Storie – Il tennis ai tempi del Führer e una partita epica per la vita

di Mario Avagliano

Lo sport a volte racconta la tragicità della storia. È il caso della partita che si tenne il 20 luglio 1937 a Wimbledon, in quel meraviglioso campo che Giorgio Bassani definiva “il Vaticano del tennis”. Anche quel giorno d’estate di settantasei anni fa, ci racconta il libro “Terribile splendore” di Marshall Jon Fisher (editore 66tha2nd, pp. 376), la tribuna di Wimbledon era gremita di folla e di autorità e il campo centrale «verde e teso come un panno da biliardo». La svastica sventolava sui pennoni dello stadio insieme alla bandiera inglese e a quella americana, mentre nel Royal Box gli ufficiali nazisti sorseggiavano del tè in compagnia di esponenti della casa reale.

È il giorno della finale interzone di Coppa Davis, Germania contro Usa, e di fronte a quattordicimila spettatori va in scena la più bella partita di tennis di tutti i tempi, quando ancora si giocava con i pantaloni di flanella lunghi e racchette di legno che sembravano mazze.
L’imberbe proletario yankee Don Budge, ex fattorino di Oakland, detto “Il Terrore Rosso” per il colore dei capelli, che ama il jazz e Bing Crosby (“datemi un suo disco e io smetto con il tennis), e impugna una pesante Wilson dal manico extralarge, affronta l’idolo del pubblico, l’elegante barone tedesco Gottfried von Cramm, di sei anni più grande, che invece utilizza una Dunlop dal manico sottile.

Alle soglie della Seconda guerra mondiale, il significato dell’incontro tra l’americano numero uno al mondo e l’aristocratico tedesco travalica i confini dello sport: Budge si batte per la gloria della sua patria, simbolo della libertà, von Cramm rappresenta la Germania hitleriana ma in realtà gareggia per la sua stessa vita.
Il barone tedesco è biondo, atletico, “gioca come giocherebbe Dio” ed è sposato con la seducente Lisa von Dobenek, ma è tutt’altro che l’archetipo dell’ariano vagheggiato da Hitler. Non si è iscritto al partito nazista ed è sorvegliato dalla Gestapo, a causa della sua omosessualità (“sintomo di degenerazione razziale”, ha tuonato il Führer) e delle sue amicizie con gli odiati ebrei. Il suo stesso amante è un ebreo galiziano, “Manny” Herbst, diciottenne.
La strategia di sopravvivenza del barone funziona sulla base dei successi collezionati sul campo. Come ha confidato al suo allenatore americano Bill Tildne (anche lui omosessuale): “Io qui mi gioco la vita. Loro sanno cosa penso e sanno di me”. Poco prima del match, arriva una telefonata imprevista: «Era Hitler, voleva augurarmi buona fortuna».

La partita per la vita dura cinque set. Il tennista yankee, passato in svantaggio di due set, recupera e raggiunge l’avversario tedesco. Il quinto set è epico: von Cramm torna avanti 4-1 ma Budge rimonta e sul 7-6, al suo quinto match-point, con un rovescio in tuffo manda la pallina miracolosamente nell’angolo. È la vittoria per l’americano.
Un anno dopo von Cramm finisce in prigione per reati di natura sessuale. In quello stesso periodo in Italia, a Ferrara, Giorgio Bassani, ottimo giocatore di tennis, come il protagonista de Il giardino dei Finzi-Contini, viene espulso dal circolo del tennis in seguito alle leggi razziali. Nel 1939 il barone tedesco prova a tornare a Wimbledon ma non viene ammesso: “Moralmente non adatto”. Intanto la moglie Lisa ha chiesto il divorzio, i suoi locali preferiti sono stati chiusi e i suoi amici ebrei sono perseguitati dai nazisti. Il mondo scivola verso la catastrofe.

(L'Unione Informa e portale Moked.it del 30 luglio 2013)

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Lo strano patto tra Stalin, Hitler e Mussolini

di Mario Avagliano

Nell’agosto del 1939, quando fu siglato iI Trattato Molotov-Ribbentrop tra Terzo Reich e Urss, i giornali britannici pubblicarono irriverenti vignette che raffiguravano Adolf Hitler e Josif Stalin che si salutavano sul cadavere della Polonia, dandosi della “feccia della terra” e del “sanguinario oppressore dei lavoratori”, oppure si scambiavano una stretta di mano con la sinistra, mentre con la destra, dietro la schiena, impugnavano una pistola. Quando il 22 giugno 1941 le colonne corazzate tedesche irruppero in territorio sovietico, sembrò che il sarcasmo inglese avesse colto nel segno. E per oltre cinquant’anni una consolidata tradizione storiografica ha ribadito che quel trattato fu un accordo provvisorio attraverso il quale il Cremlino guadagnò il tempo sufficiente per prepararsi a sconfiggere il Moloch nazista. È andata proprio così? Un documentato saggio di Eugenio Di Rienzo e Emilio Gin, intitolato Le Potenze dell’Asse e l’Unione Sovietica. 1939-1945 (Rubbettino, pp. 514, € 17), avanza una tesi alternativa. Unione Sovietica e Germania, mentre si combattevano epicamente, sbandierando due visioni ideologiche opposte del mondo, trattavano sottobanco per formare una “Coalizione planetaria” destinata a comprendere anche Italia e Giappone e a distruggere il predominio mondiale anglo-sassone.
I due storici, facendo ricorso alle corrispondenze diplomatiche giapponesi, ai documenti di guerra dei National Archives di Washington, ai verbali del War Cabinet britannico, e spulciando i diari dei diplomatici italiani Luca Pietromarchi e Attilio Tamaro, ricostruiscono il lavorio dietro le quinte dell’Urss e delle forze dell’Asse, compresa l’Italia, teso a creare un blocco euroasiatico centrato sull'alleanza fra il nazionalsocialismo e il bolscevismo contro il nemico comune: la società capitalistico-borghese e l’odiato Occidente. L’idea accarezzata da Hitler, Stalin e Mussolini era quella di un’intesa politica invulnerabile sul piano militare, in grado di avere ragione della Gran Bretagna, con tutti i suoi Dominions, e degli Stati Uniti, con i Paesi dell’America Latina. D’altronde la Russia e il Reich, come aveva comunicato Ribbentrop a Molotov già nell’agosto del 1939, riportando testualmente una dichiarazione di Hitler, dovevano prepararsi per tempo a porre le basi di «una difesa emisferica contro l’aggressione americana che si sarebbe sicuramente materializzata tra 1970 e 1980».
Fu la polveriera balcanica a provocare la dissoluzione del blocco nazi-bolscevico e in particolare la disponibilità di Mosca a siglare il Trattato di amicizia e non aggressione con Belgrado, nell’aprile del 1941, alla quale Berlino rispose con l’immediata invasione della Jugoslavia. Nonostante la guerra, i rapporti sotterranei e clandestini tra Urss e forze dell’Asse proseguirono, soprattutto grazie alla mediazione del Giappone che aveva firmato, il 13 aprile 1941, un trattato di non aggressione con la Russia. Anche Palazzo Venezia e Palazzo Chigi svolsero un ruolo incisivo, dinamico e tutt’altro che marginale, iniziato subito dopo la fortunata contro-offensiva russa dell’inverno del 1941, per arrivare ad una pace di compromesso tra il colosso comunista e l’Europa sottomessa al Nuovo Ordine nazista.
Dopo aver assunto l’interim degli Esteri, il Duce scriverà tra il marzo e aprile 1943 due lunghe lettere a Hitler per spingerlo a «chiudere il capitolo russo». E sul tema tornerà ancora nei colloqui di Klessheim (7-10 aprile 1943), poi in quelli di Feltre (19 luglio), e, infine, nel mattino del 25 luglio, poco prima di essere arrestato, incontrandosi con l’ambasciatore giapponese a Roma. Mussolini insisteva sulla necessità di stipulare una tregua d’armi con Stalin e sapeva che, nonostante le apparenze, Hitler non era del tutto sordo alle sue richieste e che importanti gerarchi nazisti (Göring e Goebbels) erano favorevoli ad accettare quella soluzione. E il Cremlino non si sottraeva a quelle suggestioni. Insomma, il libro di Di Rienzo e Gin ci rivela che la «Grande Alleanza» antinazista era meno solida di quanto comunemente si creda (esattamente come non lo era l’Asse Roma-Berlino-Tokio) e che Stalin, sull’altare della realpolitik, prese in considerazione l’ipotesi di mollare Gran Bretagna e Usa al loro destino. Tutti questi sforzi fallirono. La “pace di Mussolini” non ebbe luogo e per fortuna non nacque l’Euroasia nazista-fascista-bolscevica immaginata dai leader dell’epoca. Il vecchio continente era però destinato ancora a soffrire e a dividersi. La fine del secondo conflitto mondiale portò alla “pace di Stalin” che, sui campi di battaglia e al tavolo della diplomazia, riuscì nel disegno di restituire alla Russia la statura imperiale dell’età zarista, provocando la lunga «guerra fredda», destinata a terminare solo nel novembre del 1989.

La Rivoluzione Etica. Da Giustizia e Libertà al Partito d'Azione

di Mario Avagliano

«L’esperienza del Partito d’Azione è stata una luminosa meteora nella storia del nostro Paese. Eppure, la sua cultura, nonostante la breve vita, è quanto mai viva perché è una Scuola di Democrazia», si legge nel libro di Vittorio Cimiotta intitolato "La Rivoluzione Etica. Da Giustizia e Libertà al Partito d'Azione" (Mursia, pp. 370, euro 20). Un saggio importante che ripercorre le tappe salienti dell’esperienza politica di GL e del Partito d’Azione, e dei loro principi e idee, riconoscendone la grande validità anche nella società contemporanea in balia di una grave crisi morale e civile.

Il movimento Giustizia e Libertà, ricorda Cimiotta, venne fondato nel 1929 a Parigi da Carlo Rosselli e da altri fuoriusciti antifascisti con l’obiettivo di organizzare un’opposizione attiva ed efficace al regime di Mussolini, alternativa a quella comunista.
Dall’incontro tra giellisti, liberalsocialisti, sostenitori del liberalismo progressista gobettiano, esponenti del liberalismo amendoliano e del Partito Repubblicano, nacque nel 1942 la breve ma intensa esperienza politica del Partito d’Azione che, dopo la caduta del duce, organizzò bande partigiane, partecipò alla Resistenza con le Brigate Giustizia e Libertà e contribuì alla stesura della Carta Costituzionale.
Grandi personalità, come Mazzini, Salvemini, Gobetti, i fratelli Rosselli, Parri, Calamandrei e La Malfa, hanno lottato per dar vita a un modello di società basato sull’etica nella politica e nella comunità, di cui il giellismo e l’azionismo sono stati portatori ed esempi.
E il Partito d'Azione fu un lievito importante che nel dopoguerra, dopo il suo scioglimento, trasmigrò nel Pri così come nel Psi e nel Pci, immettendo in quei partiti motivi centrali della lotta politica democratica fino a far parlare nella storia italiana di una "fede azionista" sopravvissuta alla fine del partito.
"Il saggio di Cimiotta - scrive nella prefazione Nicola Tranfaglia - che è nello stesso tempo agile e aggiornato, ricco dei riferimenti storici necessari, rappresenta un contributo utile a introdurre per le nuove generazioni un mondo e un movimento che hanno costituito per molti decenni raggi di luce nella nostra storia".
Preziosa anche l'appendice finale, che propone le biografie di molti degli azionisti più famosi.

Vittorio Cimiotta è nato a Marsala (Trapani) e vive a Roma. È vicepresidente nazionale della FIAP (Federazione Italiana Associazioni Partigiane), fondatore della Federazione nazionale dei circoli storici Giustizia e Libertà, socio cofondatore della Fondazione Ernesto Rossi e Gaetano Salvemini di Firenze, membro del Comitato dei Garanti della rivista «Il Ponte» di Firenze fondata da Piero Calamandrei e infine componente del Consiglio Direttivo del Museo Storico della Liberazione di Via Tasso di Roma.

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Il premio FiuggiStoria 2013 a Claudio Fracassi con “La battaglia di Roma 1943"

Premiati nelle altre sezioni Necci, Santagati e Tangherlini

Verranno consegnati, sabato 28 settembre, in una cerimonia che si terrà nella duecentesca chiesa di Santo Stefano nell’antico Borgo di Anticoli, l’odierna Fiuggi, i riconoscimenti della quarta edizione del Premio Fiuggi-Storia. Il Premio è promosso dalla Fondazione Giuseppe Levi Pelloni e dalla Biblioteca della Shoah-Il Novecento e le sue Storie, in collaborazione con il Comune di Fiuggi, l’Osservatorio sulla Comunicazione Sociale, la Banca Credito Cooperativo di Fiuggi, MediaEventi e Albergatori di Fiuggi. Claudio Fracassi con “La battaglia di Roma 1943. I giorni della passione sotto l’occupazione nazista” edito da Mursia, è il vincitore della seconda edizione del Premio FiuggiStoria per la saggistica. Per la sezione biografie il riconoscimento va ad Alessandra Necci per il libro dedicato alla vita di Nicolas Fouquet, Sovraintendente delle Finanze di Luigi XIV, “Re Sole e lo Scoiattolo” edito da Marsilio. Ad Orazio Andrea Santagati il premio per la sezione romanzo storico per il libro “L’amico del Fuhrer” (Iris4Edizioni).
Il Fiuggi Storia 2013 Opera Prima va al libro “Siria in fuga” di Laura Tangherlini edito da Poiesis. Il FiuggiStoria-LazioMeridionale, sezione voluta dallo storico Piero Melograni e dedicata a don Celestino Ludovici autore di una preziosa “Storia di Anticoli”, ex aequo a Roberto Salvatori per il libro “Guerra e Resistenza a sud di Roma. 8 settembre 1943-5 giugno 1944” edito da Publiesse per conto del Comune di Bellegra e a Loreto Marco D’Emilia per il libro dedicato ad allievi e docenti del Liceo Tulliano di Arpino, “Un’istituzione e i suoi protagonisti, cento biografie rappresentative di una storia secolare”, edito in Arpino nel 2013 dall’Associazione Ex alunni ed amici del Tulliano. Menzione speciale a Francesco Crupi per il libro dedicato alla vita e all’opera dell’architetto Cleto Morelli, uno dei più importanti urbanisti del Novecento, “Cleto Morelli: La forza della coerenza. L’architettura e l’urbanistica di un intellettuale del territorio”. E a Roberto Lughezzani per La lunga strada sconosciuta. Una famiglia ebrea nella morsa del nazifascismo (Marlin Editore). Il trofeo, raffigurante la Menorah di Anticoli, è opera dell’oroscultore Leonardo Rosito.

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Via Tasso: la storia non deve chiudere. Il museo della Liberazione di Roma in via Tasso è a rischio chiusura

di Stefania Miccolis

Il museo storico della Liberazione in via Tasso a Roma é in serie difficoltà economiche «Se non riusciamo ad approvare il bilancio preventivo del 2013 - dice il presidente Antonio Parisella - il museo verrà commissariato». Nella legge istitutiva che risale al 1957, è scritto che il Museo deve rappresentare la lotta di liberazione a Roma dall'8 settembre 1943 al 4 giugno 1944, «ma si occupa di totalitarismi, di lotte di Resistenza, di antifascismo; nella nostra biblioteca, nell'archivio, nella mediateca c'è materiale a tutto campo su tali argomenti, e comprende anche documentazione di paesi esteri: vi sono diari della campagna in Russia, fotografie sul fronte greco. Ha il compito di fornire, raccogliere e conservare materiale su tutta l'esperienza di antifascismo».
Numeroso è il pubblico che ogni anno lo visita, dalle 13mila alle 15mila persone, e sempre più crescente è quello straniero. Le scuole vengono in visita con le loro classi gratuitamente. Gli studenti universitari fanno ricerche per le loro tesi e studiosi italiani e stranieri usufruiscono della biblioteca e degli archivi. Per citare solo due casi: Mario Avagliano ne ha tratto il libro Il partigiano Montezemolo (Dalai editore, 2012) e Robert Katz vi scrisse Roma città aperta: Settembre 1943 - Giugno 1944 (II Saggiatore) presentato in anteprima al Museo in segno di gratitudine.
«Ma tutto questo e i progetti ancora da realizzare verrebbero vanificati se ci fosse il commissariamento - prosegue Parisella -. Un commissario non può contare su quelle solidarietà che sono legate al nostro modo di essere: noi abbiamo relazioni di vertice e di base, non solo a Roma; abbiamo contatti con decine di gruppi, di associazioni di quartieri, centri sociali, centri per anziani, scuole, e collaborazioni con tutte le regioni italiane. E un commissario, per quanto bravo, non ci riuscirebbe: questa rete non si improvvisa! Anche il gruppo di volontari che lavora con noi di fronte a una situazione commissariale si troverebbe a disagio».
Diciotto sono i volontari di alta qualificazione, insegnanti in pensione, persone che si dedicano con grande passione, e ogni anno il gruppo si aggiorna anche con giovani. Poche le cifre simboliche date per incarichi di amministrazione, per l'archivio e la biblioteca; le risorse servono o per investimenti di ricerca o per il funzionamento della struttura. «Due anni fa la Regione cou una legge si impegnò con 25mila euro e il Comune con 12mila euro. Questi soldi erano stati messi in bilancio per il 2013, ma non sono stati erogati e le attuali amministrazioni, per le note vicende finanziarie, non sono in grado di fare fronte alle necessità entro il 31 dicembre».
II Museo deve trovare 37mila euro in poco più di un mese. Nel loro sito vi è una sottoscrizione aperta «e i nostri amici in Italia sono molti e si mobilitano sempre; ma se facessero una sottoscrizione fra i parlamentari e i consiglieri regionali del Lazio, il contributo sarebbe consistente, anche dal punto di vista morale: sarebbe un esempio». Il presidente Parisella sa benissimo che in questo momento gli istituti non possono soccorrersi l'un l'altro con il poco che viene dato loro. Inoltre è difficile coinvolgere qualsiasi ufficio ministeriale o dell'amministrazione locale con i grossi problemi finanziari e politici che hanno. Spera che il governo rifaccia una legge di rifinanziamento del Museo per ottenere l'autonomia economica: «Abbiamo inviato una richiesta al Ministro della cultura per sistemare la situazione futura del Museo e per fare una legge che permetta almeno di stare tranquilli. Ma bisognerà aspettare». Hanno un importante progetto da realizzare nel 2014 per conto della Presidenza del consiglio dei ministri: si chiama «Museo diffuso della Resistenza italiana» e si tratta di «un coordinamento, tramite un portale, degli oltre 160 musei della Resistenza che esistono in Italia. Si realizzeranno collegamenti, percorsi, un modo di comunicare in Italia e all'estero». Hanno poi progetti di pubblicazioni: un album con testi e fotografie della mostra di donne resistenti, perché venga usato nelle scuole; e un volume con il diario della campagna in Russia e i documenti autobiografici sulla Resistenza, lasciati dall'ex direttore del Museo Arrigo Paladini. «Le risorse per il 2014 ci sono, ma non quelle per quest'anno». Il Museo storico della Liberazione di Roma va salvato; Calderoli lo aveva barbaramente inserito nell'elenco degli enti inutili, ma è una preziosa fonte di storia, e non va né persa, né dimenticata.

Pubblicato su L'Unità del 5 novembre 2013

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Storie - L'Eredità su RaiUno e i Mostri della Memoria

di Mario Avagliano

Frequentando le scuole da anni per i miei tour della Memoria, la paradossale scena di qualche giorno fa nel corso della trasmissione “L’Eredità” su Rai Uno, condotta da Carlo Conti, in cui tutti i giovani concorrenti non hanno saputo indicare la data di nomina a cancelliere di Adolf Hitler (1933), scegliendo ciascuno le altre improbabilissime opzioni (1948, 1964, 1979), non mi ha sorpreso più di tanto. Proprio un paio di settimane fa, in una scuola del Lazio, in un’aula magna colma di studenti, ho provato a chiedere la data della marcia su Roma delle camicie nere di Mussolini (1922), dando per scontato che qualcuno la conoscesse, e invece in sala è calato un imbarazzante silenzio.
Carlo Conti ha commentato in diretta: “Sono senza parole. Io farei un ripassino di storia”, e il video dell’Eredità, giustamente, ha fatto il giro dei social network, ricevendo circa 800 mila click su Youtube e suscitando indignazione in molti. Ma indignarsi non basta. L’ignoranza genera mostri della Memoria, come le affermazioni dell’esponente dei Forconi sui banchieri ebrei che egemonizzerebbero il nostro Paese. E’ evidente quindi che la scuola, gli storici, i giornalisti, le associazioni e anche le istituzioni abbiano molto lavoro da fare. Lo stesso Giorno della Memoria va ripensato, in modo meno rituale e stanco, rendendolo più vivo, partecipato, informato. E utilizzando meglio lo strumento libro e l’approfondimento e l’analisi storica. Un segnale positivo lo ha dato il governo varando una norma che, se sarà confermata, come è il mio auspicio, consentirà di detrarre fiscalmente per il 19% l’acquisto di libri nel corso dell’anno per una spesa massima di 2mila euro. Una delle armi che ci resta, è la lettura. Citando Woody Allen: “Leggo per legittima difesa”.

(L'Unione Informa e Moked.it del 17 dicembre 2013)

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Storie - Sul processo Eichmann

di Mario Avagliano

 Mezzo secolo fa, nel 1961, a Gerusalemme si celebrò lo storico processo ad Adolf Eichmann, catturato in Argentina dai servizi segreti israeliani. Il processo a Eichmann fu il primo procedimento giudiziario per crimini nazisti celebrato in Israele e il primo ad essere trasmesso integralmente in televisione, con il coinvolgimento di mass media di tutto il mondo.

Lo Stato d'Israele, nato nel 1948, volle celebrare il processo davanti a una Corte di giustizia ordinaria, per dimostrare a tutte le Nazioni cosa fosse stata la Shoah. Fu quindi un processo storico, che segnò un discrimine fondamentale nella ricostruzione della storia della persecuzione degli ebrei. Eppure, nonostante la sua importanza, il processo ancora oggi è assai poco conosciuto nelle sue mille storie e testimonianze, molte delle quali relative all’Italia.

È merito di una piccola casa editrice di Fidenza, la Mattioli 1885, aver avviato un prezioso progetto editoriale, che ha ricevuto anche il patrocinio dell’Ucei, volto a pubblicare tutti gli atti e le testimonianze del Processo Eichmann: 13mila cartelle in varie lingue, principalmente in ebraico, che per la prima volta sono state tradotte e organizzate in una pubblicazione, curata da Livio Crescenzi.

Vista la vastità del materiale, i documenti sono stati suddivisi in tre volumi tematici: uno dedicato agli italiani, uno ai bambini e uno alle parole di Eichmann stesso, con un dvd che raccoglie tutti i filmati del processo. Nel primo volume, intitolato Cinquanta chili d’oro (Mattioli 1885, pp. 230), sono raccolte le storie degli ebrei italiani e dei nazisti che operarono in Italia, attraverso le deposizioni dei testimoni raccolte da oscuri cancellieri nelle aule dei tribunali. Tra i tanti materiali e documenti proposti nel libro, si segnala in modo particolare la lunga deposizione di Herbert Kappler, resa nel carcere di Gaeta, dalla quale emerge con evidenza il ruolo fondamentale avuto dalle forze dell’ordine della Rsi negli arresti degli ebrei dopo la retata del 16 ottobre 1943. In appendice, vengono pubblicate due deposizioni rese da Primo Levi, l'una nel 1960 (relativa al processo Eichmann) e l'altra nel 1971 (relativa al processo contro Friedrich Bosshammer).

Un libro utilissimo per capire la macchina della persecuzione nazista, il collaborazionismo fascista e anche la storia italiana di quegli anni.

 (L'Unione Informa e Moked.it del 4 marzo 2014)

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D-Day, il giorno più lungo per l'Europa

di Mario Avagliano

Quasi un bis di quell’alba storica del 6 giugno 1944, illuminata da una pallida luna di fine primavera. Prima della cerimonia ufficiale di ieri con il presidente americano Barack Obama e gli altri capi di stato, il cielo azzurrissimo della Normandia è tornato ad essere “invaso” da uno sciame di paracadutisti, che hanno toccato terra sulle spiagge dorate della costa francese.
E a volare sulla costa, come 70 anni fa, assieme ad altre centinaia di reduci, c’era anche l'ex parà scozzese Jock Hutton, 89 anni, che intervistato dal Daily Telegraph, ha ricordato: "Saltammo da oltre 150 metri e non c'era quindi il tempo per aprire un paracadute di riserva. Se il principale non si fosse aperto, buonanotte!".
Lo sbarco in Normandia, nome in codice Operazione Overlord, segnò la svolta della seconda guerra mondiale, portando alla liberazione dell’Europa dall’incubo nazista.
"La guerra si giocherà sulle spiagge nel giorno più lungo", aveva previsto il feldmaresciallo Erwin Rommel, uno dei più fini strateghi militari tedeschi, non a caso definito la “volpe del deserto”, chiedendo di concentrare diverse divisioni corazzate a difesa della costa. Adolf Hitler, che pure gli aveva affidato il compito di fermare gli alleati sul "bagnasciuga", non volle dargli ascolto. "Vengono a farsi divorare dal Grande Lupo", aveva commentato beffardo.
L’Operazione Overland aveva preso le mosse il 14 gennaio 1943, alla Conferenza di Casablanca in Marocco, dove gli Alleati partorirono l’idea di un piano di liberazione dell'Europa nord-occidentale. Il comando strategico venne affidato al generale statunitense Dwight D. Eisenhower, detto Ike, futuro presidente Usa, e il comando delle truppe di terra al generale inglese Bernard Law Montgomery.
Il 6 giugno 1944 fu davvero il giorno più lungo del conflitto, quello che gli americani chiamarono il D-Day, dove D sta per decision.
Lo sbarco avvenne su un fronte di 60 km, in cinque spiagge diverse. La scelta dei nomi in codice delle spiagge fu affidata ai comandanti alleati. Gli americani scelsero un loro stato (Utah) e una loro città (Omaha) di cui erano originari due sottufficiali. Il generale britannico Montgomery propose due nomi di pesce: goldfish (pesce rosso) e swordfish (pesce spada), poi abbreviati in Gold (oro) e Sword (spada). Il tenente colonnello canadese Dawnay scelse Juno, il nome della moglie.
Fu la più grande operazione militare di tutti i tempi. Gli alleati solo in quel giorno misero in campo 155 mila soldati, con 1.200 navi da guerra, 4.120 mezzi da sbarco, 950 carri armati e 13 mila aerei. A fronteggiarli trovarono 50 mila tedeschi, con 890 aerei, 21 navi, 127 carri armati, che si erano preparati alla battaglia piantando i famosi “asparagi” di Rommel (pali alti e acuminati, conficcati al suolo per sventare l’attacco dall’alto) e scavando bunker e trincee nel cosiddetto Vallo atlantico, il sistema di fortificazioni naziste che dalla Norvegia arrivava fino a Bordeaux.
L'annuncio dello sbarco venne dato alla resistenza francese il girono prima, con una frase in codice trasmessa da Radio Londra, utilizzando i primi versi della poesia "Chanson d'automne" di Paul Verlaine.
L’operazione iniziò in coincidenza con l’arrivo dell’alta marea. Toccò prima ai paracadutisti, con l’obiettivo di conquistare i ponti e altri punti strategici in territorio nemico. Poi fu la volta dei mezzi da sbarco. Sulle spiagge di Sword, Juno, Gold e Utah (dove combatté anche Jerome David Salinger, il futuro autore de Il giovane Holden) gli alleati ebbero vita facile. A Omaha Beach, invece, chiamata poi la “spiaggia dell'inferno”, la resistenza tedesca fu sanguinosa. La Big Red One, la prima divisione dei marines, venne decimata.
Nei 76 giorni successivi di guerra gli alleati persero 70.000 soldati mentre i tedeschi ebbero 200.000 morti e 200.000 prigionieri. Il 26 agosto 1944, dopo due mesi e mezzo di battaglie attraverso la Francia, le forze anglo-americane liberavano Parigi.
Oggi questo tratto di splendida costa, chiamato Côte de Nacre, ovvero di madreperla, conserva le tracce della battaglia, con i buchi lasciati dai bombardamenti e cimiteri e musei di guerra visitati da turisti di tutto il mondo che testimoniano l’orrore che qui si è consumato.
Lo sbarco in Normandia è stato raccontato da Ernest Hemingway, intrepido cronista al seguito delle truppe americane, e fotografato da Robert Capa e ha ispirato film e canzoni: dalla pellicola premio Oscar di Steven Spielberg “Salvate il soldato Ryan” (1998) alla serie tv “Band of brothers” (2001), fino alla hit del gruppo heavy metal britannico Iron Made “The Longest Day” (2006).
Ma pochi sanno che in quei giorni in Normandia c’erano anche diversi italiani, come ha ricostruito qualche anno fa il documentario “D-Day - Lo sbarco in Normandia. Noi italiani c'eravamo” (2009) diretto da Mauro Vittorio Quattrina. Tra di loro c’erano internati militari che scelsero con dignità e coraggio di non aderire alla Repubblica Sociale e furono costretti ai lavori forzati dai tedeschi ma anche italiani che fecero la scelta opposta e si arruolarono nella Wehrmacht e nella Luftwaffe e furono impiegati nelle batterie antiaeree.

(Il Mattino, 7 giugno 2014)

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