anni. Subito dopo la laurea, vince una borsa di studio Svimez-Cnite, dedicata alle nuove tecnologie dell’educazione, con uno stage in Scozia presso l’Università di Glasgow. Passa anche un’ulteriore selezione, che da’ diritto a una borsa di un anno. E, come nel film “Sliding doors”, c’è un bivio: di qua l’università, di là la politica. Rinuncia alla carriera universitaria e diventa funzionario dell’Alleanza contadini, il sindacato dei contadini.  Ci resta poco più di un anno; viene chiamato a lavorare alla “Stampa e propaganda” della federazione Pci. Inizia a collaborare con le pagine regionali de “l’Unità” e con “La Voce della Campania”. Dal 1976 al 1980 è capocronista de “l’Unità” di Napoli, dove valorizza una redazione di giovanissimi che avranno una brillante carriera (tra cui il direttore di questo giornale). Nel 1980 è uno degli inviati nel salernitano del quotidiano del Pci per il terremoto. Dal 1986 al 1991 è redattore capo dei quattro fascicoli quotidiani dell’Unità Emilia-Romagna. Nel 1991 diventa, con Marco De Marco, redattore capo centrale dell’Unità. Dal 1992 è direttore responsabile del settimanale “Il Salvagente”, di proprietà di una cooperativa di giornalisti, diventato un punto di riferimento per i consumatori italiani. 

 

Intervista al Prof. Angelo D’Orsi, storico

di Mario Avagliano
  
Quando emigrò con la famiglia a Torino, nel lontano 1957, erano anni in cui, nella capitale dell’automobilismo made in Italy, si attaccavano ai portoni  cartelli con la scritta: “Non si affittano case ai meridionali”. Oggi il professor Angelo D’Orsi, 57 anni, salernitano doc, anche se nativo di Pontecagnano, è uno dei più apprezzati storici italiani. Allievo di Norberto Bobbio, autore di studi sul fascismo, su Gramsci e sugli intellettuali piemontesi, scrive saggi per prestigiose case editrici del Nord, come l’Einaudi, la Feltrinelli e Bollati Boringhieri, e ha messo in cantiere anche un romanzo, che viaggia tra eros ed emarginazione. D’Orsi non ha mai rinnegato le sue origini meridionali, ama il mare di Salerno, dove torna spesso, ed è ghiotto di mozzarelle di bufala. E confessa: “Il compito che mi sono dato per la vecchiaia, è di analizzare alcuni aspetti e figure della storia politica del Sud”.
 
Professore, si sente più salernitano o piemontese?
Salernitano, non vi è dubbio. Mio padre Francesco era originario di un meraviglioso paesino del Cilento interno, Valle dell’Angelo, in mezzo ai lupi, dove abbiamo ancora la casa dei nonni. Mia madre aveva una piccola proprietà terriera a Salerno. Io sono cresciuto nella piana del Sele, tra Battipaglia, Paestum e Eboli. Le mie radici sono lì.
Immagini, odori, emozioni. Che cosa si porta nella valigia dei ricordi?  
L’infanzia per me è stato il mare, che a Torino è la cosa che mi è mancata di più. Ho anche un bellissimo ricordo degli odori della campagna, di quando salivo sugli alberi a raccogliere le mele acerbe, della raccolta dei pomodori, dell’allegro rito della trebbiatura, che coinvolgeva tutta la famiglia, dai vecchi ai bambini. Io ero un ragazzo macilento, mi chiamavano passaguai, già allora ero poco avvezzo alle cose pratiche e più predisposto agli studi e alla cultura, ma partecipavo a quelle giornate con entusiasmo e mi divertivo molto, cercando di rendermi utile.
Come mai la sua famiglia emigrò a Torino?
I miei genitori esercitavano un lavoro legato alla cultura napoletana dei Totò e dei De Filippo, i ricevitori del lotto, che a quel tempo erano pubblici funzionari. Si accedeva al lotto attraverso pubblici concorsi, come nei ministeri o nelle scuole. In base all’esito degli esami e agli avanzamenti di carriera, si veniva destinati ad altre sedi. Mio padre fu assegnato prima a Salerno, poi a Lagonegro, e infine a Oristano, in Sardegna. Mia madre Teresa non volle saperne di trasferirsi lì, allora venne fuori la possibilità di recarsi a Torino. Mio padre, che aveva il mito del Risorgimento, non ebbe dubbi, e ci convinse tutti.
Il suo impatto con Torino fu buono?
Fu traumatico. Era una domenica di inizio ottobre del 1957. Il giorno prima ero stato al mare e avevo fatto il bagno. Quando arrivammo a Torino, trovammo un’aria lugubre. Pioveva, faceva freddo, e la città ci sembrò grigia e cupa. Nella nostra nuova casa non c’era riscaldamento, ed eravamo stretti: sei persone in tre stanze. Fu uno shock. Io poi mi ero immaginato Torino come una città piena di luce, e l’appartamento grande e bello. Rimasi deluso. Anche mio padre era imbarazzato. Anni dopo, mia madre mi ha raccontato che, dopo il mio arrivo a Torino, cambiai carattere: da allegro e scherzoso che ero, diventai timido e introverso.
Torino era tanto terribile?
Guardi, i primi tre anni per me furono un inferno. Mi sentivo estraneo ed estraniato. Anche a scuola, c’era un razzismo strisciante. I miei compagni mi chiedevano di dov’ero, e quando rispondevo Salerno, replicavano: “Ah, Salerno, dalle parti di Palermo”, oppure: “Da Firenze in giù, siete tutti di Napuli”. Io non ho mai parlato in dialetto, ma avevo l’accento, e le prese in giro degli altri ragazzi erano feroci. Ricordo che, per reazione, comprai un dizionario di pronuncia e nel giro di 15 giorni, a forza di esercitarmi fino a notte, avevo già perso l’accento e toccava a me prenderli in castagna.
Erano anni difficili per i meridionali che lavoravano al Nord?
Ai portoni non di rado trovavi affissi cartelli con la scritta “Non si affittano case ai meridionali”. Il razzismo verso la gente del Sud era palpabile. C’è un episodio della mia vita che non dimenticherò mai. Un giorno l’insegnante di matematica, facendo l’appello, chiese se c’era qualche meridionale in classe. Io ero l’unico, rimasi in silenzio, rosso di vergogna, abbassando la testa. I miei compagni si voltarono tutti verso di me, guardandomi fisso. E la professoressa disse: “Ah D’Orsi, volevo ben dire, sei il più stupido!”. Ovviamente quell’anno fui rimandato in matematica.
Come nacque la sua passione per la filosofia e per la storia?
La passione per la cultura e per l’arte me l’ha trasmessa mio padre, che era musicista e poeta dilettante anche se – suo malgrado - era autodidatta e non aveva completato gli studi. Un giorno aveva marinato la scuola e aveva nascosto la cartella con i libri sotto a un albero. Qualcuno gliel’aveva rubata e mio nonno, che era severissimo, per punirlo lo aveva ritirato dalla scuola. Mio padre non glielo perdonò mai, ma appena cominciò a lavorare, nel corso degli anni costituì a casa sua una biblioteca fornitissima. I libri li divorava, aveva una curiosità onnivora, un po’ come il personaggio de La Peste di Camus, che leggeva le enciclopedie in ordine alfabetico. 
A parte suo padre, ha avuto qualche maestro?
Io ho frequentato il Liceo Gioberti, dove sono passati personaggi come Piero Gobetti e Piero Sraffa, e che è sempre stato un istituto di “sinistra”. Lì ho avuto due insegnanti che mi sono rimaste nel cuore: Giuliana Tedeschi Fiorentini, reduce dal lager di Auschwitz, e Lidia De Federicis. Sono loro ad avermi fatto amare la letteratura. Poi ho avuto la fortuna di avere come docente di storia e filosofia Alpino Galvano, pittore, filosofo, critico d’arte, un liberale tendenzialmente conservatore, ma di grande fascino intellettuale e signorilità. E’ stato lui, credo, a comunicarmi l’amore per la Storia e la e Filosofia. Infine, come non citare Norberto Bobbio? A differenza di altri, io non ho mai avuto il culto di Bobbio, ma sono stato uno dei suoi allievi, mi sono laureato con lui, l’ho frequentato a lungo, nella vita accademica e nella vita privata, e le sue opere sono state per me una fonte continua di stimolo, anche critico. 
Com’era Bobbio dal punto di vista umano?
Non era granché caloroso, anche se sapeva essere davvero arguto nelle sue conversazioni. Ogni tanto si scioglieva, ad un certo punto mi costrinse a dargli del tu, ma m’incuteva sempre soggezione. E poi era circondato da una coorte di persone in cui si esercitava una piaggeria che non mi piaceva.
Dopo la laurea in filosofia, lei ha cominciato ad occuparsi della storia del pensiero politico, diventando uno dei massimi esperti in questo settore.
Io ho avuto fin da piccolo una particolare attenzione ai temi della politica. Sembrerà assurdo, ma ricordo che a Salerno, ancora bambino ero invitato alle cene dei “grandi” ed ero richiesto del mio parere sui fatti della politica interna ed estera. Ad un certo punto è stato quindi naturale per me ancorare gli studi alla concretezza della vita reale.
Lei ha scritto diversi saggi sul fascismo e si è occupato anche di Resistenza.
Quello del fascismo è un discorso che ancora fa male, perché la generazione cresciuta sotto Mussolini non ha mai fatto una seria autocritica. Non aver fatto i conti con il fascismo, ha come conseguenza che anche la Resistenza è un tema incandescente. Questo deficit di riflessione autocritica, porta a trasmissioni come quella di qualche giorno fa condotta da Bruno Vespa e a interventi come quello di Petacco, che resuscita vecchi stereotipi come il Mussolini buonuomo finché non si alleò con Hitler e fece la guerra, che sono un esempio di come non si fa storia. Se poi questi stereotipi sono ripetuti anche dal Presidente del Consiglio... stiamo messi male. D’altra parte che cosa ci si poteva attendere da un governo dove trovano posto gli eredi del fascimo. Direbbe Eduardo, adda’ passà ‘a nuttata. 
Angelo D’Orsi sarebbe diventato uno storico di fama anche a Salerno?
A volte me lo chiedo. Non so se avrei fatto strada al Sud. Torino è una città difficile, a circoli chiusi, feudale, che è passata dalla Monarchia alla Signoria, e dove contano soprattutto i cognomi e le appartenenze familiari. Una città dove non mi sono mai veramente integrato. Allo stesso tempo Torino è anche un formidabile crocevia di culture, dove sono passati tanti intellettuali, a partire da Antonio Gramsci, ed  è sede di case editrici storiche, di un giornale importante come La Stampa.  
Come le sembra la Salerno di oggi?
Negli ultimi anni l’ho trovata gradevolmente trasformata, più vivibile, più bella. Quando vengo, mi piace passeggiare per il corso o al lungomare. E poi Salerno, e più in generale la Campania, è un vero laboratorio politico del buongoverno del centrosinistra nel Meridione. Un ciclo inaugurato da Bassolino e che dura da anni, e che mi sembra destinato a durare ancora.
Da storico della politica, come se lo spiega?
Un po’ ha giocato l’effetto Bassolino, ma non c’è dubbio che ci sono anche profonde ragioni strutturali. Dopo il terremoto del 1980, si era arrivati a un degrado morale talmente forte che la società civile ha avuto un positivo moto di reazione e di cambiamento. E’ successo un po’ come quando uno si tuffa in mare e tocca il fondo, e dopo ha una spinta verso l’alto. Francamente  avevo perso le speranze sulla possibilità di un nuovo corso in Campania, ma gli esempi di Napoli e di Salerno, dimostrano che il cambiamento c’è stato ed è reale. 
Quali sono i suoi prossimi progetti?
Ho quasi terminato la biografia di Leone Ginzburg, uno straordinario intellettuale che ha testimoniato la verità anche a prezzo della vita. In queste settimane sono impegnato nella scrittura di un romanzo che s’intitola “Fumo e piango”, una storia di eros, di dolore e di morte, una sorta di raccolta di esperienze border-line tra la vita della città e il mondo dei reietti. Inoltre sto dedicando le mie energie più intense ad Antonio Gramsci, una figura che oggi viene riscoperta in tutto il mondo, tranne forse in Italia, dove soffre il fatto di essere considerato, in modo riduttivo, il fondatore del Pci.
Chi è il professor D’Orsi nel privato?
A volte mi sento come un personaggio di Joseph Roth in “Fuga senza fine”: “Superfluo come lui al mondo non c’era nessuno”.    
 
 (La Città di Salerno, 31 ottobre 2004)
 
Scheda biografica
 
Angelo D’Orsi è nato a Pontecagnano (Sa) il 1° gennaio del 1947. Laureato in Lettere e Filosofia all'Università di Torino, con Norberto Bobbio, è professore associato di storia del pensiero politico contemporaneo nella Facoltà di Scienze Politiche dell'ateneo torinese, dove insegna anche storia della storiografia contemporanea, e nella Facoltà di Lettere e Filosofia, dove insegna metodologia della ricerca storica. Dopo aver esordito con studi su militarismo e pacifismo, si è occupato prevalentemente di nazionalismo e di fascismo (I nazionalisti, Feltrinelli, Milano 1981; La rivoluzione antibolscevica, Angeli, Milano 1985; Le dottrine politiche del nazionalfascismo, WR Editoriale, Alessandria 1988). Da tempo, suo terreno privilegiato di lavoro, oltre che la storia delle idee politiche (Alla ricerca della politica, Bollati Boringhieri, Torino 1995), sono le questioni di metodologia della ricerca e la storia della storiografia (Guida alla storia del pensiero politico, Il Segnalibro, Torino 1990; nuova ed. completamente rifatta La Nuova Italia, Firenze 1995; Alla ricerca della storia, Paravia/Scriptorium, Torino 1996; 2a ed. riv. e corr., ivi, 1999).  L'altro suo ambito di studi è rappresentato dalla storia della cultura e degli intellettuali (tra i numerosi contributi, si ricorda il volume L'ideologia politica del futurismo, Il Segnalibro, Torino 1992). Sempre da Einaudi è uscito recentemente La cultura tra le due guerre (2000), un saggio che ha suscitato un vivacissimo dibattito non soltanto storiografico. Di poco precedente è l'edizione del Carteggio tra Gioele Solari e Norberto Bobbio, che reca un ampio saggio introduttivo (La vita degli studi, Angeli, Milano 2000). I suoi ultimi saggi sono Intellettuali nel Novecento italiano (Einaudi 2001); Piccolo manuale di storiografia (Mondadori 2002); Allievi e maestri. L’Università di Torino nell’Otto-Novecento (CELID 2002); (a cura di) Guerre globali. Capire i conflitti del XXI secolo (Carocci 2003). Ha appena curato e introdotto una raccolta di scritti di Gramsci, La nostra città futura (Carocci, 2004). Collabora con il quotidiano “La Stampa”.

 

Intervista a Bruno Brindisi, fumettaro

di Mario Avagliano
 
C’è un solo disegnatore in Italia che ha il privilegio di inventare, con la sua matita f, gli scenari, i volti, i fondali delle indagini da “incubo” di Dylan Dog e dei duelli al tramonto di Tex Willer. A quasi quarant’anni di età, Bruno Brindisi, salernitano di Pastena, è considerato il miglior fumettaro d’Italia. Nell’aprile scorso la giuria del premio nazionale Cartoomics gli ha assegnato il suo prestigioso premio, considerato l’Oscar italiano del Fumetto, con la seguente motivazione: «Ad un giovane caposcuola del fumetto che ha dimostrato qualità tecniche ed artistiche di eccezionale livello. Per la capacità di descrivere ed evocare incubi e sogni, paesaggi reali e fantastici, mettendo il proprio stile a servizio dell’avventura e del divertimento». Brindisi, in questa intervista, parla dei suoi inizii, tra fumetti e musica jazz, di Salerno (“non c’è stata una grande rivoluzione, per ora è cambiata solo nei dettagli”) e rivela: “Sto preparando una nuova serie per la Bonelli Editore”.
 
I suoi genitori sono salernitani?
No, mio padre è nato a Carbone (PZ) e mia madre è napoletana. Ma io sono nato a Salerno e mi sento salernitano.
Quali sono i ricordi della sua infanzia e adolescenza a Salerno? Che scuole ha frequentato e chi erano i suoi amici del cuore?
Ho vissuto trent'anni a Pastena, di fronte al campetto e al cinema parrocchiale Fatima, ho frequentato le elementari alla Vermicone, le medie alla Ricci e il liceo al Severi. Alcuni dei miei migliori amici "me li porto" da  allora. Dell'infanzia ricordo le partite di pallone per strada e le ginocchia massacrate, le sudate, le bronchiti e “tornare a casa presto”, le cozze pescate sulla scogliera del porticciolo di Pastena e la folla di bambini per i film di Bruce Lee e Franco e Ciccio, il pomeriggio di domenica alle tre. Poi i primi gruppi musicali e le prove nei garage puzzolenti di vino e di umido, ma soprattutto molto tempo libero dedicato alla musica e ai fumetti.
Se dovesse descrivere la Salerno di allora in una tavola di fumetti?
Per me era un kilometro quadrato, ma non mi pare tanto cambiata. 
Com'è nata la passione per il disegno e per il fumetto?
Mia madre mi portava il "Giornalino" dalla scuola (è stata insegnante) quando avevo quattro anni e sapevo appena leggere. Mio padre mi faceva disegnare a matita, ripassare a pennino e poi colorare ad acquarello, più o meno alla stessa età. Era un gioco come tanti altri, ma la predisposizione naturale e la fortuna l’hanno trasformato in lavoro. 
E' vero che il suo primo fumetto risale alla terza elementare e la sua maestra rimase impressionata?
Per forza, l'avevo trasformata in zombi.
Quali soggetti o personaggi ha cominciato a disegnare agli inizi?
Mostri e scene truculente fin dalla più tenera età, poi molte parodie con i compagni di classe come protagonisti!
Che fumetti leggeva Bruno Brindisi da ragazzo?
Nell'ordine: Giornalino,Topolino, Corriere dei Ragazzi, Zagor, Totem, Pilot (per citare solo quelli che ho comprato con continuità).
Nel 1983, insieme ad alcuni amici fumettari, fonda la rivista Trumoon. Ci racconta come andò e che conclusione ebbe quella avventura?
Non andò, economicamente parlando. Era un catalogo autopromozionale che ebbe fine quando cominciammo a lavorare sul serio.
In quel periodo, oltre a disegnare, lei partecipa anche alla grande stagione salernitana del jazz, come tastierista. Ce ne parla?
Bah, non mi sento all'altezza, sono sempre stato un musicante, non ho mai studiato. Ho avuto la fortuna di suonare con parecchi talenti da cui ho cercato di carpire qualche segreto. Il gruppo di cui conservo il miglior ricordo si chiamava GAD Bband, con Amedeo Ariano alla batteria, Dario Deidda al basso, Angelo Anastasio alla chitarra e Gerry Popolo al sax. E io alle tastiere, pensa te!
Con i Neri per Caso è rimasto in contatto, visto che ha disegnato anche la copertina di un loro cd...
Si può dire che li ho visti crescere! Ciro e Diego frequentavano il  circolo Arci Mumble Rumble di Pastena che erano poco più che bambini.
Quegli anni sono stati fertili per la cultura e l'arte a Salerno?
Non erano fertili gli anni, eravamo fertili noi. Ma anche oggi la città tracima talenti. Gli entusiasmi e i sogni, poi, dipendono dall'età.
In che momento la carriera di fumettaro è diventata per lei una cosa seria?
Quando mi sono reso conto che ci si poteva campare.
Nel 1989 ha cominciato a collaborare con Sergio Bonelli Editore. Come è entrato in contatto con loro?
Ho seguito la solita trafila, con la cartellina sotto il braccio e l'umiltà di superare i primi rifiuti. Avevo avuto la possibilità di farmi le ossa per un paio d'anni su altre testate e questo mi ha aiutato ad entrare nello staff del personaggio del momento, Dylan Dog, che stava vivendo il suo incredibile boom.
Da allora ha vinto molti premi...
...bontà loro.
Quali sono i personaggi che predilige e che le vengono "meglio"? Tex, Martin Mystère, Nick Raider, Dylan Dog?
Ho sempre detto che il personaggio che "sento" di più è Dylan, con tutti i suoi umanissimi difetti, ma da quando disegno Tex sto scoprendo il fascino del mito e dell'eroe, che da ragazzo un po' snobbavo. Comunque è bello avere la possibilità di cambiare.
C'è un lavoro di cui è più fiero degli altri?
Sono un insoddisfatto cronico.
Qual è l'autore di sceneggiature con cui lavora meglio?
Gli altri non si offenderanno se dico Tiziano Sclavi.
Che tipo è Sclavi?
Pochi possono dire di conoscerlo bene. Io non sono tra questi.
Faccia tre nomi di mostri sacri del fumetto italiano...
Andrea Pazienza, Gianluigi Bonelli, Hugo Pratt.
Qual è la sua tecnica di disegno?
Niente di particolare, matita f su cartoncino semiruvido 30x40, ripasso a pennarello impermeabile.
E il suo metodo di lavoro?
Lettura della sceneggiatura, studio dei personaggi, ricerca della documentazione per ambienti, vestiti, macchine, ecc. Poi faccio il primo abbozzo su un foglio leggero, ricopio sulla tavola e via. E la giornata è andata. Faccio orari regolari.
Si parla di scuola salernitana del jazz. Esiste anche una scuola salernitana dei fumetti? E chi ne sono gli esponenti più interessanti?
Bisognerebbe intendersi sul termine "scuola". Comunque il gruppo annovera una decina di persone tra disegnatori e sceneggiatori, tra i quali Roberto De Angelis, Luigi Siniscalchi, Luigi Coppola, Raffaele Della Monica, Giuliano Piccininno, Antonella Vicari, Giuseppe De Nardo.     
Ci sono nuovi talenti salernitani che si stanno affacciando nel mondo dei fumetti?
Il più recente acquisto alla Bonelli è Luca Raimondo per Jonathan Steel, mentre una giovane disegnatrice a cui tengo molto, Elisabetta Barletta, sta lavorando a John Doe, nuovo promettente personaggio dell'Eura Editoriale (Lanciostort, Skorpio, Dago).
Lei è tanto legato a Salerno che, dopo un periodo passato fuori, ora lavora stabilmente in città. Come mai?
Ci sono nato, non basta? E comunque non mi ci trovo male, se sono di buon umore.
Salerno negli ultimi anni è cambiata molto. Il suo giudizio spassionato?
Non è cambiata affatto. Solo nei dettagli. I grossi progetti e i grossi sviluppi sono solo su carta.
Ha mai disegnato Salerno nelle sue tavole? Ha progetti legati alla città?
Qualcuno avrà visto "Storia di Salerno a fumetti", un mio lavoro del 1986 che ha avuto recentemente una nuova edizione in video. Solo questo.
A Cava e a Salerno si sono tenute per qualche anno interessanti mostre del fumetto. Poi più nulla. Come mai?
Ci sono state due o tre edizioni della mostra, ma problemi a livello organizzativo ed anche economico, che è quello che frega di più, hanno impedito nuove edizioni. Sono iniziative private, ed esaurita la passione, quel che resta è lo stress. 
Che sta facendo adesso Bruno Brindisi. Lavori attuali, progetti, sogni nel cassetto...  
Sono l'unico disegnatore che ha la fortuna di lavorare contemporaneamente alle due serie più importanti d'Italia, Tex e Dylan Dog, e quindi il cassetto dei sogni l'ho aperto da tempo. Sono in uscita a fine mese con Dylan e a fine anno con Tex. E poi, sto per iniziare il numero 1 di una nuova serie per Bonelli di cui non posso ancora rivelare nulla... ci risentiamo più in là. 
 
(La Città di Salerno, 12 ottobre 2003)
 
Scheda biografica
 
Bruno Brindisi nasce il 3 giugno del 1964 a Salerno, dove tuttora vive e svolge la sua attività. Disegna dall’età di 4 anni, ma comincia a farlo in modo un po’ più professionale su Trumoon n° 1 (1983), rivista edita in proprio da un gruppo di amici fumettari che qualcuno in seguito ha voluto etichettare come “scuola salernitana”. Tecnicamente è autodidatta, non avendo seguito nessun corso a indirizzo artistico. Nonostante la passione per il fumetto, gli ci vorranno anni prima di decidersi a sceglierlo come mestiere, rinunciando a una quasi sicura carriera di cameraman alla RAI ed a quella, molto più incerta, di tastierista pop-jazz. Prima pubblicazione “pagata”, due storie brevi per le Edizioni Cioè nel novembre 1986. E’ del 1988 la gavetta sui pocket “hard” della E.P.P., tramite lo studio On Mollo M di Francesco Coniglio, che poi diventerà edizioni ACME dando alla luce una serie di pubblicazioni di non lunga fortuna: Splatter, Mostri, Torpedo. Nel 1989 i primi contatti con Sergio Bonelli Editore, con varie prove per Nick Raider, Nathan Never e Dylan Dog, personaggio con il quale esordirà nel novembre 1990 con la storia “Il male” (n°51). Da allora produce per la Bonelli qualcosa come oltre 2500 tavole (numero provvisorio), quasi tutte per Dylan Dog (ma anche per Nick Raider, Martin Mystère, Tex), riuscendo a realizzare nel frattempo una miniserie in tre episodi per la Comic Art (Bit Degeneration) e i primi episodi della serie “Billiteri” (per la Universo). La miniserie  “Bit Degeneration” esce in America sulle pagine della rivista Heavy Metal (maggio ’95-novembre ’95-maggio ’96). E’ sua la storia “Finché morte non vi separi”, a colori, con cui Dylan Dog festeggia il decennale (settembre 1996). Nel 1997 realizza le sigle dello sceneggiato RAI in sei puntate “Il conto Montecristo” di Ugo Gregoretti. Per conto della DeMas & Partners esegue dei “model sheets” per una serie a cartoni animati (2001). Dello stesso anno è il Tex Gigante “I predatori del deserto”. Nel 2002 disegna la copertina e le illustrazioni interne del disco dei “Neri Per Caso”. Nel novembre dello stesso anno esce negli USA la ristampa di un suo Dylan Dog (Zed) per la Dark Horse. E’ anche autore del numero 200 di Dylan Dog, che fa luce su parte del passato del protagonista (aprile 2003). Ha vinto nel 1993 il Premio Albertarelli (ANAFI), nel 1995 il premio ANAFI come  miglior disegnatore, nel 1997 il premio FUMO DI CHINA come miglior disegnatore realistico e nel 2003 il premio CARTOOMICS-IF come miglior disegnatore. 

 

Intervista a Flavia Amabile, giornalista

di Mario Avagliano
 
Giornalista, scrittrice, Flavia Amabile è una dei rampolli di quella che forse è stata la più potente famiglia di Cava de’ Tirreni, capace di costruire un vero e proprio impero economico, fondato sulla Tirrena Assicurazioni e sul Credito Commerciale Tirreno. Ciò nonostante Flavia non ha mai fatto valere il suo “cognome”. Ha costruito tutta la sua carriera da sola, partendo dal gradino più basso e facendo gavetta in redazione. Oggi è una delle firme di punta del quotidiano La Stampa e ha pubblicato saggi di varia natura, da originali guide ai viaggi a itinerari della cultura gastronomica italiana, fino a più impegnati studi di politica internazionale, che costituisce la sua vera grande passione. Assieme a Cetara, dove trascorre di frequente qualche week end nel suo buen retiro tra i limoni della costiera, in compagnia del marito Marco Tosatti e dei figli Alvise ed Eugenia.
 
Che cosa le ritorna in mente quando pensa alla sua adolescenza?
Penso al negozio di coloniali De Pisapia, dove - assieme a mio fratello e ai miei cugini - giocavo tra i sacchi di caffè e le caramelle. E poi penso ai portici di Cava, alle gite in costiera amalfitana e a quando andavo a pesca di tonnetti nelle baie. Un altro ricordo indimenticabile sono le passeggiate all’Avvocata. In quelle scampagnate si creava un’atmosfera particolare e quando arrivavi lassù, dominavi con lo sguardo tutto il golfo di Salerno. E poi, ovviamente, c’è il periodo della scuola e in particolare gli anni del liceo classico.
Il “Marco Galdi”....
Già. Quanti ricordi! Le lezioni assurde del professore di latino e greco Insegnante. Il fervore della professoressa Trifone al ginnasio, che ho amato più di chiunque altro. Il periodo in cui andavo in giro con campanellini e zoccoli per i corridoi del Liceo, anche in pieno inverno. Il rito dello strappo, ogni giorno di scuola, di un filo della manica del grembiule nero della mia compagna di banco Loredana Caiazzo, fino a quando non cadde la manica.
Com’era Cava in quegli anni?
Io ho un rapporto di amore per Cava. Sono molto legata alla mia città. Al tempo stesso la trovavo un luogo non sufficientemente grande per quelli che erano i miei desideri e le mie ambizioni. E’ chiaro che un centro di sessantamila abitanti non può offrire tutte le occasioni di una metropoli come Roma. 
Essere una Amabile è stato un vantaggio o un handicap per lei?
Non ho vissuto benissimo il fatto di essere una Amabile. A Cava io ero semplicemente la figlia di Francesco Amabile. Avevo un cognome, e non un nome. Per me era un problema abbastanza grosso. Al tempo stesso, però, ho sempre avuto un rapporto meraviglioso con i miei genitori, con i miei zii e con i miei cugini. Tra l’altro la famiglia di mio padre e quella di mia madre sono legate a doppio filo, visto che due fratelli Amabile hanno sposato due sorelle De Pisapia.
Com’è stato il rapporto con suo padre Francesco Amabile?
Mio padre è un angelo. E’ buono e generoso. E’ una persona incapace di fare del male a chiunque, anche al suo peggior nemico. Ricordo che lavorava molto e quindi c’era poco a casa. Ma quando c’era, sapeva giocare con noi e ci dava tanto affetto. Tuttora gioca con i nipotini in maniera splendida. 
Che ricordo ha di suo zio Mario Amabile?
Ho un ricordo molto affettuoso ed è legato alle grandi riunioni di famiglia che si facevano con zio Mario, ma ho anche un ricordo drammatico, perché la trattativa durante il suo sequestro si svolse a casa mia e quindi le telefonate dei rapitori arrivavano a casa mia. Lui con me era davvero carino e mi stimava. Fu uno di quelli che fin dall’inizio m’invogliò a fare la giornalista.
A proposito, come è approdata al giornalismo?
Il giornalismo era il mio sogno fin da quando ero adolescente. Ho iniziato nel 1982, all’età di 18 anni, sulle colonne di un giornale che si chiamava proprio La Città, fondato a Nocera da Goffredo Locatelli. Ho lavorato con lui per due anni, occupandomi di cronaca. Poi, durante il periodo universitario, ho collaborato anche con Il Mattino, attraverso il capo della redazione di Salerno Nicola Fruscione.
Dopo la laurea in economia e commercio, sembrava destinata a una brillante carriera nel settore del marketing...
E’ vero. Vinsi alcune borse di studio, lavorando per aziende italiane nelle Filippine, in Cina e in Malesia. Ma il mio pensiero fisso andava al giornalismo. E così, quando nell’estate del 1988 La Stampa e il Corriere della Sera bandirono un concorso, il primo e unico nella storia del giornalismo italiano, mi ci buttai a capofitto e superai quello de La Stampa.  
Qualche mese dopo si trasferiva a Torino.
Iniziai il mio apprendistato presso la sede centrale del giornale, con una borsa di studio. Alla fine del maggio del 1989 fui assunta alla redazione economica, dove rimasi fino all’anno successivo, quando il direttore Scardocchia decise di inviarmi alla redazione romana.
In 18 anni di carriera in un quotidiano importante come La Stampa, lei si è occupata di varie tematiche: economia, politica interna e politica estera, cronaca e costume. Quali sono state le esperienze di lavoro che le sono rimaste nel cuore?
Sicuramente alcuni grandi fatti di cronaca, come il terremoto in Umbria e l’alluvione di Sarno. Ricordo che quando arrivai il primo giorno a Sarno, il fango mi arrivava fino alle ginocchia. Ho vissuto molto intensamente anche la storia del sequestro di Giuliana Sgrena.
Quale impressione si è fatta di questa vicenda?
Ho la convinzione che si è trattato di un sequestro interamente mediatico. E’  la dimostrazione evidente che i terroristi tentano di condizionare la politica interna delle grandi Nazioni occidentali.  Dal punto di vista umano, mi spaventa il massacro psicologico di Giuliana Sgrena che c’è stato da parte dei media. E’ accaduto con le due Simone e sta accadendo anche con lei. 
Lei accompagna all’attività di giornalista quella di scrittrice.
Tutto è iniziato con la mia passione per i viaggi. I miei primi libri sono guide ai viaggi. Poi un giorno, trovandomi al Baron’s Hotel di Aleppo, ho appreso la storia della famiglia dei proprietari, di origine armena, ed è nato il libro I baroni Aleppo: dal genocidio armeno alla Siria di Assad, scritto a quattro mani con Marco Tosatti, che racconta un secolo di storia e di personaggi, dalle finestre del più noto albergo del Medioriente,  da Lawrence d’Arabia ad Agatha Christie, da Pasolini a Freya Stark. 
Non è l’unico libro che tratta di questi temi.
Nel 2003 è uscito La vera storia del Mussa Dagh, che sfata il mito del romanzo scritto negli anni Trenta da Franz Werfel e, basandosi su documenti originali che io e Marco abbiamo tradotto dall’armeno, narra le reali vicende degli abitanti di un gruppo di villaggi armeni sulla costa siriana che si ribellarono ai turchi salendo sulla montagna Mussa Ler (Montagna di Mosè) e dopo quaranta giorni di resistenza eroica, furono condotti in salvo in Egitto dalle navi francesi. In aprile uscirà un nostro nuovo libro, per i tipi della Guerino e Associati, che racconta il destino di questi eroi dopo il salvataggio. Insomma, un po’ il seguito del romanzo di Werfel.
Ci anticipa qualcosa?
E’ una storia di guerre, di speranze disilluse e di tradimenti. Dopo un periodo di soggiorno presso il campo profughi di Port Said in Egitto, gli armeni ribelli si arruolarono nell’esercito francese, combattendo valorosamente contro i turchi. Finita la guerra, se ne tornarono sul Mussa Dagh nella speranza di vivere in pace. Quindici anni dopo iniziava il secondo conflitto mondiale e la Francia cedeva ai turchi le loro terre. Gli armeni, piuttosto che finire nelle mani degli odiati turchi, preferirono andar via. Adesso vivono in una città del Libano che hanno fondato loro stessi. 
Progetti nel cassetto?
Scrivere altri libri.  
Torna mai a Cava?
Da quando sono diventata mamma, torno più spesso, anche perché tengo al rapporto con i nonni e voglio che i miei figli crescano conoscendo le atmosfere e i profumi della mia infanzia.
Ha ancora amici a Cava?
Ci sono tre persone che vedo e frequento quando vengo giù: mia cugina Simona, la mia ex compagna di classe Stefania Forlani e suo marito Peppe.
Che ne pensa della Cava di oggi?
E’ diversa dalla “mia” Cava. Tanto diversa, che a volte - quando circolo in auto - finisco addirittura per perdermi, perché hanno cambiato tutti i sensi unici.
E Salerno?
Amo moltissimo il Duomo e la parte vecchia, che è stata ben recuperata.
Lei è anche autrice di “gustosi” libri gastronomici. Quali sono le pietanze che le mancano e che a Roma non si trovano?
Una su tutti: la provola di Tramonti. E poi anche i dolci di Natale, le paste reali e la pizza di scarole...
 
 
 
Scheda biografica
 
Flavia Amabile è nata a Cava de' Tirreni nel 1964. Si è laureata in Economia e Commercio all'Università di Salerno nel 1986. Ha collaborato dal 1982 al 1984 con La Città di Goffredo Locatelli e con Il Mattino. Dal 1988 è giornalista al quotidiano La Stampa, dove si occupa di attualità. Ha seguito tra l'altro il terremoto in Umbria nel '97, l'alluvione di Sarno, gli sbarchi di profughi lungo le coste calabresi e pugliesi. Vive a Roma, è sposata ed ha due bambini.
Ha scritto vari libri tra i quali: Siria, Giordania e Libano (1996); In viaggio con Kipling. Il romanzo della giungla, dell'avventura, del coraggio (1998); Ultimi. Viaggio nell'Italia che scompare (1999); Vietnam e Cambogia (2000); Si nu'... babbà (2001); Firenze (2001); Mangiare per strada (2004); e, insieme a Marco Tosatti, I baroni di Aleppo (1998), La vera storia del Mussa Dagh (2003), Gli eroi traditi (2005). 
 
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