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Intervista a Lorenzo Gigliotti, regista

di Mario Avagliano


Se c’è un regista televisivo italiano che rappresenta l’antitesi della tv spazzatura e dei reality show, è il salernitano Lorenzo Gigliotti, che nell’ultimo decennio ha realizzato alcuni dei programmi culturali di più alto spessore mandati in onda dalla Rai, da Storia dell’Economia con Galbraith a Storia della Letteratura Italiana con Edoardo Sanguineti. Non a caso Bernardo Bertolucci ha scritto di lui: “Senza dubbio quella di Gigliotti è televisione di qualità”. Gigliotti è anche regista di alcuni apprezzati documentari di Rai Educational, e in passato ha girato diversi spot pubblicitari, tra cui due del Pastificio Amato. Da New York, dove si trova adesso, parla della tv italiana e dei suoi progetti futuri, tra cui spicca la realizzazione di un documentario sulle feste popolari salernitane negli Stati Uniti d’America.

La sua famiglia è salernitana?
Sì, appartengo a una famiglia di commercianti salernitani. Nel primo Novecento il mio nonno paterno possedeva un’industria di scarpe. Mio nonno gestiva un famoso negozio di giocattoli, la Galleria Gigliotti, che sorgeva dove è adesso il bar Nazionale. Quando risiedo a Salerno, vivo nella casa dove è nato mio padre, che si trova sul lungomare, all’altezza del centro storico.
Com’era la Salerno della sua infanzia?
Ho sempre amato Salerno, i suoi profumi, la sua luce, i suoi vicoli. Il privilegio di abitare vicino al mare, rende il ricordo ancora più piacevole. Certo, poi c’era l’altra faccia della medaglia di una città che per lunghi anni è stata senza biblioteca, senza un teatro, e che presentava pochissimi appuntamenti musicali e culturali di livello. In quegli anni era dura vivere a Salerno per chi guardava oltre l’orizzonte della provincia. Ricordo che quando si organizzava un concerto al Casino Sociale o al Canottieri, per me era un avvenimento!
I suoi inizii sono musicali più che televisivi…
Nella mia famiglia l’arte è di casa. Da ragazzo ho studiato a lungo pianoforte, sulla scia di mio padre Francesco, che suonava jazz. Ma sono cresciuto cibandomi non solo di musica. Mia sorella Loredana è una brava pittrice. Mia cugina Giustina Laurenzi è una regista teatrale e televisiva. Mio zio Vittorio Gigliotti è un architetto di valore mondiale, che con Paolo Portoghesi ha realizzato tra l’altro la Moschea di Roma e la Chiesa di Fratte. Mia cugina Brigitte è la scenografa di Zeffirelli…
A un certo punto, però, ha lasciato lo studio del pianoforte.
Ho capito che non era quella la mia strada e così, dopo essermi diplomato al Liceo Scientifico “Da Procida”, mi sono dedicato alla filosofia. Mi sono laureato all’Università di Salerno con Achille Mango come relatore e una tesi abbastanza singolare per l’epoca: un video sul narcisismo. Credo che sia stata la prima o una delle prime tesi italiane in video.
Nel 1985 ha vinto il concorso del Ministero dei Beni Culturali.
Si trattava di realizzare una serie di documentari per la Conservazione dei Beni Demoetno-antropologici, sotto la guida del famoso antropologo Diego Carpitella. Da allora l’antropologia è diventata la lente attraverso la quale leggo la realtà.
Dal 1990 è entrato nella ristretta cerchia dei registi televisivi della Rai.
Ho curato la regia sia di programmi culturali che di intrattenimento, passando dalla Storia dell’Economia, girata a Boston, negli Stati Uniti, al concerto live dell’Orchestra Italiana di Renzo Arbore a Ischia.
Con una parentesi anche nel mondo pubblicitario.
Ho lavorato per la BBDO International, l’agenzia che tra l’altro cura la pubblicità della Pepsi Cola. Mi sono divertito, non rinnego quell’esperienza, ho sperimentato un diverso modo di narrare per immagini, anche se il genere che prediligo è senza dubbio il documentario.
Perché?
Trovo che il documentario sia uno strumento conoscitivo della realtà e sia utile per capire in profondità certi argomenti.
Tra i tanti programmi e documentari che ha realizzato, qual è il lavoro di cui va più fiero?
Sicuramente i documentari di antropologia. Se devo citarne uno, direi quello sui Gigli di Nola, che io considero la più bella festa del mondo, e che è stato mandato in onda dalla Rai e anche da alcune televisioni americane.
Lei ha lavorato con importanti personaggi della cultura, della scienza e dell’arte. Chi l’ha colpita di più?
Non sempre la grandezza e l’umanità vanno a braccetto. Bernardo Bertolucci si è rivelata una persona di una grazia e di una gentilezza unica. Un altro personaggio di una dolcezza estrema e di grande fascino intellettuale è Edoardo Sanguineti. Ma mi è anche capitato di lavorare con personaggi antipatici, odiosi, scostanti, come un famoso musicista, di cui non voglio fare il nome.
Le piace la tv di oggi, dominata dai format e dalle fiction?
Sono lontano da questa tv che mi sembra una lunga sequela di spot interrotta ogni tanto da qualche programma. Anche le trasmissioni culturali spesso sono gestite come lunghi spot televisivi senza pensare che la cultura, l’apprendimento ha bisogno di altri tempi e altre scelte estetiche. Io ho un’idea diversa di televisione, per me la forma, la tecnica, serve ad esprimere il contenuto. Un programma è riuscito solo se riesce a mixare questi due aspetti.
Non salva niente?
Apprezzo i programmi di Rai Educational, anche se vanno in onda in orari infelici, alle 8 del mattino o alle 2 di notte. Mi piace molto la Grande Storia, un bellissimo programma per il quale lavora anche un mio ex compagno di banco della scuola elementare Vicinanza Ferdinando D’Arezzo, figlio del ministro. Al Liceo, io Ferdinando e Alfonso Pecoraro Scanio eravamo inseparabili.
Alfonso Pecoraro Scanio?
Proprio lui. Eravamo compagni di banco e amici veri. Alfonso fin da bambino era un leader. Ricordo che dopo l’esame della V elementare, piantò una grana perché voleva fare in modo che la nostra maestra potesse seguirci anche alla scuola media. Era già allora un ragazzo di grande ipnotismo e capacità di leadership. Anche io, a modo mio, sono un leader, infatti faccio il regista, ma come si dice dalle nostre parti “lui non mi vede proprio”.
E’ vero che lei vive tra New York, Roma e Salerno?
Sono convinto che non avere una dimora fissa sia un vantaggio, perché permette di cogliere il meglio delle città dove si vive.
Parliamo di New York.
Io amo molto New York, ci abito per gran parte dell’anno. Per me è una base di vita e di lavoro. Per esempio ora sto realizzando con l’antropologo Paolo Apolito un documentario per la Provincia di Salerno sulle feste popolari salernitane che vengono organizzate dalle comunità di italoamericani negli Stati Uniti, come a Brooklyn. Spero che sia il primo documentario di una lunga serie dedicata a questo tema.
Qual è il suo rapporto con Salerno?
Sono fortemente legato alla mia città, ho dedicato anche una poesia a Salerno. Il fatto di viverci solo alcuni mesi all’anno, me la fa amare ancora di più. Credo che negli ultimi anni sia migliorata moltissimo, architettonicamente e culturalmente. Ci sono tanti cinema, c’è un teatro di prim’ordine, si organizzano concerti di musica classica, mostre d’arte internazionali, è in vista la metropolitana. Giudico assai positivo il progetto di città dinamica che è stato portato avanti negli ultimi anni.
Salerno non ha neppure un difetto?
Forse l’unico difetto è l’illuminazione del lungomare. Un tempo i lampioni erano radi e la luce più soffusa. L’attuale illuminazione a giorno toglie il fascino dello stare seduti di fronte al mare… E poi, pensandoci bene, se un errore storico è stato commesso, è stato quello di trasferire l’università fuori dalla città.
Colpa di chi?
E’ stata un’operazione terribile, di carattere esclusivamente elettorale, che cade tutta sulle spalle di De Mita. Portoghesi, mio zio Vittorio con l’allora sindaco Menna cercarono di evitare questo errore, ma non ci riuscirono. E’ stato veramente assurdo costruire il campus a Fisciano. E pensare che Salerno nel Medioevo era sede della Schola Medica Salernitana! Il risultato è che i professori vengono all’Università, fanno lezione e vanno via… Non c’è circolazione di idee! Non c’è rapporto tra l’Università e la città!
Progetti nel cassetto?
Un’opera lirica. Spero che la situazione si sblocchi presto.
Ha mai lavorato a Salerno?
Quasi per niente, e quando è capitato, è stato veramente complicato. Ricordo le difficoltà anche burocratiche che ho incontrato quando ho girato il Don Giovanni al Teatro Verdi, con Roberto De Simone. Soltanto il Presidente della Provincia Andria si è mostrato sensibile alle mie proposte. Il resto della città neppure sa che esisto, probabilmente…

(La Città di Salerno, 21 marzo 2004)

Scheda biografica

Lorenzo Gigliotti, scrittore e regista, è nato a Salerno il 31 luglio del 1958. Laureatosi in filosofia all’Università degli studi di Salerno, nel 1985 ha vinto un concorso del Ministero dei Beni Culturali ed ha curato la regia di un progetto di documentari per la Conservazione dei Beni Demo-etno-antropologici. Nel 1990 ha cominciato a lavorare con la Rai, come regista radiofonico e televisivo, realizzando programmi culturali, di intrattenimento e documentari, molti dei quali premiati in Festival Internazionali. Tra i programmi, vanno citati: Storia dell'economia, programma in 10 puntate con J.K. Galbraith (1998); Storia della Letteratura Italiana di Edoardo Sanguineti, programma in 30 puntate con E. Sanguineti (1998-1999); Lezioni di Cinema, programma in 15 puntate con Fernaldo di Giammatteo (2000), Breve storia della Logica, programma in 24 puntate con Piergiorgio Odifreddi (2002). Ha insegnato Istituzioni di Regia presso l'Istituto Universitario Suor Orsola Benincasa di Napoli. Ha anche pubblicato diversi saggi, biografie e una raccolta di poesie.

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