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Intervista a Ferdinando D'Arezzo, autore televisivo

di Mario Avagliano

La scorsa settimana il suo ultimo documentario, “Schutz Staffeln. La storia delle SS”, andato in onda su Rai Tre per il programma “La Grande Storia”, ha avuto uno share dell’11%. Un indice di ascolto eccezionale per un programma di storia. Ferdinando D’Arezzo, salernitano di 46 anni, è uno degli autori televisivi più interessanti della Rai. Figlio del ministro Bernardo D’Arezzo, che nel secondo dopoguerra è stato una figura di spicco della politica salernitana e nazionale, ha realizzato vari reportage sulle operazioni di peace-keeping e collabora anche con Gianni Minoli, per il programma “La Storia siamo noi”.

S’immagini dietro a una cinepresa. Com’era la Salerno della sua fanciullezza, negli anni Settanta?
Nella mia memoria visiva ritornano spesso i fotogrammi di Via dei Mercanti e del Mercato della Rotonda. Insomma, la Salerno vecchia, con le sue suggestioni architettoniche ma anche con il suo degrado. E poi, certo, il lungomare. Io abitavo a Sala Abbagnano, che all’epoca era aperta campagna, e vivevo a contatto con la natura. Ricordo che rimasi molto colpito dallo sbancamento dell’area della Sanginella, dove si coltivava la famosa uva “sanginella”, e dalla creazione di quell’orribile agglomerato urbano del Q2.
Che ha significato per lei essere figlio di Bernardo D’Arezzo?
Mi ha condizionato tantissimo, nel bene e nel male. Essere figlio di un potente politico democristiano portava certamente dei vantaggi, ma era anche un fattore negativo, discriminante, nelle frequentazioni umane e sociali.
Parliamo del Bernardo D’Arezzo politico.
Mio padre veniva da una famiglia di origini umili, dell’entroterra dell’agro nocerino-sarnese. Prese la laurea pagandosi da solo gli studi, con il proprio lavoro. Gli inizi della sua carriera politica sono di carattere sindacale. Si occupava delle rivendicazioni dei braccianti, che raccoglievano i pomodori nella campagne tra Nocera e Sarno. Aveva una formazione di base molto solida. Padroneggiava la storia della Repubblica a menadito, anche perché aveva conosciuto persone e fatti in maniera diretta. E soprattutto possedeva un’innata e straordinaria capacità di comunicare. La sua forte personalità mi ha segnato enormemente. Se oggi mi occupo di storia, è perché lui mi ha fatto capire l’importanza della memoria per poter guardare avanti.
Com’erano i vostri rapporti?
I suoi incarichi politici lo tenevano lontano da Salerno. Passava a Roma cinque giorni su sette. E quando tornava, doveva curare il collegio. Da bambino ho sofferto per la sua mancanza. Quando era a casa, però, era affettuoso con noi figli. Era cattolico e tradizionalista, e quindi era molto legato alla famiglia. Purtroppo l’ho perso abbastanza presto, nel 1985.
Com’era nel privato Bernardo D’Arezzo?
La sua passione era la pesca. Era un vero e proprio professionista. D’estate era capace di passare tutta la notte a pescare, gettando chilometri di reti di profondità nel golfo di Salerno, a Ogliastro Marina. In autunno andavamo in costiera a caccia di “lacerti”, tra Vietri e Cetara. E ogni volta che tornavamo al porto di Salerno, immancabilmente ci raccontava la storia dello speronamento dell’Andrea Doria, nei più piccoli dettagli. Per ironia della sorte, quando sono approdato in Rai, il primo lavoro che mi hanno assegnato è stato un documentario sull’Andrea Doria. Io non è che sapevo tutto su quella vicenda, sapevo “tuttissimo”! Mi ricordo che Minoli mi chiese come mai. Gli spiegai che mio padre mi faceva “’na capa tanto”...
Tra i suoi compagni di scuola ci sono stati due salernitani illustri, Alfonso Pecoraro Scanio e Lorenzo Gigliotti.
Alfonso Pecoraro Scanio l’ho conosciuto alle scuole elementari e ho anche frequentato casa sua. Era un ragazzino perbene, già all’epoca dotato di un certo piglio, di una sua personalità. Il padre era un famoso avvocato penalista di Salerno. Lorenzo Gigliotti, oltre ad essere mio compagno di scuola dalle elementari fino al Liceo Da Procida, è un eccellente autore televisivo ed è mio amico da sempre.
Che cosa ricorda degli anni del Liceo?
Ho un ricordo meraviglioso della professoressa Cardinale, di Scienze e Chimica. E’ stata l’insegnante più importante della mia vita. Avevo 15 anni e cambiò il mio modo di pensare. Aveva la capacità di farti innamorare dello studio. Mi fece comprendere che imparare serviva prima di tutto a me, non a prendere bei voti in pagella.
Nel 1975, a 17 anni, lei si trasferisce a Roma.
Salerno era diventata abbastanza stretta per me, e poi i miei ormai abitavano tutti a Roma. Affrontai il trasferimento con felicità. E’ vero che Roma è una città allo stesso tempo provinciale e internazionale, ma è anche una città dove c’è il Papa; dove risiede il potere politico; dove gravitano tante persone del mondo della cultura, del cinema, dell’arte.
E’ vero che dopo l’esame di maturità la sua aspirazione era diventare grafico?
Esatto. Avevo una grande attrazione per l’arte pittorica ma anche per la grafica e il design. Frequentai la Scuola di Arti Sceniche Alessandro Fersen, dove ebbi un’infarinatura di dizione, recitazione e regia teatrale. Intanto non mi perdevo una mostra e una galleria d’arte, a Roma, a New York, a Milano. Ho visitato decine di volte i Musei Vaticani e la Galleria d’arte moderna di Roma. Nel periodo che ho vissuto a Milano, andavo ogni giorno a mirare la S. Maria delle Grazie di Leonardo. Grazie alle amicizie di mio padre, ho incontrato e ho avuto modo di parlare a lungo con artisti del livello di Guttuso e di De Chirico.
Com’è approdato al documentario televisivo?
Nel 1981, nel corso di una festa romana, feci la conoscenza dello sceneggiatore Enzo Ungari, stretto collaboratore di Bernardo Bertolucci. Presto diventammo amici e una sera, discutendo di arte, mi dilungai con lui su un problema che affrontavo in quel momento, cioè come rappresentare i volumi in uno spazio visivo. Enzo mi disse che quando scriveva cinema, si trovava di fronte agli stessi quesiti: come trasporre la scena nel fotogramma della macchina da presa. Per me fu una rivelazione. Frequentai un corso di documentarista e di cinematografia elementare al Centro Sperimentale di Roma, poi mi procurai una collaborazione con l’Istituto Luce e così cominciò la mia carriera.
Ha avuto un maestro, qualcuno che le ha illuminato la via?
L’incontro con Nicola Caracciolo, nel 1991, ha rappresentato per me una vera e propria svolta. Caracciolo è forse il più importante documentarista italiano ed è stato il primo ad utilizzare il repertorio dell’Istituto Luce per raccontare la memoria del nostro Paese, e più in particolare il periodo di Mussolini e del fascismo. Avendo lavorato a lungo con il Luce, io conoscevo la ricchezza dei suoi archivi. Mi è venuta l’idea di allargare il campo ad altri periodi storici e così sono nate le collaborazioni con il programma La Grande Storia su Rai Tre e con La Storia siamo noi di Minoli.
Molti dei suoi lavori sono dedicati al nazismo. Come mai?
E’ un periodo storico che m’interessa moltissimo. Il nazionalsocialismo incarnava il male ma in un certo senso anche il bene, o per meglio dire la modernità, il tentativo di strutturare una società produttiva. Tra l’altro la storia dell’ascesa al potere di Hitler mi ha dato modo di capire meglio anche il fenomeno Bossi. Anche Hitler agli inizi era un politico minore, rumoroso, aggressivo... E a differenza di certi stereotipi, non era un mostro, ma era un uomo. Questo rende la sua presa del potere ancora più terrificante.
Lei ha girato anche molti documentari nei teatri di guerra. Ha mai rischiato la vita?
Mi hanno sparato addosso due volte. Nello Sri Lanka, mentre ci trasferivamo in elicottero al seguito di alcuni militari cingalesi. E in Afghanistan, all’epoca dell’invasione sovietica. Mentre viaggiavo in jeep verso Kabul, una fazione scissionista di ribelli fece esplodere un colpo di mortaio per impedirci il passaggio.
A che cosa sta lavorando in questo periodo?
Ho appena terminato, in qualità di autore e di regista, il documentario “Burqua. Donne di Kabul”, sulla condizione e le speranze delle donne afgane dopo la fine del regime talebano, per il programma “Un Mondo a Colori”. Ho iniziato da poco la ricerca documentale e la stesura dei testi per la realizzazione di tre documentari per il programma “La Storia siamo noi”, inseriti nel contenitore “Rai Educational”: “Mahatma. La grande anima dell’India”, sulla vita di Mohandas K. Ghandi; “Leggere, scrivere e far di conto”, sul processo di alfabetizzazione in Italia dal dopoguerra ad oggi; e “Tifosi e tifoserie”, una indagine giornalistica sul mondo del calcio e dei tifosi non appartenenti a gruppi di ultras.
Torna mai a Salerno?
Appena posso. Mi manca molto il mare. Per me le città si dividono in due categorie: quelle che hanno il mare e quelle che non c’è l’hanno. A Roma purtroppo il mare non c’è. Ho davvero apprezzato il recupero urbanistico e strutturale del centro storico. Il famoso urbanista giapponese Kenzo Tange, che negli anni Cinquanta ha vissuto in costiera, diceva che era unico al mondo...
Ha mai pensato di girare un documentario su Salerno?
Eccome! Ho in mente due soggetti: la svolta di Salerno del 1943 e la storia della Salerno-Reggio Calabria. Per quanto riguarda il primo tema, mi piacerebbe approfondire quel periodo storico dall’osservatorio di Salerno, non da quello di Roma, come si è fatto sempre in passato. Sarebbe curioso e interessante andare a trovare testimoni e protagonisti salernitani. Quanto alla Salerno-Reggio Calabria, questa grande arteria – al pari dell’Autosole – contribuì davvero ad unire l’Italia, collegando il Mezzogiorno al Settentrione. La storia - anche politica - di come si arrivò a scegliere l’attuale tracciato, della costruzione dell’autostrada, degli uomini che la realizzarono, è senza dubbio di grande fascino.

 (La Città di Salerno, 6 febbraio 2005)

Scheda biografica

Ferdinando D’Arezzo nasce a Salerno il 6 febbraio del 1959. Si trasferisce a Roma all’età di 17 anni. Nel 1979 si diploma in direzione allo Studio di Arti Sceniche di Alessandro Fersen. Inizia la sua attività di autore di documentari nel 1985, producendo sei documentari per l’Istituto Luce sulle Accademie Musicali Italiane. Nel 1986 produce e realizza tre documentari sul continente Indiano per il programma televisivo “Arcobaleno”, in onda su Rai Due. Due anni dopo, nel 1987, realizza uno speciale per il Tg 2 sul mercato di organi umani e i paesi occidentali. Nel 1988 produce il film “Re Macchia”, realizzato con il contributo del Ministero dello Spettacolo e diretto da Bruno Modugno. Nel 1990 collabora con i Beni Culturali per la realizzazione di una serie di documentari sui siti archeologici nel Mediterraneo con sovrintendenza italiana. Nel 1991-1992 produce e realizza una serie di dodici documentari etnografici dal titolo “Gli Argonauti”, sulle etnie a rischio di estinzione, andata in onda su TMC e distribuita, per il mercato home-video, dalla RCS Video. Nel 1993 collabora con l’Istituto Luce alla realizzazione di una serie di documentari sulle “Celebrazioni Colombiane”. Nel 1997-1998  realizza in qualità di regista programmista il documentario “Andrea Doria”, in onda su Rai Tre per la regia di Giuseppe Giannini. Nel 1998–1999 collabora in qualità di regista programmista al programma giornalistico “Porte Chiuse” condotto da Andrea Purgatori per Rai Tre. Nel 1999 comincia la sua collaborazione con il programma “La Grande Storia” di Rai Tre, per il quale realizza in qualità di autore e regista “Hitler Amore e Morte” (1999), “Tutti al Mare” (2000), “Festival” (2001), “La piu’ bella sei tu” (2002), “Frau Junge. La segretaria di Hitler” (2003), “Schutz Staffeln. La storia delle SS” (2004).  Tra gli altri documentari da lui realizzati, vanno citati “Tecniche di pace” (2002), reportage sul contingente di pace italiano in Kossovo;  “Kabul Campo 57” (2003), reportage sul contingente di pace italiano in Afghanistan; e “ONG” (2003), sull’attività in Afghanistan delle organizzazioni non governative.

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