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Intervista a Ugo Pirro, sceneggiatore

di Mario Avagliano
 
Uno dei più grandi sceneggiatori italiani di tutti i tempi, è il salernitano Ugo Pirro. Palma d'Oro a Cannes con A ciascuno il suo di Elio Petri (1967), due volte candidato all’Oscar per la migliore sceneggiatura, è stato l’autore di film cult come Achtung! Banditi, La classe operaia va in paradiso, Il Giardino dei Finzi Contini e Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. A 83 anni di età, Pirro sprizza vitalità da tutti i pori e non ha smesso di scrivere romanzi o soggetti per il cinema, nella sua casa romana a due passi da Piazza del Popolo. Lo sceneggiatore salernitano è anche un divulgatore appassionato della memoria e della storia del cinema made in Italy, e uno scrittore e un teorico importante, che ha contribuito a segnare la strada per le nuove generazioni di cineasti. 
 
Ci parla delle sue origini salernitane?
La mia famiglia è di Battipaglia. Mio padre era capostazione, mia madre era figlia di un agricoltore. Io sono nato a Salerno, e ci ho vissuto fino al 1923, quando mio padre fu trasferito a Castellamare di Stabia.
Che ricordi ha di Salerno?
Ero piccolo, ma ricordo benissimo la strada e l’edificio dove abitavo: Palazzo Salsano, in via Garibaldi. Un giorno avevo la febbre alta ed è passato sotto casa un carro con alcuni musicisti che chiedevano soldi per i terremotati. Mi affacciai alla finestra per vedere lo spettacolo e mia madre, per proteggermi dal vento, mi avvolse in una coperta disegnata con rose rosse. Se mi guardo indietro, posso ancora vedere il mio appartamento; aveva un corridoio lungo dove giocavo con mio fratello. Gli facevo i dispetti, lui era più grande di me, poi purtroppo morì di nefrite.
E Battipaglia, com’era in quegli anni?
Allora Battipaglia era poco più che un paese, era una frazione di Eboli. Ricordo che non c’era l’acqua nelle case, e si utilizzavano i secchi. Ci abitavano i miei nonni, e andavamo spesso a trovarli. Il mio nonno materno, Carmine Turco, fu il primo sindaco del nuovo comune. 
Come si viveva a casa Pirro?
All’anagrafe il mio vero cognome è Mattone. Comunque la mia adolescenza è stata un romanzo, tanto è vero che ci ho scritto un libro, Figli di ferrovieri, uscito nel 1998. Tra le altre cose, ho scoperto di avere un fratello naturale, e questo mi ha cambiato la vita.
Com’è scoccata dentro di lei la passione per il cinema?
Credo che una grossa parte di “responsabilità” ce l’abbia mio padre. Vede, allora le pizze dei film arrivavano per treno e mio padre, che era capostazione a Castellamare di Stabia, aveva acquisito per sé e per i suoi il “diritto” di ingresso gratuito al cinema. Il risultato è che passavo le mie giornate dentro la sala cinematografica, invece di studiare, e in latino ero un vero asino.
Poi arrivò la guerra…
E io combattei sul fronte in Jugoslavia, in Grecia e in Sardegna. Quattro lunghi e terribili anni, che ho in parte descritto nel mio primo libro, Le soldatesse, che racconta il viaggio di un ufficiale ventenne in compagnia di un «carico» di prostitute destinato ai soldati italiani dell'Armata Sagapò.
Quando ha iniziato a scrivere sceneggiature?
Da giovane ero più appassionato di teatro che di cinema. Ricordo che scrivevo commedie teatrali con il lapis, sui fogli da telegramma che si usavano nella stazione. Poi, finita la guerra, vinsi un piccolo premio letterario in danaro e nel ’47 mi trasferii a Roma. Cominciai a collaborare con qualche giornale, e solo più tardi entrai nel mondo del cinema.
Quale fu il suo primo soggetto per il cinema?
Quando ero ancora giornalista, incontrai un collega che aveva appena intervistato, in Puglia, Giuseppe Di Vittorio, il grande sindacalista della Cgil. Mi raccontò che Di Vittorio, a quindici anni, avendo costituito una lega bracciantile, si rese conto che il suo analfabetismo danneggiava i lavoratori che intendeva rappresentare. Questa constatazione lo spinse ad imparare a scrivere: iniziò a scrivere sui muri di casa con il carbone, a strappare i manifesti dalla strada e a ricopiare le lettere. Questa storia mi colpì a tal punto che decisi di scrivere un film, prendendo spunto, appunto, da questa immagine di Di Vittorio.
Lei ha vissuto in prima persona la grande stagione del cinema italiano degli anni Sessanta. Quali sono i registi a cui è legato di più?
Senza dubbio Elio Petri e Carlo Lizzani, con i quali ho avuto un lungo e fecondo sodalizio. E poi, come dimenticare Vittorio De Sica. Tra i film che ho scritto, Il giardino dei Finzi Contini è uno di quelli che amo di più…
La sceneggiatura può essere considerata come un genere letterario con una propria dignità?
Credo di sì. Naturalmente vi sono molti modi di scrivere una sceneggiatura: c'è la sceneggiatura italiana, la sceneggiatura all'americana... Comunque, nel complesso, si può considerare un genere letterario. Anche se bisogna osservare che purtroppo, negli studi sul cinema, non si esamina mai la sceneggiatura. Se per il teatro si fa sempre riferimento al testo, per il cinema generalmente gli studiosi non fanno cenno al testo e questa è una limitazione del ruolo dello scrittore nel cinema.
Se ci si ispira ad un'opera letteraria, bisogna attenersi ad essa fedelmente?
Si può sintetizzare un’opera letteraria, oppure la si può modificare, cambiandone il senso, prendendone soltanto spunto. Io ho avuto una lunga lite con Giorgio Bassani per Il giardino dei Finzi Contini, proprio perché mi accusò di aver modificato il libro. La sua riserva consisteva nel fatto che nel romanzo il padre del protagonista non finisce in campo di concentramento, mentre nella mia riduzione cinematografica anche il padre finisce in campo di concentramento insieme con Micole, che è la protagonista femminile. Questo cambiamento l'offese: ne venne una polemica sui giornali, che è durata a lungo. Ma mi sono sempre sentito completamente a posto con la coscienza. Tra l'altro il film ha vinto un Premio Oscar: quindi posso dire che i fatti mi hanno dato ragione.
Che differenza c’è tra cinema e letteratura?
Bisogna sempre ricordarsi che il cinema è fatto di immagini; in caso contrario diventa uno sproloquio. La letteratura, permettetemi il paragone, è una realtà vista con due occhi; il cinema, invece, è una realtà vista con un occhio, l'obiettivo. Se noi togliamo un occhio, ci rendiamo conto che, per raccontare la realtà, dobbiamo fare alcuni movimenti di macchina. In letteratura questo non è necessario: racconto la scena nel suo insieme. In questo consiste, detto in modo paradossale, la differenza di stile che c'è tra il racconto letterario e il racconto cinematografico.
Lei ha a lungo insegnato il mestiere di sceneggiatore. E’ utile frequentare le scuole di cinema?
Se avessi avuto qualcuno che mi avesse dato delle lezioni, avrei guadagnato qualche anno nell'apprendere la professione. Invece ho dovuto imparare il mestiere insieme con qualche amico, facendo tesoro anche di alcuni sbagli. Quello che non si può in alcun modo insegnare, è il talento che, tuttavia, è qualcosa che si affina con il lavoro ed anche in seguito ad una ricerca su se stessi.
Ha mai pensato di fare il regista?
Mai. Ho sempre pensato di fare lo scrittore. Ho cominciato come giornalista per poi fare il “negro”, cioè ho scritto film per altri, registi e sceneggiatori affermati.
Le piace ancora scrivere?
Scrivere è la mia vita. Lo chieda alla mia segretaria che trascrive al computer tutti i miei testi. Il mio studio è stracolmo di soggetti e di romanzi.
Ha qualche sceneggiatura nel cassetto che le piacerebbe tirare fuori?
Ce n’è una che doveva girare De Sica, intitolata “Il coraggio e la fame”,  ambientata a Napoli. Poi si ammalò e non se ne fece niente.
Che giudizio ha del cinema italiano contemporaneo?
Oggi è difficile fare cinema, anche perché oggettivamente è difficile raccontare la società italiana. La situazione sociale è sfuggente. Di conseguenza le pellicole italiane sono poco gradite al pubblico. Esistono dei casi isolati che però non fanno scuola. Moretti è un regista interessante. Benigni è geniale, ma unico nel suo genere.
Mi sembra un po’ disincantato verso il cinema di oggi. 
Si, è così. Anche perché tra sceneggiatori e produttori non c’è più un dialogo costruttivo. Io con De Laurentis ci facevo delle grandi litigate. Se avevo una idea buona, veniva messa in atto. 
Forse una volta si aveva la forza di rischiare di più. 
Si, i vecchi produttori erano dei grandi giocatori e non a caso andavano sempre al casinò. E poi avevano la grande capacità di annusare le storie. Di capire quali erano i soggetti che sarebbero potuti piacere anche all’estero. Oggi la produzione ha bisogno di coprirsi le spalle perché il mercato non c’è e i rischi sono troppi. Quindi se non c’è un finanziamento statale o la copertura della televisione il film non si fa.
Forse è per questo motivo che hanno più successo le fiction televisive?
A parte qualche eccezione, come La meglio gioventù, le fiction italiane sono detestabili. Il medico in famiglia, per esempio, è di una banalità che fa impressione. Anche se credo che Un posto al sole sia la peggiore in assoluto.
La tv uccide il cinema?
Non lo so. Di certo la tv uniforma tutto, anche perché la televisione non crea, ma rivede. Va bene per rivedere i fatti, per rivedere i film, per rivedere la storia, non per creare storie…
Com’è caratterialmente Ugo Pirro?
Sono dolce, ma anche testardo. Su certe cose, non cambio facilmente idea. Per dirne una, sarò contro Berlusconi per tutta la vita. E poi mi piace una cosa molto rara nel nostro ambiente: la modestia.
E’ ancora legato alla sua terra?
Eccome! I miei genitori e i miei nonni sono seppelliti a Battipaglia. A Salerno e a Battipaglia ho ancora diversi parenti e amici. E io mi sento intimamente salernitano. Le mie radici meridionali sono fortissime, e sono fatte di tante cose: le abitudini familiari, il dialetto, gli affetti...
E il cibo?
Quello forse non tanto, o meglio non più come un tempo. Certo amo la pastasciutta più della polenta, però i piatti di una volta non esistono più. Faccio un esempio: la vera mozzarella di bufala ora non si trova. Io lo ricordo bene il sapore autentico delle mozzarelle di Battipaglia. D’altra parte tutto è cambiato. Prima le bufale erano allevate allo stato brado, mangiavano l’erba naturale delle campagne, non i mangimi. Anche il latte aveva un sapore diverso.
Ha visitato di recente Salerno?
Sì, e l’ho trovata una bella città, molto sviluppata. Mi ha davvero sorpreso, e non lo dico per piaggeria…
 
 (La Città di Salerno, 28 dicembre 2003)
 
Scheda biografica
 
Ugo Pirro (all’anagrafe il cognome è Mattone) nasce a Salerno il 26 aprile del 1920. Ha al suo attivo una lunga carriera sia come sceneggiatore (vanta più di una quarantina di sceneggiature, realizzate tra il 1951 e il 1996) sia come romanziere. 
Il suo esordio letterario risale al 1956, quando pubblica il romanzo "Le soldatesse". Tra le sue opere narrative vanno ricordate: “Jovanka e le altre” (1959); “Mio figlio non sa leggere” (1981), “Celluloide” (1983), “Il luogo dei delitti” (1991); “Osteria dei pittori” (1994); “Soltanto un nome sui titoli di testa” (1998); “Figli di ferroviere” (1999); “Il cinema della nostra vita” (2001). 
Come scrittore per il cinema si fa già notare negli anni ‘50, associando il proprio nome a pellicole quali “Achtung! Banditi” (1951) di Carlo Lizzani, “Canzoni di tutta Italia” (1955) di Domenico Paolella, “L’amore più bello” (1957) di Glauco Pellegrini, “Cerasella” (1959) di Raffaello Matarazzo. (dal suo primo romanzo, “Le soldatesse”, è stato tratto, nel 1965, l’omonimo film di Valerio Zurlini). 
Nel decennio successivo, la sua attività s’intensifica: mentre continua il proficuo rapporto con Lizzani (“Il gobbo”, 1960; “Il processo di Verona”, 1963; “Svegliati e uccidi”, 1966; “L’amante di Gramigna”, 1969; “San Babila ore 20 un delitto inutile”, 1976;), egli lavora con molti altri cineasti, dallo statunitense Martin Ritt (“Jovanka e le altre”, 1960) a Glauco Pellegrini (“Capriccio italiano”, 1961), dallo jugoslavo Veliko Bulajic (“La battaglia della Neretva”, 1969) a Gianfranco Mingozzi (“Sequestro di persona”, 1968) e a Damiano Damiani (“Il giorno della civetta”, 1968). Versato per un cinema d’impegno civile, che tratta problemi di attualità sociale e politica, Pirro trova in Elio Petri il regista più adatto, realizzando film di grande spessore: “A ciascuno il suo”, 1967, vincitore della Palma d’Oro a Cannes; “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, 1970, candidato al premio Oscar; “La classe operaia va in paradiso”, 1971; “La proprietà non è un furto”, 1973. Pirro collabora inoltre con Mauro Bolognini per “Metello” (1970, dal romanzo di Vasco Pratolini) ed “Imputazione di omicidio per uno studente” (1972); con Vittorio De Sica per “Il Giardino dei Finzi Contini” (1971), vincitore del premio Oscar; con Pasquale Squitieri per “I guappi” (1974) ed “Il prefetto di ferro” (1977); e con Gillo Pontecorvo per “Ogro” (1979).
Nel 1993 Pirro scrive insieme ad Andrea Purgatori “Il giudice ragazzino” di Alessandro Di Robilant e, nel 1996, “Celluloide” di Carlo Lizzani, vincendo il Premio Donatello per la migliore sceneggiatura. 
Pirro è anche un importante teorico del cinema. Autore del manuale "Per scrivere un film", ha contribuito con i suoi insegnamenti a formare nuovi sceneggiatori, divulgando il proprio modo di intendere la sceneggiatura.
 

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