Intervista a Flavia Amabile, giornalista

di Mario Avagliano
 
Giornalista, scrittrice, Flavia Amabile è una dei rampolli di quella che forse è stata la più potente famiglia di Cava de’ Tirreni, capace di costruire un vero e proprio impero economico, fondato sulla Tirrena Assicurazioni e sul Credito Commerciale Tirreno. Ciò nonostante Flavia non ha mai fatto valere il suo “cognome”. Ha costruito tutta la sua carriera da sola, partendo dal gradino più basso e facendo gavetta in redazione. Oggi è una delle firme di punta del quotidiano La Stampa e ha pubblicato saggi di varia natura, da originali guide ai viaggi a itinerari della cultura gastronomica italiana, fino a più impegnati studi di politica internazionale, che costituisce la sua vera grande passione. Assieme a Cetara, dove trascorre di frequente qualche week end nel suo buen retiro tra i limoni della costiera, in compagnia del marito Marco Tosatti e dei figli Alvise ed Eugenia.
 
Che cosa le ritorna in mente quando pensa alla sua adolescenza?
Penso al negozio di coloniali De Pisapia, dove - assieme a mio fratello e ai miei cugini - giocavo tra i sacchi di caffè e le caramelle. E poi penso ai portici di Cava, alle gite in costiera amalfitana e a quando andavo a pesca di tonnetti nelle baie. Un altro ricordo indimenticabile sono le passeggiate all’Avvocata. In quelle scampagnate si creava un’atmosfera particolare e quando arrivavi lassù, dominavi con lo sguardo tutto il golfo di Salerno. E poi, ovviamente, c’è il periodo della scuola e in particolare gli anni del liceo classico.
Il “Marco Galdi”....
Già. Quanti ricordi! Le lezioni assurde del professore di latino e greco Insegnante. Il fervore della professoressa Trifone al ginnasio, che ho amato più di chiunque altro. Il periodo in cui andavo in giro con campanellini e zoccoli per i corridoi del Liceo, anche in pieno inverno. Il rito dello strappo, ogni giorno di scuola, di un filo della manica del grembiule nero della mia compagna di banco Loredana Caiazzo, fino a quando non cadde la manica.
Com’era Cava in quegli anni?
Io ho un rapporto di amore per Cava. Sono molto legata alla mia città. Al tempo stesso la trovavo un luogo non sufficientemente grande per quelli che erano i miei desideri e le mie ambizioni. E’ chiaro che un centro di sessantamila abitanti non può offrire tutte le occasioni di una metropoli come Roma. 
Essere una Amabile è stato un vantaggio o un handicap per lei?
Non ho vissuto benissimo il fatto di essere una Amabile. A Cava io ero semplicemente la figlia di Francesco Amabile. Avevo un cognome, e non un nome. Per me era un problema abbastanza grosso. Al tempo stesso, però, ho sempre avuto un rapporto meraviglioso con i miei genitori, con i miei zii e con i miei cugini. Tra l’altro la famiglia di mio padre e quella di mia madre sono legate a doppio filo, visto che due fratelli Amabile hanno sposato due sorelle De Pisapia.
Com’è stato il rapporto con suo padre Francesco Amabile?
Mio padre è un angelo. E’ buono e generoso. E’ una persona incapace di fare del male a chiunque, anche al suo peggior nemico. Ricordo che lavorava molto e quindi c’era poco a casa. Ma quando c’era, sapeva giocare con noi e ci dava tanto affetto. Tuttora gioca con i nipotini in maniera splendida. 
Che ricordo ha di suo zio Mario Amabile?
Ho un ricordo molto affettuoso ed è legato alle grandi riunioni di famiglia che si facevano con zio Mario, ma ho anche un ricordo drammatico, perché la trattativa durante il suo sequestro si svolse a casa mia e quindi le telefonate dei rapitori arrivavano a casa mia. Lui con me era davvero carino e mi stimava. Fu uno di quelli che fin dall’inizio m’invogliò a fare la giornalista.
A proposito, come è approdata al giornalismo?
Il giornalismo era il mio sogno fin da quando ero adolescente. Ho iniziato nel 1982, all’età di 18 anni, sulle colonne di un giornale che si chiamava proprio La Città, fondato a Nocera da Goffredo Locatelli. Ho lavorato con lui per due anni, occupandomi di cronaca. Poi, durante il periodo universitario, ho collaborato anche con Il Mattino, attraverso il capo della redazione di Salerno Nicola Fruscione.
Dopo la laurea in economia e commercio, sembrava destinata a una brillante carriera nel settore del marketing...
E’ vero. Vinsi alcune borse di studio, lavorando per aziende italiane nelle Filippine, in Cina e in Malesia. Ma il mio pensiero fisso andava al giornalismo. E così, quando nell’estate del 1988 La Stampa e il Corriere della Sera bandirono un concorso, il primo e unico nella storia del giornalismo italiano, mi ci buttai a capofitto e superai quello de La Stampa.  
Qualche mese dopo si trasferiva a Torino.
Iniziai il mio apprendistato presso la sede centrale del giornale, con una borsa di studio. Alla fine del maggio del 1989 fui assunta alla redazione economica, dove rimasi fino all’anno successivo, quando il direttore Scardocchia decise di inviarmi alla redazione romana.
In 18 anni di carriera in un quotidiano importante come La Stampa, lei si è occupata di varie tematiche: economia, politica interna e politica estera, cronaca e costume. Quali sono state le esperienze di lavoro che le sono rimaste nel cuore?
Sicuramente alcuni grandi fatti di cronaca, come il terremoto in Umbria e l’alluvione di Sarno. Ricordo che quando arrivai il primo giorno a Sarno, il fango mi arrivava fino alle ginocchia. Ho vissuto molto intensamente anche la storia del sequestro di Giuliana Sgrena.
Quale impressione si è fatta di questa vicenda?
Ho la convinzione che si è trattato di un sequestro interamente mediatico. E’  la dimostrazione evidente che i terroristi tentano di condizionare la politica interna delle grandi Nazioni occidentali.  Dal punto di vista umano, mi spaventa il massacro psicologico di Giuliana Sgrena che c’è stato da parte dei media. E’ accaduto con le due Simone e sta accadendo anche con lei. 
Lei accompagna all’attività di giornalista quella di scrittrice.
Tutto è iniziato con la mia passione per i viaggi. I miei primi libri sono guide ai viaggi. Poi un giorno, trovandomi al Baron’s Hotel di Aleppo, ho appreso la storia della famiglia dei proprietari, di origine armena, ed è nato il libro I baroni Aleppo: dal genocidio armeno alla Siria di Assad, scritto a quattro mani con Marco Tosatti, che racconta un secolo di storia e di personaggi, dalle finestre del più noto albergo del Medioriente,  da Lawrence d’Arabia ad Agatha Christie, da Pasolini a Freya Stark. 
Non è l’unico libro che tratta di questi temi.
Nel 2003 è uscito La vera storia del Mussa Dagh, che sfata il mito del romanzo scritto negli anni Trenta da Franz Werfel e, basandosi su documenti originali che io e Marco abbiamo tradotto dall’armeno, narra le reali vicende degli abitanti di un gruppo di villaggi armeni sulla costa siriana che si ribellarono ai turchi salendo sulla montagna Mussa Ler (Montagna di Mosè) e dopo quaranta giorni di resistenza eroica, furono condotti in salvo in Egitto dalle navi francesi. In aprile uscirà un nostro nuovo libro, per i tipi della Guerino e Associati, che racconta il destino di questi eroi dopo il salvataggio. Insomma, un po’ il seguito del romanzo di Werfel.
Ci anticipa qualcosa?
E’ una storia di guerre, di speranze disilluse e di tradimenti. Dopo un periodo di soggiorno presso il campo profughi di Port Said in Egitto, gli armeni ribelli si arruolarono nell’esercito francese, combattendo valorosamente contro i turchi. Finita la guerra, se ne tornarono sul Mussa Dagh nella speranza di vivere in pace. Quindici anni dopo iniziava il secondo conflitto mondiale e la Francia cedeva ai turchi le loro terre. Gli armeni, piuttosto che finire nelle mani degli odiati turchi, preferirono andar via. Adesso vivono in una città del Libano che hanno fondato loro stessi. 
Progetti nel cassetto?
Scrivere altri libri.  
Torna mai a Cava?
Da quando sono diventata mamma, torno più spesso, anche perché tengo al rapporto con i nonni e voglio che i miei figli crescano conoscendo le atmosfere e i profumi della mia infanzia.
Ha ancora amici a Cava?
Ci sono tre persone che vedo e frequento quando vengo giù: mia cugina Simona, la mia ex compagna di classe Stefania Forlani e suo marito Peppe.
Che ne pensa della Cava di oggi?
E’ diversa dalla “mia” Cava. Tanto diversa, che a volte - quando circolo in auto - finisco addirittura per perdermi, perché hanno cambiato tutti i sensi unici.
E Salerno?
Amo moltissimo il Duomo e la parte vecchia, che è stata ben recuperata.
Lei è anche autrice di “gustosi” libri gastronomici. Quali sono le pietanze che le mancano e che a Roma non si trovano?
Una su tutti: la provola di Tramonti. E poi anche i dolci di Natale, le paste reali e la pizza di scarole...
 
 
 
Scheda biografica
 
Flavia Amabile è nata a Cava de' Tirreni nel 1964. Si è laureata in Economia e Commercio all'Università di Salerno nel 1986. Ha collaborato dal 1982 al 1984 con La Città di Goffredo Locatelli e con Il Mattino. Dal 1988 è giornalista al quotidiano La Stampa, dove si occupa di attualità. Ha seguito tra l'altro il terremoto in Umbria nel '97, l'alluvione di Sarno, gli sbarchi di profughi lungo le coste calabresi e pugliesi. Vive a Roma, è sposata ed ha due bambini.
Ha scritto vari libri tra i quali: Siria, Giordania e Libano (1996); In viaggio con Kipling. Il romanzo della giungla, dell'avventura, del coraggio (1998); Ultimi. Viaggio nell'Italia che scompare (1999); Vietnam e Cambogia (2000); Si nu'... babbà (2001); Firenze (2001); Mangiare per strada (2004); e, insieme a Marco Tosatti, I baroni di Aleppo (1998), La vera storia del Mussa Dagh (2003), Gli eroi traditi (2005). 
 

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