Storie – A lezione di razzismo nell’Italia fascista

di Mario Avagliano 
 
“Ma fra i nuovi conquistatori si era mescolata la razza giudaica, disseminata lungo le rive del Golfo Persico e sulle coste dell’Arabia, dispersa poi lontano dalla patria d’origine, quasi per maledizione di Dio, e astutamente infiltratasi nelle patrie degli Ariani, Essa aveva inoculato nei popoli nordici uno spirito nuovo fatto di mercantilismo e sete di guadagno, uno spirito che mirava unicamente ad accaparrarsi le maggiori ricchezze della terra. L’Italia di Mussolini, erede della gloriosa civiltà romana, non poteva rimanere inerte davanti a questa associazione di interessi affaristici, seminatrice di discordia, nemica di ogni idealità”. 
 
Così si leggeva ne "Il libro della quinta classe elementare: letture" di Luigi Rinaldi, edizione 1941, nel capitolo "Le razze", per giustificare le misure razziste adottate dal regime a partire dal 1938 nei confronti degli ebrei. È uno dei documenti presentati nella mostra "A lezione di razzismo - Scuola e libri durante la persecuzione antisemita", allestita a Bologna in occasione della Giornata della Memoria, presso il Museo Ebraico, e aperta al pubblico fino all’8 marzo. 
 
Il sistema dell’istruzione scolastica fu il primo ad essere colpito dai provvedimenti razzisti, con l’espulsione dei docenti e degli studenti ebrei dalle scuole, e fu uno degli strumenti principali del regime fascista per inoculare il veleno razzista nella popolazione italiana, in particolare nelle nuove generazioni, attraverso i libri di testo, i temi scolastici e le lezioni degli insegnanti, prendendo di mira prima le popolazioni colonizzate dell’Africa e poi gli ebrei. 
 
Lo attestano i materiali della mostra, provenienti dall’Indire, l’Istituto nazionale di documentazione, innovazione e ricerca educativa, istituito nel 1925 con l'obiettivo di ospitare un'esposizione permanente della "scuola nuova", frutto della riforma Gentile. Libri, quaderni, diari, oltre a diverse fotografie dell'epoca, che illustrano il clima in cui crebbe la gioventù in quegli anni, fondato sul mito della superiorità della razza latina, sulla rigida divisione tra "civilizzati" e "non civilizzati", a partire dagli abitanti autoctoni delle colonie dell’Impero, e sull’esaltazione dei ragazzi bianchi e fascisti. E contribuiscono a spiegare il forte consenso alle leggi razziste degli italiani dell’epoca. Un film in bianco e nero che non fa onore all’Italia, ma che bisogna ricordare. 
 
(L'Unione Informa e Moked.it del 3 febbraio 2015)
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Ciao comandante Max....

Scomparso a 95 anni Massimo Rendina
 
Sono ore tristi per me. E' scomparso ieri a Roma l'ex partigiano Massimo Rendina, all'età di 95 anni. E' stato uno dei miei Maestri di Storia, insieme a Vittorio Foa e Giuliano Vassalli. Fu lui a spingermi all'iscrizione all'Anpi di Roma, a farmi dirigere il Centro Studi della Resistenza e a propormi come vicepresidente. Era un uomo di straordinaria umanità, intelligenza, dolcezza, integrità morale. Amava i giovani ed era da loro amatissimo. Fu anche l'ideatore della Casa della Storia e della Memoria, il cui sogno si realizzò grazie all'allora sindaco Walter Veltroni. Vanno ricordati la sua partecipazione alla seconda guerra mondiale, nella Campagna di Russia; la sua storia di coraggioso comandante partigiano; la sua brillante carriera di giornalista; il suo impegno civile nell'Anpi; il suo impegno storiografico di studioso attento della Resistenza. Vi propongo la sua scheda biografica.
 
Massimo Rendina, nato a Mestre (VE) il 4/1/1920 da Federico e Maria Manara; morto a Roma l’8/2/2015. Studente alla facoltà di giurisprudenza dell'università di Bologna. Prestò servizio militare in fanteria nei guastatori, e poi con il grado di sottotenente dei bersaglieri partecipò alla campagna di Russia nel Csir.
 
Congedato nell'autunno 1942, nel dicembre fu nominato condirettore di "Architrave", il mensile del GUF bolognese, diretto da Eugenio Facchini, pure lui reduce dal fronte russo. Nelle intenzioni dei gerarchi fascisti bolognesi i due reduci avrebbero dovuto dare un tono più fascista al giornale, considerato un foglio della fronda. Pio Marsilli e Vittorio Chesi, il direttore e il condirettore della gestione precedente, erano stati destituiti d'autorità e proposti per il confino di polizia, perché considerati antifascisti. Invece i due nuovi giornalisti diedero al giornale un contenuto e un tono che non era più di fronda, ma di aperta contestazione del regime e della guerra. Nella nota Motivo ideale, siglata M.R. (Massimo Rendina) si legge: «Ormai la retorica illusione di una vittoria facile e di una guerra lampo è sprofondata nell'abisso del passato». La nostra «è sempre stata, sin dal primo colpo di cannone, una guerra difensiva» e «Ora soltanto il conflitto appare definitivamente difensivo nella sua intima essenza e si trasmuta in una lotta integrale, assoluta, di vita o di morte, estranea ad ogni altro pensiero che non sia di sopravvivere alla distruzione di tutto il mondo» ("Architrave", 31/1/43). Nello stesso numero, in una nota dal titolo Indagine sulla Russia, parlando dell'esperienza fatta sul fronte orientale, si chiese: «a) come mai il popolo russo, che non è convinto della bolscevizzazione, la tollera come un gioco, resiste, non si ribella, combatte con valore?; b) come mai dopo un'improvvisa e stupefacente disfatta militare, creduta da tutto il mondo irreparabile, ha opposto un'accanita resistenza e proprio sul principio dell'ultimo atto del grande dramma riconquistando parte delle posizioni perdute con un successo che ha del soprannaturale?». «Noi non crediamo - proseguiva — in una serie di astute ed avvedute manovre da parte del governo rosso: le ragioni sono piuttosto da ricercarsi nel sistema organizzativo e nelle vicende naturali della guerra che vedono l'alternarsi della fortuna, da una parte e dalla altra dei combattenti». Concludeva che se i russi «hanno sorpreso chiunque, la situazione delle armate tedesche non va considerata assolutamente nel campo del "disastroso"».
 
Chiuso "Architrave", dopo la caduta del fascismo, Rendina passò a "il Resto del Carlino", dove ebbe come collega Enzo Biagi. Quando, dopo l’8/9/43, al giornale fu nominato un direttore repubblicano, intervenne all'assemblea dei redattori per annunciare pubblicamente che non avrebbe collaborato con la RSI.
 
Abbandonò il giornale e si trasferì in Piemonte, dove - come un altro reduce di Russia, Nuto Revelli -  prese parte alla lotta di liberazione, con il nome di battaglia di Max il giornalista.
 
Militò prima nella 19a  Brigata Giambone Garibaldi, con funzione di capo di stato maggiore, e successivamente nella 103a Brigata Nannetti della 1a Divisione Garibaldi, della quale fu prima comandante e poi capo di  stato maggiore. Fu in contatto anche con Edgardo Sogno, che fece ricevere alla sua divisione lanci di munizioni da parte degli inglesi. Partecipò alla liberazione di Torino. Ferito, è stato riconosciuto invalido di guerra. E’ stato partigiano dall'1/11/43 al 7/5/45.
 
Lo zio Roberto Rendina fu ucciso alle Fosse Ardeatine a Roma.
 
Nel capoluogo piemontese Rendina riprese la professione di giornalista a l'Unità, con Giorgio Amendola e Ludovico Geymonat. Terminata la guerra, si occupò di cinema scrivendo film con Piero Tellini, curò poi la settimana Incom con Luigi Barzini junior e successivamente entrò in Rai, dove prima lavorò al giornale radio e poi fu direttore del primo telegiornale. 
Cattolico, nel dopoguerra Rendina uscì dal Pci e aderì alla sinistra della Dc, collaborando con Aldo Moro, Mariano Rumor e Benigno Zaccagnini.
 
Il presidente del Consiglio Fernando Tambroni chiese ed ottenne il suo allontanamento dalla Rai. Aldo Moro lo reintegrò, nominandolo condirettore del giornale radio e mandandolo in America a fondare Rai Corporation.
Negli ultimi anni della sua vita Rendina è stato uno dei principali protagonisti dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, rivestendo per oltre dodici anni la carica di presidente del Comitato Provinciale ANPI Roma e diventando, nell’aprile 2011, vicepresidente nazionale. È stato nominato anche membro del Comitato scientifico dell'Istituto Luigi Sturzo per le ricerche storiche sulla Resistenza
È stato, inoltre, l’ideatore della Casa della Memoria e nella Storia inaugurata a Roma dalla giunta Veltroni nel 2006 e fondatore dell’associazione di telespettatori cattolici Aiart.
 
Nel 2011 ha raccontato nel documentario Comandante Max, diretto da Claudio Costa, la sua esperienza di guerra in Russia e nella Resistenza.
 
È stato anche un appassionato studioso della Resistenza. Ha pubblicato: Italia 1943-45. Guerra civile o Resistenza?, Newton, Roma 1995; Dizionario della Resistenza italiana, Editori Riuniti, Roma 1995. Ha anche curato la “Cronologia della Resistenza romana”, pubblicata sul portale storico www.storiaXXIsecolo.it, di cui è stato anche il fondatore.
 
E’ morto all’età di 95 anni, a Roma.
 
Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha voluto ricordare la memoria di Rendina, mandando un messaggio di cordoglio alla moglie: "Per la scomparsa di un testimone leale e appassionato di molti decenni della nostra storia". Il presidente della Repubblica ha ricordato la partecipazione di Rendina "alla tragica ritirata di Russia e la successiva, decisa scelta di campo nelle file della resistenza", nella quale assunse il nome di 'comandante Max', distinguendosi "per coraggio e lungimiranza politica". Nel dopoguerra, ha affermato ancora il presidente Mattarella, "fu brillante giornalista e comunicatore, ricoprendo posizioni di prestigio. L'immagine più nitida che mi resta di lui- ha concluso il capo dello stato- è quella, più recente, di instancabile dirigente dell'anpi, al vertice della quale ha saputo difendere la memoria autentica dei valori della resistenza e tramandarla ai giovani con passione ed entusiasmo".
 
(a cura di Mario Avagliano)
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Storie - Gli ebrei e il Regno Sabaudo

di Mario Avagliano
 
La storia italiana è stata “sempre strettamente connessa con quella più specifica della sua bimillennaria componente ebraica”. Così Pia Jarach ha scritto nella prefazione al libro di Gianfranco Moscati “Gli ebrei sotto il Regno Sabaudo. Combattenti – Resistenza – Shoah” (editore Origrame), dal quale è nata una mostra itinerante che ora giunge a Roma, dove viene presentata domani 11 febbraio alle ore 17,00 presso la Camera dei Deputati (Complesso di Vicolo Valdina).
La mostra, che sarà aperta al pubblico dal 12 al 20 febbraio (ore 10-18, con ingresso a Piazza di Campo Marzio 42), illustra attraverso documenti ed immagini la partecipazione degli ebrei italiani alla vita nazionale nei 150 anni di regno sabaudo, dalle guerre risorgimentali fino alle leggi razziste del 1938, all’adesione alle bande partigiane e alla deportazione nei lager nazisti.
 
Viaggiando attraverso i preziosi frammenti di Memoria raccolti da Gianfranco Moscati, scopriamo così che tra i mille garibaldini sbarcati a Marsala ben sette erano ebrei. E c’erano diversi ebrei in tutte le guerre italiane, spesso partiti volontari per amor di patria: dalla guerra italo-turca del 1911 alla Grande Guerra, fino alla guerra di Etiopia e alla guerra di Spagna.
Solo alla Seconda guerra mondiale gli ebrei non parteciparono (salvo pochissime eccezioni, come il generale Umberto Pugliese del Genio Navale, richiamato in servizio nel 1941, essendo l’unico in grado di recuperare le corazzate italiane affondate dagli inglesi nel porto di Taranto), perché esclusi dall’esercito, come da ogni altro settore della società civile, a seguito dei provvedimenti razzisti.
E in quegli anni gli ebrei sono protagonisti anche dell’antifascismo (basti ricordare i fratelli Rosselli) e della Resistenza (il più giovane partigiano ucciso in combattimento fu l’ebreo Franco Cesana). Non poteva mancare un capitolo dedicato alla persecuzione degli ebrei e alla Shoah. La pagina più nera di quel secolo e mezzo, alla quale anche i Savoia e tanti altri italiani contribuirono.
 
(L'Unione Informa e Moked.it del 10 febbraio 2015)
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Foibe, il dramma degli italiani di Istria e Dalmazia

di Mario Avagliano
 
“Per troppo tempo le sofferenze patite dagli italiani giuliano-dalmati con la tragedia delle foibe e dell'esodo hanno costituito una pagina strappata nel libro della nostra storia". Lo ha detto ieri il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, al termine delle celebrazioni a Montecitorio per il Giorno del Ricordo. Una commemorazione che quest’anno ha viste unite tutte le forze politiche, in un clima più sereno del passato e qualche polemica solo a livello locale, a Napoli e a Milano, dove alcuni esponenti del centrodestra hanno accusato i sindaci De Magistris e Pisapia di aver dimenticato la ricorrenza.
Gli antefatti delle foibe risalgono al primo dopoguerra. Nel 1920 il trattato di Rapallo assegna all’Italia Trieste, Gorizia, l’Istria e Zara e dichiara Fiume “città libera”. Quello stesso anno Benito Mussolini, in visita a Pola, chiarisce: “Di fronte a una razza inferiore e barbara come la slava, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone”. Le bande fasciste la mettono subito in pratica, dando alle fiamme nell’intera Venezia Giulia 134 edifici di sloveni e croati.
 
Dopo la “marcia su Roma” e la nomina a capo del governo, Mussolini persegue una strategia di “bonifica nazionale” nei confronti della popolazione slava, definita sprezzantemente come “allogena”. E così, tra il 1923 e il 1927 vengono rimossi gli impiegati e gli insegnanti slavi dagli uffici pubblici e dalle scuole, viene proibito l’uso dello sloveno e del croato, vengono soppresse le loro organizzazioni culturali, ricreative e culturali e viene imposta l’italianizzazione dei cognomi e delle località.
Un nuovo capitolo si apre con la seconda guerra mondiale e  l’invasione da parte italo-tedesca della Jugoslavia nell’aprile 1941. Altro che “italiani brava gente”, anche le nostre truppe di occupazione si macchiano di eccidi, fucilazioni, incendi di villaggi, deportazioni. “Non occhio per occhio e dente per dente! Piuttosto una testa per ogni dente”, come ordina il generale Mario Roatta. E migliaia di civili slavi muoiono di stenti nei campi di internamento italiani. Uno dei peggiori è sull'isola dalmata di Arbe, ma il regime fascista istituisce decine di campi anche in Italia, da Gonars (Udine) ad Alatri (Frosinone).
Dopo l’armistizio dell’8 settembre, sloveni e croati insorgono in favore dei partigiani jugoslavi di Tito, dando sfogo al desiderio di vendetta contro i fascisti italiani. È in questo periodo che si registra la prima ondata di violenze in Istria e in Dalmazia, con l’uccisione di alcune centinaia di fascisti nelle foibe, caverne a forma di imbuto rovesciato, che possono raggiungere la profondità di 200 metri.
A inizio ottobre del ’43 i nazisti e i fascisti rioccupano l'Istria e la mettono a ferro e fuoco, arrestando migliaia di partigiani, di ebrei e di oppositori slavi, molti dei quali vengono rinchiusi ed uccisi nella Risiera di San Sabba a Trieste, l’unico campo di sterminio italiano, e altri deportati in Germania.
Il 1° maggio del 1945 la IV armata di Tito entra a Trieste e a Gorizia. In un clima di resa dei conti, a cadere dentro le foibe e ad andare nei campi di concentramento (famoso quello di Borovnica) sono migliaia di persone, comprese donne e bambini. Non solo fascisti, ma anche cattolici, liberaldemocratici, socialisti, parroci, per la sola “colpa” di essere italiani o di opporsi a Tito.
La tragedia degli istriani e dei dalmati non finisce qui. Il 10 febbraio del 1947 l’Italia ratifica il trattato di pace: l’Istria, Fiume e Zara passano sotto la Jugoslavia. Trecentocinquantamila italiani sono perseguitati e costretti all’esilio forzato, perdendo quasi tutti i loro averi: case, patrimoni, attività. E quando giungono in Italia, spesso vengono accolti come fascisti. Sul loro dramma, come denuncerà l’ex capo dello Stato Giorgio Napolitano nel 2007, cala un vergognoso silenzio, sull’altare della guerra fredda e delle pregiudiziali ideologiche. Fino a quando il Parlamento nel marzo del 2004 approva la legge 92, che istituisce il 'Giorno del ricordo'.
 
(Versione più sintetica su Il Messaggero, 11 febbraio 2015)
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Cazzullo e la Grande Guerra dei dolori senza voci né eroi

di Mario Avagliano
 
La Grande Guerra 1914-1918, che noi italiani chiamiamo del 15-18, è l’unica guerra senza eroi di vaglia. Non ci fu un Annibale, un Cesare, un Alessandro Magno. Né ci furono statisti o generali famosi, a differenza della seconda guerra mondiale. Oggi soltanto gli storici, tanto per restare sul fronte italiano, si ricordano del generale Luigi Cadorna, oppure di Salandra e di Orlando. I veri eroi di quel conflitto di un secolo fa, come scrive Aldo Cazzullo, furono i semplici fanti. Fu davvero, come recita il titolo del suo nuovo saggio, La guerra dei nostri nonni (Mondadori, 264 pagine, 17 euro).
Con la penna del brillante cronista ma anche l’acume del saggista attento e documentato, attraverso lettere, diari e testimonianze anche inedite, Cazzullo ci conduce nell'abisso del dolore del primo conflitto mondiale. Le vicende di alpini, arditi, prigionieri, poeti e scrittori in armi (come Giuseppe Ungaretti e Curzio Malaparte) s’incrociano con quelle di crocerossine, prostitute, spie, inviate di guerra, persino soldatesse in incognito. 
 
La quasi totalità dei soldati sono sconosciuti, come il nonno di Papa Francesco, Giovanni Bergoglio, che combatté sull’Isonzo e sul Piave, oppure l’ultimo reduce della Grande Guerra, Carlo Orelli, intervistato dallo stesso autore nel 2004 e morto l’anno dopo a 110 anni. Qualcuno però, negli anni successivi, sarà protagonista della storia, come Adolf Hitler, Benito Mussolini, Charles De Gaulle e Angelo Roncalli, il futuro Papa Giovanni XXIII.
Il cuore del libro è il racconto, carico di tensione morale, del sacrificio di una grande massa di italiani alle ragioni atroci dell’industria della guerra. A partire dai reparti lanciati sotto il fuoco nemico sul Carso e sulle Alpi trentine, al grido di “Savoia!”, che diventano il prezzo da pagare per il terreno conquistato: un ettaro, diecimila morti. «Un olocausto necessario», come lo definisce il generale di corpo d’armata Vincenzo Garioni. Furono almeno sei i casi (il più celebre è quello raccontato da Emilio Lussu in Un anno sull’altopiano) di austriaci che interruppero il fuoco e gridarono agli italiani di tornare indietro, di non farsi massacrare così.
E poi i feriti, i mutilati, gli esseri rimasti senza volto, e l’esercito dei fanti resi folli da quel che avevano visto e patito, come il soldato che in manicomio proseguiva all'infinito il suo compito di contare i morti in trincea. Le decimazioni di innocenti da parte di una casta militare che, almeno fino a Caporetto, si dimostrò la più sprezzante d’Europa (tranne forse quella russa) nei confronti dei propri soldati. E le donne friulane e venete violentate dagli invasori dopo la disfatta di Caporetto; con l'istituto degli «orfani dei vivi», dove le mamme andavano di nascosto a vedere i «piccoli tedeschi» che erano pur sempre loro figli.
Ogni voce critica viene duramente punita. La risposta è la legge marziale, la repressione. Un artigliere ventunenne di Viterbo è condannato a 22 mesi di carcere per aver detto a suo padre di riferire alla gente che la guerra è ingiusta, perché «voluta da una minoranza di uomini. Chi fa la guerra è il popolo, i lavoratori, loro che hanno le mani callose sono questi che muoiono». Un civile viene sorpreso a cantare una canzone di trincea: «Il general Cadorna ha scritto alla regina / se vuoi veder Trieste te la mando in cartolina». Sei mesi di reclusione. Alla fine della guerra, i tribunali militari avevano celebrato 350 mila processi ed emesso 210 mila condanne: renitenza, diserzione, indisciplina.
Ma nella Grande Guerra, salutata dai futuristi come “sola igiene del mondo”, non mancano le storie a lieto fine, come quelle raccolte da Cazzullo su Facebook, in una moderna riedizione di Spoon River. E il conflitto, assieme alle distruzioni e alle morti, porta con sé anche una ventata di novità. Perché nelle città, in assenza degli uomini, chiamati a combattere, segna l'inizio della libertà per molte donne, che dimostrano di poter fare le stesse cose dei mariti, fidanzati o padri: lavorare in fabbrica, guidare i tram, laurearsi, insegnare, fumare.
L’occasione della guerra rappresenta anche la prima sfida – vinta - dell’Italia unita, dal Nord al Sud. Il giovane stato italiano poteva essere spazzato via. Eppure dimostra di non essere più «un nome geografico», come credevano gli austriaci, ma una nazione. Questo non toglie nulla alle gravissime responsabilità - che il libro denuncia con forza - di politici, generali, affaristi, intellettuali, a cominciare da Gabriele D'Annunzio, che trascinarono il Paese nel grande massacro. Ma, come scrive Cazzullo, “può aiutarci a ricordare chi erano i nostri nonni, di quale forza morale furono capaci, e quale patrimonio di valori portiamo dentro di noi”.
 
(Il Messaggero, 12 ottobre 2014)
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Storie - Il dottor Morte

di Mario Avagliano
 
Che fine ha fatto il dottor Morte? Un nuovo libro cerca di fare chiarezza (definitivamente?) sulla sorte del criminale nazista Aribert Heim: Il dottor Morte. Storia della caccia al medico boia di Mauthausen, di Nicholas Kulish e Souad Mekhennet, due giornalisti del New York Times (Mondadori, pp. 300).
L'ex membro delle Waffen SS, austriaco, fu medico nei lager di Buchenwald e di Mauthausen e nel dopoguerra venne accusato da diversi sopravvissuti di varie nefandezze, come l’asportazione di organi a pazienti sani, la sperimentazione di veleni e farmaci sui deportati e l’uccisione dei pazienti iniettando loro benzina nel cuore (conservava il loro teschio come trofeo sulla sua scrivania).
Morto Hitler, nel caos post bellico della Germania, Heim riuscì a farla franca, acquisendo una falsa identità e trasferendosi a Bad Nauheim, vicino a Francoforte, dove giocava per la squadra di hockey dei Red Devils. Poi incontrò una ragazza di una famiglia molto ricca, la sposò e si stabilì con lei nella cittadina termale di Baden-Baden, dove esercitò la professione di ginecologo.
 
Fu solo grazie ad alcuni poliziotti tedeschi, tra i quali – racconta il libro – spicca la figura di Alfred Aedtner, che fu finalmente individuato. Aedtner era un cacciatore di criminali di guerra e collaborava con il leggendario Simon Wiesenthal e il suo centro.
Purtroppo Heim sfuggì alla cattura e nel ’62 si diede alla latitanza, scappando a bordo di una Mercedes in Francia, in Spagna, in Marocco e quindi in Egitto, senza essere trovato, nonostante le ricerche scatenate dalla giustizia tedesca, austriaca e israeliana, con una taglia di oltre 300mila euro.
Kulish e Mekhennet hanno ricostruito la sua fuga, anche grazie alla scoperta in Egitto di una valigia di Heim piena di lettere, cartelle mediche e testi sugli ebrei e l'antisemitismo. I due giornalisti, nel loro libro (uscito in Usa con il titolo The Eternal Nazi), svelano come riuscì a dileguarsi e l’incredibile storia successiva. Il criminale nazista, infatti, si nascose in un quartiere operaio del Cairo e poi si convertì all’Islam, col nome di Tarek Hussein Farid.
Il dottor Morte morì forse di cancro nel ’92 e fu sepolto in una fossa comune. Ma ogni tanto si torna a parlare della possibilità che sia vivo. Nel 2010 il direttore del Centro Wiesenthal Efraim Zuroff dichiarò che il caso era ancora aperto perché non "esistono prove scientifico-legali" del decesso. E gli stessi Kulish e Mekhennet ammettono che il suo corpo non è mai stato ritrovato. Il mistero continua.
 
(L'Unione Informa e Moked.it del 21 ottobre 2014)
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'Tempesta'. Gruber, storia di famiglia tra nazismo e fascismo

di Mario Avagliano
 
In ogni tragedia collettiva esiste una responsabilità individuale. Che non risparmia neppure una terra di frontiera come il Sudtirolo, dove anzi l’oscuro passato di molte persone è segnato da due dittature: l'una subita, il fascismo, l'altra sciaguratamente scelta, il nazismo. Dopo il successo di Eredità, Lilli Gruber in questo secondo capitolo della saga della sua famiglia, intitolato Tempesta (Rizzoli, pp. 294, euro 19), riprende la narrazione della vicende di Hella Rizzolli, la sua prozia maestrina dalla penna nera infatuata di Hitler, per seguirla attraverso gli anni violenti della seconda guerra mondiale.
Avevamo lasciato Hella e la sua famiglia perseguitati dal fascismo, perché colpevoli di voler difendere la loro lingua e identità, dopo che nel novembre del 1918 il Sudtirolo e i suoi oltre 250.000 abitanti di lingua tedesca erano passati di colpo dall’Impero austro-ungarico all'Italia. Anche la maestrina era stata portata via dai carabinieri, venuti a prenderla fino in casa dei suoi genitori, a Pinzon, nel 1938. Era stata gettata in prigione, interrogata, condannata al confino dai fascisti in un villaggio in Basilicata. E tutto per aver insegnato il tedesco ai bambini nelle scuole clandestine del Sudtirolo.
 
Il racconto avvincente della vita di Hella, sospeso tra la Storia e la narrativa, e basato su lettere, diari, interviste e documenti d’archivio (con qualche licenza d’immaginazione nella ricostruzione dei dialoghi e di alcuni personaggi), riprende nel 1941, con l’avvio della campagna di Russia, in un’Europa in cui il nazismo dilaga vittorioso.
Hella crede ancora nel Führer, ma lui le sta strappando ciò che ha di più prezioso al mondo: l’adorato fidanzato Wastl, che parte per il fronte russo dopo un’ultima settimana d’amore a Berlino. Sul treno che la riporta a Pinzon, la maestrina conosce un giovane comunista tedesco, Karl, che sotto falsa identità è in fuga da una Germania ormai troppo pericolosa per i nemici del nazismo. Suo padre è stato tra i primi a essere arrestati durante l’epurazione dei comunisti del marzo 1933; la fidanzata Ida è ebrea. Lui ha deciso di rifugiarsi in Sudtirolo.
Ma neppure quella terra incantevole, chiusa tra le montagne, è al sicuro dalle tempeste della storia. L’orrore del nazismo e la realtà della guerra arrivano anche lì, con la loro scia di spie, delatori, approfittatori, e l’appendice violenta della persecuzione degli ebrei, degli oppositori politici e dei disabili (tra cui i 299 pazienti «optanti» dell’ospedale psichiatrico di Pergine, quasi tutti soppressi nel criminale piano nazista Aktion T4). Nel frattempo Wastl muore in combattimento in Russia, Hella si risveglia dal sogno nazista, scoprendo che si tratta di un incubo, e Karl è costretto a confrontarsi con il Mostro nazista, nei panni del fratellastro Oskar.
Una storia d’amore e di sofferenza. Ma nella parabola di Hella si disegna anche la tragedia di un popolo, quello sudtirolese, intrappolato tra due regimi sanguinari e prigioniero di un dilemma: salvarsi la vita o salvarsi l’anima? Un dilemma che molti risolsero facendo la scelta sbagliata, aderendo alla croce uncinata, come Hubert, lo zio della Gruber, fratello maggiore della madre, che partì volontario a diciotto anni. E nel dopoguerra ci fu perfino chi aiutò i familiari di alcuni gerarchi nazisti, tra cui Mengele, Himmler e Göring, a trovare rifugio e una nuova vita in Sudtirolo.
Molti sbagliarono ma non tutti, come sottolinea l’autrice. Perché anche nel Sudtirolo ci fu chi coraggiosamente, come il canonico Michael Gamper e la nipote Marta, pur difendendo il Deutschtum, la germanicità, nel 1939 si schierò tra i Dableiber, ovvero quel 13 per cento di sudtirolesi che non optò per la Germania, osteggiando e combattendo, per quanto possibile, la follia nazista.
 
(Il Messaggero, 25 ottobre 2014) 
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Storie - Palatucci e il metodo storico

di Mario Avagliano
 
In attesa del 17 dicembre, data in cui la commissione di studiosi incaricata dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane di fare chiarezza sulla figura dell’ex questore di Fiume Giovanni Palatucci, proclamato Giusto tra le Nazioni dallo Yad Vashem nel 1990, dovrebbe presentare le conclusioni dei suoi lavori, due nuovi libri cercano di portare un contributo al dibattito.
 
Uno è opera del giornalista Nazareno Giusti, “Giovanni Palatucci. Una vita da (ri)scoprire” (Tra le Righe Libri, pp. 160) e l’altro è dello storico e giornalista dell’Osservatore Romano Giovanni Preziosi, “L’affaire Palatucci. ‘Giusto’ o collaborazionista dei nazisti?”, di prossima uscita per le Edizioni “Comitato Palatucci”.
Il libro di Nazareno Giusti è una sorta di viaggio-intervista ad alcuni personalità che si sono occupate della figura del poliziotto irpino. Il saggio di Preziosi invece presenta i documenti e le testimonianze su Palatucci da lui raccolte negli ultimi anni e in parte pubblicate nei suoi articoli sull'Osservatore Romano.
 
La novità rispetto al passato è il tentativo di misurare l’attendibilità delle testimonianze anche attraverso la documentazione coeva. Il dibattito su Palatucci, quindi, è uscito dalle secche del dibattito politico. 
 
Ricostruire la storia, d’altra parte, richiede un metodo scientifico. È esattamente questo lo sforzo che ha in corso la commissione di studiosi presieduta da Michele Sarfatti, composta da Mauro Canali (Università di Camerino), Matteo Luigi Napolitano (Università degli Studi Guglielmo Marconi), Marcello Pezzetti (Fondazione Museo della Shoah di Roma), Liliana Picciotto (responsabile ricerche storiche della Fondazione Cdec e consigliere UCEI), Micaela Procaccia (dirigente della Direzione generale per gli archivi del ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo) e Susan Zuccotti (Centro Primo Levi, New York). Presto ne sapremo di più.
 
(L'Unione Informa e Moked.it del 25 novembre 2014) 
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