Intervista a Giuseppe De Nardo, fumettaro

di Mario Avagliano

Alla Bonelli, la casa editrice di fumetti numero uno in Italia, c’è un salernitano che non è armato di pennino e di china, ma che scrive storie, anzi - per essere più precisi - sceneggiature. Alcune delle tante avventure da incubo di Dylan Dog e delle indagini sui serial-killer della criminologa Julia sono firmate da Giuseppe De Nardo, nato “incidentalmente a Napoli”, come dice lui, ma cresciuto e formatosi a Salerno. De Nardo sarà uno dei protagonisti del numero-cult che i disegnatori salernitani hanno in corso di preparazione per il ventennale della fanzine “Trumoon”, la mitica rivista che lanciò Bruno Brindisi, Raffaele Della Monica, Luigi Siniscalchi, Giuliano Piccininno e tanti altri. Da Pellezzano, dove ora vive, De Nardo parla della Salerno di ieri e di oggi e dei nuovi talenti della scuola del fumetto salernitano.

Si sente più napoletano o salernitano?
Salernitano, non c’è dubbio. Ho vissuto a Salerno dall’età di cinque anni, nel quartiere di Torrione, e ho fatto tutte le scuole lì. I miei amici sono salernitani e io amo profondamente la mia città.
Com’era la Salerno degli anni Sessanta e Settanta?
Era confusa, disordinata. Una città che cresceva urbanisticamente e socialmente senza riferimenti precisi. Certo, forse era più genuina della Salerno di oggi, e ripensando al passato mi prende sempre un po’ di magone. Mi vengono in mente “la casa del caffè”, le macchine parcheggiate a pettine ai lati del Corso Vittorio Emanuele, il doppio senso di transito delle arterie principali, i palazzi che crescevano come funghi. Credo che la città negli ultimi anni abbia fatto passi avanti da gigante e abbia trovato una sua identità forte intorno al centro storico e al porto.
Immagini di scrivere una sceneggiatura per un fumetto. Come rappresenterebbe la Salerno di allora?
Mi capita di pensare a storie ambientate negli anni Sessanta e Settanta e di immaginarle a Salerno che, come molte città d’Italia, viveva quel clima particolare fatto di speranze, di fermenti, di creatività e, certo, anche di conflitti generazionali e di violenza. Chissà che prima o poi non ne esca fuori una sceneggiatura. Si è scritto e si è girato poco su quel periodo. Soltanto adesso qualcuno comincia ad esplorarlo.
Quand’è scoppiata dentro di lei la febbre del fumetto?
Da ragazzo. Non mi bastava leggere, non mi bastava vedere. Sentivo dentro la voglia di dire qualcosa, di esprimermi, di raccontare, e di farlo possibilmente per immagini. L’incontro con il fumetto è stato naturale. Certo, conta l’attitudine al disegno. Ma va anche tenuto conto che il fumetto è una forma di comunicazione estremamente economica. Avrei avuto molte più difficoltà a fare un film. C’era il problema di racimolare i pochi spiccioli per i “giornaletti”. Figuriamoci rimediare una cinepresa.
Quando è diventata una cosa seria?
Nel 1977, dopo il Liceo (classico De Santis) e mentre iniziavano i lunghi anni universitari. Insieme a Giuliano Piccininno, a Raffaele Della Monica, a Vincenzo Lauria, a Maurizio Picerno e ad altri amici è nato il gruppo che poi avrebbe dato vita a Trumoon. A questo nucleo originario, nei primi anni Ottanta si sono aggiunti Bruno Brindisi, Luigi Coppola, Luigi Siniscalchi e tutti gli altri.
E’ stato importante fare gruppo per arrivare al successo professionale?
Se non si fosse costituito il nostro gruppo, non so cosa avrebbero fatto molti di noi. Forse Bruno sarebbe diventato un operatore televisivo. Qualcun altro avrebbe fatto il rappresentante di commercio... Credo che la capacità di crescere insieme e l’amicizia siano stati determinanti per la nostra carriera professionale.
Un’amicizia che continua tuttora, visto che avete in preparazione un numero speciale celebrativo di Trumoon.
E’ vero, è rimasta una grande amicizia, anche se ci si sente e ci si vede un po’ di meno. Quanto a Trumoon, fu una vetrina che ci permise di fare il salto di qualità, di passare dal dilettantismo al professionismo e di prendere contatti con gli editori. Non nascondo che coltivavamo anche la velleità di metterci in proprio, di autoprodurci, e questo non ci riuscì. Il numero speciale è un omaggio a quella stagione, e anche – perché no? - a quella che è stata definita la scuola salernitana del fumetto.
All’epoca di Trumoon era già passato dal disegno alla scrittura?
No, facevo l’uno e l’altro. Disegnavo e scrivevo storie, per me e per gli amici. Però già cominciava a maturare in me la scelta di approfondire non tanto la tecnica del disegno ma i dialoghi e il ritmo della sceneggiatura.
Qual è stata la sua prima esperienza da professionista?
Sono entrato nel giro perché avevo scritto alcune storie per Bruno Brindisi, proposte in seguito, quando lui era già un affermato professionista, alla casa editrice Universo, che editava l’Intrepido. Per l’Intrepido realizzai anche un personaggio tutto mio, Billiteri. Dopo alcune decine di storie brevi comparse sulla rivista, l’editore mi propose di realizzare una serie autonoma di albi, durata 12 mesi. Si trattava di un personaggio al di fuori degli schemi e dei generi abitualmente frequentati dal fumetto italiano.
Chi era Billiteri?
Un giovane studente universitario fuoricorso, esattamente come lo ero stato all’epoca, che viveva situazioni di sopravvivenza quotidiana intorno alla triade soldi-donne-amici, in una città immaginaria. Non una metropoli. Una città di provincia come tante, con qualcosa di Salerno, magari. Le storie erano a metà tra il realistico e il grottesco. Le infarcivo di elementi autobiografici o basati, comunque, sulla realtà che conoscevo. Forse era questo che le rendeva genuine e apprezzate dal pubblico degli addetti ai lavori.
Il personaggio di Billiteri la fece conoscere nel ghota del mondo del fumetto italiano.
Sì, nel 1995 mi chiamò Marcheselli. A lui e a Sclavi, Billiteri piaceva. Mi chiese se avevo voglia di scrivere una sceneggiatura per Dylan Dog.
La voglia le venne?
Beh, lavorare alla Bonelli per un fumettaro è il massimo. Appena conclusa la mia esperienza con l’Intrepido, ho iniziato a scrivere Dylan Dog. Poi anche Berardi mi ha voluto nella sua squadra, quando ha cominciato a lavorare a Julia.
Come fu l’approccio con la Bonelli?
Difficile, e non solo perché si trattava di lavorare per progetti che avevano già una definizione precisa. Era la prima volta che mi confrontavo con la lunghezza dell’albo bonelliano e che dovevo partire da un soggetto. Fino a quel momento avevo sempre lavorato d’istinto, di getto, senza pianificare ciò che avrei scritto in sceneggiatura. Lasciavo che i personaggi mi prendessero la mano, che la storia si raccontasse da sola, pagina dopo pagina. Alla Bonelli ho dovuto adottare un metodo di lavoro diverso.
Ci descriva una sua giornata tipo.
Prediligo lavorare al mattino, quando l’altra mia attività, l’insegnamento, me lo consente. Una volta che il soggetto è definito, butto giù una bozza dei dialoghi. Li scrivo e li riscrivo fino a quando non mi sembrano giusti. Sono i dialoghi che danno un ritmo alla storia. Prima dei dialoghi, però, c’è un lavoro di preparazione e di documentazione che, a volte, mi porta via delle settimane. Bisogna leggere libri, riviste, navigare su Internet, vedere film.
E’ paziente di carattere?
Dicono di sì. Per il mio amico Piccininno sono pigro e irritante.
A proposito, visto che lei è un manipolatore di parole, proviamo a definire i suoi amici fumettari salernitani. Partiamo proprio da Piccininno.
Sprucido e antipatico. Gli voglio bene.
E Bruno Brindisi.
Una contraddizione: estro e stacanovismo.
Roberto De Angelis?
Noir ed eleganza. Lo batto regolarmente a tre sette con il pizzico.
Luigi Siniscalchi?
Un enfant prodige. Ex enfant prodige. Ormai ne ha più di trenta sul groppone.
Raffaele Della Monica?
Un talento verace. E’ capace di lavorare anche con un pennello da barba. E’ stato il primo di noi ad approdare al professionismo. L’apripista del gruppo. Mi piacerebbe batterlo a bigliardo.
Luigi Coppola?
L’unico che riesca a disegnare con una sigaretta tra le labbra, una tazza sempre colma di caffè tra le dita, senza mai togliere la mano sinistra dalla tastiera del computer.
Ho dimenticato qualcuno?
Daniele Bigliardo. E’ napoletano, ma fa parte della scuola salernitana dagli inizi. Abbiamo fatto insieme Billiteri e continuiamo a fare insieme Dylan Dog.
Ci sono nuovi talenti emergenti della scuola salernitana?
Eccome. Ne citerei almeno tre. Luca Raimondo, un ragazzo tenace, testardo, che ha fatto tesoro dei nostri consigli, non si è mai perso d’animo e ora lavora alla Bonelli. Poi due donne: Antonella Vicari, che lavora pure lei alla Bonelli, e Elisabetta Barletta, la compagna di Bruno Brindisi.
Come mai ha scelto di restare qui, invece di trasferirsi a Roma o a Milano?
Scherziamo? Salerno è una delle città più belle del mondo. Da qui non mi muovo.
A che progetti lavora in questo momento?
Sto lavorando a due sceneggiature. Una di Julia, quasi terminata, che sarà pubblicata entro l’anno, e una di Dylan Dog, appena agli inizi.
Che differenza c’è tra questi due personaggi?
Tantissime differenze. Appartengono a due mondi completamente diversi. Con Dylan Dog ho più spazio per metterci del mio, inventare dialoghi e situazioni brillanti. Julia è un personaggio più vincolante. Non ne scrivo i soggetti e, in fase di sceneggiatura, cerco di avvicinarmi quanto più possibile allo stile di Berardi.
Chi sono i suoi maestri?
Considero Tiziano Sclavi e Giancarlo Berardi due straordinari maestri. Da loro c’è sempre qualcosa di nuovo da apprendere. Per la verità, ho conosciuto Tiziano solo attraverso le sue storie, mai di persona. La distanza tra Milano e Salerno è incolmabile sia per lui che per me. Da tempo progetto un pellegrinaggio fino alla redazione, ma finisco sempre col rimandare a poi. Tiziano è un grande scrittore, non solo di fumetti. “Non è successo niente” è un romanzo tra i più veri e coraggiosi scritti in Italia negli ultimi vent’anni. Alla scuola di Berardi ho colmato molte mie lacune. La mia indole mi porta a cercare situazioni di tipo grottesco. Scrivendo Julia ho imparato a muovermi sul terreno di un rigoroso realismo.
Le viene mai la crisi da foglio bianco?
Sempre, ogni volta che comincio una storia. Non trovo subito la chiave giusta per raccontarla. Niente è scontato. Niente è automatico. Ogni volta devo rimettermi in discussione. La sofferenza è sempre la stessa. Per fortuna ho un altro lavoro. Un lavoro normale, che mi porta a contatto con la gente. Il fatto di insegnare e di avere un rapporto quotidiano con miei alunni e i colleghi mi aiuta ad evitare quello che è il più grande problema di chi scrive: la solitudine. Ci sei tu, lo schermo del computer, il foglio bianco. Quando non so come andare avanti, chiudo la porta, abbasso la persiana, e lì, al buio e nel silenzio, in una sorta di deprivazione sensoriale, a volte per ore, aspetto di sentire voci, di vedere immagini.
Ha sogni nel cassetto?
Ho cominciato a sognare da bambino e non ho ancora smesso. Oddio, mi manca Billiteri. Mi piacerebbe riprendere a raccontare le sue storie. Ne ho certe per la testa. Ma Dylan, Julia, mio figlio e mia moglie, i miei ragazzi a scuola riempiono già abbastanza la mia vita.

(La Città di Salerno, 30 maggio 2004)

Scheda biografica

Giuseppe De Nardo è nato il 3 marzo del 1958 a Napoli. Ha vissuto a Salerno, dove ha seguito gli studi classici al Liceo De Santis, laureandosi poi in Architettura. Le prime esperienze in campo fumettistico fanno capo alla fanzine "Trumoon", vera palestra per quasi tutti i fumettisti della scuola salernitano-partenopea. Nel 1992, la pubblicazione della sua prima storia breve per la rivista "Intrepido". La collaborazione alla testata di punta dell’editrice Universo proseguirà fino al 1995, con la serie "Billiteri" (disegnata inizialmente da Bruno Brindisi, poi continuata da Luca Vannini e altri) e con il mensile "Billiband" (disegni di Vannini e Daniele Bigliardo). Nel 1995, De Nardo inizia a collaborare con la Sergio Bonelli Editore, scrivendo per Dylan Dog ("La città perduta", n. 137, e "Sperduti nel nulla", Almanacco della Paura 1999). Ha debuttato nel nuovo noir di casa Bonelli, Julia, con il n. 7 della serie, "La lunga notte di Sheila", su soggetto di Giancarlo Berardi.

Intervista a Carla Marciano, musicista jazz

di Mario Avagliano

Una musicista dal “suono ruggente e graffiante”. Un “fiume di note spesso velocissime”. Un “nuovo talento” del jazz italiano. Un’artista di “forte passionalità”, capace di “assoli interminabili” e di un “sound acido e metropolitano”. Dopo l’uscita del suo primo disco, la salernitana Carla Marciano, classe 1968, sax alto e sopranino, ha collezionato recensioni positive da tutte le riviste più qualificate della musica jazz. Fidanzata con Alessandro La Corte, a sua volta eccellente pianista, la lady del jazz made in Salerno annuncia a la Città che ha in preparazione un nuovo cd, che conterrà per lo più brani originali, da lei composti.

Com’è nata la sua passione per la musica?
Credo di aver ereditato la passione da mio padre Giovanni, che se non avesse fatto il dentista, sarebbe diventato sicuramente un chitarrista. Casa mia era frequentata da musicisti, ho ascoltato dischi jazz fin da quando ero bambina.
Il suo primo strumento è stato il pianoforte, non il sax.
Ho cominciato a suonare intorno all’età di 11 anni, strimpellando note sul pianoforte che avevamo nel salotto. A 13 anni ero già attratta dagli strumenti a fiato. Soffrivo d’asma, e all’inizio i miei genitori non ne volevano sapere di questa mia fissazione. Il giorno del mio sedicesimo compleanno eravamo in vacanza al mare. Mio padre mi fece una splendida sorpresa. Al momento di soffiare le candeline sulla torta, tirò fuori da una scatola un magnifico sassofono alto che diventò subito l’inseparabile compagno delle mie giornate e dei miei sogni.
Inseparabile?
Beh, abbandonai tutte le altre cose: lo sport, gli amici. Il sassofono divenne la mia unica passione. Io ero molto studiosa, e trasferii la forza di volontà, la capacità di applicarmi, dalla scuola alla musica. Passavo interi pomeriggi a suonare, ad imparare da autodidatta il jazz, con l’aiuto dei dischi. In classe mi sentivo un po’ un corpo estraneo. Ricordo che i miei compagni mi prendevano in giro per la mia dedizione assoluta alla musica.
Conseguita la maturità al Liceo Classico Tasso, lei si è iscritta al Conservatorio di Salerno.
Allora il sassofono era entrato da poco come disciplina nel Conservatorio, e per questo motivo ho scelto il clarinetto. Ho studiato come un’ossessa. Mi sono diplomata in tre anni, rispetto ai sette che erano necessari.
Contemporaneamente si era iscritta all’Università di Medicina a Napoli.
La carriera musicale era un salto nel buio, lo studio dentistico di mio padre era una solida realtà: avevo la strada spianata... E così decisi di iscrivermi all’Università, ma durò poco. Sostenni appena due esami, prendendo un 30 e un 18. Poi mi ritirai. Gli studi al Conservatorio assorbivano tutto il mio tempo, e avevo capito che la musica era la mia vita.
Ricorda la sua prima esibizione dal vivo?
Eccome! E’ stata a Salerno, in un locale che si chiama Arethusa, a Pastena, vicino al Mumble Rumble. Era, credo, il 1989, e ricordo che ero emozionata dall’evento, anche perché io di carattere sono timida, riservata, introversa, e anche abbastanza problematica.
A Salerno in quegli anni nasceva quella poi è stata definita la “scuola salernitana del jazz”.
Sul finire degli anni Ottanta e nella prima metà degli anni Novanta, Salerno ha vissuto una stagione musicale forse irripetibile. C’era davvero un bel fermento, una voglia di fare che si avvertiva a pelle. Io allora non facevo ancora parte del movimento jazz salernitano, che ha prodotto tanti musicisti talentuosi e preparati, ma lo seguivo dall’esterno e ne ero affascinata.
Il fatto di essere donna è stato un vantaggio o uno svantaggio?
All’inizio, quando ho cominciato a frequentare gli altri musicisti salernitani, mi sono fatta un mucchio di problemi. Mi sentivo quasi fuori luogo fra tanti maschi. Loro però sono stati gentili e disponibili, e mi hanno aiutato a integrarmi. Ora ho un bellissimo rapporto con tutti e spesso lavoriamo insieme.
C’è qualcuno che deve ringraziare più degli altri?
Direi Dario Deidda, che mi ha stimolato molto a crescere. C’è stato un periodo, tra il ’94 e il ’96, che veniva a casa mia quasi tutte le sere. Io vivo in un attico in via Roma, nel palazzo dell’ex Hotel Diana, dove ho allestito una stanza interamente dedicata alla musica. Dario arrivava e insieme ad Alessandro La Corte, il mio fidanzato, ci mettevamo a suonare fino a notte inoltrata. Lui era molto più avanti di me, ed avere la sua stima era importante.
A suo giudizio, chi sono i musicisti salernitani più talentuosi?
Sono tutti musicisti di alto livello, è difficile scegliere. Rischierei di fare torto o di dimenticare qualcuno.
E tra i più giovani?
Citerei almeno Julian Oliver Mazzariello. Temo, comunque, che le nuove generazioni di musicisti salernitani abbiano meno possibilità di quante ne abbiamo avute noi.
Come mai?
I locali salernitani propongono poca musica dal vivo. Solo negli ultimi mesi c’è stato un timido risveglio. L’interesse del pubblico di Salerno per il jazz è scarso. E poi, se devo dirla tutta, le istituzioni non aiutano granché il movimento jazz. Prenda me, più che darmi una mano, a volte mi hanno messo il bastone tra le ruote. Quando c’erano manifestazioni, ero regolarmente ignorata. Per fortuna io di natura ho la “capa tosta” e ho continuato per la mia strada.
Lei ha suonato con alcuni tra i più grandi musicisti italiani e stranieri contemporanei. Chi l’ha colpita di più?
Ultimamente Antonio Onorato. E’ un grande musicista e una bellissima persona. Ho lavorato qualche volta con lui e c’è stata una sintonia totale.
Qual è il suo modello musicale?
John Coltrane. Lui, nel mio cuore, supera tutti con il suo sound modale, con le sue doti di inarrestabile improvvisatore. Certo, ce ne sono tanti altri che mi fanno impazzire: Charlie Parker, Joe Henderson, Bill Evans, McCoy Tyner, Sonny Rollins, Dexter Gordon ecc, ecc… la lista sarebbe infinita.
A Coltrane ha dedicato il suo primo cd, intitolato "Trane' s Groove".
Il disco è dedicato a Coltrane ma non contiene nessun pezzo suo. Alcuni brani sono miei, uno di Alessandro La Corte, uno di Dario Deidda, altri ancora sono degli standard classici. Però l’intero disco è percorso dalle atmosfere coltraniane, da un alternarsi di suoni gravi ed acuti.
La band che suona con lei è composta da musicisti salernitani, con l’eccezione del batterista Donato Cimaglia.
Ho voluto suonare con alcuni dei miei amici di sempre: Dario Deidda, Aldo Vigorito, il mio fidanzato Alessandro La Corte. L’intenzione era quella di dare vita a un disco “ruspante”, quasi live.
La critica ha parlato di un “lavoro rigoroso e cangiante, di forte spessore emotivo, in cui la sonorità aspra e nasale del sopranino sembra provocare squarci”...
La mia timidezza nasconde una grande passionalità. All’esterno sono una persona tranquilla, ma dentro sono agitata. Quando suono, mi trasformo e scarico nel sax le mie rabbie, le mie passioni. Questo mi porta ad avere un tipo di sound energico, quasi torrenziale.
Nel disco c’è anche spazio per tonalità melodiche. C’è chi ha scritto che lei “sotto una superficie scabra e forte, nasconde uno scrigno morbido, sinuoso e sfuggente”.
E’ vero. Sono le due facce della mia personalità, che da un lato è graffiante e dall’altra è dolce. Non a caso nel mio repertorio, accanto ai pezzi modali, entrano anche le ballads. Nel mio disco c’è poi un pezzo tutto elettronico, con suoni campionati, intitolato India's Mood, scritto dal mio compagno Alessandro, che ha un gusto world music o di indo jazz-fusion, per dirla con il Joe Harriott di tanti anni fa. Ho voluto rischiare inserendo questo pezzo in un disco tutto acustico perché sottintende, invece, una coerenza di base con il resto del disco. Sono contenta, infatti, che Alessandro, essendo un musicista molto versatile abbia aperto la mia mente, “unicamente” jazz, verso nuovi orizzonti musicali e nuove sonorità.
Condividere la stessa passione con chi si ama è un fatto positivo per la vita di coppia?
Io ritengo di essere stata fortunata a trovare un compagno musicista. Anche perché una persona che non suona, non mi avrebbe mai sopportata. Caratterialmente siamo due persone completamente diverse. Lui è energico, simpatico, brillante, molto piacevole da conoscere. Ha portato una ventata di allegria nella mia vita.
Come e quando vi siete conosciuti?
Ci siamo conosciuti alla Polymusic, nel 1987. Mi telefonò e mi chiese se volevo far parte di un quartetto jazz, con Gaetano Fasano. Cominciammo a suonare insieme e un paio di anni dopo è scoccata la scintilla e ci siamo fidanzati.
I suoi prossimi progetti?
Quest’anno girerò molto per l’Italia. Sono stata invitata a molti Festival jazz, a Bolzano, a Vicenza, a Milano, a Roma. Sono davvero contenta, perché il mio lavoro viene apprezzato. Inoltre, la mia casa discografica mi ha chiesto di produrre un altro disco.
Quando uscirà?
Andrò in sala di registrazione in autunno e il cd uscirà in primavera. Questa volta conterrà quasi tutti pezzi miei. Spero che verrà fuori un bel disco, ricco di sound e di energia.

(La Città di Salerno, 9 maggio 2004)

Scheda biografica

Carla Marciano nasce a Salerno il 15 luglio del 1968. Si avvicina alla musica all'età di undici anni, dapprima al pianoforte, poi al sax alto e nel '91 si diploma in clarinetto presso il Conservatorio di Salerno. Nel '94 viene selezionata per il Progetto Biennale di Formazione e Qualificazione Professionale nel campo della Musica Jazz e Contemporanea, diretto da Ettore Fioravanti e Bruno Tommaso. Entra, così, a far parte della "Matera Concert Band" di E. Fioravanti, con la quale si esibisce in alcuni festival italiani di jazz. Nel '96 viene scelta con altri 11 altosassofonisti per partecipare al 1° Premio Nazionale M. Urbani per il "miglior altosassofonista italiano emergente" (tenutosi ad Urbisaglia , con il supporto ritmico di Franco D'Andrea, Giovanni Tommaso e Fabrizio Sferra), classificandosi quarta. Ha fatto parte della Posilliporchestra (orchestra stabile dell' Otto Jazz Club di Napoli). Attualmente è impegnata con il progetto "Trane's Groove", con il quale, tra brani originali, standards e classici del repertorio coltraniano, desidera rendere omaggio al grande sassofonista americano John Coltrane, esplorando e rivisitando il suo linguaggio strumentale. "Trane' s Groove" (con Alessandro La Corte-pianoforte, Aldo Vigorito e Dario Deidda-contrabbasso, Donato Cimaglia-batteria), è anche il titolo del cd inciso per l'etichetta DDQ (SoulNote/BlackSaint - IREC - Milano), in distribuzione dall’aprile 2003. Collaborazioni: Ernst Reijseger, Stefano Sabatini, Ettore Fioravanti, Carl Anderson, Karl Potter, Joy Garrison, Dario Deidda, Aldo Vigorito, Giovanni Amato, Antonio Onorato ed altri. Per la musica pop: Enzo Avitabile.

Intervista a Yari Gugliucci, attore

di Mario Avagliano

“Vota Antonio, vota Antonio. Alle prossime elezioni mi presenterò come assessore allo spettacolo del Comune di Salerno”. Scherza Yari Gugliucci, 29 anni, salernitano, giovane speranza del cinema italiano e apprezzato interprete di Giancarlo Siani, il giornalista del Mattino ucciso dalla camorra, nel film E io ti seguo, di Maurizio Fiume. Dal set di Cinecittà, dove sta girando la nuova fiction televisiva “Cuore contro Cuore”, che andrà in onda sulle reti Rai la prossima stagione, Gugliucci proclama il suo amore per Salerno, afferma che la città “è bella e convincente” e ha superato “la fase buia degli anni Ottanta”, ma non rinuncia a suggerire qualche idea agli amministratori comunali “per attrarre i turisti europei e giapponesi”.

Venti anni fa, quando lei era un ragazzino, Salerno era una città diversa da oggi?
Io vivevo protetto nel mio guscio, all’interno di una famiglia unita e numerosa, ma ricordo che il mio rapporto con l’esterno, con la città, era molto duro. Salerno era pericolosa, era la capitale della droga dopo Verona. Il lungomare era impraticabile, all’altezza del Bar Nettuno non di rado si assistiva a scene violente di risse. Anche a via dei Mercanti e al corso c’erano diverse traverse poco raccomandabili.
Quali scuole ha frequentato?
Le elementari a via Giacinto Vicinanza, le medie al De Filippis e le superiori al Liceo Tasso. Il mio rapporto con la scuola è stato assai travagliato. Al Tasso ho avuto grossi scontri con gli insegnanti, tranne con quelli di italiano e di filosofia, che erano due materie che mi piacevano. Per il resto, la mia passione per il teatro mi assorbiva totalmente, e i miei docenti non lo tolleravano.
Perché?
Perché io preferivo imparare il Giulio Cesare di Shakespeare piuttosto che Ugo Foscolo. Per me i discorsi di Marcantonio erano più attraenti della fisica o dell’Anabasi di Senofonte.
Quando ha cominciato a fare teatro?
Prestissimo, a 13-14 anni. Il mio amico del cuore, Peppe Amato, nipote di Antonio, l’industriale del Pastificio, mi disse che avevano organizzato una leva teatrale al San Genesio e mi invitò a partecipare. Alessandro Nisivoccia mi prese subito a ben volere e quando avevo appena 15 anni, mi lanciò come protagonista di uno spettacolo di Edoardo, “Le bugie con le gambe lunghe”. Fu il mio debutto sulla scena.
Il teatro San Genesio è stato anche per lei una palestra di formazione?
Certo. Ricordo che all’inizio Nisivoccia e il suo team mi parvero molto severi, anche a causa dell’impostazione gasmaniana del loro teatro. Con Alessandro siamo rimasti buoni amici, una volta mi ha anche chiamato a tenere una lezione ai suoi allievi. Il San Genesio a Salerno è un’istituzione. Molti valenti professionisti salernitani sono passati attraverso Nisivoccia, compreso l’attuale Presidente della Provincia Andria. Qualcuno, come me, ha continuato, anche se continuare significava inevitabilmente lasciare la città.
E lei ha trovato il coraggio di farlo, ad appena 18 anni...
Il distacco da Salerno è stato davvero complicato. Io vengo da una famiglia legata agli studi, fatta di medici e di avvocati. Per me il mondo dello spettacolo era un salto nel buio. Peraltro partivo da una situazione in cui non ero figlio d’arte e non avevo nessun legame a Roma.
Come ha fatto a convincere i suoi?
Con una bugia. A distanza di anni, lo posso rivelare. Mi sono inventato con i miei genitori una lettera inesistente di convocazione da parte della Scuola di Teatro di Gigi Proietti. In realtà ero un figurante, ero soltanto ammesso ad ascoltare le lezioni. La lettera era il frutto di una cortesia della segretaria della Scuola che aveva ceduto alle mie insistenze e aveva apposto un timbro su un foglio.
Inizi difficili...
I primi due anni sono stato mantenuto dalla mia famiglia. Nel frattempo mi ero iscritto a Sociologia, all’Università di Fisciano. Poi ho cominciato a lavorare come aiuto-regista per il teatro, prima con Livia Mancinelli, moglie di Carmelo Bene, poi con Ivonne D’Abraccio. Ad un certo punto pensavo che avrei finito per fare il regista.
E invece?
Invece nel 1994 Roberto Pacini mi chiamò a recitare in uno spettacolo di teatro sperimentale, intitolato “Dialoghi al Caffè Notturno”, tratto da alcuni racconti di Pirandello. Debuttammo a Napoli, alla Galleria Toledo, e fu subito un grande successo. Fu la svolta della mia carriera.
Arrivò la prima scrittura per un film.
Sì, nel 1996 girai “Isotta”, un film di Maurizio Fiume che partecipò anche al Festival di Venezia.
Da allora è stato un crescendo: L’ultimo Capodanno di Marco Risi, Ferdinando e Carolina di Lina Wertmuller, fino a La verità vi prego sull’amore di Francesco Apolloni e a Luisa Sanfelice dei fratelli Taviani.
Tutte esperienze eccezionali. Anche se forse, il personaggio che mi è rimasto attaccato di più sulla pelle, è quello di Michele, il pazzo del film Luisa Sanfelice, che ritengo sia stata la mia migliore interpretazione. L’ultimo lavoro dei Taviani non è stato un grande successo in Italia, ma ha venduto in 34 Paesi e credo che sarà rivalutato.
Che tipi sono i fratelli Taviani?
Dal punto di vista professionale, sono incredibilmente bravi. Girano una scena a testa, in perfetto accordo e senza gelosie. Dal punto di vista umano, sono molto divertenti. All’inizio m’incutevano timore, mi sembravano due presidi di Liceo, di quelli terribili che segnano sul registro le note in condotta. Superata la timidezza, quando si sono aperti, ho lavorato benissimo con loro.
Lei ha recitato con grandi attori italiani, da Sofia Loren a Giancarlo Giannini, da Paolo Villaggio a Lino Banfi. Chi l’ha impressionata di più?
Non ho dubbi: Sofia Loren, che ho conosciuto sul set di Francesca e Nunziata. Mi ha colpito in maniera incredibile la sua umiltà e semplicità. Non me l’aspettavo da un’attrice che ha lavorato con i più grandi attori e registi mondiali, da Marlon Brando a Cary Grant, da Totò a Vittorio De Sica.
C’è stato mai un momento della sua carriera in cui le è capitato di esclamare: “Mamma, quanto sono bravo!”
Nel 1999 ho vissuto un’esperienza irripetibile: ho recitato in inglese a Londra, all’Oliver Theatre, in un testo attualizzato di The Tempest di Shakespeare, per la regia di Stanley Ribinsky, insieme a Kevin Klein e Michelle Pfeiffer. Interpretavo la parte di un barbone italo-americano che viveva sull’isola di Manhattan. Tutto è nato per caso. Ribinsky stava girando a Cinecittà il film Sogno di una notte di mezza estate. Siccome è un ammiratore della Wertmuller, è venuto a curiosare sul set di Ferdinando e Carolina. Cercava un attore italiano, mi ha visto, gli sono piaciuto e mi ha chiamato per un provino in Inghilterra.
Che cosa ha provato?
Beh, recitare Shakespeare in inglese, a Londra, nel tempio del teatro inglese, per me che partivo da San Genesio, Salerno, è stata un’emozione unica. Ho pensato: “E’ finita, dopo di questo devo andarmene. Chiudo. Cambio lavoro!”.
Lei ha anche interpretato il ruolo del giornalista Giancarlo Siani, ucciso dalla camorra, nel film del napoletano Maurizio Fiume.
Il film ha partecipato al festival di Montreal ed è stato presentato anche a Sorrento. Ci sono state grosse polemiche intorno alla sceneggiatura. Non entro nel merito. Dico solo che personalmente ho cercato di dare il meglio di me stesso nell’interpretare quell’uomo così coraggioso.
Gli altri registi campani, invece, non li ha mai incrociati...
In effetti io sono un solitario, non faccio clan. E per questo nel mio percorso artistico non ho mai incontrato i Martone, i Capuano, i Corsicato, i Patroni Griffi. Non è che non mi piacciano, anzi. Chissà, in futuro potrà capitare di recitare con qualcuno di loro. Mai dire mai.
Ha mai lavorato a Salerno?
Ho collaborato con Claudio Tortora al Premio Charlot. E’ stato un piacere. Ero un suo fan dai tempi della Rotonda.
Si può avere amici nel mondo dello spettacolo?
Per quanto mi riguarda, la risposta è sì. Tra i miei migliori amici ci sono Claudia Gerini, Luca Zingaretti e Adriano Giannini. Li ho portati anche a Salerno e in costiera amalfitana, facendo loro da Cicerone e mostrando le nostre bellezze storiche e paesaggistiche.
Progetti in corso?
Ho appena finito di girare una serie televisiva dal titolo “Il Capitano”, sulla Guardia di Finanza, insieme con Alessandro Preziosi. In queste settimane sono sul set dello Studio 6 di Cinecittà per una nuova fiction del gruppo Valsecchi, quello di “Distretto di Polizia”, dal titolo “Cuore contro cuore”, dedicata ai divorzi e alle separazioni. E’ un bel cast: oltre a me, ci sono Rocco Papaleo, Isabella Ferrari ed Ennio Fantaschinini. E poi, finalmente, si cambia un po’ il soggetto, dopo tante serie dedicate ai medici e alle forze dell’ordine.
Qual è il suo legame attuale con Salerno?
Quando ne ho abbastanza del mondo dello spettacolo, delle paranoie degli attori e dei registi, stacco tutto e ritorno nel mio bacino salernitano, dove ci sono i miei amici d’infanzia, con cui posso parlare di calcio, di cibo, di amore. Me ne vado al lungomare, che ora è così bello, o mi perdo nei vicoli della Salerno vecchia.
Parla quasi da innamorato!
Io sono innamorato di Salerno, della Salerno dei bar del lungomare, delle corse da Piazza della Concordia all’Hotel Jolly, degli anni d’oro del Vestuti e della serie B con Agostino Di Bartolomei, di mia nonna Wanda, che mi ha insegnato tutto nella vita e dal cui balcone, in via del Carmine, sognavo il cinema e di diventare un attore.
Segue la Salernitana anche adesso?
Non sono un tifoso acceso, però mi informo. Spero che i granata si salvino, sia dal punto di vista sportivo che societario.
Il quadro che traccia di Salerno è tutto roseo?
Credo che Salerno abbia fatto passi da gigante negli ultimi anni. Il sindaco De Luca è stato bravo. Però, se fossi assessore allo spettacolo, avrei qualche idea da proporre.
Immaginiamo che sia nominato assessore.
Porterei avanti tre progetti. Primo, istituirei delle corse di minibus per la Costiera Amalfitana. Basta con quei grossi autobus di linea o turistici che intralciano il traffico! Secondo, renderei il lungomare di Salerno come quello di Cannes, con ristorantini sul mare, negozi, e punti di attrazione per i turisti europei e giapponesi. Terzo, riaprirei cinema storici come l’Astra, il Capitol, il Mini, facendoli diventare sale d’essai dove grandi registi vengano a presentare in anteprima i loro film.
Guardi che qualcuno la potrebbe prendere sul serio e “ingaggiarla” nel Palazzo.
Che dire: Vota Antonio! Vota Antonio!

(La Città di Salerno, 25 aprile 2004)

Scheda biografica

Yari Gugliucci è nato a Salerno il 15 ottobre del 1974. Nonostante la giovane età, vanta già una buona esperienza, maturata in circa dieci anni di attività. Per il cinema ha recitato in Luisa Sanfelice (2004) dei fratelli Taviani; Stai con me (2003) di Livia Giampalmo; E io ti seguo (2001) di Maurizio Fiume; La verità vi prego sull’amore (2001) di Francesco Apolloni; Un anno in campagna (2000) di Marco Di Tillo; Una vita non violenta (1999) di David Emmer; Ferdinando e Carolina (1999) di Lina Wertmuller; L’ultimo Capodanno (1998) di Marco Risi; Isotta (1996) di Maurizio Fiume. In tv ha fatto parte del cast del film Francesca e Nunziata (2003) di Lina Wertmuller e ha interpretato il ruolo di ispettore nel serial Valeria medico legale. Nel suo curriculum figura anche il teatro: nel 1999 ha recitato a Londra, all’Oliver Theatre, in The Tempest di Shakespeare, per la regia di Stanley Ribinsky, insieme a Kevin Klein e Michelle Pfeiffer.

Intervista a Giuliano Piccininno, fumettaro

di Mario Avagliano

Rinasce Trumoon, la storica rivista dei fumettisti salernitani. “Sono passati venti anni da quella straordinaria esperienza. Stiamo preparando un numero unico, commemorativo, che raccoglierà gli inediti di tutti i grandi disegnatori di Salerno, da Bruno Brindisi a Raffaele Della Monica”. A rivelare in anteprima la notizia a la Città, è Giuliano Piccininno, di Giffoni Valle Piana, l’illustratore delle avventure del “cacciatore di vampiri” Dampyr, che nel 1982 è stato uno dei fondatori di quella rivista. “Penso che verranno fuori delle belle sorprese”, dice Piccininno, che ora vive e lavora in quel di Valdagno, in provincia di Vicenza, e in passato ha disegnato alcuni dei personaggi più amati dal popolo degli appassionati dei comics, da Alan Ford a Wile E. Coyote.

Lei è nato a Giffoni, ma in realtà è un salernitano purosangue.
Sì, sono cresciuto a Pastena. La famiglia di mia madre, Emma De Feo, è originaria di Giffoni, ma io e i miei genitori siamo vissuti a Salerno.
La Salerno della sua infanzia è diversa da quella di oggi?
Salerno negli anni Sessanta era a sprazzi ancora una città-giardino. Si respirava un’aria di efficienza, di ordine, di senso civico. Nei primi anni Settanta, nonostante la crisi petrolifera, l’illusione del progresso era ancora viva nei salernitani. Nella seconda metà degli anni Settanta, invece, sono cominciati il degrado, il caos, il traffico, l’imbarbarimento della città. Poi è venuto anche il terrorismo (mi riferisco all’assalto alla colonna militare di Torrione, al giudice Giacumbi…). A me che ero adolescente, Salerno sembrava non avere futuro!
La sua generazione è stata una delle ultime a crescere in un mondo in bianco e nero, a partire dalle immagini della tv. Il fumetto è stato un modo di dare sfogo all’immaginazione, ai colori che avevate dentro?
Senz’altro, almeno per quanto mi riguarda. Ho scoperto che bastava una matita per evocare mondi fantastici. A trasmettermi la passione per il disegno è stato mio padre Giovanni che, nonostante fosse diplomato ragioniere, si dilettava a dipingere. I primi insegnamenti basilari me li ha dati lui. Da piccolo, poi, ero affascinato dal teatro dei burattini. Mi sono cibato molto di quelle storie. Poi pian piano ho imparato a passare dal burattino materico, tridimensionale, al pupazzetto disegnato a china, che si esprime con i balloons, con le nuvolette.
La sua arte fumettistica è frutto di studi e ricerche da autodidatta o ha frequentato scuole specializzate?
Ho frequentato il Liceo Artistico di Salerno, ma ho sviluppato il mio tratto fumettistico da solo, o meglio nell’ambito di un gruppo di compagni di scuola e di altri ragazzi del Liceo Classico accomunati dalla passione del fumetto e che sognavano, come me, di trasformare quella passione in mestiere.
Parla dello Studiocaf, il primo nucleo di quella che sarà considerata la Scuola Grafica Salernitana?
Esattamente. Lo Studiocaf nacque nel 1977, in un locale a pianterreno in via Bastioni, vicino al Duomo. Ci vedevamo lì per immaginare progetti di storie a fumetti, per confrontare le nostre tavole, per esercitarci nel disegno e nella sceneggiatura, visto che a Salerno e a Napoli non esistevano scuole di fumetto. Erano una specie di sedute di autocoscienza, in cui capitava anche di accalorarsi e di litigare, con l’obiettivo di farci maestri di noi stessi, di crescere insieme, di sperimentare a 360 gradi le nostre capacità.
Chi eravate?
Oltre a me, i componenti del gruppo erano Raffaele Della Monica, che ora disegna Zagor; Giuseppe De Nardo, che è lo sceneggiatore di Dylan Dog e di Julia; Maurizio Picerno, che è diventato architetto; Vincenzo Lauria, che scrive e disegna per la Disney; e mio fratello Giorgio Piccininno, che è insegnante di grafica.
Quali erano i vostri modelli?
Spaziavamo tra tutti i generi di fumetti, da quelli colti a quelli popolari. Enzo Lauria prediligeva il fumetto umoristico. De Nardo amava il fumetto classico. Io e Raffaele Della Monica eravamo i versatili del gruppo grazie al nostro interesse per lo stile grottesco di Magnus.
Nel 1982 Piccininno si diploma in scenografia all’Accademia delle Belle Arti di Napoli. Quello stesso anno, nasce la rivista Trumoon.
Ad un certo punto fu chiaro che l’unica strada per entrare nel mondo dei comics era quella dell’autoproduzione, e quindi dell’autopromozione. Bisognava avere il coraggio di spendere qualche soldo, di investire per il nostro futuro. Devo dire che coltivavamo anche il sogno di diventare editori di noi stessi. Sogno che si è scontrato presto con il fatto che, quando la rivista ha cominciato a circolare, sono arrivate le proposte di lavoro.
Quanto tempo è durata Trumoon?
Due anni, dal 1982 al 1984. Abbiamo prodotto 4 numeri, anche se molto corposi. E’ stata un’esperienza bellissima, autogestita sì, però in modo professionale. Abbiamo fatto delle cose pazze, presentando la rivista in giro per l’Italia alle mostre di fumetti, nelle edicole, nelle scuole, nelle case editrici. Ci siamo divertiti, abbiamo anche litigato, ma è stato il passo decisivo della nostra carriera. Qualcuno ha dimenticato, e non tutti citano Trumoon come dovrebbero nel loro curriculum. Se non ci fosse stata questa rivista, saremmo rimasti quasi tutti degli illustri sconosciuti.
Nel frattempo al gruppo originario di Studiocaf si erano aggiunti altri elementi...
Erano arrivati Luigi Coppola e Roberto De Angelis, che peraltro avevano già idee originali e una preparazione grafica eccellente. Quelli che hanno iniziato proprio con Trumoon, e di cui quindi possiamo “rivendicare” la scoperta, sono stati Bruno Brindisi e Luigi Siniscalchi, che allora erano assai giovani e quindi un po’ sprovveduti dal punto di vista tecnico.
Con Trumoon è nato il mito della scuola salernitana del fumetto. A distanza di venti anni, qual è stato il segreto del vostro successo?
Credo che il segreto del nostro successo sia stato l’unire la passione per il disegno alla ricerca e alla tecnica. Dopo le prime esperienze di lavoro, gli editori si sono resi conto che quei ragazzi salernitani erano professionali, erano capaci di mantenere i ritmi di produzione del fumetto seriale e popolare, e così abbiamo avuto le porte aperte dappertutto. E’ nato così l’aspetto leggendario della scuola salernitana, come un gruppo di giovani capace di cimentarsi in tutti i generi e di fornire un rapporto tra qualità e produttività che non si era mai visto, si trattasse di fumetto d’autore o di fumetto popolare.
Chi è stato il primo del gruppo a diventare professionista?
Raffaele Della Monica, che ebbe un contratto con una casa editrice di fumetti porno d’autore, che allora erano una bella palestra di crescita professionale. Poi entrambi, lui prima di me, abbiamo trovato posto nel team di disegnatori di Alan Ford. Nel frattempo ho cominciato a lavorare anche per le Edizioni Cioè, e in particolare per Boy Comics e per Tilt.
Nel 1987 è diventato anche insegnante di arte.
Ero in possesso dell’abilitazione all’insegnamento. Un mio amico dell’Accademia mi invitò a presentare una domanda di supplenza in una provincia dove ci fosse qualche possibilità di entrare nella scuola. Scegliemmo Vicenza. Con mia grande sorpresa, fui chiamato. Poi partecipai al concorso a cattedra a Venezia, vinsi, ed eccomi qui, al Liceo Scientifico di Valdagno.
Negli anni successivi lei ha disegnato molti personaggi per bambini.
Ho lavorato con il Corrierino dei Piccoli, disegnando le Tartarughe Ninja, Tiramolla, Prezzemolo di Gardaland e i personaggi della Warner Bros, in particolare Wile E. Coyote e Daffy Duck. Recentemente anche Magic Geox.
Bisogna avere una sensibilità particolare per narrare storie a fumetti destinate ai bambini?
Bisogna avere memoria, ricordarsi di se stessi da bambini. Tecnicamente, poi, occorre un “segno” abbastanza rotondo, che gli inglesi chiamano childy, e che i più piccoli apprezzano molto. Per fortuna, questo segno io ce l’ho.
Ha mai disegnato storie sue e personaggi inventati da lei?
A metà degli anni Novanta ho pubblicato un mio personaggio, Ozzy, poi assieme a De Nardo, ho scritto e illustrato diverse storie mie, pubblicate sull’Intrepido. E’ stato un breve e felice periodo di assoluta libertà creativa. Ricordo che su uno degli ultimi numeri dell’Intrepido, per casualità assoluta, si concentrarono lavori di molti di noi salernitani: io, De Nardo, Della Monica, Brindisi, Siniscalchi. Purtroppo l’Intrepido chiuse, per problemi di cattiva gestione interna, e così quella esperienza ebbe termine.
Nel 1997, però, entrò nella scuderia della Bonelli.
Mi chiamarono a disegnare Dampyr, il cacciatore di vampiri, e da allora è diventato la mia piacevole condanna. E’ un personaggio di grande spessore, mi piace molto, anche perché l’ho seguito fin dall’inizio. Sarebbe facile dire che si tratta di un antieroe, in realtà è un mezzo vampiro per parte di padre, che scopre di avere un tipo di sangue che è l’unica cosa che può uccidere i vampiri. Di fronte alla scelta se diventare un vampiro, e acquisire l’immortalità, oppure restare un essere umano, e di conseguenza combattere il male, opta per il bene, per l’umanità.
Salerno è mai entrata nelle sue tavole?
Nel 2000 ho pubblicato un calendario insieme ad altri disegnatori dove ho proposto una mia visione a fumetti di Salerno, molto sentita e appassionata. Per il resto, non nascondo che a volte uso il campanile del Duomo come sfondo di paesaggi urbani.
Che rapporto ha con la sua città?
Amo Salerno, ci torno volentieri e la trovo davvero rinata rispetto al passato. A Pasqua ho fatto un giro per il centro storico e l’ho trovato meraviglioso. E’ una città che, per quanto la conosco, non finisce mai di stupirmi per le sue bellezze. Vedo segnali positivi anche nel mondo dell’arte, grazie a queste grandi mostre che si stanno organizzando.
Lei vive da anni a Valdagno, nel Nordest. Che cosa le manca di Salerno?
Da disegnatore, potrei dire la luce. Dove vivo, i giorni luminosi sono assai pochi. Ma mi manca anche il vento di mare, quella brezza marina che spira tra i palazzi di Pastena, e poi mi manca il paesaggio della mia terra. Qui il territorio è tutta una megalopoli padana, fatta di capannoni e di industrie, che da Torino arriva a Venezia e a Udine. Non c’è quello spazio libero fra i centri abitati, quella natura quasi selvaggia del Cilento o dell’entroterra salernitano.
Lei è stato un quattrocentista di buon livello e resta un uomo anche di sport. Segue le sorti della Salernitana?
Ultimamente poco. Sono rimasto colpito dalla brutta storia del treno, dopo la partita con il Piacenza, e mi sono disinteressato del calcio. Ora preferisco il rugby, dove l’ambiente mi pare più sano. Sono in contatto con la squadra di Salerno e sono preparatore atletico e dirigente della squadra di Valdagno, che milita in serie C. Naturalmente l’atletica resta il primo amore…
Ha mai avuto problemi o si è trovato a disagio per il suo essere meridionale?
No. Sono convinto che il problema del leghismo si spieghi antropologicamente, e sia legato a questioni di branco. Gli abitanti del Nordest, presi singolarmente, sono persone tranquille e generose. E quando dimostri di essere capace di lavorare quanto e più di loro, come hanno fatto tanti meridionali emigrati qui, ti rispettano e ti stimano.

(La Città di Salerno, 18 aprile 2004)

Scheda biografica

Giuliano Piccininno nasce il 5 settembre del 1960 a Giffoni Valle Piana. Nel 1977, mentre frequenta il Liceo Artistico di Salerno, fonda con gli amici De Nardo, Della Monica e Picerno e Lauria lo Studiocaf, primo nucleo di quella che sarà poi definita "Scuola Grafica Salernitana". Dopo aver conseguito il titolo di Scenografo all’Accademia delle Belle Arti di Napoli, nel 1982 vara la rivista autogestita “Trumoon”, grazie alla quale esordiscono anche altri giovani autori salernitani oggi noti quali Brindisi, De Angelis, Coppola, Bigliardo; l'esperienza dura pochi numeri in quanto tutti gli autori trovano in breve lavoro presso vari editori. Passa al professionismo nel 1984 con Alan Ford che disegna fino al 1987, anno durante il quale, a seguito di concorso, entra in ruolo come insegnante di Disegno e Storia dell'Arte. Stabilitosi a Valdagno, in provincia di Vicenza, inizia a collaborare alle testate "Masters of the Universe" e "Magic Boy". Dal 1992 lavora per Il Corrierino disegnando le Ninja Turtles ed i personaggi della Warner (Wile E. Coyote, Daffy Duck), per il nuovo Intrepido su testi di De Nardo, e per Starcomix, sulle cui pagine da’ vita ad un personaggio interamente suo, “Ozzy", con avventure successivamente raccolte in volume dalla Tornado Press. Dal 1994 disegna e sceneggia Arthur King, l’insolito personaggio di Bartoli e Domestici. Nel 1995 coordina per la Tornado Press il progetto "Thrash" allo scopo di promuovere disegnatori esordienti. Del 1996 disegna e scrive storie per “Prezzemolo”, il draghetto mascotte del parco di Gardaland edito dalla multinazionale danese Egmont e produce la serie supereroistica di “Rave”, pubblicata dalla Tornado Press. Nel 1997 approda alla Sergio Bonelli Editore, come disegnatore del cacciatore di vampiri “Dampyr”, lavoro che lo impegna tuttora. Recentemente ha scritto e disegnato le avventure di “Magic Geox”, albi pubblicitari diffusi in tutto il mondo.

Intervista a Maria Giustina Laurenzi, attrice

di Mario Avagliano

Attrice, regista televisiva e teatrale, autrice di sceneggiature e di testi per il teatro. La cinquantenne salernitana Maria Giustina Laurenzi è un vulcano di iniziative. E’ una delle registe preferite di Dacia Maraini e ha frequentato a lungo casa Moravia. E’ amica di Lina Wertmuller e ha recitato in molte delle sue pellicole, come “Francesca e Nunziata”, il film-tv tratto dal fortunato libro di Maria Orsini Natale e andato in onda su Canale 5 la scorsa stagione. La Laurenzi vive tra Salerno e Roma, dove ha la sua base di lavoro, e il prossimo 5 aprile presenterà al Teatro delle Arti il suo ultimo documentario, voce narrante la Maraini, dedicato alla provincia di Salerno tra miti, storia e cultura.

Partiamo dalla Salerno della sua infanzia...
La mia è una famiglia di commercianti. Mio padre e mia madre si amavano molto. Ho avuto un’infanzia bellissima. Vivere in una città piccola facilita le amicizie, gli incontri, i giochi. Abitavo in via Principessa Sighelgaita e passavo interi pomeriggi a giocare con i miei amici nell’allora Orto Botanico.
Com’era la Salerno di quel tempo?
La Salerno degli anni Cinquanta era una città urbanisticamente elegante, con un lungomare di grande fascino. Poi purtroppo, a cavallo degli anni Sessanta, quando ero adolescente, ho visto sorgere i mostri, i palazzoni di cemento, specie nella zona orientale. Culturalmente, invece, c’era ben poco, a parte alcune figure importanti come Alfonso Gatto. Un giorno, avevo quindici anni, mi ritrovai a leggere le poesie di Gatto al Casino Sociale, con lui presente. Ricordo ancora che al termine della serata si complimentò con me e io arrossii.
Quando nasce la sua passione per il teatro?
Io studiavo al Liceo Artistico, con mia cugina Loredana Gigliotti, che poi è diventata una brava pittrice. Quasi subito, però, mi resi conto che quello non era il mio mondo, e così a 14-15 anni cominciai a frequentare un gruppo di ragazzi che faceva teatro, tra i quali c’era Geppino Gentile, che ora insegna letteratura spagnola all’Università. Insieme a loro feci i primi passi in quel mondo nel gruppo di Alessandro Nisivoccia.
Ci parli di Nisivoccia.
Avevamo entrambi i nasi più belli di Salerno; belli perché lunghi, intendo dire. Lo prendevamo bonariamente in giro perché imitava Gasmann. Siamo rimasti amici. Quando lo incontro per strada, ci abbracciamo contenti.
Il ‘68 lei lo vive sulle “barricate”…
Partecipai intensamente a quella stagione. Ho dei ricordi bellissimi. Per esempio, le riunioni carbonare negli appartamenti per organizzare le occupazioni della scuola. Facevo parte di un gruppo di persone vitali che aveva uno scopo nella vita. Ci credevamo veramente, i ragazzi di oggi non se ne rendono conto. Avevamo la sensazione di vivere una rivoluzione, eravamo certi che tutto il mondo sarebbe cambiato.
E’ in quel turbinio di passioni e di ideali che conosce Michele Santoro?
Sì. Michele era già allora un leader. T’incantavi a sentirlo parlare. Era un ragazzo di grande intelligenza, che sapeva il fatto suo. Tra l’altro era bellissimo. Piaceva molto alle ragazze. Con lui organizzammo anche spettacoli di strada. Ricordo un memorabile “Fanfani e Pulcinella”.
Santoro faceva teatro?
Faceva parte del gruppo teatrale dal quale, nel 1970, ebbe origine Teatrogruppo.
Il Teatrogruppo di Salerno fu una delle realtà più interessanti del teatro sperimentale di quegli anni.
La nostra intenzione era “politica”. Volevamo realizzare spettacoli che arrivassero in maniera diversa alla gente, producendo un teatro non più borghese ma di ricerca. C’erano Paola Apolito, Geppino Gentile, Carlo Vassallo, Ciro Caliendo, Gabriella e Giuliana D’Amore, Andrea Bastolla, Fiorenzo Santoro, Attilio Bonadies, Michela Manzoni. Ognuno di noi ha preso strade diverse, chi è diventato magistrato, chi docente universitario, chi preside, ma quell’esperienza fu davvero formativa per tutti, perché eravamo animati dalla voglia di stare insieme, di creare insieme.
Con il Teatrogruppo rappresentaste spettacoli nei luoghi sacri della cultura italiana, dalla Biennale di Venezia alla Piccola Scala di Milano.
Le nostre messe in scena erano il frutto di una grande ricerca sulla musica, i canti e i balli della tradizione popolare del salernitano. Era una cosa nuova per il teatro italiano e quindi ci invitarono un po’ dappertutto. Uno spettacolo assai emozionante fu a Torino, sotto un tendone da circo, ad una rassegna nazionale di teatro di ricerca. Cominciò a piovere e sotto il fragore della pioggia la nostra cantante, Adriana Ciaco, intonò una ninna nanna popolare che mise i brividi a tutti gli spettatori. Fu come se ci avesse restituito un pezzo di mondo antico.
Nel 1977 lei fonda e dirige Teatra.
Erano gli anni del femminismo. Sentivamo l’esigenza di sperimentare un teatro scritto e interpretato secondo il punto di vista delle donne. All’inizio pensammo a una scissione dal Teatrogruppo, ma lì c’erano i nostri fidanzati e mariti, e allora ci limitammo a declinare il gruppo al femminile. Scoprimmo che c’è un modo diverso di narrare al femminile, che da storie minime riesce a tirare fuori interi mondi. Adesso questo tipo di linguaggio è facilmente riconoscibile, per esempio in donne regista come Francesca Comencini, ma allora era una novità rivoluzionaria.
Scrivendo e recitando per Teatra conosce Dacia Maraini.
La incontrai per la prima volta nel 1979, nel corso di un convegno sul teatro delle donne. Qualche tempo dopo lei mi chiamò a dirigere un suo spettacolo teatrale, Suor Juana. Era il mio primo contratto da professionista. Fu un successo e da allora Roma diventò la mia città di vita e di lavoro.
Lei ha curato la regia di molti testi teatrali, cinematografici e radiofonici di Dacia Maraini. Com’è nel privato questa grande scrittrice?
Dacia è una delle mie migliori amiche, è una persona con la quale ho diviso tante cose, dai viaggi, all’arte, al teatro, fino alla vita di tutti giorni. Per me è stata anche una maestra, mi ha insegnato molto a livello di scrittura e mi è stata vicina nei momenti di scoraggiamento, quando volevo mollare tutto. Di carattere è un po’ brusca, tra amiche la chiamiamo Madame Bruschetti. In realtà è un donna straordinaria, buonissima.
Tramite la Maraini lei ha frequentato anche Alberto Moravia.
Ho trascorso molte vacanze nella loro casa di Sabaudia. Moravia era quello che si dice un burbero buono. Ricordo che di sera rimanevamo in pochi, poiché la maggior parte degli ospiti usciva. Io sedevo accanto a lui e con la mia faccia tosta gli chiedevo di raccontarmi dei suoi viaggi. Passavo ore e ore ad ascoltare incantata le sue esperienze e le sue peripezie in Africa, in Cina, in giro per il mondo. Era un vero affabulatore. Diceva sempre che se non avesse fatto lo scrittore, sarebbe diventato un avventuriero.
Nella sua carriera artistica c’è un altro incontro “fatale” con una grande donna della cultura e dello spettacolo italiano, Lina Wertmuller.
Lina mi chiamò a collaborare alla sceneggiatura di una storia sulle canzoni napoletane, intitolata “Napoli luntanamente”, insieme a Raffaele La Capria. Quella sceneggiatura non è mai diventata un film, ma solo uno spettacolo teatrale. E’ iniziata però un’amicizia che dura tuttora e che ci porta a condividere sogni, progetti, speranze. Insieme a lei ho realizzato il Don Chisciotte, con la collaborazione del Conservatorio di Salerno e di quel bravissimo musicista che è Antonio Sinagra.
Anche la Wertmuller quanto a carattere non scherza…
La sua frase tipica è: “State attenti, che io picchio!”. Ed è vero, è un peperino, è una donna guerriera, ma insieme a Dacia è anche una delle persone più buone e generose che io conosca.
Con la Wertmuller lei è tornata anche a fare l’attrice.
Sì, ho recitato in alcuni suoi film: Ninfa Plebea, Francesca e Nunziata e Io speriamo che me la cavo. A proposito di quest’ultima pellicola, voglio raccontarvi un aneddoto che mi riguarda. Quando chiamarono la Wertmuller per proporle la regia di questa pellicola, ero a casa sua, stavamo lavorando a una sceneggiatura. Mandammo subito un amico ad acquistare il libro di Marcello D’Orta in libreria. Quando ce lo portò, lei mi disse: “Leggimelo tu, con il tuo bell’accento napoletano…”. Da allora è diventato un rito: ogni volta che fa un film, mi chiama a recitare o in qualche modo a partecipare al suo lavoro. Sono diventata un suo portafortuna.
In Francesca e Nunziata lei ha interpretato la zia di Sofia Loren.
Mi sono divertita da morire a girare un film tutto in costume, e poi con grandi attori come Giancarlo Giannini e Sofia Loren. La Loren è di una bellezza sconvolgente, ed è anche simpatica. E’ una donna semplice, mi creda.
La settimana prossima presenta il suo ultimo documentario televisivo, “Gran Tour”, dedicato alla provincia di Salerno, con la voce narrante di Dacia Maraini.
E’ il diario di viaggio di Dacia Maraini tra i miti, le suggestioni, la cultura, i profumi, la storia della nostra bellissima provincia. Mi hanno aiutato molto a realizzarlo dei miei amici fedelissimi, tra i quali mio cugino Lorenzo Gigliotti. L’idea è nata insieme al Presidente dell’ente provinciale Alfonso Andria, una persona veramente speciale, che ama profondamente il teatro. Posso aggiungere una cosa su di lui?
Prego.
Andria non sembra neanche di questa epoca qui. E’ impegnato su mille fronti, lavora dalla mattina alla sera, e pure nello stress rimane un uomo pieno di grazia, di cultura, un gentiluomo di altri tempi, distante anni luce dai politici rampanti di oggi, che sono soltanto rabbia e guerra.
A proposito di Salerno, è cambiata rispetto agli anni Settanta?
I sindaci degli ultimi anni si sono dati un gran da fare. Salerno si è letteralmente trasformata, recuperando l’antica bellezza e il suo fascino di città che si affaccia sul mare e sale dolcemente lungo le colline.
Ha nuovi progetti legati a Salerno?
L’Asl salernitana mi ha chiesto di realizzare un documentario sulla salute mentale. Ho già iniziato i sopralluoghi e devo dire che sono rimasta favorevolmente impressionata. La qualità della vita di chi soffre è migliorata in modo incredibile rispetto ai tempi bui dei manicomi.
Da donna di spettacolo e di cultura, che giudizio ha del clima culturale della Salerno di oggi.
Ho un giudizio molto positivo. Vedo dei bagliori di rinnovamento che fanno ben sperare. Penso alla rassegna teatrale al Teatro Verdi curata da Gennaro Cappuccio e da Franco Tozza, alle grandi mostre d’arte nel complesso di Santa Sofia, alle sette orchestre dell’Università, all’associazione D’Una che organizza un festival cinematografico delle donne. Dopo trent’anni sono stanca di vivere a Roma, e grazie a tutte queste iniziative, trovo sempre più spesso l’occasione di poter trascorrere lunghi periodo di tempo a Salerno, la città che amo e dove ho tutti i miei affetti.

(La Città di Salerno, 28 marzo 2004)

Scheda biografica

Maria Giustina Laurenzi è nata a Salerno il 19 maggio del 1951. Laureata in Lettere Moderne, ha frequentato il corso di sceneggiatura cinematografica di Gigliola Scola e quello di scrittura teatrale di Dacia Maraini. Dal 1970 al 1980 ha lavorato come attrice, animatrice teatrale e ricercatrice con il Teatrogruppo di Salerno, realizzando numerosi spettacoli che sono stati rappresentati, tra l’altro, alla Biennale di Venezia, alla Piccola Scala di Milano, al festival internazionale di Lenzburg e al festival di Chieri. Tra il 1977 e il 1980 è stata assistente volontaria alla cattedra di Storia del Teatro e dello Spettacolo dell’Università di Salerno. Sempre nel 1977 ha fondato e diretto, fino al 1985, il gruppo teatrale Teatra, per il quale ha scritto e messo in scena gli spettacoli: S.C.U.M., Vuoto a perdere, Viaggio di ritorno, Dipartire, Alla ricerca del bottino perduto. Dal 1980 lavora assiduamente con Dacia Maraini, per la quale ha firmato la regia di numerosi testi teatrali (Suor Juana, Viaggio nella memoria, Lezioni d’amore, Lettere al padre), cinematografici (Trio e Scialle azzurro) e radiofonici (Quarto mondo). Per il teatro, nel 1987 ha diretto Uscita d’emergenza, di Manlio Santarelli, con il gruppo Il Giullare, e più di recente, El Retablo de Maese Pedro (2003), opera musicale da Manuel De Falla. Per il cinema, ha scritto tra l’altro il film Tutti gli anni, una volta all’anno (1994), con Giorgio Albertazzi, Vittorio Gassman e Lando Buzzanca, presentato fuori concorso al festival del Cinema di Venezia. Dal 1985 lavora alla Rai come regista ed autrice. Ha recentemente firmato con Mauro Morbidelli e Loredana Rotondo una serie di ritratti di Rai Educational dal titolo Vuoti di memoria.

Intervista a Lorenzo Gigliotti, regista

di Mario Avagliano


Se c’è un regista televisivo italiano che rappresenta l’antitesi della tv spazzatura e dei reality show, è il salernitano Lorenzo Gigliotti, che nell’ultimo decennio ha realizzato alcuni dei programmi culturali di più alto spessore mandati in onda dalla Rai, da Storia dell’Economia con Galbraith a Storia della Letteratura Italiana con Edoardo Sanguineti. Non a caso Bernardo Bertolucci ha scritto di lui: “Senza dubbio quella di Gigliotti è televisione di qualità”. Gigliotti è anche regista di alcuni apprezzati documentari di Rai Educational, e in passato ha girato diversi spot pubblicitari, tra cui due del Pastificio Amato. Da New York, dove si trova adesso, parla della tv italiana e dei suoi progetti futuri, tra cui spicca la realizzazione di un documentario sulle feste popolari salernitane negli Stati Uniti d’America.

La sua famiglia è salernitana?
Sì, appartengo a una famiglia di commercianti salernitani. Nel primo Novecento il mio nonno paterno possedeva un’industria di scarpe. Mio nonno gestiva un famoso negozio di giocattoli, la Galleria Gigliotti, che sorgeva dove è adesso il bar Nazionale. Quando risiedo a Salerno, vivo nella casa dove è nato mio padre, che si trova sul lungomare, all’altezza del centro storico.
Com’era la Salerno della sua infanzia?
Ho sempre amato Salerno, i suoi profumi, la sua luce, i suoi vicoli. Il privilegio di abitare vicino al mare, rende il ricordo ancora più piacevole. Certo, poi c’era l’altra faccia della medaglia di una città che per lunghi anni è stata senza biblioteca, senza un teatro, e che presentava pochissimi appuntamenti musicali e culturali di livello. In quegli anni era dura vivere a Salerno per chi guardava oltre l’orizzonte della provincia. Ricordo che quando si organizzava un concerto al Casino Sociale o al Canottieri, per me era un avvenimento!
I suoi inizii sono musicali più che televisivi…
Nella mia famiglia l’arte è di casa. Da ragazzo ho studiato a lungo pianoforte, sulla scia di mio padre Francesco, che suonava jazz. Ma sono cresciuto cibandomi non solo di musica. Mia sorella Loredana è una brava pittrice. Mia cugina Giustina Laurenzi è una regista teatrale e televisiva. Mio zio Vittorio Gigliotti è un architetto di valore mondiale, che con Paolo Portoghesi ha realizzato tra l’altro la Moschea di Roma e la Chiesa di Fratte. Mia cugina Brigitte è la scenografa di Zeffirelli…
A un certo punto, però, ha lasciato lo studio del pianoforte.
Ho capito che non era quella la mia strada e così, dopo essermi diplomato al Liceo Scientifico “Da Procida”, mi sono dedicato alla filosofia. Mi sono laureato all’Università di Salerno con Achille Mango come relatore e una tesi abbastanza singolare per l’epoca: un video sul narcisismo. Credo che sia stata la prima o una delle prime tesi italiane in video.
Nel 1985 ha vinto il concorso del Ministero dei Beni Culturali.
Si trattava di realizzare una serie di documentari per la Conservazione dei Beni Demoetno-antropologici, sotto la guida del famoso antropologo Diego Carpitella. Da allora l’antropologia è diventata la lente attraverso la quale leggo la realtà.
Dal 1990 è entrato nella ristretta cerchia dei registi televisivi della Rai.
Ho curato la regia sia di programmi culturali che di intrattenimento, passando dalla Storia dell’Economia, girata a Boston, negli Stati Uniti, al concerto live dell’Orchestra Italiana di Renzo Arbore a Ischia.
Con una parentesi anche nel mondo pubblicitario.
Ho lavorato per la BBDO International, l’agenzia che tra l’altro cura la pubblicità della Pepsi Cola. Mi sono divertito, non rinnego quell’esperienza, ho sperimentato un diverso modo di narrare per immagini, anche se il genere che prediligo è senza dubbio il documentario.
Perché?
Trovo che il documentario sia uno strumento conoscitivo della realtà e sia utile per capire in profondità certi argomenti.
Tra i tanti programmi e documentari che ha realizzato, qual è il lavoro di cui va più fiero?
Sicuramente i documentari di antropologia. Se devo citarne uno, direi quello sui Gigli di Nola, che io considero la più bella festa del mondo, e che è stato mandato in onda dalla Rai e anche da alcune televisioni americane.
Lei ha lavorato con importanti personaggi della cultura, della scienza e dell’arte. Chi l’ha colpita di più?
Non sempre la grandezza e l’umanità vanno a braccetto. Bernardo Bertolucci si è rivelata una persona di una grazia e di una gentilezza unica. Un altro personaggio di una dolcezza estrema e di grande fascino intellettuale è Edoardo Sanguineti. Ma mi è anche capitato di lavorare con personaggi antipatici, odiosi, scostanti, come un famoso musicista, di cui non voglio fare il nome.
Le piace la tv di oggi, dominata dai format e dalle fiction?
Sono lontano da questa tv che mi sembra una lunga sequela di spot interrotta ogni tanto da qualche programma. Anche le trasmissioni culturali spesso sono gestite come lunghi spot televisivi senza pensare che la cultura, l’apprendimento ha bisogno di altri tempi e altre scelte estetiche. Io ho un’idea diversa di televisione, per me la forma, la tecnica, serve ad esprimere il contenuto. Un programma è riuscito solo se riesce a mixare questi due aspetti.
Non salva niente?
Apprezzo i programmi di Rai Educational, anche se vanno in onda in orari infelici, alle 8 del mattino o alle 2 di notte. Mi piace molto la Grande Storia, un bellissimo programma per il quale lavora anche un mio ex compagno di banco della scuola elementare Vicinanza Ferdinando D’Arezzo, figlio del ministro. Al Liceo, io Ferdinando e Alfonso Pecoraro Scanio eravamo inseparabili.
Alfonso Pecoraro Scanio?
Proprio lui. Eravamo compagni di banco e amici veri. Alfonso fin da bambino era un leader. Ricordo che dopo l’esame della V elementare, piantò una grana perché voleva fare in modo che la nostra maestra potesse seguirci anche alla scuola media. Era già allora un ragazzo di grande ipnotismo e capacità di leadership. Anche io, a modo mio, sono un leader, infatti faccio il regista, ma come si dice dalle nostre parti “lui non mi vede proprio”.
E’ vero che lei vive tra New York, Roma e Salerno?
Sono convinto che non avere una dimora fissa sia un vantaggio, perché permette di cogliere il meglio delle città dove si vive.
Parliamo di New York.
Io amo molto New York, ci abito per gran parte dell’anno. Per me è una base di vita e di lavoro. Per esempio ora sto realizzando con l’antropologo Paolo Apolito un documentario per la Provincia di Salerno sulle feste popolari salernitane che vengono organizzate dalle comunità di italoamericani negli Stati Uniti, come a Brooklyn. Spero che sia il primo documentario di una lunga serie dedicata a questo tema.
Qual è il suo rapporto con Salerno?
Sono fortemente legato alla mia città, ho dedicato anche una poesia a Salerno. Il fatto di viverci solo alcuni mesi all’anno, me la fa amare ancora di più. Credo che negli ultimi anni sia migliorata moltissimo, architettonicamente e culturalmente. Ci sono tanti cinema, c’è un teatro di prim’ordine, si organizzano concerti di musica classica, mostre d’arte internazionali, è in vista la metropolitana. Giudico assai positivo il progetto di città dinamica che è stato portato avanti negli ultimi anni.
Salerno non ha neppure un difetto?
Forse l’unico difetto è l’illuminazione del lungomare. Un tempo i lampioni erano radi e la luce più soffusa. L’attuale illuminazione a giorno toglie il fascino dello stare seduti di fronte al mare… E poi, pensandoci bene, se un errore storico è stato commesso, è stato quello di trasferire l’università fuori dalla città.
Colpa di chi?
E’ stata un’operazione terribile, di carattere esclusivamente elettorale, che cade tutta sulle spalle di De Mita. Portoghesi, mio zio Vittorio con l’allora sindaco Menna cercarono di evitare questo errore, ma non ci riuscirono. E’ stato veramente assurdo costruire il campus a Fisciano. E pensare che Salerno nel Medioevo era sede della Schola Medica Salernitana! Il risultato è che i professori vengono all’Università, fanno lezione e vanno via… Non c’è circolazione di idee! Non c’è rapporto tra l’Università e la città!
Progetti nel cassetto?
Un’opera lirica. Spero che la situazione si sblocchi presto.
Ha mai lavorato a Salerno?
Quasi per niente, e quando è capitato, è stato veramente complicato. Ricordo le difficoltà anche burocratiche che ho incontrato quando ho girato il Don Giovanni al Teatro Verdi, con Roberto De Simone. Soltanto il Presidente della Provincia Andria si è mostrato sensibile alle mie proposte. Il resto della città neppure sa che esisto, probabilmente…

(La Città di Salerno, 21 marzo 2004)

Scheda biografica

Lorenzo Gigliotti, scrittore e regista, è nato a Salerno il 31 luglio del 1958. Laureatosi in filosofia all’Università degli studi di Salerno, nel 1985 ha vinto un concorso del Ministero dei Beni Culturali ed ha curato la regia di un progetto di documentari per la Conservazione dei Beni Demo-etno-antropologici. Nel 1990 ha cominciato a lavorare con la Rai, come regista radiofonico e televisivo, realizzando programmi culturali, di intrattenimento e documentari, molti dei quali premiati in Festival Internazionali. Tra i programmi, vanno citati: Storia dell'economia, programma in 10 puntate con J.K. Galbraith (1998); Storia della Letteratura Italiana di Edoardo Sanguineti, programma in 30 puntate con E. Sanguineti (1998-1999); Lezioni di Cinema, programma in 15 puntate con Fernaldo di Giammatteo (2000), Breve storia della Logica, programma in 24 puntate con Piergiorgio Odifreddi (2002). Ha insegnato Istituzioni di Regia presso l'Istituto Universitario Suor Orsola Benincasa di Napoli. Ha anche pubblicato diversi saggi, biografie e una raccolta di poesie.

Intervista a Giampiero Virtuoso, musicista jazz

di Mario Avagliano

La critica ha scritto che il suo “drumming è dinamico” e che la sua batteria viaggia attraverso jazz, funky, tango e reggae. A quasi 39 anni, Giampiero Virtuoso da Cava dei Tirreni è forse il batterista più amato nel mondo jazzistico italiano. Non a caso è entrato stabilmente nella squadra di talenti di Gegè Telesforo, e vanta collaborazioni con importanti musicisti americani e brasiliani. Intervistato da la Città, Virtuoso sostiene che “Salerno è la New Orleans italiana”, ma lamenta la scarsa sensibilità dei gestori dei locali e delle istituzioni verso gli artisti salernitani.

La sua famiglia è cavese?
Sì, per essere precisi della Badia di Cava. Mio padre era impiegato comunale, mia madre casalinga.
E’ vero che a cinque anni già sognava di diventare un batterista?
La batteria mi ha sempre affascinato, fin da piccolo, forse per la forma dello strumento, forse per il suono vibrante… Non so dire il perché, in famiglia nessuno suonava le percussioni. Eppure di notte sognavo di suonare la batteria, e a scuola invece di disegnare case ed alberi, disegnavo la grancassa, i piatti, il tamburo, insomma era quasi una fissazione.
Chi l’ha iniziata alla musica?
Mio padre era appassionato di musica lirica e di musica classica. Mio zio Antonino era direttore d’orchestra, e suonava il corno. Chi però mi ha fatto conoscere il genere di musica che poi mi è entrato nel cuore, è stato mio fratello Roberto, che era chitarrista. Grazie a lui ho ascoltato Santana e poi i grandi gruppi rock degli anni Settanta.
Ha avuto qualche maestro?
Ho iniziato a studiare a tredici anni con Pietro Vitale, che a sua volta mi trasmetteva i preziosi insegnamenti del Maestro Antonio Golino, grande batterista napoletano. Poi ho continuato da autodidatta, e mi sono formato prima suonando cover nei garage, e poi esibendomi in decine e decine di night e di jazz club di tutt’Italia e anche all’estero.
Il primo concerto dal vivo?
A parte le feste di compleanno, la mia prima esibizione dal vivo risale al 1984, al Pub Il Moro, a Cava, che forse è stato il primo locale nel salernitano a proporre concerti live di jazz o di blues. Gli amici con i quali suonavo allora erano, oltre a Pietro Vitale, Alfonso Adinolfi, Enzo Carratù, Carlo Senatore. Tra l’altro, per me frequentare il Moro è stata l’occasione anche di conoscere grandi artisti come Larry Nocella e Franco Del Prete.
Quando è diventata una cosa seria il mestiere di batterista?
Più o meno intorno al 1987, quando avevo 18-19 anni e, proprio al Moro, ho conosciuto i fratelli Deidda, nel corso di una jam session. Sono nate un’amicizia e un feeling che hanno avuto un prosieguo alle Botteghelle di Salerno e durano tuttora. Ricordo che tra il ’90 e il ‘91 avevamo affittato un locale a Fratte, che chiamavamo “Il Posto”. Andavamo lì e suonavamo tutta la giornata insieme, imparando gli uni dagli altri e sperimentando nuove sonorità.
Chi sono Alfonso, Dario e Sandro Deidda?
Sono tre grandissimi talenti e, dal punto di vista umano, delle persone assai gradevoli e piacevoli. Musicalmente, ogni parola sarebbe superflua: ho imparato molto da loro e abbiamo condiviso insieme tante esperienze.
In quegli anni Salerno era una fucina di musicisti jazz, blues, pop…
Alla fine degli anni Ottanta, Salerno ha vissuto una stagione straordinaria dal punto di vista musicale. Penso, oltre ai Deidda, a Giovanni Amato, Daniele e Tommaso Scannapieco, Amedeo e Gino Ariano, Stefano Giuliano, Joseph Lepore, Aldo Vigorito, Jerry Popolo, i Neri per Caso, Renato Costarella, Angelo Mutarelli, Gaspare Di Lieto e, nel campo del blues, Peppe Zinicola e il compianto Giovanni Ventre. Avevamo costituito anche un’associazione dei musicisti salernitani…
Il gruppo più “mitico” di quei tempi?
Credo la Gad-b Band, con Dario Deidda al basso; Bruno Brindisi, il grande fumettista di Tex Willer e Dylan Dog, alle tastiere; Jerry Popolo al sax; e Amedeo Ariano alla batteria.
Si parla di scuola salernitana del jazz. E’ d’accordo?
Se un ambasciatore del jazz come Gegè Telesforo sostiene che “Salerno è la New Orleans italiana”, un motivo ci sarà…
A proposito di Telesforo, come l’ha conosciuto?
Attraverso Dario Deidda. Gegè mi ha dato subito fiducia, ha creduto in me e sono ormai tre anni che lavoriamo insieme. E’ un bravissimo professionista e anche una persona semplice e un amico vero. Mi diverto molto a suonare con lui, soprattutto quando improvvisiamo duetti voce-batteria.
Sono emersi nuovi talenti di recente a Salerno?
Uno su tutti, Julian Olivier Mazzariello. Julian più che un talento è un genio. E’ il più bravo di tutti come pianista, ha la strada già tracciata, deve solo percorrerla. Ultimamente ha avuto qualche problema, ma sono felice che stia recuperando, anche grazie all’aiuto di Lucio Dalla.
A parte Mazzariello?
Direi Carla Marciano, che mi piacerebbe sentire nominata di più. E poi il pianista Alessandro La Corte, il bassista Antonio De Luise, il batterista Gaetano Fasano e, tra la schiera di giovani sassofonisti che seguono la scia dei Deidda e di Jerry Popolo, citerei almeno Peppe Platano e Antonio Loffredo.
Qual è oggi il panorama musicale a Salerno?
Non vedo grandi fermenti. Forse i tempi sono cambiati, e poi ci sono anche meno locali che propongono musica dal vivo, e i gestori quasi sempre non tutelano gli artisti e non curano l’acustica. A parte il Fabula e il Colonial, il panorama è deprimente.
Come mai?
Nella nostra provincia si valorizza poco il bene cultura. Per restare al jazz, a Napoli si fa molto di più per valorizzare i musicisti, e senza avere i talenti che ci sono a Salerno.
Il suo giudizio su Salerno è negativo anche per quanto riguarda i cambiamenti urbanistici?
No. Salerno si è trasformata negli ultimi anni, e grazie al sindaco De Luca ha fatto dei progressi straordinari. Ora è veramente un gioiellino!
E la sua città natale, Cava?
Mi sembra un po’ più statica, sia dal punto di vista urbanistico che dal punto di vista culturale. La città è deliziosa, ma iniziative zero. Per fortuna ha riaperto il Pub il Moro. Spero che possa dare lustro a Cava e diventare di nuovo un punto di riferimento in Campania per i musicisti e per gli amanti del jazz e del blues.
Qual è il suo genere musicale preferito?
Non è un mistero che io prediliga il jazz, ma non mi fermo lì. Sono un batterista “versatile”. Mi piace suonare un po’ di tutto, anche il funky, la fusion. Ho collaborato pure con musicisti pop, da Mango a Barbara Cola.
Qual è il batterista a cui si ispira Giampiero Virtuoso?
Mi piacciono i batteristi musicisti, quelli che pensano innanzitutto alla musica, prima di dare sfogo alla tecnica. Non ce n’è uno solo. Se devo fare dei nomi, dico Peter Erskine, con il quale ho avuto l’opportunità di partecipare a uno straordinario seminario di lavoro. E poi Tony Williams, Elvin Jones, Jeff Porcaro. Ultimamente un batterista che mi fa impazzire, è Brian Blade.
Quali sono i musicisti con i quali ha lavorato che le hanno dato di più, dal punto di vista professionale ed umano.
E’ difficile rispondere, perché sono tanti: il chitarrista brasiliano Toninho Horta, Antonio Onorato, Nicola Stilo, Gianni Basso, che è un sassofonista straordinario, i fratelli Farias. E sicuramente ne ho dimenticato qualcuno.
Progetti in corso?
Sto suonando con Dario Deidda e con Daniele e Tommaso Scannapieco, in giro per i clubs di tutt’Italia. Presto farò delle serate anche con Gianni Basso e in trio con Angelo e Aldo Farias. In primavera, poi, entrerò in studio di registrazione per il nuovo disco di Michele Di Martino.
Vive solo per il jazz o ha anche altri interessi?
La famiglia per me è importante. Mia moglie Michela è di Napoli e ci siamo conosciuti in un locale napoletano, nel corso di un concerto. La musica porta anche questo! Mi ha dato uno splendido bimbo, Manuel, che adesso ha 2 anni e quattro mesi. A parte il jazz, le mie passioni sono la fotografia e internet. Mi diverto molto anche con i programmi di composizione musicale. Ho scritto un po’ di pezzi, ma per ora rimangono nel cassetto. Anche se, un giorno, mi piacerebbe farne un disco tutto mio.

 (La Città di Salerno, 29 febbraio 2004)

Scheda biografica

Giampiero Virtuoso nasce a Cava dei Tirreni il 10 marzo del 1965. Fin dalla tenera età di cinque anni mostra un notevole interesse verso la batteria. A tredici anni inizia a studiare con il Maestro Antonio Golino, proseguendo poi da autodidatta. Si avvia quindi alla sua attività di professionista, con varie esperienze all’estero in night club e in jazz club.
Nel 1987 conosce i fratelli Deidda, con i quali inizia a suonare nei locali di Salerno e provincia insieme a Daniele Scannapieco, Joseph Lepore, Jerry Popolo e altri.
Nel 1988 è tra i fondatori dell’orchestra dell’A.M.S. (associazione musicisti salernitani) con la quale partecipa a vari festivals. Nel 1988 collabora nel campo della musica leggera con Mango (in studio) e negli anni seguenti in vari tour con: Pier Giorgio Farina, Ivan Cattaneo e Barbara Cola.
Da ricordare le partecipazioni all’Umbria Jazz (1991), al Lecce Jazz (1999) e alla Festa della Musica di Praga (1999), alla Villa Celimontana Jazz (2003) e le collaborazioni jazzistiche con: Sam Rivers, Lester Bowie, John Lee, Tony Scott, Danilo Rea, Giovanni Tommaso, Nicola Stilo, Toninho Horta, Giovanni Amato, Antonio Onorato, Dario Deidda, Pietro Condorelli, Joe Amoroso e James Senese.
Attualmente collabora con vari musicisti tra cui i fratelli Farias, J. Popolo, D. Scannapieco, Danilo Rea, Deidda Brothers, Carico Eccessivo e Brazilian Love Affair, Gegè Telesforo (Pure Funk Live). Fa parte, già da alcuni anni, del gruppo di Antonio Onorato, e del Trio Three from the Ghetto di Dario Deidda.

Discografia:
Antonio Onorato - Un Grande Abbraccio (Polosud record 2000)
GeGè Telesforo – We Couldn’t Be Happier… (GoJazz 2002)
Jerry Popolo – Soul Eyes (coffee music 2003)

Intervista a Luigi Siniscalchi, fumettaro

di Mario Avagliano


Ha illustrato le indagini da incubo di Dylan Dog e gli enigmi di Martyn Mystére e di Zona X. Il salernitano Luigi Siniscalchi, 33 anni appena compiuti, è uno dei giovani talenti della scuderia Bonelli, grazie al suo tratto sintetico e spigoloso che piace tanto ai lettori di fumetti. Conosciuto nel mondo dei comics anche con lo pseudonimo di Sinis (diminutivo di Siniscalchi), è attualmente il disegnatore numero uno di Nick Raider, il detective della Squadra Omicidi di New York, che vanta origini italiane (il nonno si chiamava Raidero) e si muove nella spietata giungla urbana della Grande Mela.

Lei viene da una famiglia salernitana?
Sì. Mio padre Aniello era tornitore, lavorava alla Landis, nella zona industriale, ed era stato all’Orfanotrofio Umberto primo. Mia madre Giulia De Rosa era casalinga. Io sono l’ultimo di quattro figli.
Se dovesse disegnare la Salerno della sua infanzia, come la rappresenterebbe?
La Salerno della mia infanzia era il centro storico con il dedalo dei suoi vicoli; i cani e i gatti che popolavano i “bassi” salernitani; l’odore di bucato dei panni stesi sui balconi di via dei Mercanti; l’ex Orfanotrofio, dove spesso ci portava mio padre; la zona del “pennello” al porto. Ricordo le arrampicate sugli scogli; il Castello Arechi, prima che fosse restaurato… Era una Salerno bella, perché autentica, popolare.
Quando ha iniziato a cimentarsi nel fumetto?
A farmi conoscere questo mezzo espressivo fu mio fratello Eugenio, che ora è uno stimato pittore e insegnante. Nel periodo in cui frequentava l’Accademia di Belle Arti di Firenze, Eugenio cominciò a leggere riviste come Totem, l’Eternauta, Frigidaire, Alter Alter, Alan Ford, L’Incal di Moebius... Portò a casa quegli albi, e così all'età di 14 anni divenni un appassionato lettore di autori argentini (Muñoz, Breccia, Mandrafina, Font) ed italiani (Magnus, Liberatore, Pazienza). Più tardi conobbi anche i super-eroi, dall’Uomo Ragno a Conan, e apprezzai così Gil Kane, Buscema, Romita. Mi dilettavo a copiare e ricopiare anatomie e movimenti ripassando a china con la tecnica del pennello e del pennino.
Poi frequentò il liceo artistico…
Fui costretto a dimenticare tutto quello che avevo imparato da autodidatta. Gli insegnanti dicevano che avevo maturato uno stile considerato "troppo fumettistico". In effetti, soprattutto nei disegni liberi eccedevo in “grafismi”. Il mio maestro di figura fu Matteo Sabino (noto acquerellista e disegnatore salernitano) che mi educò alla tecnica del chiaroscuro e al disegno a penna "con una sola linea", senza il supporto della matita. Capii così l'importanza dello studio e l'insufficienza del solo talento istintivo.
Furono anni duri?
Abbastanza. Trascorrevo gran parte del mio tempo a disegnare qualsiasi cosa, riempendo blocchi di fogli con ritratti di attori e scorci della mia città.
Che tipo era Matteo Sabino, come maestro e come artista?
Sabino era un insegnante eccezionale che trasmetteva tecnica e passione. Un maestro senz’altro severo, esigente, capace di critiche forti, anche di dirti “strappa tutto e rifallo d’accapo”. Ho imparato molto da lui, in particolare mi ha insegnato a dare maggiore attenzione a quello che si guarda, senza improvvisare o inventare, a capire le cose nella loro essenza e soprattutto a dare il massimo di se stessi. Insomma pura filosofia di vita.
E il Sabino artista?
Era veramente un grande. I suoi paesaggi della costiera amalfitana sono opere insuperabili. Ho avuto la fortuna di vederlo dipingere, e devo dire che mi impressionava molto l’immediatezza e la “freschezza”dei suoi acquerelli. E’ difficile da spiegare in una battuta.
Quando tornò a disegnare fumetti?
Non ho mai smesso, anche quando studiavo al Liceo. Io sono un po’ più giovane degli altri esponenti della scuola salernitana del fumetto e così purtroppo non ho fatto in tempo a far parte della storica rivista Trumoon, che era animata da Giuliano Piccinino, Raffaele Della Monica, Giuseppe De Nardo, Bruno Brindisi e altri. Però entrai in contatto con loro e quando Bruno, Roberto De Angelis e Gino Coppola misero su uno studio in via Lungomare Trieste, m’invitarono a partecipare all’impresa ed io non me lo feci ripetere due volte.
Come vi siete conosciuti?
“Lo zoccolo duro” dei fumettisti salernitani, penso Al Mumble Rumbe (che all’inizio degli anni Ottanta era uno dei punti di ritrovo di musicisti e artisti salernitani). Io, invece, grazie a Licio Esposito, che nel lontano ’85 organizzò una rassegna di cartoni animati al Liceo Sabatini. Fui messo in contatto con Giuliano Piccininno e successivamente conobbi tutti gli altri.
Le piacque l’esperienza del lavoro comune?
Fu un’esperienza molto formativa. Ricordo quel periodo come un vero e proprio laboratorio di dibattito e di sperimentazione. Guardavamo agli stessi autori (forse per questo ci hanno definiti come “Scuola Salernitana”, per la nostra similitudine nel tratto). Siamo cresciuti insieme, disegnando ed ascoltando musica.
Che musica ascoltavate?
Un po’ di tutto. Io ero un fan dell’heavy-metal. Bruno Brindisi prediligeva la fusion, il jazz. Roberto De Angelis amava la musica dark e il rock degli anni Settanta. Gino Coppola preferiva Paolo Conte, i cantautori, ma anche gruppi emergenti per l’epoca come gli U2.
Il suo primo lavoro come fumettaro?
Fu grazie a Roberto De Angelis e a Bruno Brindisi, che mi dissero che si era aperta una casa editrice di fumetti hard a Roma, la EPP. L'editore visionò i miei disegni e mi commissionò una storia di 30 pagine a due vignette per tavola. Mi divertii molto, non senza affrontare le difficoltà del genere; si richiedeva un disegno realistico, con ambienti, automobili e naturalmente corpi nudi… la cosa più difficile!
Ehm… dal fumetto hard passò allo splatter…
Ben presto la EPP iniziò una nuova produzione horror e splatter e - assieme ai colleghi Coppola, Brindisi e De Angelis - lavorai su testi di Ferrandino, Dal Prà, La Neve.
All’inizio degli anni Novanta, la "scuola salernitana" fece il suo ingresso alla Bonelli.
Con mia grande meraviglia Tiziano Sclavi, l’autore di Dylan Dog, ci mise pochissimo tempo a decidere di “ingaggiarmi”. Le mie tavole di prova, lo ammetto, erano scarse, soprattutto per la fisionomia del personaggio, che non avevo”azzeccato”, ma lo scrittore rimase colpito da una figura mostruosa che avevo disegnato e da alcune sequenze. Iniziai a disegnare storie scritte da Claudio Chiaverotti, per Dylan Dog, appunto. Successivamente ho lavorato su testi di Claudio Castelli per Martyn Mystére e Zona X, con D'Antonio e Manfredi su Nick Raider e con Giancarlo Berardi, De Nardo e La Neve su Julia.
Oggi lei è disegnatore di Nick Raider e illustra le sceneggiature di Stefano Piani e Claudio Nizzi. Chi sono i fumettisti a cui si ispira?
In realtà è sempre difficile rispondere a questa domanda. Sono davvero tantissimi gli autori che mi piacciono. Tempo fa avrei citato nomi di disegnatori noir come Alex Toth, Muñoz, Mazzucchelli, Zaffino; avventurosi come Hugo Pratt e di commedia come García Seijas e Alfonso Font, oggi non saprei dire…potrei nominarne altri venti e dimenticarne qualcuno.
Quali sono i suoi hobby?
Adoro il cinema. Tra l’altro credo che non si può fare a meno di attingere da esso. Ho visto innumerevoli volte "Taxi Driver" e "Toro Scatenato" ,”Quei bravi ragazzi” ma, oltre a Scorsese, adoro Oliver Stone, un grande "raccontatore per immagini", il “deviato” Quentin Tarantino e apprezzo i film della commedia italiana di Dino Risi, di Massimo Troisi, Alessandro Benvenuti, il primo Verdone e i classici di Totò e Sordi.
So che lei è un grande appassionato di musica e di libri.
Disegnando non si può fare a meno di ascoltare musica. I miei idoli adolescenziali sono stati i Van Halen, i Mötley Crüe, gli Iron Maiden e molti altri gruppi heavy di quegli anni . Poi sono passato ai virtuosismi chitarristici di Malmsteen e Satriani ,al suono sporco di Jimi Hendrix e al "parlato" dei riffs di Frank Zappa e del pirotecnico Steve Vai. Oggi amo molto anche i cantautori italiani, fra tutti il preferito è Vinicio Capossela, ma non ho rinnegato il passato. L’altra mia passione è la lettura.L eggo con molto piacere Simenon (con il suo disilluso Maigret); John Fante e tempo fa anche gli autori italiani pulp,come Brizzi , Aldo Nove…e naturalmente i fumetti.
Quali fumetti?
Tex, Dampyr, Napoleone, Magico Vento, ma anche fumetti francesi e qualcosa di americano.
Qual è il personaggio che disegna più volentieri?
Io sono molto fedele, adesso dico Nick Raider, perché è duro e ironico al tempo stesso; però tempo fa forse avrei detto Dylan Dog, con il suo aspetto così fragile e la sua amarezza.
E il personaggio con il quale vorrebbe misurarsi?
Penso che Tex Willer sia l’espressione massima del fumetto popolare, chissà se un giorno sarò all’altezza di cimentarmi con i cavalli, i paesaggi e tutto quel mondo così distante da me, ma così interessante…
Il suo sogno nel cassetto?
Mi piacerebbe continuare su questa strada. La Casa Editrice Bonelli è la più importante casa editrice italiana e l’unica a produrre ogni genere di fumetti, quindi mi basta e avanza!
Negli ultimi anni sono emersi nuovi talenti a Salerno nel mondo dei comics?
Questa è una domanda difficile… Sì, credo siano nati nuovi disegnatori a Salerno, ma considerarli “talenti” mi sembra troppo. Affermo questo senza presunzione. Sicuramente ne ho visti di bravi nelle scuole di fumetti di Napoli e Roma, ma da noi a Salerno nessuno mi ha colpito positivamente. Nascono fotocopie di disegnatori già esistenti con l’unica differenza che peccano di spessore e di carattere; fanno il loro”compitino” ben fatto senza interpretare e sorprendere.
Salerno entra mai nelle sue tavole di fumetti?
Per un periodo Martin Mystére ha vissuto in Italia, alla ricerca degli irrisolti “misteri italiani”, ma non mi sembra sia mai stato a Salerno o, almeno, a me non è mai capitato di disegnare questi luoghi. Non è detto però che Nick Raider o Dylan Dog un giorno non possano vivere un avventura dalle nostre parti, chissà.
Qual è il suo rapporto con Salerno?
Ho viaggiato poco, ma penso che non vorrei vivere in nessun altro posto al mondo. Ho vissuto per un periodo della mia vita tra Roma e Viterbo, ma mi mancava il senso di tranquillità che mi trasmette la mia città. I paesaggi della costiera, poi, penso siano ineguagliabili!
La città è cambiata molto negli ultimi anni…
E io che ne so? Sto sempre seduto al mio tavolo da lavoro! Naturalmente scherzo. Amo la mia città… spero solo che non cresca troppo velocemente, non credo di esserci preparato. Ho paura che si perdano nel tempo i sentimenti veri delle piccole città di provincia, ma forse questa è un’altra storia…

(La Città di Salerno, 15 febbraio 2004)

Scheda biografica

Luigi Siniscalchi è nato a Salerno il 24 gennaio del 1971. Una volta conseguito il diploma al Liceo artistico di Salerno, dove è allievo del pittore Matteo Sabino, comincia a lavorare nel mondo del fumetto, disegnando per la EPP. Nel 1989 pubblica su "Splatter" e "Mostri", della Acme. Nel 1992 pubblica una storia su “Comic Art” collabora con la Casa Editrice Universo disegnando alcune “storie libere”per l'”Intrepido”. Nel 1993 entra a far parte dello staff di Sergio Bonelli con l’ episodio di Dylan Dog "I killer venuti dal buio". Disegna anche per Zona X, per Julia e per Martin Mystère. Attualmente è nel parco disegnatori di Nick Raider.

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