Intervista a Luca Trabucco, pianista classico

di Mario Avagliano

Nonostante la giovane età, è uno dei pianisti di musica classica più corteggiati dai teatri d’Italia e d’Europa, per il “gusto raffinato del suono” e per l’originalità delle sue interpretazioni. Luca Trabucco, 34 anni appena compiuti, è salernitano di nascita, anche se è cresciuto a Genova e ora vive a Trieste. Musicalmente ha una passione smodata per Beethoven e per i compositori francesi Ravel e Debussy. Ha lavorato con direttori d’orchestra del calibro di Enrique Mazzola e Donato Renzetti. Lontano da Salerno da tanti anni, Trabucco confessa di sentirsi “uomo del Sud” e di essere orgoglioso delle sue origini, ha parole di elogio per la sua città natale e dice di essere dispiaciuto di non essersi mai esibito al Teatro Verdi: “Nemo propheta in patria...”. Poi annuncia che a inizio 2005 uscirà il suo nuovo cd, che sarà diffuso in tutte le edicole in allegato alla rivista “Suonare news”. E parla di un progetto ancora “allo stato embrionale”: la fondazione di un’Accademica pianistica di alto livello “proprio a Salerno”, che potrebbe raccogliere tutti i giovani talenti meridionali.

Dove abitava a Salerno?
Nel quartiere Pastena, Mio padre era dirigente della sede salernitana di un’industria del vetro, la PPG. Purtroppo ci siamo trasferiti a Genova quand’ero ancora un bambino, e quindi i miei ricordi sono sbiaditi.
Com’è nata la sua passione per il pianoforte?
Devo ringraziare i miei genitori, che mi hanno quasi costretto a prendere lezioni di pianoforte. All’inizio non ero entusiasta, poi all’età di 13-14 anni ho cominciato a pensare che da grande il mio lavoro sarebbe stato il pianista.
Perché?
Perché ho visto che certe cose che volevo fare al pianoforte mi riuscivano e che suonare mi piaceva e mi emozionava. Insomma, c’era del talento, e valeva la pena continuare.
Lei ha studiato al Conservatorio di Genova. Chi sono stati i suoi maestri?
Mi sono diplomato al Conservatorio di Genova nel 1992 e poi ho frequentato l’Accademia di Imola fino al 2000. Il mio primo maestro è stato Claudio Proietti, con il quale sono praticamente cresciuto. Gli devo molto. Poi mi sono perfezionato all’Accademia con grandi nomi della musica mondiale, prima con Lazar Berman, Alexander Lonquich e Riccardo Risaliti, e quindi con Boris Petrushansky e Piero Rattalino. Sono contento di aver avuto tanto da tanti.
In dodici anni di carriera, lei ha tenuto centinaia di concerti in tutt’Italia, in Europa e negli Stati Uniti. Qual è stato quello più emozionante?
La finale del concorso del Premio Venezia, al Teatro La Fenice, nel 1993. Era la prima volta che suonavo in un teatro di quel tipo. Ero uscito da poco dal Conservatorio, e per me quel concerto ha rappresentato lo spartiacque tra la carriera di studente e quella di professionista. Lo considero il mio vero debutto. Ricordo che dentro di me avvertii timore, paura, ma anche l’emozione di trovarmi in un luogo dove si era fatta la storia della musica e la soddisfazione di entrare a far parte di un mondo che era il mio sogno da ragazzo.
Nel suo repertorio musicale figurano soprattutto compositori francesi, in particolare Claude Debussy e Maurice Ravel. Come mai?
Per una questione di gusto personale. Nel periodo della mia tarda adolescenza, mi sono appassionato molto alla letteratura francese, ai poeti maledetti, a Marcel Proust. Mi sono così avvicinato al modo di vedere e di sentire della Francia inizio ‘900. Da lì fino ad approdare alla musica di Debussy e Ravel, il passo è stato breve.
Lei ha vinto molti premi. Qual è quello di cui va più fiero?
Forse il Premio Treviso, perché è un premio storico in Italia che è stato vinto da pianisti che poi hanno fatto una grande carriera. Quando me l’hanno assegnato, ho pensato che in fondo non dovevo essere tanto male.
Qual è il pianista a cui si ispira?
Arturo Benedetti Michelangeli. L’ho sempre trovato straordinario per il senso dell’illusionismo di quello che riusciva a fare, soprattutto dal punto di vista timbrico e del suono.
Se fosse un critico musicale, come definirebbe il suo modo di suonare?
E’ difficile rispondere. Quando suono, cerco di mettere nell’esibizione tutta la serietà della mia preparazione e le mie capacità tecniche. Qualche critico ha scritto che ho un “gusto raffinato del suono”. Credo di riconoscermi in questa definizione, e spero che anche il pubblico che mi ascolta la condivida.
Quali sono i suoi progetti attuali?
La settimana prossima sono a Milano per incidere il mio nuovo disco, che uscirà a gennaio-febbraio 2005, in allegato con il mensile “Suonare news”, con musiche di Bach, Chopin, Debussy e Scarlatti. A dicembre, poi, mi attende una intensa attività concertistica a Milano, Bari, Trieste.
Il suo sogno nel cassetto?
Suonare l’integrale delle 32 Sonate di Beethoven. Sembra un numero limitato, ma in realtà è un impegno straordinario che può portare via diversi anni della vita.
Quali sono i colleghi pianisti che stima di più?
Maurizio Baglini, mio amico fraterno. Roberto Cominati, napoletano. E poi Davide Cabassi. Sicuramente ne ho dimenticato qualcuno, e mi scuso.
E’ vero che la sua compagna è una pianista?
E’ vero. Si chiama Maia Glouchkova, ed è di Sofia. Ci siamo conosciuti a un concorso internazionale. E’ in quelle occasioni che di solito si formano le coppie di pianisti...
La musica è tutto il suo mondo o c’è posto anche per altre cose?
L’altro mio grande amore è la lettura. Divoro letteralmente libri di qualsiasi genere. Ho avuto un periodo pulp, in cui mi piacevano soprattutto gli scrittori emergenti italiani, come Scarpa e Ammaniti. Ora sto riscoprendo i classici del Novecento, da Stendhal a Dostoevskij. Poi adoro cucinare e credo di essere anche un buon cuoco. Il mio piatto forte è il soufflé alle erbe. A Genova giocavo spesso a biliardo, ho partecipato anche a vari campionati. Quando torno lì a trovare la mia famiglia, mi porto dietro la stecca.
Com’è Luca Trabucco di carattere? Socievole o timido, forte o debole?
Sono una persona tranquilla, riflessiva. Credo di essere abbastanza equilibrato, anche se - come capita ai nati sotto il segno della Bilancia -, l’equilibrio è allo stesso tempo un pregio e un difetto, soprattutto quando si traduce in difficoltà nel prendere decisioni.
Si è mai esibito a Salerno?
No, mai. Ho suonato al Festival di Ravello, a villa Rufolo, e poi a Capri e a Ischia, ma nella mia città mai. So che il Teatro Verdi restaurato è bellissimo e mi piacerebbe esibirmi lì. Dicono che “nemo propheta in patria”. Speriamo che ci sia la possibilità di smentire questo detto.
Le piace la sua città di origine?
Guardi, sono rimasto sorpreso dal cambiamento che c’è stato. Nel ’92 Salerno mi aveva fatto una strana impressione, mi era sembrata una città buia. Poi ci sono mancato per anni. Quando sono tornato qualche anno fa, ho trovato una città che non mi aspettavo: ordinata, estremamente curata, con un lungomare meraviglioso. Un po’ la Svizzera del Sud. Una città a cui i cittadini vogliono bene.
Ha in programma progetti legati a Salerno?
Da qualche tempo sto meditando circa la possibilità di fondare un’accademica pianistica di alto livello proprio a Salerno. Si tratta di realtà abbastanza diffuse al nord, ma piuttosto rare al sud, e quindi ci sarebbe spazio. E’ un progetto ancora allo stato embrionale, ma mi piacerebbe realizzarlo.
Dopo tanti anni vissuti a Genova e a Trieste, si sente ancora un meridionale?
La risposta è sì. Quando mi presentano come pianista genovese o triestino, li correggo sempre, e dico che sono nato a Salerno. Non mi sono mai sentito un settentrionale, e non solo perché sono nato a Salerno e perché la famiglia di mio padre è della Sicilia. E’ anche un fatto di temperamento e di cultura. Genova e Trieste sono belle città, ma sono estremamente chiuse. Assomigliano a Salerno solo in una cosa: il mare. Non potrei vivere in una città senza mare. Nella mia vita mi piace avere il riferimento dell’acqua

(La Città di Salerno, 14 novembre 2004)

Scheda biografica

Luca Trabucco è nato a Salerno il 17 ottobre del 1970. Ha intrapreso gli studi musicali a Genova presso il Conservatorio "N. Paganini" con Claudio Proietti per il pianoforte e Adelchi Amisano per la composizione; in seguito si è perfezionato presso l'Accademia Pianistica "Incontri col Maestro" di Imola prima con Lazar Berman, Alexander Lonquich, Riccardo Risaliti e quindi con Boris Petrushansky e Piero Rattalino. Vincitore di vari concorsi pianistici tra cui il "Premio Venezia" nel 1993, il "Premio Città di Treviso" nel 1995 e il Concorso Internazionale "Città di Pavia" nel 2000, ha suonato in tutta Italia, in vari paesi europei e negli Stati Uniti, collaborando con prestigiose istituzioni (Teatro Carlo Felice di Genova, Lyceum di Firenze, Teatro Comunale di Treviso, Asolo Musica, Kawai in Concerto all'Università Bocconi di Milano, Università Normale di Pisa, Orchestra Filarmonia Veneta, Ente Arena Sferistereo di Macerata, Orchestra Sinfonica Siciliana, Teatro La Fenice di Venezia ) ed importanti Direttori (Enrique Mazzola, Donato Renzetti, ecc.). Negli ultimi anni, si è dedicato alla realizzazione dell'integrale delle opere di Debussy e Ravel e all'approfondimento del repertorio francese contemporaneo. Ha da poco pubblicato un CD per la Phoenix con musiche di Ravel, Debussy e Messiaen. È attivo anche come compositore; nel 1991 il suo Trio Ludico ha vinto il Premio "C. Czerny". La sua musica è pubblicata dalla Edi-Pan di Roma.

Intervista ad Alessandro Cellerino, scienziato

di Mario Avagliano

E’ una delle giovani promesse della neurobiologia italiana. Il suo progetto di ricerca sui segreti della longevità umana è stato recensito addirittura dal New York Times. Lo scienziato Alessandro Cellerino, salernitano, 35 anni, associato presso l'Istituto Nazionale di Neuroscienze del CNR e ricercatore della Scuola Normale Superiore di Pisa, indaga da tempo sui meccanismi che controllano lo sviluppo del cervello. Gli sono stati assegnati numerosi premi, anche internazionali. E il suo primo libro, intitolato “Eros e cervello”, che analizza il significato dei meccanismi alla base della sessualità e del comportamento affettivo e i circuiti cerebrali che sono alla base di questi comportamenti, è stato un successo di vendite e di critica.

Quanto ha contato Salerno nella sua formazione?
Il mio legame con Salerno è davvero forte, anche se sono andato via dalla mia città quand’ero bambino, dopo la morte prematura di mia madre. Durante l’adolescenza, infatti, ho trascorso buona parte delle ferie a Salerno, a casa della nonna e con gli zii e le zie materne. Ricordo in particolare le estati passate al mare, in uno stabilimento di Pastena, i giochi di spiaggia, le amicizie. Per me è stato un periodo indimenticabile.
Lei però è cresciuto a Napoli.
Sì, nel quartiere di Fuorigrotta. Ho seguito lì mio padre, prima professore e poi preside in un Istituto Tecnico Statale. Ho frequentato tutte le scuole a Napoli e, dopo la maturità al liceo scientifico, a 18 anni ho tentato la strada del concorso per entrare nella Scuola Normale di Pisa. E’ stato mio padre a convincermi a provare. Avrebbe voluto concorrere anche lui, quand’era studente. Mi è andata bene, ed eccomi qui.
Un’impresa difficile. Lei minimizza.
In effetti la Scuola Normale è molto selettiva. Ogni anno vengono ammessi soltanto 30 studenti di tutta Italia alla classe di scienze matematiche e fisiche naturali. D’altra parte io sono nato con la passione della biologia. Già da bambino sognavo di studiare gli animali e i loro comportamenti...
Ha sofferto il distacco dalla Campania?
A quell’età i distacchi non si sentono, sono una cosa abbastanza naturale. A Pisa poi ho trovato un ambiente sano, costituito da persone motivate e preparate, e assai stimolante sia dal punto di vista formativo che da quello umano. E’ stato più duro lasciare l’Italia e trasferirmi, in Germania prima a Monaco e poi a Tubinga. Anche se l’esperienza all’Istituto Max-Planck è stata straordinaria e mi ha consentito di entrare in contatto e di confrontarmi con ricercatori americani, inglesi, tedeschi, greci e di tante altre nazionalità.
Nel 1998 si è aggiudicato la prima edizione del prestigioso Premio Bruno Ceccarelli.
E’ stata per me una grossa soddisfazione. Una pietra miliare della mia carriera di scienziato, di cui vado particolarmente fiero. Tra l’altro Bruno Ceccarelli è un personaggio in cui mi riconosco, perché era uno studioso eclettico, uno che era al di fuori degli schemi del mondo accademico italiano.
Dopo i quattro anni in Germania, nel 2000 è tornato in Italia, come ricercatore presso la Scuola Normale di Pisa.
A Pisa ho cominciato un progetto di ricerca nuovo. Io di estrazione sono un neurobiologo, mi sono sempre occupato dello studio del cervello, per essere più precisi dei meccanismi che portano alla connessione tra i diversi neuroni all’interno del cervello. In questi ultimi anni ho cercato di sviluppare un filone di ricerca che utilizzasse un approccio di tipo evoluzionistico nello studio di questi meccanismi, avvalendosi di conoscenze che vanno dalla biologia evoluzionistica alla genetica molecolare, dalla neurobiologia alla psicofisica e alla psicologia evoluzionistica.
Cosa vuol dire in soldoni?
Abbiamo creato delle facce virtuali al calcolatore, per studiare come le persone reagiscono ai diversi tratti somatici, sia attraverso questionari sia attraverso l’esame delle percezioni a livello cerebrale. E’ venuto fuori che esiste una relazione tra le variazioni nella geometria dei volti e la percezione delle persone. In particolare i meccanismi di valutazione appaiono condizionati da meccanismi ancestrali che derivano dall’evoluzione darwiniana. La bellezza è stata un elemento importante nella selezione naturale: probabilmente l'uomo di Neanderthal è l'Homo sapiens, con cui era riuscito a convivere fino a 30 mila anni fa, non si sono mai incrociati perché per noi i Neanderthal erano poco attraenti e questo meccanismo influenza ancora oggi i nostri giudizi.
Sta affermando che la bellezza è un dato oggettivo?
E’ ormai abbastanza chiaro che esiste una componente biologica e innata che influenza la percezione della bellezza. Esiste cioè un meccanismo neuronale con il compito di analizzare la bellezza: questo spiegherebbe la velocità con cui il cervello, davanti ad un viso che riteniamo bello, produce un'onda caratteristica. E spiegherebbe anche perché un bambino piccolo guardi più a lungo un viso bello di uno brutto: esistono dei criteri di valutazione oggettivi ed innati.
Quali caratteristiche ha un volto bello?
Un volto bello ha dei tratti precisi, decisamente infantili: mento piccolo e vicino alla bocca, distanza breve tra occhi e bocca, fronte alta e labbra carnose. Nella realtà, il viso ideale, che piaccia a chiunque indistintamente, non esiste: esso sarebbe la media di tutti i volti. A un certo numero di soggetti sono stati mostrati visi ottenuti dalla fusione computerizzata di 2, 4, 8, 16, 32 visi reali. Ebbene, quanto maggiore era il numero dei visi utilizzati per costruire quello composito, tanto più quest'ultimo veniva giudicato attraente, e nessuno dei visi di partenza veniva preferito all'artificio finale.
Lei ha anche studiato il fenomeno dell’omosessualità. E’ una abitudine acquisita o un'inevitabile conseguenza di una particolare combinazione di geni che ognuno di noi eredita alla nascita?
La teoria classica della psicoanalisi considera l'omosessualità maschile il risultato di esperienze infantili, ed in particolare dell'interazione con un madre possessiva ed un padre assente. Nell'ultimo decennio però si sono accumulati indizi che indicano il coinvolgimenti di fattori genetici ed ereditari nell'omosessualità. Particolarmente convincente è lo studio di gemelli identici di cui uno omosessuale. In oltre la metà dei casi anche l'altro gemello risulta essere omosessuale. Studi successivi hanno dimostrato che l'omosessualità maschile tende ad essere trasmessa lungo la linea materna, e riguarda in particolare le madri di più figli. In base a questa ricerca, l’omosessualità sarebbe un sottoprodotto di geni che rende le donne particolarmente fertili.
Dal 2003 lei si sta occupando di studiare i meccanismi che influenzano la longevità. Una ricerca molto innovativa, di cui ha scritto anche il New York Times.
Sto studiando i fattori sia genetici che ambientali che controllano e modificano la longevità, utilizzando una specie particolari di pesci, denominata Nothobranchius, che abbiamo pescato appositamente in Africa e che vive soltanto tre mesi. Con questi pesci è possibile fare tanti tipi di sperimentazioni per verificare se una manipolazione o un trattamento farmacologico può cambiare la longevità. E’ chiaro che i risultati di questa ricerca potranno essere utili anche per approntare strategie tese ad allungare la vita delle persone.
Dopo un periodo trascorso all’estero, lei ha deciso di lavorare in Italia. Sulla base della sua esperienza personale, il fenomeno della fuga dei cervelli italiani all’estero è un’invenzione della stampa o è una realtà?
E’ una realtà. Io sono tornato in Italia per motivi personali, non perché ci fossero condizioni di lavoro migliori. Non a caso tutti i premi Nobel italiani hanno vinto il premio quando operavano all’estero. Purtroppo in Italia c’è scarsa considerazione per i ricercatori. Non si comprende che chi fa ricerca, contribuisce allo sviluppo del Paese. La ricerca crea innovazione, e l’innovazione è fondamentale per l’economia. Invece vengono investite pochissime risorse per la ricerca, siamo il fanalino di coda in Europa, e i pochi soldi disponibili vengono mal distribuiti, finiscono sempre nelle stesse mani. Il sistema di distribuzione dei fondi è bacato, favorisce i baroni della ricerca e serve soltanto a foraggiare le cordate che controllano il mondo accademico italiano. Se si pensa che in ambito biomedico le ricerche più d’avanguardia ed i ricercatori più brillanti e creativi sono finanziati da Telethon e non dallo Stato, il quadro è chiaro.
Un quadro buio...
Non del tutto. Per fortuna i ricercatori italiani sono abituati a fare miracoli e fanno scoperte scientifiche incredibili anche avendo a disposizione solo un terzo dei fondi dei loro colleghi all’estero. L’arte di arrangiarsi ce la portiamo dietro anche in laboratorio.
Il Sud è svantaggiato rispetto al Nord anche nel campo della ricerca?
Per quanto riguarda la distribuzione dei fondi, non mi pare. Piuttosto al Sud c’è un problema di infrastrutture e di mentalità. Spesso nelle università meridionali c’è poco interesse a fare ricerca. Da poco hanno aperto una scuola di eccellenza a Lecce. Speriamo che sia un segnale di svolta.
Da buon scienziato, avrà un sogno nel cassetto.
Guardi, il mio sogno è quello di creare una struttura, un istituto, dove si possa far ricerca con la mentalità degli Stati Uniti o dell’Inghilterra, in modo indipendente.
Salerno è ancora nel suo cuore?
Eccome! Ci torno almeno due volte all’anno, e amo passeggiare al lungomare oppure andare in costiera. Salerno è diventata una città molto ordinata. E’ un salotto rispetto a vent’anni fa. La trovo una città tranquilla, raccolta, a misura d’uomo, a differenza di Napoli, che per certi versi è una città infernale...

(La Città di Salerno, 28 novembre 2004)

Scheda biografica

Alessandro Celerino è nato a Salerno il 28 marzo del 1969. E’ stato ammesso nel 1987 alla Scuola Normale Superiore di Pisa, dove si è laureato in Biologia nel 1991, col massimo dei voti e la lode, e dove ha preso il dottorato in Neurobiologia. Ancora studente, ha iniziato il lavoro di ricerca a Pisa presso il laboratorio di Lamberto Maffei, per trasferirsi poi nel 1994 al laboratorio di Yves Alain Barde, presso l'Istituto di Psichiatria di Martinsried (Monaco di Baviera). Da qui è passato al Max-Planck di Tuebingen (laboratorio di Mathias Baehr), collaborando con il Dipartimento di Oftalmologia dell'Università (laboratorio di Konrad Kohler). Nel gennaio 1998 è tornato all'Istituto di Neurofisiologia del CNR di Pisa quale ricercatore a contratto. Ha vinto fellowships europee e tedesche, ha partecipato quale invited speaker a Congressi internazionali, incluso il Neuroscience Meeting del 1996, dove ha presieduto una slide session. Nel 1998 gli è stato assegnato il premio "Bruno Ceccarelli" per giovani ricercatori in Neuroscienze. Oltre a circa 25 articoli su ricerche internazionali, ha pubblicato nel 2002 "Eros e Cervello. Le radici biologiche di sessualità, estetica, amore" (Bollati Boringhieri), che è stato premiato con il Premio "Liceo Fermi, città di Cecina" per la divulgazione scientifica. Ha vinto anche il premio "Ecòle instument de Paix" per l' innovazione didattica. E’ associato presso l'Istituto Nazionale di Neuroscienze del CNR. Ha svolto numerosi studi sui meccanismi di sviluppo del cervello e collabora con "La Stampa", "Le Scienze", "Mente e Cervello"

Intervista a Francesco D'Onofrio, politico

di Mario Avagliano

C’è un salernitano del centrodestra che può legittimamente cantare vittoria, nonostante le batoste subite a Salerno e in provincia dalla coalizione di governo. “Alle europee l’Udc ha avuto un successo straordinario”, dice il senatore Francesco D’Onofrio, fine giurista, capogruppo dei centristi al Senato ed ex ministro della Pubblica Istruzione del primo Governo Berlusconi. Fu lui nel 2002 a redigere il documento fondativo del partito di Casini e di Follini. E non ha dimenticato di essere un meridionale. Anzi, in qualità di relatore della proposta di legge sulla devolution, manda un avvertimento agli alleati e in particolare alla Lega: “La debaclè della Casa della Libertà in Campania e nel salernitano dipende anche dallo scarso profilo meridionalista della coalizione. Bisogna smetterla di penalizzare il Sud”.

Senatore, pochi sanno che lei è nato a Salerno.
Mio padre era impiegato del Provveditorato agli Studi di Salerno. Ci ho vissuto poco, perché la mia famiglia poi si è trasferita in giro per l’Italia, ma nonostante la sommarietà del collegamento, per me il legame con Salerno è stato sempre fondamentale. Anche per quello che faccio oggi.
Come mai?
Sono nato politicamente con un salernitano, il professor Alfonso Tesauro, al tempo della Democrazia Cristiana. Mi ricordo che nel 1968, quando don Alfonso venne candidato alle elezioni politiche, si lamentò con me perché aveva avuto un collegio senatoriale difficile. Contro di lui si presentavano Eugenio Scalfari e Lino Jannuzzi. E invece riuscì ad essere eletto. Ero molto amico anche degli Scarlato, della sinistra dc, e ho avuto sempre una grande simpatia per Fiorentino Sullo, nonostante non gli abbia mai perdonato di aver abbandonato la scena dopo il congresso di Avellino. Quanto al mondo politico romano, in fondo mi ha sempre un po’ considerato un salernitano emigrato.
Lei cominciò a far politica nel 1982.
Sì, allora era sugli scudi Ciriaco De Mita. Tutta la mia carriera politica è stata costellata di politici campani. Sono stato il vice di Gerardo Bianco alla Camera dei Deputati. La scorsa legislatura il mio numero due era Roberto Napoli, di Battipaglia, poi passato con l’Udeur, col quale sono rimasto in buoni rapporti. Sono intimo amico di Clemente Mastella, del quale ho frequentato la casa e anche la cucina. E per finire, sono stato eletto per la prima volta parlamentare proprio a Napoli, nel 1983.
Una lunga carriera politica nella Dc, poi nel Ccd, fino a quando, nel 2002, è stato tra i fondatori dell’Udc.
L’Udc è nato per mia iniziativa, ad Agrigento, in Sicilia. Il documento fondativo del partito l’ho scritto io. Rischiavamo di diventare una sorta di Rifondazione democristiana, invece - anche grazie ai miei sforzi - si è capito che il tributo alle radici dc era giusto, ma bisognava andare oltre.
Come spiega il successo dell’Udc alle europee?
Credo che siamo stati capaci, soprattutto nel Mezzogiorno, di intercettare la nostalgia per la Dc, ma anche la delusione per i risultati insoddisfacenti della Casa delle Libertà.
Partiamo dalla nostalgia per la Dc.
L’Udc ha dimostrato di essere un punto significativo di riferimento per il popolo ex democristiano, molto di più del gonfalone del Ppi nell’indistinta Margherita e nell’ancora più indistinto Triciclo di Prodi.
Però avete tolto voti anche a Forza Italia...
Il passaggio di voti c’è stato. Questo non significa essere gli eredi di Forza Italia. Sarebbe un errore catastrofico.
Ora cosa succede nel Governo?
Berlusconi deve capire che il problema è serio. La Casa delle Libertà deve trasformarsi in un’alleanza popolare di centro, e nell’azione di governo ci deve essere più attenzione per il Mezzogiorno. In questi tre anni si è data la sensazione che, a causa dell’accordo con la Lega, il Sud dovesse essere penalizzato.
A proposito, dopo le elezioni la Lega pretende il federalismo. E minaccia: senza devolution, niente alleanze ai ballottaggi.
Finché sarò io il relatore della legge sul federalismo, non c’è rischio che il Mezzogiorno sia messo sotto. Ricordo che quando Tremonti e Bossi mi chiesero di fare il relatore, li misi in guardia: “Se volete il professor D’Onofrio, vi mando la parcella. Se volete il capogruppo dell’Udc, ricordatevi che sono democristiano e meridionale!”.
Basterà?
Io penso che occorra un nuovo patto di unità nazionale. Dal patto di Teano al patto federalista tra Nord e Sud. Purtroppo la malattia di Bossi mi ha fatto perdere un interlocutore prezioso di questo processo. Spero che si riprenda presto.
In Campania la perdita di consensi del centrodestra è ancora più marcata rispetto alle altre regioni del Sud.
La Campania è il buco nero del centrodestra. E questa è una delle ragioni per cui la Casa delle Libertà è debole nella cultura meridionalista.
Perché in Campania avete tanti problemi?
A Napoli città, ad Avellino, a Benevento, gran parte della forza dirigente autentica della vecchia Dc sta con il centrosinistra: De Mita, la Jervolino, Mancino, Gerardo Bianco, Mastella, l’ultimo arrivato Cirino Pomicino. E’ vero, sono tutti scontenti e preoccupati, ma nemmeno lontanamente disposti a schierarsi dall’altra parte. La verità è che la Casa delle Libertà non è riuscita ad agganciare gli ex democristiani, né politicamente né elettoralmente. Il centrodestra è apparso troppo nordista e lontano dai bisogni del Mezzogiorno.
Questa analisi vale anche per Salerno?
Solo in parte. Salerno e la sua provincia negli ultimi trenta anni non hanno espresso grandi leader nazionali del livello di De Mita e degli altri. Qui il successo del centrosinistra è un po’ più anomalo. Confesso che mi piacerebbe andare a fondo e capire le motivazioni del voto.
Salerno è sempre nel suo cuore, anche politicamente?
Non ritengo di aver fatto moltissimo per Salerno, dal punto di vista politico. Questo non significa che mi tirerei indietro. Anzi, ne approfitto per dire che i senatori salernitani del mio gruppo, Borea e Salsano, sanno di avere un amico in me.
Lei ogni tanto capita a Salerno. Che opinione ha della città?
Salerno è una gran bella città, soprattutto il lungomare. Peccato che è schiacciata dalle colline: ha una struttura orografica che non consente un’ulteriore espansione.
So che lei è un grande ammiratore della Costiera Amalfitana.
E’ uno dei posti più belli del mondo. Nel periodo estivo, non manco mai di passare qualche giorno a Positano. Vorrei anche visitare la Certosa di Padula. Non ci sono mai stato, e mi dicono che ne vale la pena.
E’ vero che tifa Salernitana?
Mi auguro che la Salernitana torni in serie A. Visto che nel mondo del calcio si registra finalmente la riscossa del Sud, con il Palermo e il Messina, mi sembra che anche la Salernitana abbia diritto a giocare nella massima serie. Non c’è dubbio che si tratta di un’impresa difficile. Allestire una squadra competitiva costa una quantità mostruosa di soldi, e non è più sufficiente fare appello agli imprenditori locali.
C’è un posto di Salerno che ama in modo particolare?
Quando vengo a Salerno, passo sempre per Piazza Portanova. E’ lì che sono nato, al numero civico 17. Nonostante le modifiche urbanistiche, è rimasta sostanzialmente intatta. L’altra mia tappa fissa salernitana, è la pasticceria Pantaleone, per le famose scazzette con le fragoline di bosco. Hanno un sapore unico e indimenticabile!

(La Città di Salerno, 27 giugno 2004)

Scheda biografica

Il senatore Francesco D’Onofrio è nato il 3 agosto 1939 a Salerno. Professore universitario, avvocato, è il capogruppo dei senatori dell’Udc. ha iniziato la sua carriera politica nel 1982. E’ stato eletto per la prima volta in Parlamento nel 1983, come senatore della Democrazia Cristiana, a Napoli. E’ stato vicecapogruppo della Dc alla Camera dei Deputati e capogruppo del Ccd-Cdu al Senato. Nel 1994 è stato nominato ministro della Pubblica Istruzione del primo governo Berlusconi. Parlamentare da sei legislature, nel 2001 è stato eletto senatore nel collegio numero 3 di Roma (Valmelaina-Prima Porta). Ha fatto parte di varie commissioni parlamentari, tra cui la Bicamerale per le Riforme, la Commissione Affari Costituzionali e la Commissione Antimafia. Attualmente è il relatore della proposta di legge del Governo sul federalismo.

Intervista a Gabriele Del Mese, progettista

di Mario Avagliano

Forse non c’era bisogno di scomodare l’architetto catalano Oriol Bohigas, per riprogettare l’assetto urbanistico di Salerno. C’è un ingegnere ebolitano che ha costruito grandi opere in Germania, in Inghilterra, in Iran, in Libia, ed è un punto di riferimento per i più grandi architetti del mondo. Si tratta di Gabriele Del Mese, amministratore delegato dell’Arup Italia, sezione italiana di una delle più importanti società di progettazione del mondo, che in questi mesi è impegnata nella realizzazione della nuova stazione dell'alta velocità di Firenze e del Palahockey per le Olimpiadi 2006 di Torino. Del Mese, in trentacinque anni di esperienza professionale, non ha mai lavorato nelle sue zone di origine, se non agli esordi. Da Milano, applaude alla svolta urbanistica di Salerno dell’ultimo decennio, ma avverte: “La zona che va da Eboli a Pontecagnano ha subito uno sviluppo caotico e disordinato, e si trova in uno stato di forte degrado. Bisognerebbe avere il coraggio di abbattere le case abusive e di ridisegnare il territorio”.

Com’era Eboli quando lei era bambino?
Ho lasciato Eboli quando avevo tredici anni e i miei ricordi sono un po’ sbiaditi. Fin da allora mi piaceva passeggiare nella parte antica della città e frequentare la piazza centrale, che era stata pianificata con grande lungimiranza negli anni Trenta, quando l’abitato di Eboli cominciò ad espandersi fuori dalle mura medioevali. Una piazza che trovo tuttora bellissima, e addirittura unica nel circondario.
Unica?
La piazza di Eboli è interessante dal punto urbanistico, con la sua forma ad ellissi, simile nella concezione a Piazza del Popolo a Roma. E poi, rappresenta una prova concreta di quanto la nostra professione possa influenzare la vita delle persone. A Battipaglia, a Pontecagnano e nelle altre città vicine, manca un’opera del genere, voglio dire un’agorà, un centro di ritrovo delle persone, dove divertirsi, filosofeggiare, incontrarsi, scambiare opinioni, prendere decisioni.
Come mai andò via da Eboli?
Qualcuno disse a mio padre che questo ragazzino aveva delle potenzialità, e allora m’impacchettarono e mi spedirono in un collegio in Piemonte, gestito dai salesiani.
Il distacco dalla sua città fu difficile?
A tredici anni, quando lasci la mamma, gli amici, la famiglia, sei preda di sentimenti contrastanti, un misto di trauma e di voglia di avventura. Con il senno del poi, sono grato ai miei genitori. Studiare in collegio, mi ha dato metodo e disciplina e mi ha insegnato a perseguire con rigore i miei ideali.
Il terzo liceo, però, l’ha frequentato ad Eboli.
E’ vero. Ed è stato per me un anno indimenticabile. Ho avuto la fortuna di far parte di una classe eccezionale. Sono nate amicizie che coltivo tuttora ferocemente, con grande affetto e con cura.
Quando nacque la sua passione per il progettare, per il costruire?
Subito dopo il diploma di maturità, quando mi trovai di fronte alla scelta dell’università. Molti miei amici si iscrissero a medicina, alcuni a giurisprudenza e altri ancora ad architettura. Io ero indeciso tra ingegneria e architettura. Poiché in Italia c’è la convinzione che l’ingegnere edile trovi più facilmente lavoro e sia - in fondo - anche un po’ architetto, alla fine optai per ingegneria.
Quali sono state le sue prime esperienze di lavoro?
Ho iniziato a Salerno, all’inizio degli anni Settanta, con l’ingegnere Matteo Guida, che fu uno dei primi a fidarsi di me. Mi coinvolse nella parte ingegneristica della progettazione di un paio di ospedali della provincia. Mi ha insegnato i rudimenti della professione, anche se poi, quasi subito, la mia forte ambizione mi spinse all’estero.
Come fece ad essere assunto dallo studio Arup?
Fu grazie a un colloquio un po’ garibaldino presso la sede centrale di Londra. Era il 1973 e lo studio Arup era famoso a livello mondiale, perché stava ultimando il Teatro dell’Opera di Sidney, un’opera fondamentale di ingegneria del Novecento. Io mi presentai spavaldamente, portando con me tre pubblicazioni sulla scienza delle costruzioni che avevo scritto all’Università di Padova e che andavano a ruba nella facoltà. Non conoscevo l’inglese e affrontai un colloquio di due ore armato solo della mia matita... Fu una vera sorpresa apprendere che mi offrivano un posto.
Da allora lei per anni ha vissuto in Inghilterra, spostandosi in Germania, Libia, Kuwait, Iran, Irak, Arabia Saudita e Filippine per seguire la realizzazione delle opere progettate. Qual è stata l’esperienza più bella?
Gli inizi sono stati entusiasmanti. Fui immediatamente coinvolto nella progettazione ingegneristica della nuova università della Libia e, di lì a poco, diventai capo progetto. Poi lavorai in Iran e in Arabia Saudita. Per un giovane ingegnere di trent’anni girare il mondo e costruire grandi opere, era la realizzazione di un sogno.
Qual è l’opera di cui va più fiero?
Citerei almeno tre progetti: la Chiesa di Padre Pio a San Giovanni Rotondo, la Banca Commerciale di Francoforte e il Museo vicino a Cambridge, a Duxford, in Inghilterra, che fu inaugurato dalla Regina Elisabetta.
Di solito i cervelli italiani fuggono all’estero. Lei è uno dei pochi casi di intellettuali famosi ritornati in Italia. Come mai?
Negli anni Novanta, mi sono trovato di fronte a una scelta. O chiudere la mia carriera professionale a Londra, dove ho famiglia e ho una casa, oppure accettare una nuova sfida: tornare in Italia e dare il mio contributo a rilanciare la nostra professione, dopo il terribile scandalo di Tangentopoli, che ha infangato il mondo delle costruzioni. Ho iniziato ad accettare offerte da parte delle università italiane di tenere conferenze o lezioni, e dall’incontro con gli studenti, è nata l’idea di fondare una sede italiana dell’Arup, a Milano.
E’ vero che al suo studio a Milano da’ la precedenza ai ragazzi del Sud?
Nel mio studio c’è una netta preponderanza di professionisti del Mezzogiorno, in particolare della Sicilia e della Campania. Io sono del parere che bisogna sempre aiutare le persone capaci, ho seguito questo principio anche quando ero a Londra, e i giovani ingegneri e architetti meridionali hanno spesso grande talento.
Lei è un propugnatore dell’approccio multidisciplinare alla progettazione. Ci spiega di che cosa si tratta?
La società moderna è sempre più complessa. Qualsiasi opera, per poter essere realizzata, ha bisogno di un’équipe costituita, oltre che da ingegneri, anche da architetti, geologi, impiantisti ecc. Io credo che l’approccio multidisciplinare sia una necessità.
Quali sono i progetti a cui sta lavorando in questo momento?
I progetti principali che la Arup Italia ha in corso sono la nuova stazione dell'alta velocità di Firenze, il Palahockey per le Olimpiadi 2006 di Torino e il recupero dei Mercati Generali di Roma. Tre opere importanti, che sto seguendo personalmente.
Lei è stato di recente a Salerno. Che impressione le ha fatto dal punto di vista urbanistico e architettonico?
Trovo che la parte storica intorno al Duomo sia un vero gioiello. Fino a Mercatello, anche il resto della città si sviluppa bene. Oltre, invece, c’è caos e disordine.
In effetti la fascia di territorio che va da Pontecagnano a Eboli è in stato di forte degrado.
Se si percorre la statale, ci si accorge che non c’è soluzione di continuità tra un centro urbano e l’altro. Ai tempi in cui ero un giovane ingegnere, quelle città avevano un inizio e una fine, adesso hanno perso la propria identità e sono caratterizzate da orribili periferie. Nella campagna e sul lungomare sono spuntate centinaia di case abusive, che bisognerebbe avere il coraggio di abbattere. L’unica eccezione è Eboli, che ha un bel centro storico e, come dicevo prima, una bella piazza. Ho preso una casetta vicino al Castello di Eboli e ci vado volentieri, molto più che in passato. Ma fuori dal centro, anche la periferia di Eboli è un disastro.
Il Comune di Salerno ha chiamato un grande architetto come Bohigas per riprogettare la città. Che ne pensa?
Tutto il bene possibile. Nella mia esperienza ho imparato che chi viene da fuori, ha una mente più libera da pregiudizi e può dare un grande contributo progettuale, senza essere condizionato da vincoli locali.
Le piacerebbe realizzare un’opera a Salerno o a Eboli?
Mi piacerebbe moltissimo, ma ad alcune condizioni: la credibilità del progetto, lo snellimento delle procedure e l’assunzione di un chiaro impegno a perseguire fino in fondo l’obiettivo prefissato. Non è concepibile che un progetto abbia un iter così lungo come avviene nel nostro Mezzogiorno!

(La Città di Salerno, 7 novembre 2004)

Scheda biografica

Gabriele Del Mese è nato a Eboli l’8 novembre del 1939. E’ amministratore delegato dell’ufficio di Arup Milano, oltre ad essere uno dei direttori di Arup Group. Ha frequentato il liceo Classico a Torino ed Ingegneria Civile all’Università di Padova. Dopo un iniziale periodo professionale in Italia, è entrato in Arup nel 1973. Durante la sua carriera internazionale all’interno della società, è stato responsabile per la progettazione e la costruzione di un gran numero di progetti ampi e complessi, inclusi ospedali, università, teatri, impianti sportivi, edilizia terziaria ed edifici industriali. Ha tenuto conferenze in tutto il mondo, ha partecipato a numerose pubblicazioni ed è un fautore entusiasta dell’approccio multidisciplinare alla progettazione. Nel 2000 è tornato in Italia, aprendo a Milano una sede del Gruppo Arup, una fondazione internazionale che conta oltre settemila professionisti. E’ membro della Institution of Structural Engineers, ingegnere abilitato sia in Italia che nel Regno Unito e membro dell’Ordine degli Ingegneri di Salerno. Fra i progetti attuali e recenti in cui è coinvolto, vanno ricordati: il Palahockey per le Olimpiadi 2006 di Torino; la Stazione della TAV, Firenze, la Sede de Il Sole 24 Ore, Milano; il Central Park, Schio; l’American Air Museum, Duxford, UK; il Commerzbank HQ, Frankfurt.

 

Intervista a Corrado Ruggiero, scrittore

di Mario Avagliano

Ha scritto il suo primo romanzo, un giallo “napoletano-nucerinese” intitolato “Rossa malupina”, alla rispettabile età di 67 anni. Più tardi di Italo Svevo, che già aveva costituito un’eccezione nel panorama narrativo italiano. Da allora, anno di grazia 2002, il professor Corrado Ruggiero da Nocera, pensionato, una carriera ragguardevole nella scuola (è stato preside e ispettore scolastico e ha coordinato uno dei progetti didattici più innovativi del dopoguerra), non si è più fermato. Ha pubblicato altri due romanzi e si è imposto all’attenzione della critica letteraria italiana. Cesare Segre, a proposito della sua trilogia dedicata a Nocera, ha parlato di “affresco di straordinario scintillio”, plaudendo al suo “policromo impasto idiomatico”. Intervistato da la Città, Ruggiero rivela che ha appena terminato il suo quarto libro di narrativa e nega ogni paragone con Domenico Rea.

Professore, partiamo delle sue origini nocerine.
Io sono nato a Carbonara di Nola, un paesino ai piedi del Vesuvio, tra Nola e Palma Campania. Mio padre Giovanni era di Sessa Aurunca, e faceva il vicebrigadiere dei carabinieri. Mia madre era originaria di Gragnano. Quando avevo quattro anni, la mia famiglia si trasferì a Nocera Inferiore, dove sono cresciuto, dove ho frequentato tutte le scuole fino al liceo classico, e dove sono vissuto ininterrottamente fino al 1990, quando ho messo casa definitivamente a Milano.
La Nocera dei suoi anni verdi era diversa da quella di oggi?
Era molto diversa. A metà degli anni Cinquanta, purtroppo Nocera cambiò volto, sia dal punto di vista urbanistico che dal punto di vista sociale, come accadde peraltro in diverse città del Mezzogiorno. In questo quadro di degrado e di involuzione, le speculazioni edilizie costituivano solo il pugno nell’occhio più eclatante, poiché allo sfregio urbanistico si accompagnò anche lo sfregio alla vita sociale e civile, con il dilagare della criminalità.
Il degrado toccò pure l’economia cittadina?
Eccome! Se negli anni Venti erano fallite le prime fabbriche di maccheroni, negli anni Cinquanta chiusero i battenti anche le ultime fabbriche di “pummarole”. Nocera diventò una città parassitaria, di professori, di impiegati, di medici, caratterizzata da una marea di ragazzi che andava a scuola per non imparare niente, in attesa di qualcosa che - nella maggior parte dei casi - non arrivava.
Che intende per città parassitaria?
Mi riferisco all’economia, ma anche all’ambiente sociale e culturale di Nocera. Il nocerino che aveva quattro soldi, passava la serata a Cava, non certo nella sua città. E se era un “signore”, si recava a prendere il caffè a Salerno. Cava e Salerno erano assai più stimolanti. In particolare, c’era una subordinazione psicologica dei nocerini nei confronti di Cava. La cavesità veniva percepita come qualcosa di superiore. Voglio dire che se un giovane di Nocera trovava una ragazza “cavajola” che se lo pigliava, toccava il cielo con un dito. Figurarsi se era invitato a ballare al Circolo del Tennis di Cava. Era il massimo!
Quando nacque in lei la passione per la scrittura?
Avevo 17 anni quando scrissi la mia prima novella, che era un po’ sullo stile di Cesare Pavese. La inviai ad Arrigo Benedetti, allora direttore dell'Espresso. Mi rispose per iscritto. Mi fece i complimenti per la mia “padronanza del racconto” e m’invitò ad andarlo a trovare a Roma. Non avevo neppure i soldi del biglietto del treno, e restai a casa. Non lo dico per patetismo. C'era forse anche un'ombra di naturale accidia o pudore o ritrosia o mancanza di spirito d'avventura che mi bloccavano.
E così si dedicò ad altre cose.
Mi laureai in giurisprudenza all’Università di Napoli e, successivamente, anche in filosofia. Tra l'una e l'altra laurea, ho lavorato due anni nell'Olivetti. C'era ancora il patron Adriano ed ebbi la ventura di conoscere alcuni notevoli personaggi: Ottiero Ottieri, Giancarlo Lunati ed altri. L'Olivetti si avviava al tramonto, per cui mi diedi - come ripiego - all'insegnamento. Ricordo che a uno dei concorsi, ebbi modo di incrociare Giorgio Petrocchi, uno dei più insigni dantisti di questo secolo. Insegnando, venni faccia a faccia con ciò che veramente amavo: il mondo delle parole e, in particolare, delle parole quando si organizzano in una favola.
Vent’anni di insegnamento, fino alla nomina a preside.
Ho insegnato presso il Magistrale di Nocera fino al 1982. Quell'anno ebbi ben cinque nomine a preside, avendo vinto 5 concorsi per esami. Scelsi l'Itc "Pucci" di Nocera, dove sono rimasto per poco più di due anni. Spero di non aver lasciato un cattivo ricordo di me. Pensi, avevamo ogni anno 2.500 alunni. Per risolvere il problema del sovraffollamento delle aule, feci istituire due nuovi istituti, uno a Sarno e uno ad Angri. Organizzai conferenze con filosofi del livello di Aldo Masullo, incontri con giuristi importanti come il professor Bonifacio, che era stato Presidente della Corte Costituzionale, e anche concerti di musica classica, con la collaborazione di una società di musicofili di Nocera. Tenne un concerto per noi anche il flautista di fama internazionale Severino Gazzelloni. Un’attività culturale notevole, che mi procurò molte ostilità e invidie.
Fu lei a organizzare la prima manifestazione pubblica a Nocera per Domenico Rea.
In tanti anni, a Nocera, non era stato mai organizzato un incontro pubblico con don Mimì. Con l’aiuto del sindaco Mario Stanzione, che conoscevo da ragazzo, lo invitai all’Itc insieme a Giuseppe Marrazzo, un altro nocerino illustre. Marrazzo, grazie alle inchieste sulla camorra, era diventato un giornalista molto noto, ma in quell’occasione si acconciò ad essere un comprimario.
Che tipo era Domenico Rea dal punto di vista umano?
Era un personaggio carnale, istintivo, esplosivo, a volte incontenibile, ricco di vivacità e di verve. Sono contento che di recente abbia avuto anche la definitiva consacrazione letteraria, con il saggio critico che gli ha dedicato Maria Corti.
Nel 1985 lei vince il concorso per dirigente superiore per i servizi ispettivi del Ministero dell’Istruzione e sbarca a Milano.
E’ stata una bella esperienza. Negli anni Ottanta ho collaborato alla redazione dei programmi di studio e di esami degli istituti professionali e al Progetto ’92 di aggiornamento a distanza per i docenti, che è stato uno dei progetti più riformatori della scuola italiana e che, dietro mia iniziativa, vide tra i protagonisti uno dei più eccellenti linguisti italiani, Raffaele Simone.
Nel 2002 il professor Ruggiero pubblica il suo primo romanzo, "Rossa malupina".
Non è che io mi sono svegliato un giorno e ho scritto di getto un romanzo. Ho studiato per anni, ho riflettuto, ho pubblicato saggi di critica letteraria e di linguistica applicata.
D’accordo, ma l’idea come l’è venuta?
L’idea di “Rossa malupina” è nata per stizza e per dispetto. Dispetto al mio dentista che s’era schiaffato in testa di scrivere un romanzo giallo e che io dovessi subire i suoi trapani e, insieme, i suoi esercizi letterari. Per ripicca, aprii il frigorifero e tirai fuori Fielding Sterne Manzoni Leopardi Eliot Joyce e, poi, Basile e tutta la rigatteria alta e bassa che ho accumulato studiando insegnando per trent’anni, facendo il preside per due anni, il dirigente ispettivo per diciassette, e soprattutto vivendo. Ho messo tutte queste cose in un frullatore napoletano-nocerinese e ho frullato il nostro caos quotidiano. Col Vesuvio che chiude tutto.
Il suo primo romanzo ebbe un buon successo.
Sì, anche se camminò solo con i suoi piedi. Ricordo che quando l'edizione era oramai esaurita, pur non avendo goduto di alcuna seria diffusione, attirò l'attenzione di un critico letterario del calibro di Cesare Segre, che mi parlò di "chiari valori letterari" e di "impasto linguistico innovativo e fascinoso". Da quella proustiana tazza da tè sono, poi, venuti fuori altri due romanzi: "Ballata nucerinese" e "Nuova Nocera York".
C’è qualche parentela tra la Nocera dei suoi romanzi e la Nofi di Domenico Rea?
Credo proprio di no. E’ evidente che per un narratore è più facile ambientare le proprie storie in luoghi che conosce meglio e che è più capace di descrivere. Però Rea chiama Nocera Nofi, io la chiamo per nome e “cognome”, Nocera Inferiore, anzi Nucera. Così come chiamo i suoi abitanti nuceresi, perché considero la parola nocerini l’intromissione dell’italiano standard sul termine dialettale.
E’ solo una differenza terminologica?
La differenza terminologica cela anche una differenza di obiettivi narrativi. Rea ha vissuto nel periodo del realismo e sentiva l’esigenza di essere fotografico. La mia Nocera, invece, non è la Nocera anagrafica, ma una città metaforica. Non a caso Joyce diceva che gli veniva più facile scrivere Dublino che Londra. Lo stesso accade a me. Poiché è chiaro l’uso metaforico di Nocera, e poiché so che è metafora e non fotografia, posso permettermi il lusso di conservarne il nome.
Pensa mai a Nocera con nostalgia?
Le potrei rispondere con una frase di Benedetto Croce. Io mi sono sempre illuso di essere filius temporis, e non filius loci. Per me Nocera è una dimensione del tempo che non appartiene a un luogo preciso ma a un luogo dell’anima. Detto questo, ho una moglie nocerina nocerina, e due figli ancora più nocerini di lei. Il primo, Giovanni Maria, è medico-psichiatra di discreta fama in Europa, e la seconda, Simonetta, è – dicono - un architetto di notevoli qualità.
Sta lavorando a nuovo romanzo?
L’ho terminato, oramai. Proprio l'altro giorno mi ha telefonato un alto responsabile di una grossa casa editrice che ha letto con attenzione tutti e tre i miei romanzi rimanendo "ammirato" e mi ha detto che erano interessati a pubblicare il quarto. Ma, saputo che ho accresciuto la "Rossa Malupina" di circa 40 pagine e che ne ho rivisto, senza stravolgerlo, l'impianto linguistico e grafico, ha allargato il suo interesse anche al primo romanzo. Ci vedremo nei prossimi giorni.
Insomma, sta vivendo una seconda giovinezza...
La mia vita è stata una vita semplice, e semplici sono state le cose che ho fatto. Come a volte succede, ora stanno maturando tanti avvenimenti inaspettati, fino a far diventare eccitante il finale di partita che sto giocando.

(La Città di Salerno, 3 ottobre 2004)

Scheda biografica

Corrado Ruggiero è nato il 28 settembre del 1935 a Carbonara di Nola (Napoli). E’ cresciuto e si è formato a Nocera Inferiore, dove si trasferì con la famiglia all’età di quattro anni e dove ha frequentato tutte le scuole. Laureatosi in Giurisprudenza e in Filosofia all’Università di Napoli, ha lavorato all’Olivetti prima di dedicarsi all’insegnamento. Docente di italiano e di storia fino al 1982, presso l’istituto magistrale di Nocera, ha vinto poi il concorso a preside e, nel 1985, quello per ispettore scolastico. Si è trasferito a Milano nel 1990, e ora vive a Peschiera Borromeo. In passato ha collaborato alla terza pagina di "Paese Sera", e a "Brescia Oggi", "La Provincia" di Como, "Il Messaggero Veneto". Ha scritto diversi saggi sulla didattica dell'italiano e di analisi di problemi letterari, occupandosi di Edoardo Sanguineti, di Pirandello, di Wittgenstein e di Manzoni. Attualmente collabora a "la Repubblica". Ha pubblicato finora tre romanzi: "Rossa malupina" (2002), "Ballata nucerinese" (2003) e "Nuova Nocera York" (2003).

Intervista a Carlo Rienzi, presidente Codacons

di Mario Avagliano

“Il carovita è un dramma per gli italiani. Ci sono milioni di famiglie che non arrivano a fine mese con gli stipendi”. L’atto di accusa è di Carlo Rienzi, salernitano, classe 1946, presidente del Codacons, una delle associazioni più combattive dei consumatori. Quando nel maggio scorso l’avvocato Rienzi si presentò in mutande alla conferenza stampa della Lista dei consumatori per protestare contro l’aumento vertiginoso dei prezzi, in molti pensarono a una boutade. A distanza di quattro mesi, il presidente del Codacons non rinnega quel gesto. “E perché mai! – afferma - Non è cambiato nulla da allora. Il patto Governo-commercianti sui prezzi è un falso. I consumatori non risparmieranno niente”. Rienzi non è nuovo a proteste clamorose. Come quando fumò il sigaro nei locali del Ministero della Sanità, ottenendo che finalmente si controllasse il divieto di fumo negli uffici pubblici. O come quando fu processato (e assolto) perché con una telecamera nascosta aveva ripreso i vigili urbani di Roma che non facevano il proprio dovere. Intervistato da la Città, il presidente del Codacons ci anticipa in esclusiva che la Lista dei Consumatori si presenterà alle elezioni regionali e sceglierà le alleanze in base ai programmi, anche se non nasconde una maggiore sintonia con il centrosinistra. E su Salerno dice: “E’ una città che ha fatto grandi passi in avanti, pure nella tutela dei diritti dei consumatori”.

Salerno è ancora nel suo cuore?
Le mie radici sono a Salerno. I miei genitori erano salernitani, io ho sposato una salernitana (Maria Rosaria Bove, n.d.r.), la maggior parte dei miei parenti e dei miei migliori amici vive a Salerno. Devo continuare?
No, magari meglio sfogliare insieme l’album dei ricordi.
Nei miei anni verdi, Salerno era via dei Mercanti, i vicoli sporchi e cadenti, da evitare, perché vi albergavano la delinquenza e la prostituzione. Salerno era la tragica mancanza di infrastrutture di trasporto efficienti, l’assenza di luoghi nei quali divertirsi. Ma era anche Piazza San Francesco, i circoli il Ridotto e la Scacchiera, dove si organizzavano le feste e si giocava a ping pong, le lunghe passeggiate al lungomare per rimorchiare ragazze...
Aveva successo?
Macché! Allora era difficile per tutti.
Anche lei è un ex alunno del Liceo classico Tasso.
Ho ancora vivo il ricordo del Liceo Tasso e del suo straordinario corpo docente: il professor Coppola di latino e greco, il professor Lazzaro di italiano, la professoressa Amendola di matematica. Mi dilettavo a scrivere sul giornale scolastico. Rammento una poesia che s’intitolava “Amo la pioggia”. Mi sono diplomato con la media del 9, e in quel periodo vinsi anche un concorso nazionale di cultura religiosa (il concorso Veritas).
Dopo il diploma, lei si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza a Roma e fa in tempo a partecipare al Sessantotto.
Erano gli anni della contestazione, anni di conflitti e di scontri duri, ma anche di battaglie giuste per riformare la scuola e un Paese ammuffito. Io frequentavo il collettivo politico giuridico.
Nei primi anni Settanta lei partecipa alle battaglie in difesa degli sfrattati, dei senza casa, dei precari della scuola. Da che cosa nasce la sua passione civile?
In parte nasce da un fatto caratteriale: sono del segno zodiacale della Bilancia, e non posso sopportare le ingiustizie. E poi ha contato molto l’educazione familiare. Mio padre Vincenzo è una persona che ha sempre lottato per i più deboli e fondò il primo sindacato autonomo della scuola, lo Snals, che attualmente è il più grande organismo di rappresentanza degli insegnanti. Io stesso, come avvocato, ho difeso migliaia di precari, ottenendo la famosa sentenza n. 249 che sancì l’immissione in ruolo di oltre 5000 precari.
In quel periodo lei collaborò anche con Magistratura democratica e Psichiatria democratica.
E’ stata una bella stagione di lotte. Abbiamo ottenuto risultati importanti. Quello di cui vado più fiero, è il grande processo al manicomio giudiziario di Aversa. Riuscii a passare a un internato una telecamera e delle bobine vergini, per riprendere le terribili violenze che venivano praticate all’interno dell’istituto. Io ero l’avvocato di dieci internati e grazie a quelle immagini, che ebbero grande risalto su tutti i mass media, ottenemmo un risarcimento di 10 milioni per ciascuno di loro, che all’epoca erano una cifra notevole. Purtroppo il direttore del manicomio si suicidò. Ricordo che il giorno della sentenza, i telegiornali aprirono con due notizie, quella di Aversa e quella del sequestro di Moro.
Nel suo curriculum vanta anche numerose battaglie in difesa dell’ambiente.
Ho collaborato con il WWF, Lega Ambiente e Italia Nostra: dalla chiusura delle fabbriche pericolose (come la Farmoplant di Massa) al blocco dell’autostrada della Valle D’Aosta, priva di valutazione di impatto ambientale; dal fermo della cementificazione di Ponte Galeria alla copertura dello stadio Olimpico; dalla restituzione all’uso archeologico dell’area di Caracalla alle mobilitazioni di Montalto di Castro che bloccarono il nucleare. In materia ambientale, ho ottenuto anche la sentenza del Tribunale Penale che dispose il sequestro di Radio Maria, che emetteva onde elettromagnetiche superiori alla norma.
Trent’anni di iniziative spesso clamorose a tutela dei consumatori. Un aneddoto curioso da raccontare?
Potrei raccontare di quando, agli inizi della mia carriera, annotavo le targhe dei Tir che viaggiavano la domenica, in barba ai provvedimenti ministeriali di divieto. Dopo alcune denunce alla polizia stradale, ottenni che il divieto fosse rispettato. Mi piace ricordare la battaglia vinta per ottenere un provvedimento del Giudice Amministrativo che anticipò l’obbligo di indossare le cinture di sicurezza in tutto il Paese. E poi, è per me motivo di orgoglio anche la sentenza del TAR Lazio del 1998, che ha disposto, in relazione alla questione igienica dell’apertura delle lattine “stay on tab”, l’aggiunta dei tappi a protezione delle stesse.
Ha mai rischiato procedimenti giudiziari a suo carico?
Diverse volte. Scherzando, mi definisco un “delinquente abituale”. E infatti fui processato, e assolto, per aver calunniato i medici di “Regina Coeli” che picchiavano i detenuti. Fui processato, e assolto, per aver costretto una farmacia, con un blitz, ad interrompere lo sciopero dei ticket. Fui processato, e assolto, per aver definito la 15^ ripartizione del Comune di Roma, che si vendeva le licenze al metro cubo, una “bottega male odorante”. Sono stato sottoposto a otto procedimenti disciplinari per aver utilizzato la mia funzione di avvocato difendendo i cittadini, ma sono stato sempre assolto.
E’ cambiato qualcosa nella burocrazia italiana, oppure siamo ancora nella situazione degli anni Settanta?
Negli anni Novanta sono state varate nuove normative che hanno agevolato molto i cittadini. Mi riferisco in particolare alle leggi Bassanini sull’autocertificazione, che hanno limitato al minimo indispensabile il rapporto tra cittadini e sportelli pubblici.
E la mala amministrazione, è sempre un cancro per l’Italia?
La tendenza a sprecare il danaro pubblico esiste ancora. Però, grazie alla legge sulla trasparenza (la 241 del 1990), che credo di aver contribuito a far approvare, ora la pubblica amministrazione è più efficiente. La possibilità di accedere agli atti da parte di tutti i cittadini, costituisce un formidabile deterrente nei confronti del vecchio costume di accumulare le pratiche sulla scrivania. Anche le privatizzazioni hanno favorito il cambio di marcia. Basti pensare a quanto è accaduto nel settore delle Poste.
Oggi qual è il problema numero uno per i consumatori?
Arrivare a fine mese. Il caro prezzi e la diminuzione del potere di acquisto delle retribuzioni hanno messo a rischio di povertà le famiglie a reddito medio-basso.
L’accordo tra Governo e commercianti non pone un argine alla corsa dei prezzi?
Assolutamente no. Eurispes ha calcolato che in media il risparmio è di appena 10 vecchie lire. La verità è che la politica del Governo di lasciar fissare i prezzi al mercato, si è rivelata un grande fallimento. Per dare ossigeno ai consumi, l’economia italiana avrebbe bisogno di una ricetta drastica: tagliare i prezzi del 10-20%. E questo vale anche per le tariffe, per la telefonia, per le polizze RCA.
Non basta liberalizzare il mercato per creare concorrenza?
I fatti dimostrano che non è così. Anche dopo le liberalizzazioni, continuano i cartelli. Prenda il caso degli sms: come mai costano tutti 0,15 centesimi, quando invece il costo industriale è 0,01 centesimi? C’è lo spazio per una reale concorrenza, ma evidentemente ai gestori conviene mettersi d’accordo.
Alle europee del giugno scorso, per difendere i consumatori, ha dato vita addirittura a una lista. Non era la sua prima volta in politica, vero?
In effetti mi ero già candidato per i Verdi, alle elezioni politiche del 1987. Fu un’esperienza terrificante, capii da vicino cos’era la politica. Pensi che un leader importante dei Verdi, originario come me del Sud, non volle la mia candidatura a Salerno. Portai un bel po’ di voti nuovi al Sole che Ride, ma il giorno dopo non ebbi neppure una telefonata di ringraziamento.
E l’esperienza delle Europee 2004, com’è andata?
E’ stata bellissima, entusiasmante. I nostri banchetti elettorali nei mercati, nelle piazze, per le strade, erano assaliti dai cittadini. Abbiamo raccolto ben 161 mila voti, pur presentandoci solo in 3 circoscrizioni su 5. Abbiamo peccato di inesperienza. Se ci fossimo presentati ovunque, avremmo eletto almeno un eurodeputato.
La Lista dei Consumatori ha chiuso bottega o continuerà ad esistere?
Le do una notizia in esclusiva: abbiamo deciso di continuare. Stiamo valutando come presentarci alle elezioni regionali, da soli, senza apparentarci con nessuno, oppure alleati - sulla base dei programmi - con il centrosinistra o con il centrodestra. Il nostro primo punto programmatico è l’istituzione di assessorati regionali per i consumatori. Il 6 ottobre ci sarà una riunione a Roma per decidere cosa fare.
Vediamo di capire chi sceglierete. Chi butterebbe lei giù dalla torre, Prodi o Berlusconi?
Butterei giù Berlusconi, non c’è dubbio. Certo, anche il centrosinistra ha varato leggi sbagliate, come la legge sui mutui usurari, ma almeno con loro si poteva discutere. Faccio un esempio concreto: dialogando con l’onorevole Vita, siamo riusciti ad ottenere una buona legge sull’elettrosmog. Al contrario, quando siamo stati ricevuti dal Ministro Gasparri, ci ha detto letteralmente: “Sono il rappresentante eletto dal popolo e di voi non me ne frego assolutamente nulla”.
Meglio la squadra economica del centrosinistra Bersani-Letta-Visco, o quella del centrodestra Siniscalco-Marzano-Tremonti?
Non c’è confronto, è nettamente superiore la squadra del centrosinistra. Mi riferisco in particolare a Bersani e a Letta. Marzano, invece, è quanto di peggio si possa augurare chi ha a cuore la tutela dei consumatori.
E a Salerno e in provincia, le amministrazioni sono sensibili alle ragioni dei consumatori?
C’è un buon ascolto da parte delle amministrazioni salernitane, di tutti i colori politici. L’attenzione è alta, e lo dimostra il fatto che il Codacons in provincia di Salerno e in Campania ha il numero più elevato di sedi che in ogni altra regione d’Italia.
Salerno nell’ultimo decennio è cambiata molto. Qual è il suo giudizio spassionato?
Quando torno, a volte stento a riconoscerla, tanto è cambiata. E’ più bella, più pulita, più accogliente. Ritengo che il sindaco De Luca sia stato davvero bravo nello spendere i soldi pubblici. Forse qualche spreco c’è stato, ma nel complesso il mio giudizio è assai positivo. Il sindaco attuale, De Biase, lo conosco meno; è più un’ombra del precedente.
Il suo legame con Salerno è rimasto immutato?
Eccome! Pensi che i miei amici più cari sono tuttora quelli della scuola media e del Tasso. Abbiamo costituito il clan degli amici di serie A. Vi fanno parte Luigi Spina, docente di letteratura greca all’Università di Napoli e residente a Bologna; Franco Silvestri, primario di cardiologia all’Ospedale di Salerno; Raffaele Mele, dirigente delle Fs a Roma; Paolo De Maio, dirigente Aeritalia che vive a Salerno; e Enrico Marchetti, responsabile del Codacons in Campania. Purtroppo, uno degli amici del gruppo è prematuramente scomparso: Carlo Lepore, che era magistrato a Potenza. Comunque sì, lo ammetto, Salerno è ancora importante per me...

(La Città di Salerno, 26 settembre 2004)

Scheda biografica

Carlo Rienzi è nato a Salerno l’8 ottobre del 1946. Vive a Roma e ha due figli (Giamila di 30 anni e Vincenzo di 18 anni). Si è laureato all’Università La Sapienza di Roma nel 1969, con il massimo dei voti e una tesi in storia del diritto romano avente ad oggetto “La democrazia nella Repubblica Romana”. E’ stato per diversi anni docente di storia del diritto romano, come volontario, come contrattista e da ultimo come ricercatore, e poi anche docente di diritto scolastico, italiano e straniero, presso l’Università La Sapienza di Roma. Il suo impegno per i consumatori è iniziato negli anni ‘70, quando è stato in prima fila nelle battaglie in difesa della casa, in favore degli sfrattati e a sostegno delle autoriduzioni delle bollette Sip ed Enel. In questo periodo collaborava anche alle attività e alle riviste edite da Magistratura Democratica. Vinta la cattedra di Materie Giuridiche ed economiche nelle scuole superiori, Rienzi ha insegnato per un anno all’ITIS Bernini di Roma. Successivamente ha lasciato il mondo della scuola, per dedicarsi all’attività di avvocato. Presidente del Codacons, è stato protagonista di numerose iniziative in difesa dei consumatori. Ha avuto anche due esperienze politiche: è stato candidato nella lista dei Verdi alla Camera dei Deputati, alle elezioni politiche del 1987, e nella Lista dei Consumatori, alle elezioni europee del 2004. Ha pubblicato circa venti saggi di storia del diritto romano e del diritto scolastico e decine di interventi in tema di diritti civili a difesa di diritti di cittadini su riviste e testi italiani e stranieri.

Intervista a Liliana Ferraro, magistrato

di Mario Avagliano

Un magistrato “di ferro”, si potrebbe dire pariodando il titolo di un famoso film di Pasquale Squitieri. E in effetti la salernitana Liliana Ferraro, 59 anni, ha speso gran parte della sua vita al servizio dello Stato e delle istituzioni, prima collaborando con il Generale Dalla Chiesa nella lotta al terrorismo, poi lavorando fianco a fianco con il Pool antimafia di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino nell’inchiesta che portò alla condanna dei boss di Cosa Nostra. Fu lei a fornire ai giudici siciliani i mezzi per combattere la mafia, fu lei a sovrintendere alla costruzione dell’aula bunker nel carcere dell’Ucciardone di Palermo. Dopo l’assassinio di Falcone, fu lei chiamata a sostituirlo alla Direzione Generale degli Affari Penali del Ministero di Grazia e Giustizia. Nel 2001 il sindaco di Roma Veltroni l’ha voluta nella sua giunta, come assessore alla sicurezza della capitale. Un incarico delicato che la Ferraro svolge con determinazione e con successo, come le è stato riconosciuto anche in occasione della recente visita del presidente americano Bush a Roma.

L’infanzia e l’adolescenza hanno il profumo e il colore dei luoghi dove si è vissuti. Com’era la Salerno di Liliana Ferraro?
Era una cittadina bellissima, dall’atmosfera gioiosa e amichevole, con un lungomare di grande fascino.
Era anche una città sicura?
All’epoca sì. Non c’erano problemi di criminalità. Salerno era tranquilla. Ricordo ancora i miei anni al Liceo Tasso e le passeggiate al corso con i miei cugini e le mie amichette.
Tutti ricordi belli?
Nel mio cuore c’è posto anche per il ricordo angoscioso dell’alluvione del 1954. Non potrò mai dimenticare il giorno che ho visto uscire un braccio dal fango...
A 15 anni lei si trasferisce con la famiglia a Napoli e, dopo la maturità, si laurea in Giurisprudenza.
All’Università di Napoli ho avuto la fortuna di avere come docente di diritto penale il professor Remo Pannain. E’ stato per me un incontro importante perché mi ha consentito di fare un percorso di studio a contatto con il mondo carcerario.
Nel 1970 vince il concorso di magistratura e viene assegnata a Lodi. Come fu l’impatto con il profondo Nord?
Non fu per niente facile. Ricordo il mio primo giorno in quei luoghi, quando arrivata alla stazione di Lodi, presi un taxi. Era una giornata in cui la nebbia si tagliava a fette. Dopo un po’ il tassista si fermò e disse: “Siamo arrivati”. “Arrivati dove?”, gli risposi. Il palazzo del Tribunale non si vedeva. A parte il clima, fu un salto non da poco per me. Trovai una mentalità diversa rispetto a quella del Sud, anche se poi mi ambientai bene, stabilendo un rapporto cordiale con gli avvocati, nel reciproco rispetto dei ruoli.
Nel 1973 lei viene chiamata al Ministero di Grazia e Giustizia.
In quegli anni cominciava il terrorismo, e anche nelle carceri si vivevano momenti difficili, caratterizzati da rivolte. Ricordo in particolare il periodo in cui ministro della Giustizia era un gentiluomo meridionale, Francesco Bonifacio, di Castellamare di Stabia. Entrammo subito in sintonia.
Al Ministero conobbe e collaborò con il Generale Dalla Chiesa, che dirigeva il nucleo antiterrorismo.
Iniziai a collaborare con Dalla Chiesa già da prima, quando il ministro lo incaricò di seguire gli istituti carcerari. All’epoca non era ancora generale. Io venivo dalla magistratura, lui dall’Arma dei carabinieri, eravamo di due mondi diversi. All’inizio, dal punto di vista umano, dovetti superare la sua rigidità caratteriale. Poi il nostro rapporto divenne costruttivo e anche amichevole. Lui si mostrò davvero affettuoso con me. Conoscevo la prima moglie, che purtroppo morì d’infarto, e più tardi mi presentò anche Emanuela, che sarebbe diventata la sua seconda moglie.
Nel fortino del Ministero lei visse il periodo terribile della lotta del terrorismo.
Il Paese si trovava in una situazione devastante. Nel giro di qualche anno le Brigate Rosse uccisero magistrati, poliziotti, giornalisti, agenti di polizia penitenziaria. Vivevamo in uno stato di angoscia, unito a una sorta di sgomento perché non sapevamo bene come reagire e quali fossero le forme più adeguate per combattere il terrorismo.
Che cosa ricorda del sequestro Moro?
Furono giorni tremendi. Eravamo al lavoro praticamente 24 ore su 24, per seguire la tragedia che si stava sviluppando. Il ministro Bonifacio era grande amico di Aldo Moro. L’ho visto soffrire molto. E’ stata una lezione di vita, di come a volte il dolore personale debba convivere con il senso del dovere e con la necessità di tutelare l’interesse generale. Bonifacio adottò la decisione di non trattare con le Brigate Rosse con una sofferenza incredibile.
Nel 1983, dopo una parentesi al Corte di Cassazione, torna al Ministero e per lei si apre un altro fronte: quello della lotta alla mafia.
L’anno prima Cosa Nostra aveva ucciso Dalla Chiesa. Ai primi di agosto fu ammazzato anche Chinnici. Allora il ministro Martinazzoli decise di dare il massimo sostegno agli uffici giudiziari di Palermo e io fui inviata in Sicilia per accertare quali fossero le condizioni di lavoro dei magistrati che combattevano la mafia e per far fronte alle loro esigenze.
Che impressione ebbe?
Ho ancora in mente il giorno in cui sono entrata per la prima volta nell'ufficio di Giovanni Falcone. Era seduto su una sedia quasi sgangherata, appoggiato a un tavolo traballante dove c'erano fascicoli che cadevano da tutte le parti. Ho detto: “Iniziamo dalle cose più elementari; prendiamo una sedia comoda, un tavolo stabile”. Così abbiamo cominciato: prima la sedia, poi il tavolo, l'archivio, un sistema informatico per la gestione dei dati. Poi la sede per il gruppo della finanza, che era sommerso di carte provenienti dalle banche, il computer per i finanzieri, la microfilmatura delle carte, perché ormai i fogli erano tanti che non si trovavano più. Quindi affrontammo il problema della sicurezza.
La sicurezza?
Nino Caponnetto, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e gli altri magistrati del Pool non erano sicuri in quegli uffici. Li feci trasferire in un piano ammezzato tutto blindato, al quale si poteva accedere soltanto bussando a un citofono sorvegliato.
Un’intesa immediata.
Sì, li ho conosciuti nel 1983 e ho subito cominciato a lavorare per loro e con loro. Nel 1984, quando ci fu il pentimento di Tommaso Buscetta, abbiamo sognato la vittoria. Nell’agosto del 1985 abbiamo pianto gli amici Cassarà e Montana uccisi dalla mafia, ma non ci siamo fermati. Falcone, Borsellino e gli altri facevano indagini e scrivevano l'ordinanza, io procuravo i mezzi materiali e facevo costruire l'aula-bunker.
Ha detto Caponnetto: senza la Ferraro non saremmo mai arrivati al maxiprocesso.
Credo che abbia detto queste parole perché tra di noi c’è stata sintonia assoluta. Mi coinvolsero totalmente nella loro battaglia e credo di aver dato un piccolo contributo a creare il consenso dello Stato intorno alla loro attività.
Che tipo era Caponnetto?
Nino Caponnetto è stato un personaggio eccezionale, di una carica umana incredibile e di una grande bontà d’animo, pari al suo rigore morale. Un uomo capace di essere dolce e fermo al tempo stesso. In un caldo pomeriggio di agosto del 1985, gli chiesi di lasciare Palermo, insieme a Giovanni e Paolo, perché non vi era certezza di difendere la loro vita. "Mai - disse Caponnetto -. Porta all'Asinara Giovanni, Paolo e le loro famiglie. Così potranno continuare a scrivere l'ordinanza tranquilli e sicuri. Io resto qui, perché non si dovrà mai dire che lo Stato fugge davanti al nemico. Nessuno di noi può interrompere il proprio lavoro".
Falcone fu oggetto di pesanti attacchi, anche da parte di colleghi magistrati. Specialmente quando decise di accettare la proposta del ministro Martelli di lavorare al Ministero di Grazia e Giustizia. Come se lo spiega?
Credo che abbia contato molto anche l’invidia, quella più becera, più stupida, determinata da sciocche ambizioni.
Il 31 gennaio 1992, la sera in cui fu resa nota la sentenza del maxiprocesso contro la mafia, lei si trovava con Falcone.
Falcone fece comperare una bottiglia di champagne, e nonostante fosse calda, brindammo. Non era allegro, anzi era attraversato da una vena di malinconia. Fu una serata di soddisfazione enorme, ma sobria. Non c’è mai stato sentimento di vendetta in noi. Brindavamo perché con quella sentenza si era affermato che lo Stato era più forte della mafia. Ma sapevamo che Cosa Nostra ce l'avrebbe fatta pagare. E il primo obiettivo era Falcone, il motore di tutta quella vicenda.
E infatti il 23 maggio del 1992 Falcone muore nella strage di Capaci.
E’ stato uno degli eventi più squassanti della mia vita. Dal punto di vista umano, era la perdita dell’amico, del collega, della persona con la quale lavoravo e vivevo gomito a gomito, condividevo battaglie, idee, ma anche pranzi, cene, giornate a tempo pieno. Dal punto di vista dello Stato, era il pagamento di un pedaggio atroce per aver difeso le istituzioni e combattuto la mafia. Gli stessi sentimenti che ho provato 59 giorni dopo, quando hanno assassinato Paolo Borsellino.
Borsellino sapeva che rischiava più di chiunque altro, eppure non si tirò indietro.
Dopo l’assassinio di Falcone, la moglie Agnese, in una sera di fine giugno del 1992, in una saletta dell'aeroporto di Roma, lo pregò di «lasciare», preoccupata per la vita del suo uomo, del padre dei suoi figli. Ma lui rispose che non era possibile. Paolo aveva con Falcone un legame che non era solo professionale e di amicizia, ma anche di fortissima stima. Essendo procuratore aggiunto a Palermo, spettavano a lui le indagini sulla morte di Giovanni, e decise che doveva trovare i responsabili.
In quegli anni le è capitato di temere per la sua vita?
Molte volte. La paura è un fatto umano.
Nell’agosto del 1992 il ministro Martelli le chiese di prendere il posto di Falcone alla Direzione Generale degli Affari Penali.
Mi cercò al telefono personalmente. Per me fu un’emozione enorme, anche se sostituire Giovanni mi sembrava impossibile. Nessuno può rapportarsi a Falcone. E’ stato un personaggio straordinario, che mi ha arricchito sotto ogni punto di vista, e difficilmente il confronto potrebbe reggere.
Lei ora è Segretario generale della Fondazione Falcone. Quale è il lascito morale di Falcone e di Borsellino alle nuove generazioni?
Penso che sia indispensabile che i giovani conoscano questo pezzo di storia del nostro Paese e comprendano quale forza morale avessero uomini come Falcone e Borsellino, il cui obiettivo primario era la difesa dello Stato e delle istituzioni, nell’interesse del sistema democratico. Oggi troppo spesso si agisce in nome di interessi personali.
Dopo il sacrificio di Falcone e Borsellino, la lotta alla mafia ha fatto progressi?
L’organizzazione criminale ha subito grossi colpi. Questo non significa che la mafia sia sconfitta e che Cosa Nostra sia sparita.
Parliamo del suo incarico attuale. E’ complicato gestire le politiche della sicurezza di una grande città come Roma?
Non è semplice. Devo dire che la polizia, i carabinieri e la guardia di finanza e anche la polizia municipale fanno un lavoro eccezionale. La cosa importante è che tra i romani sta crescendo il sentimento di sicurezza.
Nonostante l’11 settembre?
Da quel giorno anche a Roma il livello di attenzione è più alto, come accade in tutte le metropoli del mondo. Ma in occasione della visita recente di Bush, abbiamo dato una prova di grande maturità.
Torna mai a Salerno?
Certo che ci torno! Mio fratello e un mio nipote vivono a Salerno. La città è molto cambiata. Negli anni Ottanta era confusa, caotica, adesso invece è tornata ad essere bella, a dimensione d’uomo, con una vita culturale vivace.
Lei ha lasciato la Campania da oltre trent’anni. Che cosa le è rimasto dentro di salernitano?
Moltissimo. Io ritengo che le radici siano la parte più importante di una persona. Io sono meridionale e credo nel Sud, nei valori della famiglia, delle tradizioni, dell’amicizia, nella concezione della tavola. A volte però sono triste ed amareggiata perché la gente del Mezzogiorno non riesce ad avere lo scatto di orgoglio che pure ci appartiene.

(La Città di Salerno, 13 giugno 2004)

Scheda biografica

Liliana Ferraro nasce a Lustra Cilento (Salerno) il 22 giugno del 1944. Laureata in Giurisprudenza all’Università di Napoli, nel 1970 vince il concorso di magistratura e viene assegnata al Tribunale di Lodi. Nel 1973 è chiamata al Ministero di Grazia e Giustizia, dove segue la riforma dell’ordinamento penitenziario e del codice di procedura penale. Tra il 1974 e il 1980 riveste l’incarico di responsabile del coordinamento tra il Ministero di Grazia e Giustizia ed il Nucleo Antiterrorismo del Generale Dalla Chiesa, occupandosi di tale tematica anche sotto il profilo normativo, per gli accordi internazionali e presso il Consiglio d’Europa per la Convenzione per la lotta al terrorismo. Dal 1980 al 1983 lavora presso la Corte Suprema di Cassazione. Rientrata al Ministero di Grazia e Giustizia, collabora con il pool antimafia di Antonino Caponnetto, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, fornendo mezzi e strutture per la lotta alla criminalità. Sovrintende tra l’altro alla costruzione dell’aula bunker nella quale fu celebrato il primo processo contro “cosa nostra” istruito da Giovanni Falcone. Nel 1991 è nominata Vice Direttore Generale del Ministero di Grazia e Giustizia, al fianco dello stesso Falcone. Dopo l’assassinio del magistrato siciliano, nell’agosto del 1992 è nominata Direttore Generale degli Affari Penali del Ministero di Grazia e Giustizia. Quello stesso anno riceve il premio quale “Europeo dell’anno”, per l’attività svolta in Europa. Nel 1994 diventa Coordinatore Nazionale per la preparazione e l’organizzazione della Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sulla criminalità organizzata transnazionale. Dal 1996 al 2003 è Consigliere di Stato. E’ socio fondatore e Segretario Generale della Fondazione “Giovanni e Francesca Falcone”. Nel 2001 è nominata Assessore alle Politiche per la Sicurezza, alla Polizia Municipale ed Avvocatura del Comune di Roma.

Intervista a Aldo Vigorito, musicista jazz

di Mario Avagliano

“La mia musica ha il profumo e le sonorità del mare di Salerno”. Aldo Vigorito, 45 anni, controbassista e compositore jazz, la sua città la porta nel cuore, anche quando è in tournée in Italia e per il mondo. Un po’ più “anziano” della generazione dei Deidda e di Scannapieco, ha suonato a lungo nella band di Romano Mussolini, collaborando con alcuni tra i più grandi musicisti italiani e internazionali, da George Benson a Maurizio Giammarco, da Enrico Pierannunzi a Lew Tabackin. Il suo ultimo album, uscito qualche mese fa, s’intitola Napolitanìa e, come ha scritto la critica, realizza “un ponte immaginario tra la tradizione del jazz americano e le atmosfere mediterranee”. Da Milano, dove è in concerto con la band di Carla Marciano, Vigorito racconta le tappe della sua carriera, parla con entusiasmo dei jazzisti salernitani e propone di rilanciare la rassegna Jazz Estate al Forte la Carnale.

La Salerno dei suoi anni giovanili era diversa da quella di oggi?
Direi di sì. Era una città sicuramente meno curata. Il corso non aveva un’isola pedonale, non c’era attenzione all’arredo urbano, mancavano locali dove ascoltare musica dal vivo, il lungomare era in stato di abbandono. In compenso, il problema della droga era appena agli inizi, il numero dei tossici era assai limitato, le canne non erano diffuse come adesso, il fenomeno delle discoteche era ristretto.
Com’è entrato la musica nella sua vita?
In famiglia la musica era di casa. Mio padre Enrico suonava il pianoforte e anche i miei fratelli, più grandi di me di una decina di anni, si dilettavano a strimpellare i pezzi dei Beatles con la chitarra e le tastiere. Prendevano lezioni a casa, dal maestro Pierino Magliano, e io li guardavo affascinato.
Lei quando ha cominciato?
A 10-11 anni di età. Suonavo la chitarra e il pianoforte. La passione man mano è cresciuta. E’ stata decisiva l’amicizia e la mezza parentela con Guglielmo Guglielmi, il cui padre era un ottimo clarinettista e arrangiatore. Ricordo che nel 1974, quando avevo 16 anni, quasi ogni domenica, su invito di Guglielmo e del padre, partecipavo a una sorta di jam-session alle quali intervenivano musicisti napoletani come Franco Coppola e musicisti salernitani come Angelo Cermola ed Enrico Parrilli. E’ lì che ho cominciato a cimentarmi con il basso elettrico. Innamorarsi del jazz e poi passare al contrabbasso, è stata una conseguenza naturale.
Chi sono stati i suoi maestri?
Finito il liceo scientifico a Salerno, mi sono iscritto al Conservatorio di Avellino e dopo un anno mi sono trasferito al Conservatorio di Roma. E’ stato importante per acquisire una padronanza dello strumento e naturalmente per la mia formazione musicale in senso ampio. Per quanto riguarda il jazz penso che, aldilà di un breve periodo di studio con Riccardo Del Frà alla Saint Louis di Roma, posso considerarmi un autodidatta. Ascoltare i dischi dei grandi jazzisti di tutti i tempi mi ha aiutato moltissimo.
Nel dicembre del 1980, subito dopo il terremoto, Aldo Vigorito ha fatto le valigie ed è andato a vivere nella capitale. Come mai?
Avevo deciso che il jazz era la mia vita e a Salerno era una missione impossibile vivere di musica. Non c’erano locali, non si organizzavano rassegne. A Roma era tutto diverso. Conobbi un giovane talentuoso chitarrista, Eddy Palermo, e cominciammo a suonare insieme al Saint Louis e nel quartiere Testaccio.
Nel 1984 lei entrò stabilmente nella jazz band di Romano Mussolini. Come lo conobbe?
Romano aveva bisogno di un bassista e Eddy gli fece il mio nome. Sono stato nella sua band per sette anni. E’ stata un’esperienza davvero formativa. Ho girato il mondo, calcando palcoscenici molto importanti, in America, in Canada, in Germania, in Inghilterra, in Svizzera. Ho suonato con musicisti del calibro di George Benson. Sono cresciuto anche musicalmente, confrontandomi con linguaggi musicali diversi dal mio.
Che tipo è Romano Mussolini?
Una persona spiritosissima e gioviale. Un grande parlatore, capace di affascinarti con i suoi aneddoti e le sue battute. Insomma, non sembra proprio il figlio del duce.
Arriviamo al 1987. Vigorito diventa direttore artistico della rassegna Jazz Estate, che per sei anni animò le serate estive salernitane al Forte la Carnale.
Fu un festival straordinario, con edizioni ricche di bei nomi del jazz italiano e internazionale. Molti salernitani lo rimpiangono ancora.
A Salerno proprio in quegli anni si affacciavano sulla scena musicale molti giovani talenti. E’ solo un caso?
L’idea del Festival Jazz nacque indipendentemente dal fermento giovanile del periodo. La crescita del fenomeno jazz era nell’aria in tutt’Italia,. Certo, non escludo che la possibilità di ascoltare tanti grandi artisti, possa aver stimolato qualcuno a provarci.
Quando conobbe i Deidda e gli altri jazzisti salernitani?
Fu proprio negli anni di Jazz Estate. Prima non tornavo quasi mai a Salerno e quindi ignoravo l’esistenza di questa realtà giovanile così effervescente. Ricordo che i tre fratelli Deidda, assieme ad Amedeo Ariano, Giovanni Amato, Daniele Scannapieco, Jerry Popolo ed altri, avevano affittato un posto a Fratte, dove suonavano tutto il giorno come dei pazzi. Ogni tanto ci andavo anche io e mi univo alla combriccola.
E’ nata allora la leggenda della scuola salernitana del jazz?
Non so se si possa parlare di scuola, di certo è nato un movimento, anche abbastanza atipico. Per essere una città di provincia, Salerno ha una schiera di musicisti eccezionali.
E’ un movimento che produce frutti tuttora? Ci sono musicisti salernitani emergenti?
Io credo che il periodo d’oro degli anni Novanta sia irripetibile. Qualche giovane bravo c’è, ma sarà il tempo a dire se vale davvero. Un nome mi sento di farlo, il pianista Julian Olivier Mazzariello, di Cava de’ Tirreni. Lui è un vero talento.
Il suo primo album è datato 1990, s’intitolava “Do it”, e coincise con la sua uscita dalla band di Romano Mussolini.
Fu uno degli ultimi vinili della storia del jazz, maturato peraltro in periodo “mussoliniano”. Quel disco nacque dal bisogno che sentivo dentro di me di scrivere qualcosa di mio, anche perché la musica che prediligevo era abbastanza lontana da quella della band di Romano.
In oltre venti anni di carriera lei ha suonato con i più grandi musicisti jazz italiani e con molte star d’oltreoceano. Le esperienze che ricorda con più calore?
Farei due nomi, Enrico Pierannunzi e George Benson. Enrico è un musicista che ho sempre stimato ed ammirato e avevo un grande desiderio di suonare con lui. Ci sono riuscito e di tanto in tanto ricapita. Ogni volta è un’esperienza fantastica. Di George Benson ricordo con piacere la vigilia del concerto. Passammo un giorno intero a provare. Fu davvero molto divertente!
Com’è nato il suo ultimo album, Napolitanìa?
Volevo un qualcosa che avesse il profumo del mare, che risuonasse di melodie dense di quella ricchezza tipica delle città di mare, e del magma umano che le compongono. Che si tratti di Buenos Aires o di Napoli, della mia Salerno, di Oporto o dell'immaginaria Innsmouth, le città a cui i titoli fanno riferimento, non ha nemmeno tanta importanza. In fondo il mare è uno spazio senza fine, un'apertura verso il mondo sconosciuto e misterioso, una sorta di disposizione mentale per cui si è sempre pronti a navigare ed accogliere tutto quello che s'incontra sulla propria rotta…
Come definirebbe la musica jazz di Napolitanìa?
E’ un jazz direi europeo, un po’ impressionista, che da’ delle chiazze di colore quà e là, ma sempre con riferimenti melodici.
In Napolitanìa suona con musicisti con i quali lavora da anni.
Si tratta del pianista Francesco Nastro e del batterista Peppe La Pusata, con i quali formo da tempo un affiatato trio. Ho voluto con me anche il sassofonista Stefano "Cocco" Cantini. Avevo suonato con lui solo una volta, ma lo conoscevo bene da un punto di vista musicale…
Quali sono i suoi modelli musicali?
Miles Davis, Bill Evans e Chet Baker.
Quale strumento usa?
Uso un Grunert, un contrabbasso di un artigiano tedesco, e talvolta il mio primo contrabbasso realizzato dall'artigiano napoletano Marino Tarantino.
Progetti?
Quest’anno ho inciso una decina di dischi che sono in uscita, con Enrico Del Gaudio, con Jerry Popolo, con Francesco D’Errico, con Salvatore Tranchini, con un trio di percussionisti molto bravi, Don Moye, Babà Sisoko e Maurizio Capone. Mi piacerebbe anche ricordare un altro disco cui tengo molto che è "Trane's grooves" di Carla Marciano, dedicato alla musica di John Coltrane. Questo mese io e Carla siamo in concerto a Milano, Vicenza, Bolzano e Roma.
Le piace vivere nella Salerno di oggi?
Moltissimo. Mi piace il clima, mi piace l’ambiente, la città è più bella del passato, e anche dal punto di vista musicale sono soddisfatto: la presenza di tanti bravi jazzisti costituisce per me un’occasione continua di confronto. Se devo fare un appunto, è che non esiste un vero e proprio jazz club e soprattutto manca una cultura manageriale dei promotor. I musicisti sono lasciati al proprio destino.
Magari si sente anche la mancanza di un festival jazz.
La rassegna invernale organizzata quest’anno al Teatro Verdi non era affatto male. Certo, sarebbe bello riproporre Jazz Estate al Forte la Carnale. Con quel panorama mozzafiato, è la location ideale.

(La Città di Salerno, 6 giugno 2004)

Scheda biografica

Aldo Vigorito è nato a Salerno il 11 luglio del 1958. Ha studiato contrabbasso al Conservatorio di S.Cecilia di Roma con Franco Petracchi e Federico Rossi. Nella capitale ha le prime significative esperienze jazzistiche collaborando con Eddy Palermo, Marcello Rosa, Cicci Santucci. Dal 1984 al 1990 fa parte del gruppo di Romano Mussolini, con il quale partecipa a numerosi festival e tournèe internazionali. Dal 1987 al 1992 è stato direttore artistico della rassegna "Jazz estate" di Salerno e di altri eventi di rilievo come il Festival jazz di Maiori. Nel 1993 ritorna a Salerno dove ritrova un ambiente jazzistico effervescente ed in continua evoluzione. Inizia una proficua collaborazione con Daniele Sepe, che si concretizza con varie incisioni discografiche e partecipazioni a festival di tutta Europa. Attualmente suona col trio di Francesco Nastro, e collabora con musicisti quali Giovanni Amato, Alfonso Deidda, Pietro Condorelli, Carla Marciano, Miles Griffith.
Molto attivo come sideman, ha suonato con alcuni tra i più importanti personaggi della scena musicale italiana e internazionale: Lew Tabackin, Bob Mover, Gary Bartz, Gianni Basso, Dave Sanborn, Jim Snidero, Paolo Fresu, Irio De Paula, Stefano Battaglia, Valery Ponomarev, Bruce Forman, Joe Magnarelli, Antonio Faraò, Tony Scott, Claudio Fasoli, Rosario Giuliani, Fabrizio Bosso, Roberto Ottaviano, Gary Smulian, George Benson, Jimmy Owens, Pat La Barbera, Lester Bowie, Dado Moroni, Adrienne West, Maurizio Giammarco, Enrico Pierannunzi, Stefano Bollani, Rita Marcotulli, Helen Merrill, Eddie Daniels, Eliot Zigmund, Benny Golson e tanti altri. Ha inciso con Romano Mussolini, Irio de Paula, Flavio Boltro, Daniele Sepe, Nino De Rose, Leo Aniceto, Carlo Lomanto, Fausto Ferraiuolo, Carla Marciano, Pietro Vitale, Ondina Sannino, Francesco Nastro, Francesco D'Errico e David Gross. Come solista ha al suo attivo due album, dal titolo "Do it" (1990) e “Napolitanìa” (2003).

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