Intervista al Prof. Angelo D’Orsi, storico

di Mario Avagliano
  
Quando emigrò con la famiglia a Torino, nel lontano 1957, erano anni in cui, nella capitale dell’automobilismo made in Italy, si attaccavano ai portoni  cartelli con la scritta: “Non si affittano case ai meridionali”. Oggi il professor Angelo D’Orsi, 57 anni, salernitano doc, anche se nativo di Pontecagnano, è uno dei più apprezzati storici italiani. Allievo di Norberto Bobbio, autore di studi sul fascismo, su Gramsci e sugli intellettuali piemontesi, scrive saggi per prestigiose case editrici del Nord, come l’Einaudi, la Feltrinelli e Bollati Boringhieri, e ha messo in cantiere anche un romanzo, che viaggia tra eros ed emarginazione. D’Orsi non ha mai rinnegato le sue origini meridionali, ama il mare di Salerno, dove torna spesso, ed è ghiotto di mozzarelle di bufala. E confessa: “Il compito che mi sono dato per la vecchiaia, è di analizzare alcuni aspetti e figure della storia politica del Sud”.
 
Professore, si sente più salernitano o piemontese?
Salernitano, non vi è dubbio. Mio padre Francesco era originario di un meraviglioso paesino del Cilento interno, Valle dell’Angelo, in mezzo ai lupi, dove abbiamo ancora la casa dei nonni. Mia madre aveva una piccola proprietà terriera a Salerno. Io sono cresciuto nella piana del Sele, tra Battipaglia, Paestum e Eboli. Le mie radici sono lì.
Immagini, odori, emozioni. Che cosa si porta nella valigia dei ricordi?  
L’infanzia per me è stato il mare, che a Torino è la cosa che mi è mancata di più. Ho anche un bellissimo ricordo degli odori della campagna, di quando salivo sugli alberi a raccogliere le mele acerbe, della raccolta dei pomodori, dell’allegro rito della trebbiatura, che coinvolgeva tutta la famiglia, dai vecchi ai bambini. Io ero un ragazzo macilento, mi chiamavano passaguai, già allora ero poco avvezzo alle cose pratiche e più predisposto agli studi e alla cultura, ma partecipavo a quelle giornate con entusiasmo e mi divertivo molto, cercando di rendermi utile.
Come mai la sua famiglia emigrò a Torino?
I miei genitori esercitavano un lavoro legato alla cultura napoletana dei Totò e dei De Filippo, i ricevitori del lotto, che a quel tempo erano pubblici funzionari. Si accedeva al lotto attraverso pubblici concorsi, come nei ministeri o nelle scuole. In base all’esito degli esami e agli avanzamenti di carriera, si veniva destinati ad altre sedi. Mio padre fu assegnato prima a Salerno, poi a Lagonegro, e infine a Oristano, in Sardegna. Mia madre Teresa non volle saperne di trasferirsi lì, allora venne fuori la possibilità di recarsi a Torino. Mio padre, che aveva il mito del Risorgimento, non ebbe dubbi, e ci convinse tutti.
Il suo impatto con Torino fu buono?
Fu traumatico. Era una domenica di inizio ottobre del 1957. Il giorno prima ero stato al mare e avevo fatto il bagno. Quando arrivammo a Torino, trovammo un’aria lugubre. Pioveva, faceva freddo, e la città ci sembrò grigia e cupa. Nella nostra nuova casa non c’era riscaldamento, ed eravamo stretti: sei persone in tre stanze. Fu uno shock. Io poi mi ero immaginato Torino come una città piena di luce, e l’appartamento grande e bello. Rimasi deluso. Anche mio padre era imbarazzato. Anni dopo, mia madre mi ha raccontato che, dopo il mio arrivo a Torino, cambiai carattere: da allegro e scherzoso che ero, diventai timido e introverso.
Torino era tanto terribile?
Guardi, i primi tre anni per me furono un inferno. Mi sentivo estraneo ed estraniato. Anche a scuola, c’era un razzismo strisciante. I miei compagni mi chiedevano di dov’ero, e quando rispondevo Salerno, replicavano: “Ah, Salerno, dalle parti di Palermo”, oppure: “Da Firenze in giù, siete tutti di Napuli”. Io non ho mai parlato in dialetto, ma avevo l’accento, e le prese in giro degli altri ragazzi erano feroci. Ricordo che, per reazione, comprai un dizionario di pronuncia e nel giro di 15 giorni, a forza di esercitarmi fino a notte, avevo già perso l’accento e toccava a me prenderli in castagna.
Erano anni difficili per i meridionali che lavoravano al Nord?
Ai portoni non di rado trovavi affissi cartelli con la scritta “Non si affittano case ai meridionali”. Il razzismo verso la gente del Sud era palpabile. C’è un episodio della mia vita che non dimenticherò mai. Un giorno l’insegnante di matematica, facendo l’appello, chiese se c’era qualche meridionale in classe. Io ero l’unico, rimasi in silenzio, rosso di vergogna, abbassando la testa. I miei compagni si voltarono tutti verso di me, guardandomi fisso. E la professoressa disse: “Ah D’Orsi, volevo ben dire, sei il più stupido!”. Ovviamente quell’anno fui rimandato in matematica.
Come nacque la sua passione per la filosofia e per la storia?
La passione per la cultura e per l’arte me l’ha trasmessa mio padre, che era musicista e poeta dilettante anche se – suo malgrado - era autodidatta e non aveva completato gli studi. Un giorno aveva marinato la scuola e aveva nascosto la cartella con i libri sotto a un albero. Qualcuno gliel’aveva rubata e mio nonno, che era severissimo, per punirlo lo aveva ritirato dalla scuola. Mio padre non glielo perdonò mai, ma appena cominciò a lavorare, nel corso degli anni costituì a casa sua una biblioteca fornitissima. I libri li divorava, aveva una curiosità onnivora, un po’ come il personaggio de La Peste di Camus, che leggeva le enciclopedie in ordine alfabetico. 
A parte suo padre, ha avuto qualche maestro?
Io ho frequentato il Liceo Gioberti, dove sono passati personaggi come Piero Gobetti e Piero Sraffa, e che è sempre stato un istituto di “sinistra”. Lì ho avuto due insegnanti che mi sono rimaste nel cuore: Giuliana Tedeschi Fiorentini, reduce dal lager di Auschwitz, e Lidia De Federicis. Sono loro ad avermi fatto amare la letteratura. Poi ho avuto la fortuna di avere come docente di storia e filosofia Alpino Galvano, pittore, filosofo, critico d’arte, un liberale tendenzialmente conservatore, ma di grande fascino intellettuale e signorilità. E’ stato lui, credo, a comunicarmi l’amore per la Storia e la e Filosofia. Infine, come non citare Norberto Bobbio? A differenza di altri, io non ho mai avuto il culto di Bobbio, ma sono stato uno dei suoi allievi, mi sono laureato con lui, l’ho frequentato a lungo, nella vita accademica e nella vita privata, e le sue opere sono state per me una fonte continua di stimolo, anche critico. 
Com’era Bobbio dal punto di vista umano?
Non era granché caloroso, anche se sapeva essere davvero arguto nelle sue conversazioni. Ogni tanto si scioglieva, ad un certo punto mi costrinse a dargli del tu, ma m’incuteva sempre soggezione. E poi era circondato da una coorte di persone in cui si esercitava una piaggeria che non mi piaceva.
Dopo la laurea in filosofia, lei ha cominciato ad occuparsi della storia del pensiero politico, diventando uno dei massimi esperti in questo settore.
Io ho avuto fin da piccolo una particolare attenzione ai temi della politica. Sembrerà assurdo, ma ricordo che a Salerno, ancora bambino ero invitato alle cene dei “grandi” ed ero richiesto del mio parere sui fatti della politica interna ed estera. Ad un certo punto è stato quindi naturale per me ancorare gli studi alla concretezza della vita reale.
Lei ha scritto diversi saggi sul fascismo e si è occupato anche di Resistenza.
Quello del fascismo è un discorso che ancora fa male, perché la generazione cresciuta sotto Mussolini non ha mai fatto una seria autocritica. Non aver fatto i conti con il fascismo, ha come conseguenza che anche la Resistenza è un tema incandescente. Questo deficit di riflessione autocritica, porta a trasmissioni come quella di qualche giorno fa condotta da Bruno Vespa e a interventi come quello di Petacco, che resuscita vecchi stereotipi come il Mussolini buonuomo finché non si alleò con Hitler e fece la guerra, che sono un esempio di come non si fa storia. Se poi questi stereotipi sono ripetuti anche dal Presidente del Consiglio... stiamo messi male. D’altra parte che cosa ci si poteva attendere da un governo dove trovano posto gli eredi del fascimo. Direbbe Eduardo, adda’ passà ‘a nuttata. 
Angelo D’Orsi sarebbe diventato uno storico di fama anche a Salerno?
A volte me lo chiedo. Non so se avrei fatto strada al Sud. Torino è una città difficile, a circoli chiusi, feudale, che è passata dalla Monarchia alla Signoria, e dove contano soprattutto i cognomi e le appartenenze familiari. Una città dove non mi sono mai veramente integrato. Allo stesso tempo Torino è anche un formidabile crocevia di culture, dove sono passati tanti intellettuali, a partire da Antonio Gramsci, ed  è sede di case editrici storiche, di un giornale importante come La Stampa.  
Come le sembra la Salerno di oggi?
Negli ultimi anni l’ho trovata gradevolmente trasformata, più vivibile, più bella. Quando vengo, mi piace passeggiare per il corso o al lungomare. E poi Salerno, e più in generale la Campania, è un vero laboratorio politico del buongoverno del centrosinistra nel Meridione. Un ciclo inaugurato da Bassolino e che dura da anni, e che mi sembra destinato a durare ancora.
Da storico della politica, come se lo spiega?
Un po’ ha giocato l’effetto Bassolino, ma non c’è dubbio che ci sono anche profonde ragioni strutturali. Dopo il terremoto del 1980, si era arrivati a un degrado morale talmente forte che la società civile ha avuto un positivo moto di reazione e di cambiamento. E’ successo un po’ come quando uno si tuffa in mare e tocca il fondo, e dopo ha una spinta verso l’alto. Francamente  avevo perso le speranze sulla possibilità di un nuovo corso in Campania, ma gli esempi di Napoli e di Salerno, dimostrano che il cambiamento c’è stato ed è reale. 
Quali sono i suoi prossimi progetti?
Ho quasi terminato la biografia di Leone Ginzburg, uno straordinario intellettuale che ha testimoniato la verità anche a prezzo della vita. In queste settimane sono impegnato nella scrittura di un romanzo che s’intitola “Fumo e piango”, una storia di eros, di dolore e di morte, una sorta di raccolta di esperienze border-line tra la vita della città e il mondo dei reietti. Inoltre sto dedicando le mie energie più intense ad Antonio Gramsci, una figura che oggi viene riscoperta in tutto il mondo, tranne forse in Italia, dove soffre il fatto di essere considerato, in modo riduttivo, il fondatore del Pci.
Chi è il professor D’Orsi nel privato?
A volte mi sento come un personaggio di Joseph Roth in “Fuga senza fine”: “Superfluo come lui al mondo non c’era nessuno”.    
 
 (La Città di Salerno, 31 ottobre 2004)
 
Scheda biografica
 
Angelo D’Orsi è nato a Pontecagnano (Sa) il 1° gennaio del 1947. Laureato in Lettere e Filosofia all'Università di Torino, con Norberto Bobbio, è professore associato di storia del pensiero politico contemporaneo nella Facoltà di Scienze Politiche dell'ateneo torinese, dove insegna anche storia della storiografia contemporanea, e nella Facoltà di Lettere e Filosofia, dove insegna metodologia della ricerca storica. Dopo aver esordito con studi su militarismo e pacifismo, si è occupato prevalentemente di nazionalismo e di fascismo (I nazionalisti, Feltrinelli, Milano 1981; La rivoluzione antibolscevica, Angeli, Milano 1985; Le dottrine politiche del nazionalfascismo, WR Editoriale, Alessandria 1988). Da tempo, suo terreno privilegiato di lavoro, oltre che la storia delle idee politiche (Alla ricerca della politica, Bollati Boringhieri, Torino 1995), sono le questioni di metodologia della ricerca e la storia della storiografia (Guida alla storia del pensiero politico, Il Segnalibro, Torino 1990; nuova ed. completamente rifatta La Nuova Italia, Firenze 1995; Alla ricerca della storia, Paravia/Scriptorium, Torino 1996; 2a ed. riv. e corr., ivi, 1999).  L'altro suo ambito di studi è rappresentato dalla storia della cultura e degli intellettuali (tra i numerosi contributi, si ricorda il volume L'ideologia politica del futurismo, Il Segnalibro, Torino 1992). Sempre da Einaudi è uscito recentemente La cultura tra le due guerre (2000), un saggio che ha suscitato un vivacissimo dibattito non soltanto storiografico. Di poco precedente è l'edizione del Carteggio tra Gioele Solari e Norberto Bobbio, che reca un ampio saggio introduttivo (La vita degli studi, Angeli, Milano 2000). I suoi ultimi saggi sono Intellettuali nel Novecento italiano (Einaudi 2001); Piccolo manuale di storiografia (Mondadori 2002); Allievi e maestri. L’Università di Torino nell’Otto-Novecento (CELID 2002); (a cura di) Guerre globali. Capire i conflitti del XXI secolo (Carocci 2003). Ha appena curato e introdotto una raccolta di scritti di Gramsci, La nostra città futura (Carocci, 2004). Collabora con il quotidiano “La Stampa”.

 

Intervista a Bruno Brindisi, fumettaro

di Mario Avagliano
 
C’è un solo disegnatore in Italia che ha il privilegio di inventare, con la sua matita f, gli scenari, i volti, i fondali delle indagini da “incubo” di Dylan Dog e dei duelli al tramonto di Tex Willer. A quasi quarant’anni di età, Bruno Brindisi, salernitano di Pastena, è considerato il miglior fumettaro d’Italia. Nell’aprile scorso la giuria del premio nazionale Cartoomics gli ha assegnato il suo prestigioso premio, considerato l’Oscar italiano del Fumetto, con la seguente motivazione: «Ad un giovane caposcuola del fumetto che ha dimostrato qualità tecniche ed artistiche di eccezionale livello. Per la capacità di descrivere ed evocare incubi e sogni, paesaggi reali e fantastici, mettendo il proprio stile a servizio dell’avventura e del divertimento». Brindisi, in questa intervista, parla dei suoi inizii, tra fumetti e musica jazz, di Salerno (“non c’è stata una grande rivoluzione, per ora è cambiata solo nei dettagli”) e rivela: “Sto preparando una nuova serie per la Bonelli Editore”.
 
I suoi genitori sono salernitani?
No, mio padre è nato a Carbone (PZ) e mia madre è napoletana. Ma io sono nato a Salerno e mi sento salernitano.
Quali sono i ricordi della sua infanzia e adolescenza a Salerno? Che scuole ha frequentato e chi erano i suoi amici del cuore?
Ho vissuto trent'anni a Pastena, di fronte al campetto e al cinema parrocchiale Fatima, ho frequentato le elementari alla Vermicone, le medie alla Ricci e il liceo al Severi. Alcuni dei miei migliori amici "me li porto" da  allora. Dell'infanzia ricordo le partite di pallone per strada e le ginocchia massacrate, le sudate, le bronchiti e “tornare a casa presto”, le cozze pescate sulla scogliera del porticciolo di Pastena e la folla di bambini per i film di Bruce Lee e Franco e Ciccio, il pomeriggio di domenica alle tre. Poi i primi gruppi musicali e le prove nei garage puzzolenti di vino e di umido, ma soprattutto molto tempo libero dedicato alla musica e ai fumetti.
Se dovesse descrivere la Salerno di allora in una tavola di fumetti?
Per me era un kilometro quadrato, ma non mi pare tanto cambiata. 
Com'è nata la passione per il disegno e per il fumetto?
Mia madre mi portava il "Giornalino" dalla scuola (è stata insegnante) quando avevo quattro anni e sapevo appena leggere. Mio padre mi faceva disegnare a matita, ripassare a pennino e poi colorare ad acquarello, più o meno alla stessa età. Era un gioco come tanti altri, ma la predisposizione naturale e la fortuna l’hanno trasformato in lavoro. 
E' vero che il suo primo fumetto risale alla terza elementare e la sua maestra rimase impressionata?
Per forza, l'avevo trasformata in zombi.
Quali soggetti o personaggi ha cominciato a disegnare agli inizi?
Mostri e scene truculente fin dalla più tenera età, poi molte parodie con i compagni di classe come protagonisti!
Che fumetti leggeva Bruno Brindisi da ragazzo?
Nell'ordine: Giornalino,Topolino, Corriere dei Ragazzi, Zagor, Totem, Pilot (per citare solo quelli che ho comprato con continuità).
Nel 1983, insieme ad alcuni amici fumettari, fonda la rivista Trumoon. Ci racconta come andò e che conclusione ebbe quella avventura?
Non andò, economicamente parlando. Era un catalogo autopromozionale che ebbe fine quando cominciammo a lavorare sul serio.
In quel periodo, oltre a disegnare, lei partecipa anche alla grande stagione salernitana del jazz, come tastierista. Ce ne parla?
Bah, non mi sento all'altezza, sono sempre stato un musicante, non ho mai studiato. Ho avuto la fortuna di suonare con parecchi talenti da cui ho cercato di carpire qualche segreto. Il gruppo di cui conservo il miglior ricordo si chiamava GAD Bband, con Amedeo Ariano alla batteria, Dario Deidda al basso, Angelo Anastasio alla chitarra e Gerry Popolo al sax. E io alle tastiere, pensa te!
Con i Neri per Caso è rimasto in contatto, visto che ha disegnato anche la copertina di un loro cd...
Si può dire che li ho visti crescere! Ciro e Diego frequentavano il  circolo Arci Mumble Rumble di Pastena che erano poco più che bambini.
Quegli anni sono stati fertili per la cultura e l'arte a Salerno?
Non erano fertili gli anni, eravamo fertili noi. Ma anche oggi la città tracima talenti. Gli entusiasmi e i sogni, poi, dipendono dall'età.
In che momento la carriera di fumettaro è diventata per lei una cosa seria?
Quando mi sono reso conto che ci si poteva campare.
Nel 1989 ha cominciato a collaborare con Sergio Bonelli Editore. Come è entrato in contatto con loro?
Ho seguito la solita trafila, con la cartellina sotto il braccio e l'umiltà di superare i primi rifiuti. Avevo avuto la possibilità di farmi le ossa per un paio d'anni su altre testate e questo mi ha aiutato ad entrare nello staff del personaggio del momento, Dylan Dog, che stava vivendo il suo incredibile boom.
Da allora ha vinto molti premi...
...bontà loro.
Quali sono i personaggi che predilige e che le vengono "meglio"? Tex, Martin Mystère, Nick Raider, Dylan Dog?
Ho sempre detto che il personaggio che "sento" di più è Dylan, con tutti i suoi umanissimi difetti, ma da quando disegno Tex sto scoprendo il fascino del mito e dell'eroe, che da ragazzo un po' snobbavo. Comunque è bello avere la possibilità di cambiare.
C'è un lavoro di cui è più fiero degli altri?
Sono un insoddisfatto cronico.
Qual è l'autore di sceneggiature con cui lavora meglio?
Gli altri non si offenderanno se dico Tiziano Sclavi.
Che tipo è Sclavi?
Pochi possono dire di conoscerlo bene. Io non sono tra questi.
Faccia tre nomi di mostri sacri del fumetto italiano...
Andrea Pazienza, Gianluigi Bonelli, Hugo Pratt.
Qual è la sua tecnica di disegno?
Niente di particolare, matita f su cartoncino semiruvido 30x40, ripasso a pennarello impermeabile.
E il suo metodo di lavoro?
Lettura della sceneggiatura, studio dei personaggi, ricerca della documentazione per ambienti, vestiti, macchine, ecc. Poi faccio il primo abbozzo su un foglio leggero, ricopio sulla tavola e via. E la giornata è andata. Faccio orari regolari.
Si parla di scuola salernitana del jazz. Esiste anche una scuola salernitana dei fumetti? E chi ne sono gli esponenti più interessanti?
Bisognerebbe intendersi sul termine "scuola". Comunque il gruppo annovera una decina di persone tra disegnatori e sceneggiatori, tra i quali Roberto De Angelis, Luigi Siniscalchi, Luigi Coppola, Raffaele Della Monica, Giuliano Piccininno, Antonella Vicari, Giuseppe De Nardo.     
Ci sono nuovi talenti salernitani che si stanno affacciando nel mondo dei fumetti?
Il più recente acquisto alla Bonelli è Luca Raimondo per Jonathan Steel, mentre una giovane disegnatrice a cui tengo molto, Elisabetta Barletta, sta lavorando a John Doe, nuovo promettente personaggio dell'Eura Editoriale (Lanciostort, Skorpio, Dago).
Lei è tanto legato a Salerno che, dopo un periodo passato fuori, ora lavora stabilmente in città. Come mai?
Ci sono nato, non basta? E comunque non mi ci trovo male, se sono di buon umore.
Salerno negli ultimi anni è cambiata molto. Il suo giudizio spassionato?
Non è cambiata affatto. Solo nei dettagli. I grossi progetti e i grossi sviluppi sono solo su carta.
Ha mai disegnato Salerno nelle sue tavole? Ha progetti legati alla città?
Qualcuno avrà visto "Storia di Salerno a fumetti", un mio lavoro del 1986 che ha avuto recentemente una nuova edizione in video. Solo questo.
A Cava e a Salerno si sono tenute per qualche anno interessanti mostre del fumetto. Poi più nulla. Come mai?
Ci sono state due o tre edizioni della mostra, ma problemi a livello organizzativo ed anche economico, che è quello che frega di più, hanno impedito nuove edizioni. Sono iniziative private, ed esaurita la passione, quel che resta è lo stress. 
Che sta facendo adesso Bruno Brindisi. Lavori attuali, progetti, sogni nel cassetto...  
Sono l'unico disegnatore che ha la fortuna di lavorare contemporaneamente alle due serie più importanti d'Italia, Tex e Dylan Dog, e quindi il cassetto dei sogni l'ho aperto da tempo. Sono in uscita a fine mese con Dylan e a fine anno con Tex. E poi, sto per iniziare il numero 1 di una nuova serie per Bonelli di cui non posso ancora rivelare nulla... ci risentiamo più in là. 
 
(La Città di Salerno, 12 ottobre 2003)
 
Scheda biografica
 
Bruno Brindisi nasce il 3 giugno del 1964 a Salerno, dove tuttora vive e svolge la sua attività. Disegna dall’età di 4 anni, ma comincia a farlo in modo un po’ più professionale su Trumoon n° 1 (1983), rivista edita in proprio da un gruppo di amici fumettari che qualcuno in seguito ha voluto etichettare come “scuola salernitana”. Tecnicamente è autodidatta, non avendo seguito nessun corso a indirizzo artistico. Nonostante la passione per il fumetto, gli ci vorranno anni prima di decidersi a sceglierlo come mestiere, rinunciando a una quasi sicura carriera di cameraman alla RAI ed a quella, molto più incerta, di tastierista pop-jazz. Prima pubblicazione “pagata”, due storie brevi per le Edizioni Cioè nel novembre 1986. E’ del 1988 la gavetta sui pocket “hard” della E.P.P., tramite lo studio On Mollo M di Francesco Coniglio, che poi diventerà edizioni ACME dando alla luce una serie di pubblicazioni di non lunga fortuna: Splatter, Mostri, Torpedo. Nel 1989 i primi contatti con Sergio Bonelli Editore, con varie prove per Nick Raider, Nathan Never e Dylan Dog, personaggio con il quale esordirà nel novembre 1990 con la storia “Il male” (n°51). Da allora produce per la Bonelli qualcosa come oltre 2500 tavole (numero provvisorio), quasi tutte per Dylan Dog (ma anche per Nick Raider, Martin Mystère, Tex), riuscendo a realizzare nel frattempo una miniserie in tre episodi per la Comic Art (Bit Degeneration) e i primi episodi della serie “Billiteri” (per la Universo). La miniserie  “Bit Degeneration” esce in America sulle pagine della rivista Heavy Metal (maggio ’95-novembre ’95-maggio ’96). E’ sua la storia “Finché morte non vi separi”, a colori, con cui Dylan Dog festeggia il decennale (settembre 1996). Nel 1997 realizza le sigle dello sceneggiato RAI in sei puntate “Il conto Montecristo” di Ugo Gregoretti. Per conto della DeMas & Partners esegue dei “model sheets” per una serie a cartoni animati (2001). Dello stesso anno è il Tex Gigante “I predatori del deserto”. Nel 2002 disegna la copertina e le illustrazioni interne del disco dei “Neri Per Caso”. Nel novembre dello stesso anno esce negli USA la ristampa di un suo Dylan Dog (Zed) per la Dark Horse. E’ anche autore del numero 200 di Dylan Dog, che fa luce su parte del passato del protagonista (aprile 2003). Ha vinto nel 1993 il Premio Albertarelli (ANAFI), nel 1995 il premio ANAFI come  miglior disegnatore, nel 1997 il premio FUMO DI CHINA come miglior disegnatore realistico e nel 2003 il premio CARTOOMICS-IF come miglior disegnatore. 

 

Intervista a Flavia Amabile, giornalista

di Mario Avagliano
 
Giornalista, scrittrice, Flavia Amabile è una dei rampolli di quella che forse è stata la più potente famiglia di Cava de’ Tirreni, capace di costruire un vero e proprio impero economico, fondato sulla Tirrena Assicurazioni e sul Credito Commerciale Tirreno. Ciò nonostante Flavia non ha mai fatto valere il suo “cognome”. Ha costruito tutta la sua carriera da sola, partendo dal gradino più basso e facendo gavetta in redazione. Oggi è una delle firme di punta del quotidiano La Stampa e ha pubblicato saggi di varia natura, da originali guide ai viaggi a itinerari della cultura gastronomica italiana, fino a più impegnati studi di politica internazionale, che costituisce la sua vera grande passione. Assieme a Cetara, dove trascorre di frequente qualche week end nel suo buen retiro tra i limoni della costiera, in compagnia del marito Marco Tosatti e dei figli Alvise ed Eugenia.
 
Che cosa le ritorna in mente quando pensa alla sua adolescenza?
Penso al negozio di coloniali De Pisapia, dove - assieme a mio fratello e ai miei cugini - giocavo tra i sacchi di caffè e le caramelle. E poi penso ai portici di Cava, alle gite in costiera amalfitana e a quando andavo a pesca di tonnetti nelle baie. Un altro ricordo indimenticabile sono le passeggiate all’Avvocata. In quelle scampagnate si creava un’atmosfera particolare e quando arrivavi lassù, dominavi con lo sguardo tutto il golfo di Salerno. E poi, ovviamente, c’è il periodo della scuola e in particolare gli anni del liceo classico.
Il “Marco Galdi”....
Già. Quanti ricordi! Le lezioni assurde del professore di latino e greco Insegnante. Il fervore della professoressa Trifone al ginnasio, che ho amato più di chiunque altro. Il periodo in cui andavo in giro con campanellini e zoccoli per i corridoi del Liceo, anche in pieno inverno. Il rito dello strappo, ogni giorno di scuola, di un filo della manica del grembiule nero della mia compagna di banco Loredana Caiazzo, fino a quando non cadde la manica.
Com’era Cava in quegli anni?
Io ho un rapporto di amore per Cava. Sono molto legata alla mia città. Al tempo stesso la trovavo un luogo non sufficientemente grande per quelli che erano i miei desideri e le mie ambizioni. E’ chiaro che un centro di sessantamila abitanti non può offrire tutte le occasioni di una metropoli come Roma. 
Essere una Amabile è stato un vantaggio o un handicap per lei?
Non ho vissuto benissimo il fatto di essere una Amabile. A Cava io ero semplicemente la figlia di Francesco Amabile. Avevo un cognome, e non un nome. Per me era un problema abbastanza grosso. Al tempo stesso, però, ho sempre avuto un rapporto meraviglioso con i miei genitori, con i miei zii e con i miei cugini. Tra l’altro la famiglia di mio padre e quella di mia madre sono legate a doppio filo, visto che due fratelli Amabile hanno sposato due sorelle De Pisapia.
Com’è stato il rapporto con suo padre Francesco Amabile?
Mio padre è un angelo. E’ buono e generoso. E’ una persona incapace di fare del male a chiunque, anche al suo peggior nemico. Ricordo che lavorava molto e quindi c’era poco a casa. Ma quando c’era, sapeva giocare con noi e ci dava tanto affetto. Tuttora gioca con i nipotini in maniera splendida. 
Che ricordo ha di suo zio Mario Amabile?
Ho un ricordo molto affettuoso ed è legato alle grandi riunioni di famiglia che si facevano con zio Mario, ma ho anche un ricordo drammatico, perché la trattativa durante il suo sequestro si svolse a casa mia e quindi le telefonate dei rapitori arrivavano a casa mia. Lui con me era davvero carino e mi stimava. Fu uno di quelli che fin dall’inizio m’invogliò a fare la giornalista.
A proposito, come è approdata al giornalismo?
Il giornalismo era il mio sogno fin da quando ero adolescente. Ho iniziato nel 1982, all’età di 18 anni, sulle colonne di un giornale che si chiamava proprio La Città, fondato a Nocera da Goffredo Locatelli. Ho lavorato con lui per due anni, occupandomi di cronaca. Poi, durante il periodo universitario, ho collaborato anche con Il Mattino, attraverso il capo della redazione di Salerno Nicola Fruscione.
Dopo la laurea in economia e commercio, sembrava destinata a una brillante carriera nel settore del marketing...
E’ vero. Vinsi alcune borse di studio, lavorando per aziende italiane nelle Filippine, in Cina e in Malesia. Ma il mio pensiero fisso andava al giornalismo. E così, quando nell’estate del 1988 La Stampa e il Corriere della Sera bandirono un concorso, il primo e unico nella storia del giornalismo italiano, mi ci buttai a capofitto e superai quello de La Stampa.  
Qualche mese dopo si trasferiva a Torino.
Iniziai il mio apprendistato presso la sede centrale del giornale, con una borsa di studio. Alla fine del maggio del 1989 fui assunta alla redazione economica, dove rimasi fino all’anno successivo, quando il direttore Scardocchia decise di inviarmi alla redazione romana.
In 18 anni di carriera in un quotidiano importante come La Stampa, lei si è occupata di varie tematiche: economia, politica interna e politica estera, cronaca e costume. Quali sono state le esperienze di lavoro che le sono rimaste nel cuore?
Sicuramente alcuni grandi fatti di cronaca, come il terremoto in Umbria e l’alluvione di Sarno. Ricordo che quando arrivai il primo giorno a Sarno, il fango mi arrivava fino alle ginocchia. Ho vissuto molto intensamente anche la storia del sequestro di Giuliana Sgrena.
Quale impressione si è fatta di questa vicenda?
Ho la convinzione che si è trattato di un sequestro interamente mediatico. E’  la dimostrazione evidente che i terroristi tentano di condizionare la politica interna delle grandi Nazioni occidentali.  Dal punto di vista umano, mi spaventa il massacro psicologico di Giuliana Sgrena che c’è stato da parte dei media. E’ accaduto con le due Simone e sta accadendo anche con lei. 
Lei accompagna all’attività di giornalista quella di scrittrice.
Tutto è iniziato con la mia passione per i viaggi. I miei primi libri sono guide ai viaggi. Poi un giorno, trovandomi al Baron’s Hotel di Aleppo, ho appreso la storia della famiglia dei proprietari, di origine armena, ed è nato il libro I baroni Aleppo: dal genocidio armeno alla Siria di Assad, scritto a quattro mani con Marco Tosatti, che racconta un secolo di storia e di personaggi, dalle finestre del più noto albergo del Medioriente,  da Lawrence d’Arabia ad Agatha Christie, da Pasolini a Freya Stark. 
Non è l’unico libro che tratta di questi temi.
Nel 2003 è uscito La vera storia del Mussa Dagh, che sfata il mito del romanzo scritto negli anni Trenta da Franz Werfel e, basandosi su documenti originali che io e Marco abbiamo tradotto dall’armeno, narra le reali vicende degli abitanti di un gruppo di villaggi armeni sulla costa siriana che si ribellarono ai turchi salendo sulla montagna Mussa Ler (Montagna di Mosè) e dopo quaranta giorni di resistenza eroica, furono condotti in salvo in Egitto dalle navi francesi. In aprile uscirà un nostro nuovo libro, per i tipi della Guerino e Associati, che racconta il destino di questi eroi dopo il salvataggio. Insomma, un po’ il seguito del romanzo di Werfel.
Ci anticipa qualcosa?
E’ una storia di guerre, di speranze disilluse e di tradimenti. Dopo un periodo di soggiorno presso il campo profughi di Port Said in Egitto, gli armeni ribelli si arruolarono nell’esercito francese, combattendo valorosamente contro i turchi. Finita la guerra, se ne tornarono sul Mussa Dagh nella speranza di vivere in pace. Quindici anni dopo iniziava il secondo conflitto mondiale e la Francia cedeva ai turchi le loro terre. Gli armeni, piuttosto che finire nelle mani degli odiati turchi, preferirono andar via. Adesso vivono in una città del Libano che hanno fondato loro stessi. 
Progetti nel cassetto?
Scrivere altri libri.  
Torna mai a Cava?
Da quando sono diventata mamma, torno più spesso, anche perché tengo al rapporto con i nonni e voglio che i miei figli crescano conoscendo le atmosfere e i profumi della mia infanzia.
Ha ancora amici a Cava?
Ci sono tre persone che vedo e frequento quando vengo giù: mia cugina Simona, la mia ex compagna di classe Stefania Forlani e suo marito Peppe.
Che ne pensa della Cava di oggi?
E’ diversa dalla “mia” Cava. Tanto diversa, che a volte - quando circolo in auto - finisco addirittura per perdermi, perché hanno cambiato tutti i sensi unici.
E Salerno?
Amo moltissimo il Duomo e la parte vecchia, che è stata ben recuperata.
Lei è anche autrice di “gustosi” libri gastronomici. Quali sono le pietanze che le mancano e che a Roma non si trovano?
Una su tutti: la provola di Tramonti. E poi anche i dolci di Natale, le paste reali e la pizza di scarole...
 
 
 
Scheda biografica
 
Flavia Amabile è nata a Cava de' Tirreni nel 1964. Si è laureata in Economia e Commercio all'Università di Salerno nel 1986. Ha collaborato dal 1982 al 1984 con La Città di Goffredo Locatelli e con Il Mattino. Dal 1988 è giornalista al quotidiano La Stampa, dove si occupa di attualità. Ha seguito tra l'altro il terremoto in Umbria nel '97, l'alluvione di Sarno, gli sbarchi di profughi lungo le coste calabresi e pugliesi. Vive a Roma, è sposata ed ha due bambini.
Ha scritto vari libri tra i quali: Siria, Giordania e Libano (1996); In viaggio con Kipling. Il romanzo della giungla, dell'avventura, del coraggio (1998); Ultimi. Viaggio nell'Italia che scompare (1999); Vietnam e Cambogia (2000); Si nu'... babbà (2001); Firenze (2001); Mangiare per strada (2004); e, insieme a Marco Tosatti, I baroni di Aleppo (1998), La vera storia del Mussa Dagh (2003), Gli eroi traditi (2005). 
 

Intervista a Massimo Venturiello, attore

di Mario Avagliano
 
 
Se c’è un attore in Italia che è capace di spaziare fra tutti i generi teatrali, da quello classico a quello contemporaneo, passando per il cinema, la televisione, l’attività di doppiatore e, più di recente, anche il canto, è il cilentano Massimo Venturiello, 46 anni, originario di Roccadaspide. Alla vigilia del suo debutto in L’opera da tre soldi di Bertolt Brecht e Kurt Weill, per la regia di Pietro Carriglio e l’allestimento del Teatro Biondo di Palermo, Venturiello ci racconta che la sua carriera è iniziata con un monologo dedicato ai contadini della sua terra, intitolato A’ sguerra. Poi critica duramente il teatro italiano attuale (“spesso è noioso e comunque è troppo legato al melodramma”) e parla dei suoi progetti futuri, che potrebbero incontrarsi con quelli del grande Roberto De Simone.
 
Lei è nato nel profondo Cilento.
Ho un ricordo molto forte degli anni dell’infanzia nel Cilento. Io poi ho avuto la ventura di  nascere in carcere. Mio padre Pasquale era una guardia carceraria ed io ho vissuto i primi sei anni della mia vita nell’istituto carcerario mandamentale di Roccadaspide. Abitavamo nella cosiddetta via Larga, che fluiva accanto a un’altra via che in paese chiamavano Stretta. Certo, era un carcere di provincia, dove erano rinchiusi i ladri di pollo più che i grandi killer… Però ancora oggi, a volte, mi torna in mente l’immagine di mia madre che prepara la pasta e patate ed io che la mangio seduto sulle gambe di un carcerato.
Spero che non trascorresse tutto il tempo… dietro le sbarre!
No, no… Ricordo che con i miei due fratelli andavamo spesso in soffitta, dove c’era la gabbia dei conigli. D’inverno ci affacciavamo alla finestra e raccoglievamo la neve che si era depositata sul davanzale per confezionare gustose granite casalinghe. A Natale aiutavamo mio padre a costruire il presepe, utilizzando le scatole di cartone per fare le case e la farina per simulare la neve. 
Roccadaspide com’era in quegli anni?
Era un paese molto povero, essenzialmente contadino. E Castel S. Lorenzo, il paese originario di mio padre, era ancora più arretrato. L’olio, per esempio, non esisteva. La sugna era il condimento ufficiale di tutti i piatti! Aveva un odore penetrante, e io che ero bambino, non riuscivo a sopportarla, mi nauseava un po’. La realtà sociale aveva tratti di paganesimo. C’era anche una comunità di zingari, integrata nel paese. Io giocavo nell’orto degli ulivi con i zingarelli. A ripensarci, sembrava un’altra epoca, sembrava di vivere ancora nell’Ottocento. 
Quando lei aveva quasi sette anni di età, la sua famiglia si trasferì a Roma. 
Feci in tempo a frequentare la prima elementare a Roccadaspide, poi mio padre fu assunto come ufficiale giudiziario prima a Milano e poi nella zona della Sabina, e così ci trasferimmo a Roma. Per me fu uno shock, avvertii molto il distacco dalla vita del paese. Forse anche per questo, nonostante che ami molto Roma e non la cambierei per nessuna città al mondo, non mi sono mai sentito un romano. Ho sempre avuto il senso delle mie radici cilentane, salernitane, meridionali. 
Come nacque la sua passione per la recitazione, per l’arte?
Un po’ è stata l’influenza familiare, mio fratello Ennio Rega è un cantante, ha vinto un disco d’oro e ha partecipato anche al Premio Tenco, un po’ è stata la casualità della vita. Un giorno andai con gli amici a vedere in un teatro di Roma il Masaniello di Armando Pugliese. Rimasi tanto colpito, che il mattino dopo m’iscrissi all’Accademia d’arte drammatica. Allora, però, non avrei mai immaginato che 23 anni dopo, nel 1997, Armando mi avrebbe chiamato a recitare il ruolo di protagonista nella riedizione di quello spettacolo.
Erano le sue radici campane che tornavano a galla…
Infatti in quell’occasione per me è stato molto utile recuperare il dialetto che avevo imparato nel Cilento e poi anche a Roma, dai miei genitori. E non è tutto, anche i miei inizi e la mia carriera hanno a che fare con le mie origini. Il mio primo vero successo, quello che mi ha fatto conoscere come attore teatrale, è stato un monologo sui contadini del Cilento, che s’intitolava “A’ sguerra”, scritto da Ludovico Parenti. Il giorno dopo la rappresentazione, non esagero affatto, nell’ambiente non si parlava che di me!
Allora il giovane Venturiello era appena uscito dall’Accademia. 
Stiamo parlando più o meno della prima metà degli anni Ottanta. A Roma stava venendo fuori una bella generazione di attori: Fabrizio Bentivoglio, Massimo Ghini, Luca Barbareschi, Paolo Rossi, Sergio Rubini, Claudio Bisio, Elisabetta Pozzi, Benedetta Buccellato. Io alternavo il teatro classico (in particolare Shakespeare) ai contemporanei. Con Sergio Rubini e Barbareschi fummo i primi ad esportare in Italia il teatro parlato americano, con l’uso anche del turpiloquio. Ricordo che una volta, in Sicilia, quando mettemmo in scena American Buffalo di Mamet, molti degli spettatori si infuriarono, inveirono contro di noi ed abbandonarono la sala.
Quali sono gli spettacoli che le sono rimasti di più nel cuore?
E’ difficile rispondere. Andando per esclusione, direi Giacomo il prepotente di Manfridi, in cui recitavo la parte di Antonio Ranieri, e Masaniello di Armando Pugliese. D’altra parte per me Pugliese è il regista teatrale che amo di più in assoluto, è il numero 1. In un panorama come quello attuale che, peraltro, è abbastanza grigio.
Che cosa c’è che non va nel teatro italiano?
Bah, spesso è noioso e troppo legato al melodramma. Forse porta i meriti e i demeriti dell’Italia di oggi, rispecchia semplicemente il Paese, che vive una realtà un po’ bassa, un po’ povera, anche a causa dei politici che lo governano. Il risultato è che nei teatri hanno successo i trionfi di serie B, i remake di cose già fatte. L’epoca di Strehler è finita. Anche se ogni tanto nascono spettacoli interessanti, come il bellissimo Edoardo proposto da Servillo.
Il teatro, comunque, è stato sempre il suo grande amore, più del cinema.
Il mio modo di recitare è legato a una certa fisicità, all’intonazione della voce. Quindi la mia dimensione ideale è il teatro, in particolare il teatro-evento, all’aperto. Penso agli scenari naturali di Paestum e di Siracusa, o anche allo spettacolo che ho fatto l’anno scorso su una nave. Al cinema, invece, la bravura spesso si vede nell’entrare nell’inquadratura. Certo, bisogna essere sciolti, naturali. Però, anche professionalmente, il quotidiano del cinema è noioso. Quando giri un film, passi le giornate in continua attesa. E’ sempre valido quello che diceva Edoardo: “Vuoi fare il cinema? Accattate na’ seggia”. 
Lei ha lavorato con registi cinematografici importanti, dai fratelli Taviani a Gabriele Salvatores, da Lizzani a Bertolucci. L’esperienza più bella?
E’ stata quella di un film che non doveva essere un film, ma un documentario: L’autostop, per la regia di Michalcov, che è un vero artigiano del cinema. Durante le riprese mi è capitato più di una volta di commuovermi. Mi sono trovato molto bene anche con Gabriele Salvatores. Girando Marrakesh Express ci siamo molto divertiti, e con lui è rimasto un rapporto di affetto. Un altro regista che ho incrociato e mi piacerebbe ritrovare è Carlo Lizzani. E’ stato stimolante anche recitare al fianco di Luciana Litizzetto, in Ravanello Pallido. Devo dire che quando lavoro per il cinema, preferisco il genere brillante e i ruoli comici.
Massimo Venturiello in passato è stato anche doppiatore. Ha prestato la voce a Bruce Willis, a Dennis Quaid e anche a qualche personaggio dei cartoni animati.
Ho un po’ abbandonato questa attività, anche se non nego di essermi divertito, soprattutto quando ho doppiato Ade nel film di animazione Hercules o la macchina volante nella serie di cartoons Supercar, soprattutto perché ho potuto giocare con la mia voce.
Di recente lei ha recitato al Teatro Verdi di Salerno, nella messa in scena di Brancaleone. Che impressione le ha fatto?
E’ un teatro bellissimo, è stato restaurato molto bene. E anche il pubblico salernitano mi è piaciuto. Mi è sembrato attento e competente. Ho avuto una sensazione molto calda.
Martedì 9 dicembre Venturiello debutta in un nuovo spettacolo, L’opera da tre soldi di Bertolt Brecht e Kurt Weill, nell’allestimento del Teatro Biondo Stabile di Palermo per la regia di Pietro Carriglio.
E’ una rappresentazione straordinaria, con 40 attori, che si svolge, come scenario, nei bassifondi di Londra, e che è stata arricchita dalla presenza dell’orchestra dal vivo del Teatro Massimo di Palermo. Tra l’altro, grazie a questo lavoro ho scoperto di avere anche una vena musicale. Avevo paura di dover affrontare la prova del canto, invece pare che me la cavi molto bene. Va a finire che un giorno o l’altro mi ritroverò a Sanremo…
Quale personaggio interpreta?
Io sono Macheath, detto Mackie Messer, il capo di una piccola banda di criminali che finirà per essere condannato all’impiccaggione. E’ un personaggio leggero, elegante. Pensi che, poco prima di essere impiccato, sta lì a ridere.  E’ un po’ il classico antipatico-simpatico. E’ un ruolo davvero affascinante, che fu interpretato in passato da Modugno. Per me non è che sia un termine di paragone facile!
Progetti nel cassetto?
La rappresentazione di Scaramouche, che deve la sua notorietà e il suo nome all'attore che per lungo tempo ne indossò la maschera, il napoletano Tiberio Fiorilli. L’idea è di farne una commedia musicale basata sul mondo napoletano, scritta 2-3 anni fa. Magari, chissà, potrebbe essere l’occasione per lavorare insieme a Roberto de Simone, un artista che stimo totalmente. Prima ero frenato dal timore di dover cantare, ma adesso che ho scoperto che mi piace, tutto è possibile…
Torna mai nella sua terra d’origine?
Ogni tanto, soprattutto d’estate. Roccadaspide si è trasformata, è diventata un centro abbastanza importante del Cilento. Non è più il paesello della mia infanzia. In particolare mi piace assistere alla festa di S. Cosmo e Damiano, che si tiene a fine settembre a Castel S. Lorenzo. Quello spettacolo mi affascina tantissimo, fin da quando ero un bambino cilentano che sognava ad occhi aperti guardando le stelle dalle finestrelle del carcere…
 
 
(La Città di Salerno, 7 dicembre 2003)
 
 
Scheda biografica
 
Massimo Venturiello nasce a Roccadaspide (Salerno) il 4 agosto del 1957. Dal 1979 al 1982 studia all'Accademia d'arte drammatica “S. D'Amico”. Debutta con Gabriele Lavia nel Tito Andronico di Shakespeare. Da allora lavora quasi sempre come protagonista in diversi spettacoli, alternando drammaturgie classiche e contemporanee e impegnandosi anche sul fronte del teatro di ricerca: American Buffalo di D. Mamet; La mandragola di N. Machiavelli, regia M. Scaccia; True West di S. Shepard, regia F. Però; Un saluto, un addio di A. Fugard, regia F. Però. Stringe una proficua collaborazione con il Teatro stabile di Genova: La putta onorata di C. Goldoni, regia M. Sciaccaluga; Jacques e il suo padrone di M. Kundera, regia L. Barbareschi; Giacomo il prepotente di G. Manfridi, regia P. Maccarinelli (1987). Passa poi al Teatro stabile di Torino dove recita nel Timone d'Atene diretto da W. Pagliaro. Cura la regia di Jazz e di La sonata di Kreutzer da L. Tolstoj. Con il regista di G. P. Solari inaugura un nuovo sodalizio che lo porta a interpretare La musica in fondo al mare di M. Confalone, Una notte poco prima della foresta di B. Koltés e Brancaleone (1998). Nel 1996 è la volta di La rosa tatuata di T. Williams, con la regia di G. Vacis, dove è al fianco di V. Moriconi, nella parte che fu di B. Lancaster nella celebre trasposizione cinematografica. Va ricordata anche la sentita partecipazione alla riedizione di Masaniello, con la regia di A. Pugliese (1997). Successivamente ha lavorato in Liliom un amore zingaro (2000), commedia musicale da Ferenc Molnar, per la regia di Maurizio Panici, con musiche del fratello Ennio Rega; e in Aiace (2001), regia di P.Gazzara. Quest’anno è già andato in scena in Navigazioni di T. Conte, con il Teatro della Tosse di Genova, e in Macbeth di Shakespeare, al fianco di Mariangela D’Abbraccio  (2003). Per il cinema e la televisione ha lavorato con diversi registi tra cui: G. Salvatores, N. Michalcov, P. e V. Taviani, E. Scola, M. Ferrero, S. Bolchi, M. Ponzi, C. Vanzina, C. Lizzani, G. Bertolucci. Tra i film da lui interpretati, Good morning Babilonia (1997), I miei primi quarant’anni (1987), Marrakesh Express (1989), Cattiva (1991), Vietato ai minori (1992) e Ravanello pallido (2001).In televisione ha partecipato, tra l’altro, agli sceneggiati Il giovane Casanova (Canale 5, 2002) e Padri (RaiUno, 2002)
 
 

Intervista a Nello Mascia, attore

di Mario Avagliano
 
Uno dei grandi interpreti a livello mondiale del teatro napoletano classico di Viviani, di Scarpetta e dei De Filippo, è l’attore salernitano Nello Mascia, classe 1946, originario di Sala Consilina. Allievo di Eduardo, fondatore con Tato Russo della "Cooperativa Teatrale Italiana del Mezzogiorno Gli Ipocriti", ha lavorato con Giorgio Strehler e Mario Missiroli. In questi giorni è in scena al Teatro Eliseo di Roma, in "Miseria e Nobiltà", con Carlo Giuffrè. Mascia vive al Vomero, si definisce  “mite ma passionale” e dice di essere supertifoso del Napoli calcio (“nessuno è perfetto!”, spiega). Poi annuncia che presto riporterà in teatro Fango, il toccante monologo sul disastro dell’alluvione di Sarno che, rivela, “è anche una creatura del presidente della Provincia di Salerno Andria”.
 
Ci parli delle sue origini salernitane.
Negli anni della guerra la famiglia di mio padre si era trasferita a Sala Consilina, dove si viveva più sicuri che a Napoli e soprattutto si trovava più cibo. Fu proprio lì, in un paese a due passi da Sala, a Monte San Giacomo, che mio padre conobbe mia madre, Anita Buono, che apparteneva a una famiglia del luogo. Si piacquero, si amarono e si sposarono. Prima nacque mia sorella e poi, nel dicembre del ’46, toccò a me.
Che ricordo ha di quegli anni?
Mio padre Roberto era un poeta. Un latinista e un grecista, amante di cose belle, di pittura, di letteratura, di teatro. Ricordo che all'età di tre anni sapevo già leggere e scrivere perfettamente e recitavo a memoria alcune poesie di Pascoli, di Gozzano, di Carducci, anche se il mio cavallo di battaglia era "Il prode Anselmo" di Giovanni Visconti Venosta. Avevo già il mio piccolo repertorio. E lo sciorinavo nel corso della mia quotidiana “tournée”, quando con mia madre, nel fare la spesa a Sala Consilina, si sostava ora dal macellaio ("Oh Valentino vestito di nuovo…), ora dal fruttivendolo ("Signorina Felicita, a quest'ora, scende la sera…"), ora dal giornalaio ("Pollicino morta mamma, non sa più di che mangiare…").
Lei andò via da Sala Consilina piuttosto presto?
Sì, avevo quasi 4 anni. Mio padre aveva avuto un incarico presso una scuola di Castellamare di Stabia, e così ci trasferimmo tutti a Gragnano.
Dove continuò la sua fama di enfant prodige
Le maestre letteralmente mi contendevano per avermi nelle loro classi a recitare poesie, ad una platea di compagni di scuola entusiasti - se non altro - di evitare così un'interrogazione. Fino a quando, all'età di sette anni, il parroco mi diede l'incarico di imparare una lunga orrenda poesiola scritta da lui, da recitare nella piazza principale, in occasione della Festa della Madonna del Carmine. C’era tutto il paese. Ma una volta che fui salito sul palco, fui colto dal panico. Scappai via, a più non posso, come un forsennato. Giù per le scale del palco. Via! Giù, lungo la discesa. Col fiato in gola. Via! Dopo quell'episodio la mia vita cambiò. Mai più recite improvvisate. Mai più poesie. Più nulla.
Poi però è diventato un attore. Quando è scattata la scintilla della recitazione?
A tredici anni mio padre volle portarmi a Napoli, al Mercadante. Si dava una commedia di cui non ricordo il nome. Eravamo cinque spettatori. Compresi io e mio padre. Ci sistemammo in poltrona. Si fece buio. E dal sipario chiuso uscì fuori un vecchietto molto simpatico e dal fare molto autorevole. Era Sergio Tofano. Disse più o meno così: "Questa sera, secondo una consuetudine teatrale, essendo gli spettatori in sala inferiori per numero agli attori in palcoscenico, potremmo non fare lo spettacolo, e potremmo restituirvi il costo del biglietto. Ma non lo faremo. Noi questa sera faremo un'altra cosa. Faremo per voi il più bello spettacolo della nostra vita.". Ecco. Se qualcuno mi chiedesse quando ho deciso di fare l'attore, credo che risponderei: in quella magica affascinante memorabile sera del Mercadante.
Iniziò a studiare teatro più tardi, o sbaglio?
Quando avevo 17 anni. La mia famiglia si era trasferita a Napoli, in via Duomo. La mia scuola era sita nel malfamato vico Zuroli, di fianco a un noto bordello. I miei compagni di classe erano i figli dei venditori di sigarette di contrabbando di Forcella. Molti di loro oggi hanno fatto “carriera”. Li vedo spesso fotografati sui giornali, nelle pagine di cronaca nera, a volte sorretti al braccio da un paio di giovanottoni in divisa. Erano i miei amici quotidiani. Parlavo il loro linguaggio colorito. Si giocava a pallone insieme. Insieme si organizzavano i mitici "balletti" del sabato pomeriggio. Mio padre ne era spaventato e inorridito. E allora, un po' per allontanarmi da quella compagnia, un po' per pulire la mia parlata che lui definiva "volgare e orribile", prese una decisione che avrebbe cambiato la mia vita: iscrivermi a una scuola di recitazione. 
Quale scuola?
La scuola di recitazione del Circolo Artistico, che all’epoca era l'unica esistente a Napoli. Tutta la mia generazione l’ha frequentata, da Lina Sastri a Franco Iavarone, da Lucio Allocca a Giulio Adinolfi e Tommaso Bianco. Ero considerato tra i più bravi del corso. E così nel 1967 il regista Mico Galdieri mi scritturò. Debuttai al Teatro La Verzura in Floridiana, in "La Tabernaria" di Giovan Battista Della Porta. Il mio ruolo era quello di "Terzo Soldato Spagnolo". Il primo era Lucio Allocca, il secondo Armando Pugliese. Le musiche erano curate da un giovane semisconosciuto, a cui nessuno dava molta importanza, un certo Roberto De Simone.
De Simone?
Diventammo amici. Fu lui a proporre che cantassi nello spettacolo "Li saracine adorano lu sole", che successivamente fu incisa da Patrizio Trampetti in uno storico album della Nuova Compagnia di Canto Popolare. Ricordo che andavo a casa sua – viveva ancora con sua madre – per fare le prove. Allora lui fumava come un turco e poggiava le sigarette sulle tastiere del pianoforte, che erano diventate tutte nere.
Qualche anno più tardi, nel 1972, arrivò l’incontro con Eduardo De Filippo.
Fu grazie a Eduardo se ora faccio l’attore e non sono un impiegato di banca. Morto mio papà, la mia famiglia navigava in cattive acque dal punto di vista finanziario. Allora mia madre mi procurò presso parenti potenti la classica raccomandazione per un posto fisso. Mi chiamarono al Banco di Napoli. Proprio in quei giorni, però, arrivò la telefonata di Eduardo, che mi era stato presentato da Gennarino Palumbo. Dovevo scegliere. Una vita a metter timbri e a contare soldi. O il salto "conradiano" senza rete. Scelsi Eduardo. E fui attore per sempre.
Con Eduardo trascorse una stagione sola. 
Recitai in "Il sindaco del rione Sanità" e nella prima assoluta mondiale de "Gli esami non finiscono mai". Fu per me un anno fondamentale. Eduardo era un grande maestro, di palcoscenico e di vita. Era un grande vecchio saggio, sapeva tutto, tutto, ed era una fonte inesauribile di insegnamenti. Lo ricordo con grandissimo affetto e devozione. Mi insegnò una cosa in particolare: il rispetto dei ruoli, in teatro come nella vita. Un principio al quale mi sono sempre ispirato.
Nel ’73 fondò con Tato Russo la "Cooperativa Teatrale Italiana del Mezzogiorno Gli  Ipocriti".
Eravamo giovani. Volevamo fare da soli. Volevamo cambiare le regole. Eravamo contro il teatro vecchio, paludato, dei sipari di velluto e delle poltrone rosse. Così andai nel camerino di Eduardo e gli espressi il mio desiderio di andar via. Proprio nei giorni in cui lui aveva dato la distribuzione dei ruoli per le commedie che di lì a poco avrebbe registrato in televisione. Rimase molto sorpreso. "Non vi piacciono le parti che vi ho assegnato?". "No" - dissi con imbarazzo. - "Non si tratta di questo. Ho formato una compagnia mia. Sento l'urgenza di andare avanti con le mie gambe". "Non lo capisco. Ma vi faccio i migliori auguri. Siete un giovane che ha coraggio", fu il suo commento.
Che tipo era Tato Russo?
Con Tato Russo il sodalizio non era soltanto artistico. Eravamo amici. Ci intendevamo su tutto. Passavamo giorno e notte a fare progetti. A leggere. A fare. Mettemmo su un teatrino all'Arenella, in un sottoscala di una vecchia fabbrica abusiva di scarpe. Si chiamava "Il Teatro delle Arti". Aveva appena cento posti e un palcoscenico piccolo, ma confortevole. Lo aveva concepito Bruno Buonincontri, geniale e appassionato scenografo. Costruì praticamente da solo, con le proprie mani, quel teatro. Un gioiellino.
I successi che ricorda con più orgoglio?
Sicuramente la prima di "Uscita di emergenza", di Manlio Santarelli, con Bruno Cirino. E poi la riscoperta di Raffaele Viviani, al quale decidemmo di dedicare molti anni della nostra attività. Allestendo spettacoli memorabili: "L'ultimo scugnizzo", con la regia di Ugo Gregoretti; "Fatto di Cronaca" con la regia di Maurizio Scaparro; "Guappo di Cartone" con la regia di Armando Pugliese; "Musica dei ciechi", con la regia di Antonio Calenda. E organizzando mostre e convegni itineranti ai quali per la prima volta parteciparono i più autorevoli critici e studiosi di teatro a livello nazionale. Fu il nostro impegno costante e ossessivo su questo grandissimo autore a convincere finalmente l'editore Guida a pubblicare l'opera omnia di Viviani e a divulgarlo definitivamente a livello nazionale. Anche se molti lo hanno dimenticato.
A che cosa allude?
Senza il nostro impegno, oggi di Viviani si parlerebbe molto di meno. Eppure questa pagina importante della storia del teatro napoletano è stata dimenticata da tutti. Oggi sembra che il miglior interprete di Viviani sia uno che ha fatto il cantante per tutta la vita (Nino D’Angelo, ndr). Un controsenso, anche perché Viviani era soprattutto un attore.
L’avventura con la Cooperativa Gli Ipocriti è durata fino al 1995.
E’ un’avventura che ha occupato gran parte la mia vita artistica. Al di fuori di essa, nel periodo 1975-1995, mi sono permesso solo due fughe significative. Una nel 1983 allorquando fui chiamato da Giorgio Strehler a interpretare Trinculo ne "La tempesta" di William Shakespeare per l'inaugurazione del Teatro d'Europa all'Odeon di Parigi. L'altra, nel 1993, quando fui Don Marzio il protagonista de "La Bottega del Caffè" nell'allestimento di Mario Missiroli al Teatro di Roma.
Come mai è finita quella esperienza?
Beh, l’esito non è stato molto gradevole. La ferita è ancora aperta, e mi sono riproposto di non parlare di quello che è accaduto, perché la delusione è stata forte. Posso solo dire che si è trattato del tradimento di un’amicizia, più che di un’evoluzione in campo professionale.
In questi giorni Mascia è in scena a Roma in Miseria e Nobiltà, nel ruolo di Pasquale, con il grande Carlo Giuffrè.
Giuffrè è uno degli ultimi grandi interpreti della tradizione del teatro napoletano e Misera e Nobiltà è uno dei grandi classici del teatro mondiale. Più di così! Tra l’altro questo spettacolo, che portiamo in scena con grande successo da due anni, mi ha consentito di raccogliere due nomination ai due premi più importanti che esistono nel mondo del teatro, il premio ETI e il premio UPU. Devo confessare che non me l’aspettavo.
E’ stato anche a Salerno?
Sì, e anche a Salerno è stato un successo incredibile. Il pubblico del Teatro Verdi è molto caldo.
Che impressione le ha fatto Salerno?
Io vengo abbastanza spesso a Salerno. La trovo un città bellissima, assolutamente incantevole. E poi mi piace la movida salernitana, la voglia di vivere e la vivacità dei giovani.
Com’è Nello Mascia nel privato?
E’ un uomo mite, che cerca di essere razionale, nonostante venga travolto dalle passioni. Poi è una persona che ha il gusto di mangiare sano, di godersi una bella giornata, e che ama il calcio, è supertifoso del Napoli (nessuno è perfetto!), e quando può, non disdegna la bici, magari per raggiungere – attraverso il passo di Chiunzi - quello splendido gioiello che è Amalfi.
Dove va il teatro italiano? Molti parlano di crisi.
E’ da vent’anni che si parla di crisi del teatro italiano. Credo che una grossa responsabilità ce l’abbia quel signore che Altan disegna con la banana (sì, parlo di Berlusconi), che ha esportato in Italia la peggiore tv demenziale americana, quella che brucia il cervello della gente. Quel modello culturale, volgare, vuoto di contenuti, ha provocato un appiattimento della società italiana che si riflette su tutta la cultura, e quindi anche sul teatro. Non è un caso che adesso gli spettacoli teatrali più visti sono i musical all’americana. Con la differenza che noi in Italia non li sappiamo fare.
E’ in crisi anche il teatro napoletano?
Napoli è una città di una vitalità incredibile, che si rigenera continuamente. Le uniche novità interessanti del teatro italiano vengono da Napoli. Penso a Moscato, che è uno degli autori contemporanei più bravi. Ma penso anche al coraggio con il quale Martone sta gestendo il Teatro Stabile di Napoli.
Programmi per il  futuro?
Questa primavera ho intenzione di riprendere ''Fango'', l'oratorio civile scritto da Ernesto Dello Jacono e Mario Gelardi, che racconta le tappe delle frane che devastarono Sarno, Siano, Quindici, Bracigliano e San Felice a Cancello. Uno spettacolo di grande tensione emotiva, che indaga sulle responsabilità di una tragedia annunciata. Tra l’altro l’idea di farne uno spettacolo nacque proprio a Salerno, al Palazzo della Provincia, alla presentazione del romanzo di Ernesto Dello Jacono. Io lessi alcuni brani e dissi che sarebbe stato bello portarlo a teatro. Il presidente Andria, con la consueta sensibilità che lo contraddistingue, ci diede tutto il suo appoggio. Questo spettacolo è anche una sua creatura.
 
(La Città di Salerno, 11 maggio 2004)
 
Scheda biografica
 
Nello Mascia nasce a Sala Consilina (Salerno) il 28 dicembre del 1946. Studia recitazione alla scuola del Circolo Artistico di Napoli. Debutta nel 1967 al Teatro La Verzura in Floridiana, in "La Tabernaria" di Giovan Battista Della Porta, per la regia di Mico Galdieri. Nel 1973, dopo una breve ma intensa esperienza nella compagnia di Eduardo De Filippo (Il sindaco del rione sanità, Gli esami non finiscono mai), fonda insieme a Tato Russo la Coop. Teatrale Gli Ipocriti che dirige e di cui è l'animatore principale per circa venticinque anni. In questa struttura profonde ogni energia e ad essa dedica gran parte della sua attività di attore, regista e direttore artistico. Si pone all'attenzione della critica e del pubblico nel 1980 interpretando il personaggio del sagrestano Pacebbene in Uscita di emergenza di Santarelli, in coppia prima con Bruno Cirino, poi di Sergio Fantoni. Nel 1983-84 è al Piccolo Teatro dove interpreta Trinculo nell'allestimento strehleriano de La tempesta di Shakespeare che inaugura il Teatro d'Europa all'Odéon di Parigi. Dal 1986 si dedica alla divulgazione e alla valorizzazione dell'opera di Raffaele Viviani di cui presenta quattro spettacoli: L'ultimo scugnizzo, regia di Ugo Gregoretti; Fatto di cronaca, regia di Maurizio Scaparro; Guappo di cartone, regia di Armando Pugliese; La musica dei ciechi, regia di Antonio Calenda. Si ricorda anche il suo esilarante Don Marzio ne La bottega del caffè di Goldoni al Teatro di Roma, con la regia di Mario Missiroli nel 1993. In televisione nel 1979 è l'operaio Marco nello sceneggiato in quattro puntate Tre operai dal romanzo di Carlo Bernari per la regia di Francesco Maselli. Nel 1983 è protagonista del Carmagnola, libero adattamento di Ugo Gregoretti dalla tragedia di Alessandro Manzoni. Nel 1997 è il crudele Ferdinando in I conti di Montecristo, singolare versione di Ugo Gregoretti dal romanzo di Dumas. Nel cinema nel 1998 è tra i protagonisti de La cena di Ettore Scola e nel 2001 di L’uomo in più di Paolo Sorrentino. 
 
 

Intervista a Ugo Pirro, sceneggiatore

di Mario Avagliano
 
Uno dei più grandi sceneggiatori italiani di tutti i tempi, è il salernitano Ugo Pirro. Palma d'Oro a Cannes con A ciascuno il suo di Elio Petri (1967), due volte candidato all’Oscar per la migliore sceneggiatura, è stato l’autore di film cult come Achtung! Banditi, La classe operaia va in paradiso, Il Giardino dei Finzi Contini e Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. A 83 anni di età, Pirro sprizza vitalità da tutti i pori e non ha smesso di scrivere romanzi o soggetti per il cinema, nella sua casa romana a due passi da Piazza del Popolo. Lo sceneggiatore salernitano è anche un divulgatore appassionato della memoria e della storia del cinema made in Italy, e uno scrittore e un teorico importante, che ha contribuito a segnare la strada per le nuove generazioni di cineasti. 
 
Ci parla delle sue origini salernitane?
La mia famiglia è di Battipaglia. Mio padre era capostazione, mia madre era figlia di un agricoltore. Io sono nato a Salerno, e ci ho vissuto fino al 1923, quando mio padre fu trasferito a Castellamare di Stabia.
Che ricordi ha di Salerno?
Ero piccolo, ma ricordo benissimo la strada e l’edificio dove abitavo: Palazzo Salsano, in via Garibaldi. Un giorno avevo la febbre alta ed è passato sotto casa un carro con alcuni musicisti che chiedevano soldi per i terremotati. Mi affacciai alla finestra per vedere lo spettacolo e mia madre, per proteggermi dal vento, mi avvolse in una coperta disegnata con rose rosse. Se mi guardo indietro, posso ancora vedere il mio appartamento; aveva un corridoio lungo dove giocavo con mio fratello. Gli facevo i dispetti, lui era più grande di me, poi purtroppo morì di nefrite.
E Battipaglia, com’era in quegli anni?
Allora Battipaglia era poco più che un paese, era una frazione di Eboli. Ricordo che non c’era l’acqua nelle case, e si utilizzavano i secchi. Ci abitavano i miei nonni, e andavamo spesso a trovarli. Il mio nonno materno, Carmine Turco, fu il primo sindaco del nuovo comune. 
Come si viveva a casa Pirro?
All’anagrafe il mio vero cognome è Mattone. Comunque la mia adolescenza è stata un romanzo, tanto è vero che ci ho scritto un libro, Figli di ferrovieri, uscito nel 1998. Tra le altre cose, ho scoperto di avere un fratello naturale, e questo mi ha cambiato la vita.
Com’è scoccata dentro di lei la passione per il cinema?
Credo che una grossa parte di “responsabilità” ce l’abbia mio padre. Vede, allora le pizze dei film arrivavano per treno e mio padre, che era capostazione a Castellamare di Stabia, aveva acquisito per sé e per i suoi il “diritto” di ingresso gratuito al cinema. Il risultato è che passavo le mie giornate dentro la sala cinematografica, invece di studiare, e in latino ero un vero asino.
Poi arrivò la guerra…
E io combattei sul fronte in Jugoslavia, in Grecia e in Sardegna. Quattro lunghi e terribili anni, che ho in parte descritto nel mio primo libro, Le soldatesse, che racconta il viaggio di un ufficiale ventenne in compagnia di un «carico» di prostitute destinato ai soldati italiani dell'Armata Sagapò.
Quando ha iniziato a scrivere sceneggiature?
Da giovane ero più appassionato di teatro che di cinema. Ricordo che scrivevo commedie teatrali con il lapis, sui fogli da telegramma che si usavano nella stazione. Poi, finita la guerra, vinsi un piccolo premio letterario in danaro e nel ’47 mi trasferii a Roma. Cominciai a collaborare con qualche giornale, e solo più tardi entrai nel mondo del cinema.
Quale fu il suo primo soggetto per il cinema?
Quando ero ancora giornalista, incontrai un collega che aveva appena intervistato, in Puglia, Giuseppe Di Vittorio, il grande sindacalista della Cgil. Mi raccontò che Di Vittorio, a quindici anni, avendo costituito una lega bracciantile, si rese conto che il suo analfabetismo danneggiava i lavoratori che intendeva rappresentare. Questa constatazione lo spinse ad imparare a scrivere: iniziò a scrivere sui muri di casa con il carbone, a strappare i manifesti dalla strada e a ricopiare le lettere. Questa storia mi colpì a tal punto che decisi di scrivere un film, prendendo spunto, appunto, da questa immagine di Di Vittorio.
Lei ha vissuto in prima persona la grande stagione del cinema italiano degli anni Sessanta. Quali sono i registi a cui è legato di più?
Senza dubbio Elio Petri e Carlo Lizzani, con i quali ho avuto un lungo e fecondo sodalizio. E poi, come dimenticare Vittorio De Sica. Tra i film che ho scritto, Il giardino dei Finzi Contini è uno di quelli che amo di più…
La sceneggiatura può essere considerata come un genere letterario con una propria dignità?
Credo di sì. Naturalmente vi sono molti modi di scrivere una sceneggiatura: c'è la sceneggiatura italiana, la sceneggiatura all'americana... Comunque, nel complesso, si può considerare un genere letterario. Anche se bisogna osservare che purtroppo, negli studi sul cinema, non si esamina mai la sceneggiatura. Se per il teatro si fa sempre riferimento al testo, per il cinema generalmente gli studiosi non fanno cenno al testo e questa è una limitazione del ruolo dello scrittore nel cinema.
Se ci si ispira ad un'opera letteraria, bisogna attenersi ad essa fedelmente?
Si può sintetizzare un’opera letteraria, oppure la si può modificare, cambiandone il senso, prendendone soltanto spunto. Io ho avuto una lunga lite con Giorgio Bassani per Il giardino dei Finzi Contini, proprio perché mi accusò di aver modificato il libro. La sua riserva consisteva nel fatto che nel romanzo il padre del protagonista non finisce in campo di concentramento, mentre nella mia riduzione cinematografica anche il padre finisce in campo di concentramento insieme con Micole, che è la protagonista femminile. Questo cambiamento l'offese: ne venne una polemica sui giornali, che è durata a lungo. Ma mi sono sempre sentito completamente a posto con la coscienza. Tra l'altro il film ha vinto un Premio Oscar: quindi posso dire che i fatti mi hanno dato ragione.
Che differenza c’è tra cinema e letteratura?
Bisogna sempre ricordarsi che il cinema è fatto di immagini; in caso contrario diventa uno sproloquio. La letteratura, permettetemi il paragone, è una realtà vista con due occhi; il cinema, invece, è una realtà vista con un occhio, l'obiettivo. Se noi togliamo un occhio, ci rendiamo conto che, per raccontare la realtà, dobbiamo fare alcuni movimenti di macchina. In letteratura questo non è necessario: racconto la scena nel suo insieme. In questo consiste, detto in modo paradossale, la differenza di stile che c'è tra il racconto letterario e il racconto cinematografico.
Lei ha a lungo insegnato il mestiere di sceneggiatore. E’ utile frequentare le scuole di cinema?
Se avessi avuto qualcuno che mi avesse dato delle lezioni, avrei guadagnato qualche anno nell'apprendere la professione. Invece ho dovuto imparare il mestiere insieme con qualche amico, facendo tesoro anche di alcuni sbagli. Quello che non si può in alcun modo insegnare, è il talento che, tuttavia, è qualcosa che si affina con il lavoro ed anche in seguito ad una ricerca su se stessi.
Ha mai pensato di fare il regista?
Mai. Ho sempre pensato di fare lo scrittore. Ho cominciato come giornalista per poi fare il “negro”, cioè ho scritto film per altri, registi e sceneggiatori affermati.
Le piace ancora scrivere?
Scrivere è la mia vita. Lo chieda alla mia segretaria che trascrive al computer tutti i miei testi. Il mio studio è stracolmo di soggetti e di romanzi.
Ha qualche sceneggiatura nel cassetto che le piacerebbe tirare fuori?
Ce n’è una che doveva girare De Sica, intitolata “Il coraggio e la fame”,  ambientata a Napoli. Poi si ammalò e non se ne fece niente.
Che giudizio ha del cinema italiano contemporaneo?
Oggi è difficile fare cinema, anche perché oggettivamente è difficile raccontare la società italiana. La situazione sociale è sfuggente. Di conseguenza le pellicole italiane sono poco gradite al pubblico. Esistono dei casi isolati che però non fanno scuola. Moretti è un regista interessante. Benigni è geniale, ma unico nel suo genere.
Mi sembra un po’ disincantato verso il cinema di oggi. 
Si, è così. Anche perché tra sceneggiatori e produttori non c’è più un dialogo costruttivo. Io con De Laurentis ci facevo delle grandi litigate. Se avevo una idea buona, veniva messa in atto. 
Forse una volta si aveva la forza di rischiare di più. 
Si, i vecchi produttori erano dei grandi giocatori e non a caso andavano sempre al casinò. E poi avevano la grande capacità di annusare le storie. Di capire quali erano i soggetti che sarebbero potuti piacere anche all’estero. Oggi la produzione ha bisogno di coprirsi le spalle perché il mercato non c’è e i rischi sono troppi. Quindi se non c’è un finanziamento statale o la copertura della televisione il film non si fa.
Forse è per questo motivo che hanno più successo le fiction televisive?
A parte qualche eccezione, come La meglio gioventù, le fiction italiane sono detestabili. Il medico in famiglia, per esempio, è di una banalità che fa impressione. Anche se credo che Un posto al sole sia la peggiore in assoluto.
La tv uccide il cinema?
Non lo so. Di certo la tv uniforma tutto, anche perché la televisione non crea, ma rivede. Va bene per rivedere i fatti, per rivedere i film, per rivedere la storia, non per creare storie…
Com’è caratterialmente Ugo Pirro?
Sono dolce, ma anche testardo. Su certe cose, non cambio facilmente idea. Per dirne una, sarò contro Berlusconi per tutta la vita. E poi mi piace una cosa molto rara nel nostro ambiente: la modestia.
E’ ancora legato alla sua terra?
Eccome! I miei genitori e i miei nonni sono seppelliti a Battipaglia. A Salerno e a Battipaglia ho ancora diversi parenti e amici. E io mi sento intimamente salernitano. Le mie radici meridionali sono fortissime, e sono fatte di tante cose: le abitudini familiari, il dialetto, gli affetti...
E il cibo?
Quello forse non tanto, o meglio non più come un tempo. Certo amo la pastasciutta più della polenta, però i piatti di una volta non esistono più. Faccio un esempio: la vera mozzarella di bufala ora non si trova. Io lo ricordo bene il sapore autentico delle mozzarelle di Battipaglia. D’altra parte tutto è cambiato. Prima le bufale erano allevate allo stato brado, mangiavano l’erba naturale delle campagne, non i mangimi. Anche il latte aveva un sapore diverso.
Ha visitato di recente Salerno?
Sì, e l’ho trovata una bella città, molto sviluppata. Mi ha davvero sorpreso, e non lo dico per piaggeria…
 
 (La Città di Salerno, 28 dicembre 2003)
 
Scheda biografica
 
Ugo Pirro (all’anagrafe il cognome è Mattone) nasce a Salerno il 26 aprile del 1920. Ha al suo attivo una lunga carriera sia come sceneggiatore (vanta più di una quarantina di sceneggiature, realizzate tra il 1951 e il 1996) sia come romanziere. 
Il suo esordio letterario risale al 1956, quando pubblica il romanzo "Le soldatesse". Tra le sue opere narrative vanno ricordate: “Jovanka e le altre” (1959); “Mio figlio non sa leggere” (1981), “Celluloide” (1983), “Il luogo dei delitti” (1991); “Osteria dei pittori” (1994); “Soltanto un nome sui titoli di testa” (1998); “Figli di ferroviere” (1999); “Il cinema della nostra vita” (2001). 
Come scrittore per il cinema si fa già notare negli anni ‘50, associando il proprio nome a pellicole quali “Achtung! Banditi” (1951) di Carlo Lizzani, “Canzoni di tutta Italia” (1955) di Domenico Paolella, “L’amore più bello” (1957) di Glauco Pellegrini, “Cerasella” (1959) di Raffaello Matarazzo. (dal suo primo romanzo, “Le soldatesse”, è stato tratto, nel 1965, l’omonimo film di Valerio Zurlini). 
Nel decennio successivo, la sua attività s’intensifica: mentre continua il proficuo rapporto con Lizzani (“Il gobbo”, 1960; “Il processo di Verona”, 1963; “Svegliati e uccidi”, 1966; “L’amante di Gramigna”, 1969; “San Babila ore 20 un delitto inutile”, 1976;), egli lavora con molti altri cineasti, dallo statunitense Martin Ritt (“Jovanka e le altre”, 1960) a Glauco Pellegrini (“Capriccio italiano”, 1961), dallo jugoslavo Veliko Bulajic (“La battaglia della Neretva”, 1969) a Gianfranco Mingozzi (“Sequestro di persona”, 1968) e a Damiano Damiani (“Il giorno della civetta”, 1968). Versato per un cinema d’impegno civile, che tratta problemi di attualità sociale e politica, Pirro trova in Elio Petri il regista più adatto, realizzando film di grande spessore: “A ciascuno il suo”, 1967, vincitore della Palma d’Oro a Cannes; “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, 1970, candidato al premio Oscar; “La classe operaia va in paradiso”, 1971; “La proprietà non è un furto”, 1973. Pirro collabora inoltre con Mauro Bolognini per “Metello” (1970, dal romanzo di Vasco Pratolini) ed “Imputazione di omicidio per uno studente” (1972); con Vittorio De Sica per “Il Giardino dei Finzi Contini” (1971), vincitore del premio Oscar; con Pasquale Squitieri per “I guappi” (1974) ed “Il prefetto di ferro” (1977); e con Gillo Pontecorvo per “Ogro” (1979).
Nel 1993 Pirro scrive insieme ad Andrea Purgatori “Il giudice ragazzino” di Alessandro Di Robilant e, nel 1996, “Celluloide” di Carlo Lizzani, vincendo il Premio Donatello per la migliore sceneggiatura. 
Pirro è anche un importante teorico del cinema. Autore del manuale "Per scrivere un film", ha contribuito con i suoi insegnamenti a formare nuovi sceneggiatori, divulgando il proprio modo di intendere la sceneggiatura.
 

Intervista a Mara Carfagna, presentatrice

di Mario Avagliano
 
“La Costiera amalfitana è uno dei posti più belli del mondo”. Parola di Mara Carfagna. La bella presentatrice di Mediaset, 27 anni, mora, di origine salernitana, è ormai diventata una profonda conoscitrice del BelPaese. Negli ultimi quattro anni ha girato l’Italia in lungo e in largo con La domenica del villaggio, l’appuntamento settimanale di Retequattro con la cultura, le tradizioni e la gastronomia. Nella sua casa romana, parla con orgoglio della Salerno di oggi, ma lancia un grido di allarme per lo stato di abbandono del litorale tra Pontecagnano e Paestum: “Piange il cuore a vedere il degrado di quei luoghi. E’ un vero peccato non sfruttarli turisticamente”. Poi racconta di essere “dolce ma determinata” e di sognare una trasmissione come showgirl e “magari il cinema”.
 
La sua famiglia è salernitana?
Salernitana di adozione. Mio padre Salvatore, che è preside a Sarno, è di origine irpina. Mia madre Angela è della provincia di Potenza, anche se insegna in una scuola salernitana. Si sono conosciuti all’Università e, quando si sono sposati, hanno deciso di vivere a Salerno.
Ed è nata lei…
Già, io ho vissuto tutta mia infanzia e adolescenza a Salerno, e con grande intensità. Ho frequentato il Liceo Scientifico “Da Vinci” e partecipavo alle maratone della “Strasalerno” con mio nonno Michele e mio fratello Gianrocco.  Anche i miei inizi nel mondo dello spettacolo sono - per così dire - “salernitani”…
Ce li descrive?
Avevo 4 anni quando mia madre mi iscrisse alla scuola di danza di Anna Iorio. E’ stata subito una passione fortissima, un vero e proprio amore.
Ricorda la sua prima volta sul palcoscenico?
Fu al Teatro Capitol, avevo cinque anni, e nel balletto interpretavo una damina polacca.
Nel frattempo lei studiava anche pianoforte.
Al Conservatorio di Salerno. La mia insegnante era la signora Mannara. Sono arrivata all’ottavo anno. Mi mancano due soli esami per il diploma. Il lavoro in televisione mi ha impedito di proseguire, ma prima o poi lo otterrò… 
Quando capì che lo spettacolo sarebbe stata la sua vita?
Intorno ai 13-14 anni. Se prima di allora ballavo e studiavo pianoforte per divertimento e per far piacere alla mamma, da quel momento in poi è diventata una scelta di vita. Non saltavo una lezione neppure se stavo male. Ricordo che appena ho avuto l’età per viaggiare da sola, scappavo a Roma di nascosto da papà, per seguire lezioni di danza.
Nel 1996, ad appena venti anni, arriva il debutto in tv, come ballerina, alla trasmissione "I cervelloni" in onda su RaiUno, il sabato in prima serata.
Nel corso di una delle mie “fughe” a Roma, mi capitò sotto gli occhi l’annuncio di un’audizione per la trasmissione condotta da Paolo Bonolis. Quando mi presentai agli studi della Dear, eravamo in 700. Scelsero solo 8 di noi. E così mi ritrovai sotto i riflettori. Certo, per chi viene dalla danza classica, la tv è una delusione.
Anche per lei fu una delusione?
No, fu una bella esperienza e anche l’occasione per conoscere molti personaggi famosi. Però decisi che quella sarebbe stata una parentesi nella mia carriera.
L’anno dopo partecipò a Miss Italia 1997.
Nacque tutto per caso, da una sfilata di alta moda a Roma. In platea c’erano il patron di Miss Italia Enzo Mirigliani e una giuria di fotografi. Mi notarono e mi proposero di partecipare direttamente alle prefinali del concorso nazionale, senza passare dalla fase delle selezioni.
Come andò?
Bene, anche se fu davvero un’esperienza faticosa. Ciò nonostante non ho avuto crisi di nervi. Io ho un carattere tranquillo, mi adatto alle circostanze e non mi faccio prendere dalla frenesia e dall’ansia. Quindi ho affrontato il concorso con serenità.
E con successo: si classificò sesta, conquistando il titolo di Miss Cinema '97 e Miss TV Sorrisi e Canzoni '97. La bellezza l’ha aiutata nella carriera?
Io non mi sento bella, non lo dico per falsa modestia. Ho un aspetto piacevole, e cerco di curarlo, anche per rispetto del pubblico. 
Non ha risposto alla domanda.
La bellezza aiuta, ti apre le strade in maniera più diretta. Però da sola non basta. Nel mio caso ha contato molto poco. Tutte le cose che ho fatto, le ho dovute “sudare”. E devo dire che sono contenta di essermele guadagnate con il lavoro e la professionalità.
Essere belle può avere anche controindicazioni. Ha mai ricevuto proposte di un certo tipo per fare carriera?
No, sarò stata fortunata, ma non mi è mai capitato. Forse perché si capisce subito che sono un tipo deciso e che ho principi e valori che non sacrificherei per nessuna cosa al mondo. Gli uomini non sono tanto stupidi da esporsi a figuracce.
Dopo una fugace esperienza a Domenica in e la conduzione di Miss Italia 1998 al fianco di Frizzi, nel 2000 approdava a Mediaset e alla Domenica del villaggio.
Merito dell’allora direttore di rete Giovannelli, una persona eccezionale, un uomo di grande cultura e sensibilità. Fu lui a presentarmi a Davide Mengacci.
Com’è Mengacci dal punto di vista umano e professionale?
E’ una persona perbene, un vero signore. E’ anche molto simpatico. Il sabato sera, a cena, ci facciamo sempre delle grandi risate. Sul lavoro è preciso e puntiglioso, ma anche prodigo di consigli preziosi. Ci troviamo bene insieme perché io sono esattamente come lui.
Quattro anni in giro per l’Italia.
La Domenica del Villaggio mi ha arricchita professionalmente: due ore e mezza di diretta od ogni puntata, con un pubblico vero. Mi sono messa davvero alla prova. Ne ho avuto anche un arricchimento culturale, scoprendo luoghi meravigliosi…
Un’esperienza bella ma anche faticosa.
Beh, è sicuramente un grande sacrificio dover stare fuori tutti i week end, da settembre a giugno. La vita privata è quasi cancellata.
La città o la località che le è rimasta nel cuore?
Non saprei citarne una sola. L’Italia è un paese straordinario che riserva talmente tante sorprese, da Nord a Sud…
E in Campania?
La costiera amalfitana e la costiera sorrentina sono posti unici al mondo, per il paesaggio, la musica, le tradizioni culturali, la gastronomia, ma sono valorizzati fino a un certo punto. Ci sono posti molto meno belli in Italia che sono curati e valorizzati molto di più. Per non parlare del litorale di Pontecagnano.
Parliamone invece.
La costa che va da Pontecagnano a Paestum è in uno stato di degrado vergognoso. Andare lì è una tristezza infinita. Eppure si tratta di zone che potrebbero essere sfruttate in modo ideale dal punto di vista turistico. Ci sono boschi di pini, spiagge dorate, un mare bellissimo, grandi spazi.
E Salerno, la trova cambiata rispetto agli anni della sua adolescenza?
Molto cambiata, e in meglio. Ogni volta che scendo giù, trovo qualcosa di nuovo e qualche zona recuperata. Mi sento orgogliosa di essere salernitana.
Quest’anno, però, almeno dal punto di vista sportivo Salerno ha perso colpi…
Sono davvero dispiaciuta della retrocessione della Salernitana in serie C. Credo che Salerno e il suo pubblico meritino una squadra non in serie B ma in serie A. Speriamo che l’anno prossimo la squadra granata ricominci a salire la china.
Torna spesso a Salerno?
Appena posso vengo a trovare i miei genitori e i miei amici. La mia migliore amica, Erminia, è salernitana. Ci sentiamo al telefono praticamente tutti i giorni.
Le manca Salerno?
Mi manca soprattutto il lungomare. Lo considero uno degli angoli più belli di Salerno, tutto da vivere. Ancora oggi, quando vengo giù, indosso la tuta e le scarpette di ginnastica e vado a correre al lungomare… 
Cosa farà la prossima stagione? Dopo la Domenica del Villaggio, ha progetti nuovi?
Sto vagliando alcune proposte, sia di Mediaset che della Rai. M farebbe piacere restare a Mediaset. Sono quattro anni che ci lavoro e mi sono trovata bene, ma ho anche voglia di cambiare registro, di fare una trasmissione dove mettere a frutto quello che ho studiato.
Una trasmissione dove cantare e ballare?
E perché no. Sono diplomata in danza, ho studiato musica al conservatorio e ho studiato canto a Roma, credo di avere tutte le carte in regola. 
Ha le carte in regola anche per fare cinema?
Fino a poco tempo fa pensavo che non avrei mai fatto cinema, adesso invece spero di riuscire ad entrare in questo mondo che mi affascina molto. Certo, vorrei fare cinema di qualità, magari con un regista come Gabriele Muccino. Il mio sogno sarebbe un film hollywoodiano con il mio attore preferito, Tom Cruise… ma, per iniziare, mi accontenterei anche di una fiction! 
 
 (La Città di Salerno, 11 maggio 2003)
 
Scheda biografica
 
Mara Carfagna è nata a Salerno il 18 dicembre del 1975. Ha frequentato la scuola di danza salernitana di Anna Iorio e si è diplomata in danza classica e moderna. Ha anche studiato pianoforte al Conservatorio di Salerno e canto leggero a Roma. Si è laureata in giurisprudenza all’Università di Salerno. Ha debuttato in televisione nel 1996, prendendo parte come ballerina alla trasmissione di Paolo Bonolis I cervelloni in onda su RaiUno. Nel 1997 ha partecipato a Miss Italia, classificandosi sesta e conquistando il titolo di Miss Cinema '97 e Miss TV Sorrisi e Canzoni '97. Sempre nel ’97 ha partecipato a Vota la Voce e a Domenica In. Nel ‘98 ha presentato il concorso Miss Italia al fianco di Fabrizio Frizzi. Nel 2000 è passata a Mediaset e da quattro anni affianca Davide Mengacci nella conduzione della trasmissione La domenica del villaggio, in onda su Retequattro.

 

Intervista a Neffa, cantante

di Mario Avagliano
 
Chi non ha canticchiato “La mia Signorina” o “Prima di andare via”, grande successo dell'estate musicale 2003, premiato anche al Festivalbar? Però pochi sanno che l’autore di queste hit, Giovanni Pellino, in arte Neffa, è originario di Scafati, in provincia di Salerno. Neffa, 36 anni, ex batterista e componente dei “Negazione” e dei “Sangue Misto”, un passato da rapper, ha pubblicato di recente un nuovo cd, intitolato I molteplici mondi di Giovanni. Quindici canzoni sulla difficoltà di incontrarsi e intrecciare rapporti nel mondo contemporaneo, ricche di cori e musicalità molteplici che spaziano dal reggae, al soul, dal blues al funky. Neffa accetta volentieri di parlare di sé e rivendica con orgoglio le sue origini salernitane: “Mi piacerebbe fare qualcosa nella mia terra”.
 
Lei è nato a Scafati ma ci ha vissuto poco…
Mia madre Angela è di Scafati, mio padre Giuseppe è napoletano. Si sono conosciuti in treno: mia madre andava a scuola a Nocera e mio padre lavorava a Salerno. Nella mia infanzia ho girato come una trottola, sono stato a Scafati, a Milano, a Roma. Poi, quando avevo 8 anni di età, la mia famiglia si è trasferita a Bologna. 
Che ricordi ha di Scafati?
Ricordo in particolare l’anno della primina. E’ stato un periodo molto bello per me, perché avevo la possibilità di giocare ogni giorno in cortile, all’aria aperta. Nelle grandi città era impossibile! Mi piaceva anche la villa comunale, veramente fantastica. E poi rimpiango i mitici Natali a casa dei miei nonni, le zeppole con il miele, le giocate a tombola, le rimpatriate con tutti gli zii, le zie, i cugini.
Aveva amici a Scafati?
Il mio miglior amico è di Scafati, si chiama Franco Cimmino, e ci frequentiamo tuttora. Io sono nato nelle palazzine dell’Ina Casa e lui abitava vicino a me. Correvo sempre a giocare a pallone nel suo cortiletto. Ricordo che quando si univa a noi qualche ragazzina, facevamo il gioco del dottore. A Scafati, a causa della rigida educazione cattolica, il modo di percepire la sessualità era abbastanza mistico. Il sesso era visto come un tabù che era sempre lì per essere violato, una bomba ad orologeria sempre pronta ad esplodere. 
Rimpiange anche il fiume Sarno?
Quello proprio no. Qualche volta mi capita di pensare che da vecchio potrei tornare a Scafati, ma l’immagine del fiume Sarno mi blocca. E’ un vero disastro, con tutte quelle fabbriche di pomodori e cartiere che per anni hanno riversato i loro scarichi nelle acque. Le esalazioni del fiume sono terribili.
Com’era Neffa da ragazzo?
Ero molto anonimo. Un marziano. Non mi trovavo bene con gli altri, ero diverso. Osservavo molto. Così via via si è formata una camera di compressione in me, che poi è scoppiata. Ribollivo di vita, era inconcepibile fermarsi, stare a casa una sera. Volevo far tutto, conoscere tutti. Mio fratello era appassionato di astronomia e da bambino io sapevo riconoscere tutte le costellazioni. 
Come ha vissuto il distacco dalla sua città?
Molto male, anche perché a Bologna mi chiamavano “meridionale”, e quando d’estate o durante le feste scendevo giù a Scafati, mi davano del “bolognese”. Negli anni Settanta, al Nord, c’era un po’ di razzismo nei confronti dei meridionali. Ero un po’ imbarazzato delle mie origini. Devo confessare che, per questo motivo, a lungo ho abolito il concetto di territorio-patria-appartenenza. 
Anche adesso si sente un senza-patria?
Niente affatto. Quando ho preso coscienza delle meraviglie dell’arte e della cultura campana e napoletana, mi sono sentito molto orgoglioso di avere radici meridionali.
Come è nata la sua passione per la musica? E come diventò un batterista?
Per me è stata una cosa naturale. Quand’ero bambino cantavo sempre. Mio fratello Gaetano era chitarrista ed era il musicista di casa. Quando avevo 16 anni, cominciai a chiedergli di suonare con lui nei locali di Bologna. Lui mi disse che non ero granché portato con la voce e così mi buttai sulla batteria.
Il suo primo concerto?
Fu a 15 anni, in una scuola serale di Bologna, come cantante. Sarebbero passati diciotto anni prima che tornassi sul palco ad esibirmi con la mia voce… 
Dopo le prime esperienze in alcune cover-band, Giovanni Pellino approda ai Negazione.
Mi ero stufato delle cover, così entrai nel pianeta musicale underground che gravitava intorno ai centri sociali occupati. E con lo pseudonimo di Jeff Pellino, feci parte come batterista di alcuni gruppi hard-core italiani, tra cui in particolare  i "Negazione".
Negli anni Novanta, una nuova svolta: appende la batteria al chiodo e diventa cantante… 
A un certo punto della mia vita è venuta fuori dalla mia infanzia la voglia grande di cantare e di scrivere canzoni mie. 
Jeff Pellino cambia il nome in Neffa e si afferma come uno degli alfieri dell’hip hop italiano.
Con DJ Gruff diedi vita agli Isola Posse All Stars e poi insieme, con l’apporto anche di Deda, fondammo i Sangue Misto. E’ stato un periodo eccezionale, credo di aver dato un contributo all’affermazione del rap in Italia, di aver aperto delle strade a chi mi ha seguito. 
Nel ’96 Neffa sceglie la carriera di rapper solista ed arriva il primo disco d’oro.
Sì, con l’album "Neffa & i Messaggeri della Dopa", che fu trainato dall’exploit del mio singolo "Aspettando il Sole".
Due anni fa, nel 2001, una nuova svolta, con il cd "Arrivi e Partenze”. Un disco che sa di blues, di musica nera, del rock degli anni ’70, ed ha uno stile di canto che attinge all’emozionalità dei grandi maestri del soul. 
Quello fu un disco molto autobiografico, che rifletteva buona parte dei cambiamenti attraversati in quegli anni. Il punto è che volevo iniziare una nuova vita, e mi chiesi: "A 33 anni, vissuti anche con un po’ di stress, te la senti di nuovo di rimettere in gioco tutto? Dopo che avevi costruito una casa, uno studio, ecc. te la senti di distruggere tutto?” Queste sfide qua, da folli, sono le uniche che mi interessano e l’accettai.
Il suo ultimo singolo, “Prima di andare via”, è stato il tormentone dell’estate 2003…
Io non faccio tormentoni ma canzoni. Vorrei che Prima di andare via non fosse considerato come Chihuahua… L'ho scritta pensando a quando avevo 20 anni. Mi sono ricordato di quando a notte fonda, in un centro sociale, rimanevo nella mia confusione dopo aver bevuto e fumato troppo e mi capitava di guardare una ragazza e sperare che, se ricambiava lo sguardo, sarebbe cambiata tutta la notte. Poi la cosa non accadeva mai. Insomma, la canzone esprime la drammaticità della solitudine.
E’ vero che due anni fa Pippo Baudo scartò questa canzone da Sanremo?
Credo che la bocciarono perché aveva un ritmo simile a “Salirò”, la canzone di Daniele Silvestri. E tutto sommato forse si aspettavano un pezzo con più fronzoli, arrangiato alla maniera del festival di Sanremo.
Mi pare di capire che il Festival di Sanremo non la elettrizzi più di tanto.
Fino a quando continuerà a dare spazio solo ai cantanti tradizionali, non vedo perché mi dovrebbe elettrizzare. Se tornerà ad essere un festival musicale, perché no. Allora, se avrò una canzone che interessa il festival, potrei anche andarci. Ma non mi metterò mai a scrivere un pezzo in funzione di Sanremo.
A settembre è uscito il suo nuovo cd. “I molteplici mondi di Giovanni”. 
La vera scommessa di questo album sono le canzoni, o meglio, la mia capacità e volontà di partire dalla forma canzone e scrivere dei pezzi belli da cantare e capaci di emozionare come solo le grandi canzoni sanno fare. Dopo “Arrivi e Partenze”, ho deciso che avrei lavorato più da musicista sulle canzoni, e per fare questo avevo bisogno di imparare a suonare uno strumento seriamente. Oltre al piano, che avevo iniziato a strimpellare durante la lavorazione del precedente album, mi sono buttato sulla chitarra, e nel giro di un po’ di tempo ero in grado di tirarci fuori il necessario per poter iniziare a scrivere. Nel frattempo ascoltavo i grandi autori di canzoni, da Brian Wilson dei Beach Boys ai Beatles, passando attraverso vecchie passioni come Marvin Gaye e Stevie Wonder.
Le registrazioni dell’album si sono svolte principalmente nello studio di suo fratello Gaetano Pellino, ad Acqui Terme.
Mi sono trovato benissimo. Ho sempre stimato molto mio fratello, sia come musicista che come ingegnere del suono.
Sono canzoni che raccontano vita vissuta, quindi, storie e situazioni d’amore e di solitudine, il grande male dei nostri tempi. 
Credo che l’amore, vissuto in una dimensione a due ma anche in una più allargata, ci renda più forti, più felici, capaci di vivere meglio le cose importanti della vita. La solitudine è invece l’ultima spiaggia verso cui ci spinge il sistema produttivo di cui facciamo parte, con i suoi obblighi al consumo e un’eterna insoddisfazione. Come diceva Beppe Grillo, tutti sono lì a cercare di lavorare meno per avere più tempo da organizzarsi, ma poi quando hanno tempo libero lo usano per organizzare altro tempo e così via: alla fine, nessuno è capace di godere del momento, del presente.
Chi è Neffa adesso?
Sono un tipo ancora non formato, in evoluzione. Sento di avere avuto tante vite, mi sento ricco di questo, ma voglio continuare ad interrogarmi, cercare nuovi obiettivi senza riciclarmi mai. 
E di carattere?
Sono un po’ lunatico. A volte sono introverso e silenzioso, a volte invece ho voglia di far casino. Sono un istintivo, e anche uno abbastanza passionale. 
E le radici meridionali?
Sono forti. Io mi sento il prodotto di una cultura meridionale. Da ragazzo ascoltavo Bennato e Pino Daniele, e il mio piatto preferito è stato sempre il ragù di carne, cucinato come si fa dalle nostre parti.
I suoi progetti futuri riguardano anche Salerno?
Magari, mi piacerebbe molto. A gennaio parte il mio tour. Canterò soprattutto nei club. Spero che ci saranno delle date anche a Salerno e a Napoli.
 
(La Città di Salerno, 23 novembre 2003)
 
Scheda biografica
 
Neffa, all’anagrafe Giovanni Pellino, nasce a Scafati il 7 ottobre del 1967. La sua carriera musicale comincia verso il finire degli anni ’80, con una vocazione per gli strumenti a percussione. Nato come batterista, esprime il suo spontaneo talento ritmico suonando, con lo pseudonimo di Jeff Pellino, insieme ad alcuni gruppi hard-core italiani tra cui vale la pena ricordare i "Negazione", popolare formazione punk che, all’apice della carriera, riuscì persino ad aprirsi un varco nelle classifiche americane. 
Con gli anni ’90 alle porte, le passioni musicali di Giovanni incontrano un cambiamento risolutivo, ed i suoi contatti con la scena Rap italiana trasformano dei comuni interessi in una travolgente passione. 
Diventato Neffa, epiteto acquisito dal cognome di un giocatore della Cremonese ammirato dall’artista, inizia una fruttuosa collaborazione con l’amico DJ Gruff, insieme al quale darà vita al gruppo Isola Posse All Star, che diventerà presto un nome di culto nell’underground Hip Hop italiana.
Nel 1994, sciolta la Isola Posse, Neffa e DJ Gruff raggiungono il collega Deda con cui costituiscono la storica formazione dei Sangue misto, che inciderà una fortunata pietra miliare intitolata "SMX".
Nonostante il promettente esordio dei Sangue Misto, Neffa sceglie d’intraprendere un percorso d'indipendenza e, nel 1996, realizza con i suoi "Messaggeri della Dopa" un album omonimo che lo porterà per la prima volta all’attenzione del grande pubblico, grazie anche al successo del singolo "Aspettando il Sole". 
Due anni più tardi, nel 1998, esce "107 Elementi", secondo album della sua carriera solista, a cui segue nel 1999 “Chicopisco”. 
Poi, nel 2001, un altro cambiamento di rotta interviene a determinare la composizione del suo ultimo lavoro, "Arrivi e partenze", dove il musicista abbandona il Rap per dedicarsi alla forma-canzone, ad un genere certamente più fruibile, ma altrettanto complesso.
 
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