Storia di come eravamo e della variazione sociale nella percezione e gestione del Corpo

E’ da poco uscito per Robin editore http://www.robinedizioni.it/nuovo/estetica-anestetica l’ultimo libro storico di Carla Guidi, “ESTETICA ANESTETICA - Il corpo, l’estetica e l’immaginario nell’Italia del Boom economico e verso gli anni di Piombo”. Un memoriale autobiografico sugli anni dal 1950/55 al 1971/78 pubblicato dopo il suo noto "Operazione balena - Unternehmen Walfisch” (Terza edizione aggiornata - Edilazio, 2013) su Sisto Quaranta ed Augusto Gro, catturati il 17 aprile 1944 nel massiccio rastrellamento nazifascista del quartiere Quadraro.

            Questo nuovo libro segue sempre una traccia autobiografica (anche per suscitare l’empatia da parte del pubblico dei lettori) ma è denso di riferimenti fin troppo espliciti ad avvenimenti politici, sociali, artistici e culturali, fino alla cronaca giornaliera di fatti epocali che hanno segnato un complesso periodo della nostra storia.

Il titolo è già un programma d’intenti e prende spunto da una famosa frase di G. Carlo Argan, scritta in occasione della 32° Biennale di Venezia che nel 1964 consacrò, davanti al grande pubblico, l’arte americana e l’avvenuta invasione culturale della Pop Art - “L’uomo massa è stupido e avido … non soffre, non gode … tutto ciò che può desiderare, è un tubo di dentifricio più grosso, enorme o un peperone più rosso, rossissimo. Così le cose gli crescono intorno, mentre l’umano si fa sempre più piccolo e finalmente scompare senza dolore, in anestesia totale: perché due cose sono inesorabilmente vietate nell’inferno terrestre, la memoria del passato e l’attesa del futuro.”

L’autrice non ha dimenticato di inserire inoltre frequenti feedback su memorie resistenziali, già nel dopoguerra mandate sistematicamente sullo sfondo da un presente euforico e consumistico, clima non a caso focalizzato (nel 1967) da Guy Debord ne La società dello spettacolo. Un personaggio forse dimenticato che, insieme al sociologo Marshall McLuhan, aveva denunciato che proprio la spettacolarità anestetizzante sarebbe diventata “il cattivo sogno della società incatenata”.  

L’immagine di copertina di Valter Sambucini, assai evocativa, insieme al contenuto del libro, propone una memorialistica a rappresentare soprattutto la gioventù dal dopoguerra, dagli anni del boom economico fino agli anni di piombo, resiliente e, nonostante tutto, affamata della vita, ma sottoposta alla mortificazione estetizzata di un periodo storico-sociale in cui iniziava la vera guerra commerciale ed il bombardamento dell’immaginario collettivo con nuovi accattivanti prodotti, anche addirittura stupefacenti; l’invasione delle plastiche con la distruzione sistematica dell’ambiente, l’ambiguità della diffusione Pop Art e dei media commerciali.

La narrazione passa sistematicamente tra avvenimenti epocali, attraverso una realtà stratificata che copre molti segreti: dagli anni ‘50/’60 il sesso e la procreazione, insieme alla terribile verità sulla recente guerra che l’Italia contadina aveva perso, insieme alla propria dignità. Abbandonata all’interno di un’agonia lunghissima, infine si accorge come l’occultamento riguardasse i servizi segreti, i Colpi di Stato, gli uomini di Mussolini ancora al potere e mai processati, il vero scopo degli attentati e l’uccisione di personaggi divenuti scomodi.

Una complessità, presa in esame, che non trascura l’analisi delle letture dell’epoca, i tascabili per tutti e i fumetti per adulti, i programmi televisivi, l’emigrazione italiana all’estero e contemporaneamente l’abbandono del Sud, la costruzione di cattedrali nel deserto ed opere interrotte, iniziate a puro scopo elettorale, i disastri ambientali, le alluvioni, i terremoti come emergenze sempre più ricorrenti a causa dell’antropizzazione dei territori e dei fiumi. Ferite perpetue ma anche sciagure causate da errori dovuti a superficialità umane se non avidità e connivenze (come avvenne per la tragedia del Vajont) … tutto intessuto di riferimenti e notizie che arrivano dal mondo come da quella Sicilia problematica dove Danilo Dolci aveva fatto il primo sciopero alla rovescia e dove aveva inaugurato la prima Radio libera.

Nel testo non si trascurano viceversa i primi attentati alla salute fisica e mentale, mentre l’Italia del Boom naufragava collettivamente negli zuccheri, negli antibiotici a pioggia, nelle sofisticazioni alimentari che salirono alla cronaca pesantemente già nel 1959, mentre il Ministero della Sanità era stato appena creato e la legge per disciplinare il Commercio (con requisiti fiscali, sanitari e penali) verrà varata solo nel 1971. Una complessità che il libro riporta, al cui interno si ricorda, per chi l’avesse dimenticato, l’amministrazione etica del Sindaco Giorgio la Pira, noto per aver salvato le fonderie del Pignone attraverso la sua amicizia con Mattei ed aver tentato la rocambolesca ventura di voler contrattare la fine della guerra, tra USA e Vietnam. Una lezione morale che diventerà rivoluzionaria nelle azioni ed opere dei numerosi preti dissidenti toscani, tra i quali don Milani della scuola di Barbiana e don Mazzi della Comunità dell’Isolotto, attraverso e nonostante la politica dei partiti storici in un clima di Guerra fredda, scioperi e manifestazioni di piazza, due falliti Colpi di Stato, fino ad arrivare alle trasformazioni ideologiche ed alle soglie degli Anni di piombo.

Punto centrale del libro, lo si ribadisce, il dilagare del movimento rivoluzionario dei giovani in tutto il mondo, raggiungendo un apice drammatico nel 1968, nell’episodio più sanguinoso il 2 ottobre a Città del Messico nella Plaza de las Tres Culturas, direttamente dalla testimonianza di Oriana Fallaci (inviata dell’Europeo), mentre si trovava in un letto d’ospedale, gravemente ferita … Fatti poi seguiti dalle Olimpiadi con il noto episodio del gesto dei Black Power, messo in atto dai velocisti afroamericani Tommie Smith e John Carlos, primo e terzo sul podio dei vincitori.

Ma in questo arco temporale preso in esame, è soprattutto ribadita la variazione sociale nella percezione e gestione del Corpo, in una progressiva emancipazione: il corpo sessuato, il corpo procreativo delle donne, il corpo nelle Arti visive, in un simbolico tendenzialmente terapeutico posto in opposizione all’anestesia consumistica ed ipnotica dell’Immaginario. Questo corpo, emancipato in un nuovo protagonismo, però sprofondava immediatamente nel suo stesso Mito, (anche attraverso gli eroi trasgressivi dell’immaginario musicale, filmico, e le contaminazioni dilaganti della pubblicità) nell’illusione di un’eterna giovinezza. Non più e non solo leggendaria antagonista del tempo, ma ipotetica perpetuazione di uno status giovanilistico trasgressivo, edonistico e senza memoria, al quale (con i progressi delle tecniche appunto) ogni generazione avrebbe potuto finalmente accedere. Così questo corpo liberato, veniva immediatamente contagiato dall’aggressività invadente delle multinazionali dell'estetica, della chirurgia e della farmacologia.

Cinquecento pagine sono molte, ma molti sono anche gli avvenimenti narrati, impossibile farne un riassunto in poche righe. E’ un libro quindi da leggere con calma, un capitolo alla volta. Anche se scritto con poesia e scorrevolezza, molti lettori hanno confermato di essersi sentiti sopraffatti dalla densità degli accadimenti e delle trasformazioni che piano piano ci hanno reso quello che siamo adesso.

Il libro è uscito nel 2018, quando non poche sono state le manifestazioni commemorative del 50° Anniversario del ’68, più o meno nostalgiche o asfittiche celebrazioni di un’utopia considerata ormai obsoleta e spenta. Ed ecco che proprio oggi (anche in Italia) i giovani sono tornati a farsi sentire in tutto il mondo, sentendosi forti delle loro ragioni: Giovani, giovanissimi rispetto ai sessantottini, ma soprattutto critici rispetto alle seduzioni della rete che usano ormai come strumento di aggregazione e collegamento. I corpi pensanti adesso sono presenti per le strade e le piazze sempre più spesso, concreti e pacifici, ma arrabbiati e determinati, mentre la loro utopia è diventata una richiesta ineludibile. Molti giornali ne parlano in questi termini, compreso Avvenire del 27/09/2019 dove Mauro Magatti scrive questo significativo titolo Non si sogna mai da soli con riferimento alla frase della giovane Greta all’assemblea dell’ONU.

Vorrei citare a conclusione Norma Rangeri sul Manifesto del 28/09/2019.

  • (…) Questo movimento, con la sua carica di utopia rigenerante, mette al centro della scena niente di meno che il cambiamento di un modello di sviluppo non più sopportabile per i catastrofici risultati, naturali e sociali. La battaglia in difesa della Terra presuppone nuovi modelli produttivi, nuovi comportamenti individuali e collettivi, nuovi protagonisti sociali, nuovi obiettivi .e prima lo capiamo meglio sarà.

 

In questa prospettiva il libro di Carla Guidi si pone come monito e memoria di fatti umani, di sogni e speranze disattese, un invito alla riflessione su come eravamo e da dove siamo venuti. Corroborante invito anche al ripiegamento su se stessi degli ormai anziani sessantottini, ma per sollecitarli a dare di nuovo il loro contributo alla luce dei cambiamenti epocali che ci hanno portato sulla soglia del baratro ambientale e sociale.

Non a caso Estetica anestetica riporta, in intestazione, parte di un articolo su Repubblica (24 marzo 2013) di Carlo Freccero e Daniela Strumia dal titolo significativo - Il consumismo è morto, benvenuti a Gomorra – che a sua volta cita il film Matrix e i situazionisti –

  • Conoscere la verità non significa necessariamente schierarsi dalla parte giusta. Marx come ispiratore di rivolta ha avuto un compito tutto sommato più facile di Debord. Marx aveva come oggetto di studio la prima rivoluzione industriale e la sua analisi era intrisa di sudore, sfruttamento e dolore. Il consumismo invece non viene percepito come sofferenza, ma come godimento condiviso, redistribuzione del benessere. Se quindi Marx ha buon gioco a connotare di significati negativi il concetto di alienazione, Debord, che è una sorta di Marx del consumismo, prova maggiori difficoltà a farci odiare la contemplazione, che è l’anello di congiunzione tra alienazione e spettacolo [...]
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Il Dopoguerra, un laboratorio tra compromessi e idee geniali (Il Messaggero)

di Pasquale Chessa

«E' scoppiato il dopoguerra»: la battuta, a orecchio attribuita a Flaiano, è invece di Suso Cecchi D'Amico la sceneggiatrice di Ladri di biciclette, che descrive al marito musicologo l'aria del tempo alla fine del 1945: «Finora è stato un limbo». Dietro c'è l'inferno di Mussolini, della Guerra Mondiale, della Guerra Civile, ancora in atto con la "resa dei conti", «la più feroce e sincera di tutte le guerre» secondo il latinista comunista Concetto Marchesi. Non sarà facile per la nuova Italia, temprata dalla Resistenza, dopo vent'anni di dittatura, costruire la sua nuova identità senza il fascismo. Seguendo «gli italiani fra speranze e disillusioni» (così dice il sottotitolo del libro) ci spiegano come ci siamo riusciti, Mario Avagliano e Marco Palmieri, capaci di rintracciare nella cronaca politica e culturale, nelle mode e nei costumi i passaggi cruciali della grande storia.
 
LA VIA
Si capisce meglio, per esempio, la "Via italiana al socialismo", che consente a Togliatti di rimandare a un futuro mitico il tempo della rivoluzione, leggendo un articolo dell'Unità del 23 giugno 1945 che comincia così: «Si balli pro Tizio, pro Sempronio l'essenziale è che si balli (...) stretti possibilmente a una bella e formosetta fanciulla». Non è incauto sostenere che da lì comincia la legittimazione democratica e popolare del Pci, in sintonia con quel compromesso storico originario con la Dc su cui si fonda la nostra Costituzione. Sebbene nella parola Dopoguerra (idea titolo di Avagliano e Palmieri) sia contenuto il concetto di guerra, è dal suo superamento che nasce l'altra storia: «L'immagine del Paese che si rimette in moto alla fine della guerra non è solo metaforica».
 
L'IDEA
Affonda nell'industria bellica l'idea della Vespa progettata per Enrico Piaggio da un ingegnere aeronautico che odiava le moto, e perciò inventò lo «scooter». Seguendo la stessa ispirazione Enzo Ferrari reinventa l'automobile da corsa. Ma anche l'Algida nata nel 1946 sfrutta un residuato americano per fare gelati. Una storia fondata sui fatti: peccato che nell'indice dei nomi manchi Renzo De Felice. C'è in questo Dopoguerra una teoria implicita del processo storico come una serie contigua e distinta di vasi comunicanti: nel 1946 la nascita di Miss Italia sta bene insieme al referendum fra monarchia e repubblica, prima volta delle donne alle urne; Bartali e Coppi fanno pendant con Peppone e Don Camillo; la nascita del Piccolo teatro a Milano non stona con la traumatica uscita dal governo del Pci nel 1947. Aveva ragione il protagonista di Napoli milionaria di Eduardo De Filippo: «Ha da passa 'a nuttata». La nottata è passata. Si dirà: ma l'Italia non è poi venuta tanto bene? Vabbè, nessuno è perfetto.
 
(Il Messaggero, 11 agosto 2019)

Hollywood, il varietà, i fotoromanzi. La guerra è finita, lasciateci divertire (La Stampa)

di Mirella Serri

«Dopo un'astinenza di anni è tanto bello poter muovere le gambe al suono di un'orchestra, allacciati possibilmente a una bella e formosetta fanciulla». Già, proprio così: gli italiani soffrono per l'astinenza dal ballo a cui li ha costretti per decenni il Mascellone, spiega l'Unità il 23 giugno 1945 in un articolo dal titolo «Tutta Torino balla». Il Duce, i connazionali li voleva soldati ed eroi: invece gli italiani a pochi giorni dalla fine della guerra - mentre si contano i morti, si susseguono le rese dei conti e le vendette, imperversa la disoccupazione e il carovita- ancheggiano al ritmo di swing e di boogie-woogie.
Davanti alle macerie ancora fumanti, a Torino, in via Po e in via Montebello, danzano donne, giovani, vecchi, bambini. Lo stesso avviene in corso Sempione a Milano dove le piste da ballo sono ben sette e il 14 luglio Antonio Greppi, sindaco socialista della città, lancia l'idea della Festa della fraternità e del popolo e ne affida l'organizzazione a Paolo Grassi e Giorgio Strehler. Così avviene dalla Sicilia alla Maremma. I divertimenti, i consumi culturali e gli intrattenimenti tra tante difficoltà rifioriscono subito alla grande. Quali furono i più diffusi? E in che modo le contraddizioni di quel lontano dopoguerra, lacerato tra il desiderio di seppellire il passato al più presto e la volontà di non cancellarlo ma di riflettere sulla guerra e sul fascismo, arrivano fino a oggi? Come spiegano Mario Avagliano e  Marco Palmieri in Dopoguerra. Gli italiani tra speranze e disillusioni (Il Mulino), i primi a spalancare i battenti sono i cinematografi, insieme ai luna park alimentati dai generatori portati dagli alleati.
Uno dei primi film che viene proiettato è Roma città aperta, il capolavoro di Roberto Rossellini con Anna Magnani e Aldo Fabrizi. Il filone resistenziale si alimenta di spettacoli di qualità, come Due lettere anonime di Mario Camerini, Il sole sorge ancora di Aldo Vergano, O sole mio di Giacomo Gentilomo, dedicato alle quattro giornate di Napoli, Un giorno nella vita di Alberto Blasetti e tanti altri ancora. La pellicola di Blasetti partecipa alla prima edizione del festival di Cannes insieme a Roma città aperta, celebratissimo dalla critica francese. Ma i film neorealisti che rievocano i nazifascisti e gli anni del regime, ci avvertono Avagliano e Palmieri, non sono i primi al botteghino. Il cinema passa dai 6.498 milioni di lire di incassi del 1945 ai 28.572 milioni del 1947 e a fare la parte del leone sono i lungometraggi che arrivano da Hollywood con Ava Gardner e Humphrey Bogart, le storie romantiche con i divi che sono ritratti sulle copertine dei rotocalchi, come Alida Valli o Amedeo Nazzari, oppure i comici come Totò, Peppino De Filippo, Walter Chiari.
Spiega nel giugno 1946 il critico cinematografico Paolo Salviucci: «Il popolo vuole dimenticare Cefalonia e le Fosse Ardeatine e tutte le tremende cose che non devono essere cinematografate». Che il popolo voglia dimenticare lo dimostrano anche gli spettacoli teatrali più in voga e che passano nel giro di un anno a incassi da poco più di un miliardo a oltre 3 miliardi di lire. Le folle infatti apprezzano il varietà con Wanda Osiris che come Venere sbuca da una conchiglia e canta Ti parlerò d'amor o Macario che deve il suo trionfo a Febbre azzurra dove il palcoscenico, osserva Enzo Biagi, è affollato «di donne svestitissime e in alcuni casi completamente nude». Anche in letteratura il «popolo» delude le aspettative degli intellettuali. Il 13 per cento degli italiani, secondo il primo censimento della Repubblica, è analfabeta e solo il 30,6 ha la licenza elementare.
Nonostante la carenza di lettori, l'editoria, da Bompiani a Mondadori a Einaudi, si riorganizza: a metà giugno del 1945 esce Uomini e no di Elio Vittorini, seguito da Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi, il libro più venduto dell'anno. I romanzi hanno successo ma Lucio Lombardo Radice rileva che le preferenze dei «lavoratori non vanno a queste opere» ma a «una produzione letteraria scadente, insignificante e inintelligente». Si riferisce alla passione di casalinghe e operaie per Grand Hotel, settimanale con storie d'amore a fumetti, o per Jacovitti, autore di Battista l'ingenuo fascista che racconta con toni crudi il disorientamento degli italiani nel dopoguerra. I prodotti più colti e raffinati, dal cinema al teatro alla letteratura neorealista, non fanno centro nel cuore degli abitanti della Penisola. Alberto Moravia su L'Europeo descrive Capri presa d'assalto da poveracci maleducati e provinciali Gli intellettuali dimostrano di non capire i bisogni e di essere lontani anni luce dalle classi popolari. Le conseguenze di questa profonda incomprensione arrivano fino ai nostri giorni. Il popolo che un tempo riempiva le sale dell'avanspettacolo e leggeva fotoromanzi oggi fa karaoke e selfie sulle spiagge dell'Adriatico o colonizza Ibiza e dintorni.
 
(La Stampa, 17 agosto 2019)

La Tangentopoli del Duce

di Mario Avagliano 

È una sera qualsiasi del 1975, a Genova. Sul palco si esibisce l’attore Walter Chiari e all’improvviso lancia una provocazione al pubblico. «Quando Mussolini fu appeso per i piedi a Piazzale Loreto – afferma -, dalle sue tasche non cadde nemmeno una monetina. Se i nuovi reggitori d’Italia subissero la stessa sorte, chissà cosa uscirebbe dalle tasche di lor signori!» La cronaca non ci dice se la sua battuta venne accolta dagli applausi, ma non c’è dubbio che l’attore, che aveva trascorsi giovanili nella Repubblica Sociale, esprimeva un luogo comune sulla presunta onestà del duce e del regime fascista che è ancora diffuso in Italia.

Una “fake-news”, si direbbe oggi, che viene fatta a pezzi dal prezioso lavoro di ricerca di Mauro Canali e Clemente Volpini in «Mussolini e i ladri di regime. Gli arricchimenti illeciti del fascismo» (Mondadori). Un saggio che, attraverso documenti inediti provenienti dal Ministero delle Finanze, versati all’Archivio Centrale dello Stato e messi solo da poco a disposizione degli studiosi, ci fornisce un’impietosa radiografia del malaffare in camicia nera, facendo i «conti in tasca» ai gerarchi. A partire dal capo assoluto del fascismo, che nel 1919 aveva fondato il suo movimento anche per combattere i profittatori di guerra (i cosiddetti “pescicani”), e che invece quando il 25 luglio 1943 perde il potere, è un uomo ricco, proprietario di numerosi terreni e immobili di pregio, molti dei quali prudentemente intestati alla moglie Rachele, e di un imponente complesso tipografico. Beni che saranno valutati, nel 1950, circa 2 miliardi. I vent’anni di potere assoluto hanno reso il «povero maestrino» e la «contadina sempliciona e rozza» di Predappio due ricchi borghesi.

La ricerca storica di Canali e Volpini prende le mosse all’indomani della caduta di Mussolini. È il 5 agosto e da pochi giorni il maresciallo Pietro Badoglio si è insediato al Viminale col suo governo tecnico-militare che ha spodestato il duce dopo un ventennio di regime, mettendolo agli arresti anche se, pudicamente, i giornali hanno parlato di "dimissioni". Quel giorno, però, bando alla prudenza: quasi tutti i quotidiani riportano una notizia sensazionale. Il governo Badoglio ha istituito una commissione con il compito d’indagare sulle fortune accumulate dai gerarchi: i cosiddetti illeciti arricchimenti del fascismo. Una vera e propria Tangentopoli ante litteram. Il duce e i ras del regime, un tempo intoccabili, temuti e riveriti da stampa e opinione pubblica, vengono sbattuti in prima pagina con l’accusa di corruzione e concussione.

Quello che il libro scoperchia è un autentico verminaio. Una storia di tangenti e appalti, di capitali che trovano riparo all’estero, di raccomandazioni, di festini e di sesso, di cricche e di prestanome; un intreccio perverso tra politica e affari, alla faccia del rigore e dell’onestà tanto proclamati dalla propaganda fascista. Vicende a tratti grottesche, con fughe rocambolesche, rotoli di banconote nascosti nell’acqua degli sciacquoni del water, tesori sepolti in giardino. Verbali di sequestro dettagliati e scrupolosi che testimoniano gli illeciti arricchimenti del fascismo: ville favolose, palazzi, pellicce, arazzi, gioielli scintillanti, fino al numero di posate in argento, all’ultima pantofola, calza e mutanda dei gerarchi inquisiti. Solo in piccola parte questi patrimoni torneranno nei bilanci dello Stato.

Alla ribalta salgono nomi eccellenti. Si scopre ad esempio che Alessandro Pavolini, il Robespierre nero, ministro del Minculpop, boss del cinema di regime, è pronto a tutto, anche a cambiare le leggi, pur di far felice l’amante, l’attrice e icona sexy Doris Duranti (la prima, assieme a Clara Calamai, ad apparire sullo schermo con il seno nudo). L’integerrimo Roberto Farinacci, l’ideologo della purezza fascista, ha accumulato un patrimonio di centinaia di milioni: niente male per un ex ferroviere diventato avvocato copiando la tesi di laurea. Edmondo Rossoni, ex leader sindacale, considerato «la migliore forchetta del regime» e non solo perché usa pasteggiare con posate d’oro, si è invece costruito nel Ferrarese un vero e proprio impero immobiliare. Il mercimonio e la corruzione non risparmiano neppure le pratiche per ottenere l’arianizzazione: diversi ebrei per sfuggire in questo modo alle leggi razziste sono costretti a versare ai gerarchi fascisti pesanti tangenti. C’è poi Mussolini e i suoi «affari di famiglia», con gli intrallazzi di Galeazzo e Edda Ciano, l’avidità di donna Rachele e la rapacità del clan della famiglia della sua amante Claretta Petacci.

Un libro necessario quello di Canali e di Volpini, che smitizza una volta di più le presunte virtù del fascismo italiano, che fu un regime dittatoriale, guerrafondaio e razzista e non brillò neppure per integrità morale, lasciando all’Italia repubblicana una triste e penosa eredità di corruzione della politica e della burocrazia.

(Il Mattino, 26 agosto 2019)

 

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La fine di Pompei? La Storia supera il romanzo

di Mario Avagliano

La  storia vera a volte è più creativa di un romanzo. E le vicende attorno alle quali ruotano gli ultimi giorni di vita di Plinio il Vecchio, comandante romano alle prese con una delle catastrofi naturali più devastanti di sempre, l'eruzione del Vesuvio del 79 d.C., rappresentano, di fatto, una novel story a cui difficilmente uno scrittore potrebbe aggiungere qualcosa di interessante. Immaginiamo l'ammiraglio della flotta imperiale, Plinio per l'appunto, impegnato nel disperato tentativo di salvare la popolazione vesuviana in fuga dalla lava bollente e dai lapilli; l'eruzione che per intenderci, distrusse Pompei ed Ercolano. Come caratterizzerebbe, lo scrittore, questo personaggio storico, all'opera in un reale contesto apocalittico? Probabilmente lo raffigurerebbe come un appassionato naturalista, il più grande scienziato romano di sempre. Poi, per attirare l'attenzione del lettore, aggiungerebbe qualche dettaglio passionale, inventandosi che in quella catastrofe fosse coinvolta una donna, e che lei abbia chiesto proprio l'aiuto dell'ammiraglio, col quale, evidentemente, intratteneva un rapporto piuttosto intimo.

Ebbene, incredibile a dirsi, anche questi episodi sono veritieri, confermati da una fonte autorevole; il nipote del comandante, Plinio il Giovane, a sua volta valente scrittore. Ed è lui a raccontare a Tacito, in una nota lettera, la morte del Vecchio, descrivendo nel dettaglio le fasi della spaventosa eruzione e ricordando che la bella ed elegante Rectina, bloccata ad Ercolano, aveva inviato allo zio una disperata richiesta di aiuto. E in altri scritti, sempre il Giovane sottolineava la dedizione agli studi di Plinio, autore delle celebre Naturalis Historia, un'enciclopedia sulle meraviglie del creato giunta sino ai giorni nostri.

Ma le coincidenze non finiscono qui. Già, perché in quell'enciclopedia Plinio il Vecchio si era abbandonato a una digressione sull'arte antica, consentendo ai moderni archeologi di riconoscere alcune tra le mirabili opere greco-romane nei resti scultorei, dipinti e mosaicati che sono venuti alla luce proprio sotto la cenere vesuviana. Allora il cerchio si chiude e con un balzo di duemila anni siamo arrivati ad oggi.

Dicevamo che uno scrittore avrebbe potuto aggiungere poco al racconto. Eppure, Alessandro Luciano, ne "Gli ultimi giorni del comandante Plinio" - edito dalla Marlin editore - è riuscito a dare quel tocco in più, immaginando di ricevere da uno sconosciuto studioso un antico codice miniato ritrovato nella biblioteca dei Girolamini a Napoli che riproduce il diario degli ultimi quattro giorni di Plinio. E facendoci rivivere, con la sapienza dell'archeologo (l'autore lavora al Museo Archeologico Nazionale di Napoli) e l'estro e la leggerezza del narratore, atmosfere e vicende curiose delle coste campane in epoca imperiale, usi e costumi della società romana, mentre seguiamo con trepidazione il disperato tentativo di Plinio di mettere in salvo due volumi preziosi, la donna amata,  dalla "figura esile ma ben proporzionata" e dai "capelli corvini", e la gente in fuga dal Vesuvio, trasportandola a Capri.

Miseno, col suo porto e la torre per le segnalazioni, le terme e le ville di Baia, il foro romano di Cuma, Pozzuoli, Napoli, Pompei, Ercolano e Stabia, città ricche ed animate, riprendono vita nel racconto, così come vengono alla ribalta le idee allora circolanti su arte, storia e filosofia, personaggi dell'epoca, come Rabirio, il presunto architetto del Colosseo, e straordinarie opere d'arte ora conservate nei musei campani. Un romanzo che fa emergere la ricchezza di cultura e la bellezza sconfinata della Campania felix, alla vigilia del disastro naturale che tuttavia l'avrebbe immortalata agli occhi dei posteri.

(Il Mattino, 23 agosto 2019)

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Mata Hari e le altre: 007 è donna

Nel '900 rovesciato il modello maschile dell'agente segreto oggi nell'intelligence più responsabilità alle figure femminili

di Mario Avagliano 

Il mio nome è Bond... James Bond Ian Fleming, quando ideò la figura del agente segreto britannico 007, non pensò mai che potesse essere di sesso femminile o tanto meno agli ordini di una donna, come accade invece negli ultimi film della fortunata saga cinematografica, in cui Bond è alle dipendenze di M, interpretata sullo schermo dalla brava Judi Dench. E in effetti nello spionaggio l'impiego delle donne per molto tempo è stato limitato da pregiudizi etabù.Tuteal più il gentil sesso veniva utilizzato nel campo della seduzione, per carpire segreti all'inconsapevolevittima di tumoo ricattare l'imprudente partner con la minaccia di uno scandalo familiare o politico. Ma a partire dal Novecento, come ci racconta il bel libro Le dieci donne spia che hanno fatto la storia (Edizioni Il Capricorno) di Domenico Vecchioni, il paradigma si è rovesciato. E in occasione della prima guerra mondiale anche le donne sono entrate di prepotenza nell'affascinante mondo delle spie. Tanto che oggi le figurefemminli esercitano nell'intelligence ruoli di sempre maggiore responsabilità, finoad anivareall'apice con Gina Haspel, da poco nominata capo della Cia.
La donna spia più esaltata e mitizzata dalla storiografia e dal cinema è sicuramente Mata Hari, che iniziò come ballerina e diventò spia sfruttando i contatti che intratteneva nel bel mondo della capitale francese nel cui ambito sfarfallava, scivolando poi sul terreno del doppio gioco tra Francia e Germania. Ma, come ci racconta Vecchioni, la bella olandese Margaretha Geertruida Zelle, alias Mata Hari, alias agente H2t alta 1.75metri, un po' forte di fianchi, bruna di chioma e di carnagione, tanto da fingere di essere nativa dell'isola di Giava, fu in realtà un agente segreto dai risultati abbastanza insignificanti. Le informazioni che riuscì a passare, in effetti, furono poche e del tutto ininfluenti sul corso della prima guerra mondiale.
Destino paradossale il suo: travolta dagli eventi e dai suoi sentimenti, fu giustiziata in Francia dopo essere stata abbandonata da quegli stessi uomini ai quali aveva dato spesso momenti d'intenso piacere. Destino anche cinico: dopo l'esecuzione, il cadavere di Mata Hari non fu reclamato da alcun parente o amico. Così quel corpo che aveva fatto fremere le platee maschili dei teatri parigini e non solo (si era esibita anche alla Scala di Milano), che aveva fatto perdere la testa a presidenti del Consiglio, ministri, generali, intellettuali e uomini facoltosi (compresi l'italiano Giacomo Puccini e il miliardario di origini ebraiche barone Henri de Rothschild), finì messo a disposizione della facoltà di Medicina di Parigi come cavia per le esercitazioni degli studenti. 
Ben altro spessore, il libro di Vecchioni attribuisce alla spia Gertude Bell, che insieme a Lawrence d'Arabia operò in Medio Oriente e contribuì alla «creazione» dell'Iraq. II loro compito era quello di promuovere la rivolta araba contro la dominazione della Turchia, alleata della Germania. I due si capirono, simpatizzarono e si manifestarono stima reciproca. Avevano tante cose in comune. Entrambi erano archeologi di formazione, entrambi avevano studiato Storia a Oxford, entrambi soffrivano del «mal d'Arabia»esubivano fascine il mistero del Medio Oriente. Entrambi poi avevano alle spalle storie personali «complicate>: Lawrence alle prese con la sua omosessualità latente; Gertrude, dal canto suo, prigioniera del ricordo delsuoamoreperduto. Una delle spie più temibili emisteriose fu certamente la tedesca Fräulein Doktor (a cui Alberto Lattuada dedicherà un film nel 1969), al secolo Elsbeth Schragmüller, implacabile istruttrice di spie ad Anversa per conto della Germania pre-nazista. II capitano Georges Ladoux, capo del controspionaggio francese, il suo diretto avversario, colui che aveva messo in trappola Mata Hari, l'aveva soprannom inala Tigresse d'Anvers.
Altre figure mitiche sono la principessa indiana Noor Inayat Kahn, che nella Francia occupata dai nazisti lavorò come operatore radio dei servizi segreti britannici in supporto alla Resistenza e l'affascinante Venere nera Joséphine Baker, che allo scoppio della seconda guerra mondialesi miseal servizio della Francia, la sua patria di adozione. Virginia Hall, la «signora che zoppica», spia perla Gran Bretagna e poi per gli Usa, divenne l'ossessione di Klaus Barbie (il famigerato boia di Lione), che non riusciva a capire come una donna, per di più con una gamba di legno, potesse tenere in scacco i servizi di sicurezza nazisti. Christine Granville, contessa polacca, era invece la spia preferita di Winston Churchill.
Avvicinandosi ai giorni nostri, una delle storie più sorprendenti è quella di Ana Belén Montes, che per ben sedici anni dal suo ufficio nel cuore dell'intelligence statunitense svolse attività di spionaggio perla Cuba di Fidel Castro. Così come colpisce la vicenda della seducente Anna Kushchenko Chapman, conosciuta come Anna la Rossa, spia a New York per conto di Putin, che nel suo ufficio al grattacielo 20 Exchange Place riceveva i suoi clienti per aiutarli nelle loro scelte, mostrandosi all'occorrenza disponibile anche per altri tipi di assistenza. Scoperta e arrestata, è stata rimpatriata in Russia, dov'è ora una vera e propria star dei rotocalchi. Donne tenaci, intelligenti, astute, che hanno ispirato film e romanzi ma che, ci racconta il libro di Vecchioni, a volte anche grazie al loro fascino hanno saputo servire il loro Paese al pari di un James Bond. E nella realtà, non nella finzione cinematografica. 
 
(pubblicato su Il Mattino, 24 luglio 2019)
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Radio Radicale: la presentazione del libro "Dopoguerra" a Roma del 18 luglio 2019

Presentazione del libro di Mario Avagliano e Marco Palmieri "Dopoguerra. Gli italiani tra speranze e disillusioni (1945-1947)"

A cura di Bretema e Valentina Pietrosanti

Evento organizzato in collaborazione con Casa della Memoria e della Biblioteche di Roma.

Registrazione video del dibattito dal titolo "Presentazione del libro di Mario Avagliano e Marco Palmieri "Dopoguerra. Gli italiani tra speranze e disillusioni (1945-1947)"", registrato a Roma giovedì 18 luglio 2019 alle ore 18:15.

Dibattito organizzato da Associazione Nazionale Partigiani Italiani e Fondazione Pietro Nenni.

Sono intervenuti: Carlo Fiordaliso (vice Presidente della Fondazione Nanni), Ugo Intini (giornalista, esponente storico del Partito Socialista Italiano), Simona Colarizi (ordinario di
Storia Contemporanea presso l'Università degli Studi La Sapienza di Roma), Fabrizio De Santis (presidente dell'ANPI provinciale di Roma), Mario Avagliano (scrittore, saggista, autore del libro).

Sono stati discussi i seguenti argomenti: Antifascismo, Brigate Rosse, Comunismo, Ebrei, Fascismo, Guerra, Istituzioni, Italia, Libro, Nazismo, Nenni, Pertini, Politica, Resistenza, Storia.

La registrazione video di questo dibattito ha una durata di 1 ora e 25 minuti.

Il contenuto è disponibile anche nella sola versione audio.

https://www.radioradicale.it/scheda/579813/presentazione-del-libro-di-mario-avagliano-e-marco-palmieri-dopoguerra-gli-italiani

 

(pubblicato su www.radioradicale.it, 18 luglio 2019)

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Gli italiani del dopoguerra tra speranze e delusioni (Il Tempo)

Gli italiani del dopoguerra tra speranze e delusioni

Nel saggio di Avagliano e Palmieri gli anni difficili e la rinascita. Dalle burrascose vicende politiche alla Costituzione repubblicana

Chiara Proietti

«E' un momento curioso quello che attraversiamo» scrive nella primavera del 1945 la sceneggiatrice Suso Cecchi D'Amico al marito, «sta per scoppiare il dopoguerra ..) Non potrei spiegare altrimenti questo sgomento indefinibile che ha preso un po' tutti. Proprio tutti».

Il 25 aprile del 1945 la guerra non è ancora finita, ma avviene una svolta decisiva per la libertà. La liberazione del Nord dall'occupazione nazifascista e l'arrivo delle truppe alleate segnano per l'Italia un punto ben preciso. «Ma cosa speravamo dunque tutti? Che il giorno dopo la Liberazione le cose fossero già sistemate a dovere?" annota in quei giorni nel suo diario la partigiana Andreina Zanelli Libano. L'Italia è un paese stremato, inquieto e travagliato, in cui le persone hanno perso i propri punti di riferimento e devono adeguarsi a un nuovo contesto sociale e politico, nazionale e internazionale. Nei tre anni che vanno dalla fine della guerra all'entrata in vigore della Costituzione repubblicana la comunità nazionale ricompone i suoi frantumi, si congeda dalla guerra civile e dal fascismo e ricostruisce faticosamente il suo futuro. Sono i giorni delle vendette e della resa dei conti, dei prigionieri e dei deportati che tornano a casa, delle grandi adunate politiche nella rinata democrazia, ma anche di una gioiosa febbre di divertimento e di fretta di ricostruire. Per la prima volta tutti gli aspetti politici, economici, sociali di questo intenso periodo della storia d'Italia sono stati indagati, con una visione d'insieme, da due specialisti del ramo, Mario Avagliano e Marco Palmieri, nel nuovo saggio Dopoguerra. Gli italiani tra speranze e disillusioni 1945-1947 appena pubblicato da il Mulino. Gli autori interrogano diari privati e memorie, lettere, relazioni dei prefetti e delle forze di polizia, articoli di stampa, cinegiornali, film e canzoni, corrispondenze e conversazioni intercettate, per comporre un ricco e appassionante ritratto di come gli italiani vissero quei primi anni successivi alla Liberazione: il ritorno dei reduci e il loro difficile reinserimento nella vita civile; il ritorno dei deportati politici e degli ebrei; i partigiani chiamati a deporre le armi; i fascisti veterani o giovanissimi di Salò impegnati a rifarsi una vita o a costruirsi uno spazio politico nel nuovo scenario; il dramma di molte donne e bambini; i criminali e i banditi.

Non solo, il periodo 1945-1947 è un'autentica stagione costituente. Tre anni dopo molto è cambiato: l'Italia è una Repubblica, ha una nuova Costituzione e ha scelto per la prima volta nella sua storia il proprio assetto politico-istituzionale attraverso due tornate elettorali a suffragio universale maschile e femminile, segnate da una straordinaria partecipazione popolare: il 2 giugno 1946 il referendum sancisce la vittoria della repubblica sulla monarchia; viene eletta l'Assemblea costituente chiamata a scrivere la nuova carta costituzionale che entra in vigore il 1 gennaio 1948; il 18 aprile 1948 viene eletto il primo Parlamento della neonata Repubblica. Gli autori raccontano i segnali di una società che tenta di ritornare alla normalità: lungo le strade si riaccendono le luci dei lampioni oscurate da anni di coprifuoco, si organizzano feste da ballo, spopolano i nuovi ritmi americani come il boogie-woogie, riparte il campionato di calcio, Coppi e Bartali riprendono a sfidarsi al Giro d'Italia e i cinema tornano a riempirsi di pubblico. Vecchie e nuove aziende, intanto, cominciano a trasformare l'economia e la società: la Piaggio mette su strada la Vespa nei pressi di Biella dove si era trasferita per sfuggire ai bombardamenti, la Candy crea la prima lavatrice italiana, l'Algida nasce grazie a una macchina per gelati residuato bellico americano e tra Torino e Roma decolla il primo volo di linea della compagnia di bandiera Alitalia. Questo libro è un ritratto di quell'Italia, di un periodo carico di speranze, di brio, di illusioni, di sacrifici e di impegno collettivo, ma anche di violenze, di angosce, di inquietudini e di disil *** lusioni. Una società che ha l'eco della guerra alle spalle ma vuole fortemente rinascere, che Eduardo De Filippo ben rappresenta nella pièce teatrale Napoli Milionaria! del 1945, attraverso la certezza del protagonista, Gennario 'ovine, reduce dalla prigionia, che « 'a guerra nun è fernuta».

E poi la potenza catartica della battuta finale, in quell'attesa dell'alba e di rinascita: «S'ha da aspettà, Ama'. Ha da passa' a'nuttata». Quando disse l'ultima battuta, ha ricordato Eduardo, ci fu un lungo silenzio ancora per otto o dieci secondi, «poi scoppiò un applauso furioso, anche un pianto irrefrenabile», tutti avevano in mano un fazzoletto, «tutti piangevano. Io avevo detto il dolore di tutti».

(pubblicato su Il Tempo, 1 luglio 2019)

 

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