Storie – Zi’ Mario Limentani, il testimone di Mauthausen

di Mario Avagliano

Lo chiamano ancora oggi «il Veneziano», anche se vive ininterrottamente a Roma dai primi anni Trenta, a parte la drammatica parentesi dei due anni di deportazione. Mario Limentani, detto Zi’ Mario, a 90 anni di età è uno dei pochi sopravvissuti di quei circa 1.700 ebrei della comunità più popolosa d’Italia che, durante i nove mesi di occupazione tedesca della capitale, tra il settembre del 1943 e il giugno del 1944, vennero estirpati a forza dalle loro case e tradotti nell’inferno dei Lager del Reich. La sua storia, per tanti aspetti unica ed esemplare, è stata per la prima volta raccontata in modo organico e completo nel libro intitolato “La scala della morte. Mario Limentani da Venezia a Roma, via Mauthausen” (Marlin editore), scritto da Grazia Di Veroli, che con delicatezza e rispetto della sfera privata dell’interlocutore, ha sapientemente collazionato i suoi ricordi di oggi con le interviste rilasciate dallo stesso Limentani negli ultimi venti anni, a partire da quelle al Cdec e alla Shoah Foundation di Spielberg. Il saggio sarà presentato dal Centro di Cultura Ebraica, l’Aned di Roma e la Libreria Ebraica “Kiryat Sefer” giovedì 9 gennaio 2014, alle 20.30, presso il Museo Ebraico di Roma (via Catalana/Largo 16 ottobre). Intervengono, oltre al sottoscritto, Anna Foa e Marcello Pezzetti. Saranno presenti l’autrice e Mario Limentani.

Nel libro-intervista, che esce significativamente nel 70° anniversario della deportazione da Roma del 4 gennaio 1944 (ricordato domenica scorsa dall’Aned a Regina Coeli), scorrono le immagini dell’infanzia di Limentani, originario di Venezia ma trasferitosi nella capitale giovanissimo - par di sentirlo, nella sua classica parlata in romanesco verace impastata di inflessioni venete - fino all’impatto scioccante con le leggi razziste del 1938. E poi la guerra, la fame, i bombardamenti, la caduta del fascismo, l’occupazione tedesca, la raccolta dell’oro e la tragica alba del 16 ottobre del 1943, con la retata degli ebrei in tutta Roma, durante la quale i Limentani si nascondono in uno scantinato e si sottraggono alla cattura da parte delle SS di Herbert Kappler. Purtroppo il ventenne Mario Limentani, come centinaia di altri ebrei romani, finirà comunque tra le grinfie dei nazisti, qualche settimana dopo, a fine dicembre del 1943, nei pressi della Stazione Termini, forse a causa di una delazione della celebre spia ebrea Celeste Di Porto, detta la Pantera Nera. E ad arrestarlo e a consegnarlo ai tedeschi saranno alcuni fascisti, a testimonianza di quanto pesò il collaborazionismo italiano nella vicenda della Shoah. Incarcerato a Regina Coeli, il 4 gennaio del 1944 Mario viene condotto al binario n. 1 della Stazione Tiburtina e caricato su un vagone piombato in partenza per il Reich, assieme a circa 300 deportati. I suoi compagni di viaggio sono in maggioranza politici, dai nipoti di Badoglio, Pietro e Luigi Valenzano, al gruppo dei comunisti, tra i quali spicca la figura di Filippo D’Agostino, uno dei fondatori del partito comunista d’Italia. Ma vi sono anche una decina di ebrei. All’arrivo a Mauthausen, a Limentani, che pure viene registrato come ebreo, viene cucita sulla tuta a righe «una stella fatta con due triangoli: uno rosso con IT nero perché ero italiano e m’avevano portato con i politici e uno giallo perché ero ebreo». Quasi ad attestare il destino in parte comune che toccava a chi si era opposto al nazifascismo e a chi era perseguitato per il solo fatto di essere ebreo. La particolarità dell’esperienza di Limentani (come quella degli altri del suo gruppo) trae origine proprio da qui. Egli infatti, a differenza della maggior parte degli ebrei italiani, non viene deportato ad Auschwitz, ma a Mauthausen, uno dei Lager simbolo della deportazione politica, più avanti trasferito nel sottocampo di Melk, poi di nuovo a Mauthausen e infine nell’altro sottocampo di Ebensee. Nell’immaginario collettivo, quando si pensa alla Shoah, soprattutto per quanto riguarda gli ebrei italiani, il pensiero va subito al Lager di Auschwitz, dove furono deportati oltre 6mila di loro (su un totale di poco più di 6.800). Forse anche per questo motivo le vicende dei circa 800 ebrei che furono deportati in altri Lager, hanno avuto – ingiustamente – un’attenzione minore da parte della storiografia e dell’opinione pubblica. Il racconto dei due anni nei Lager nazisti è commovente, ma – come è nello stile asciutto e privo di retorica di Limentani – non indulge mai al pietismo e non insiste sui dettagli più crudi, mantenendo sempre un certo pudore e lasciando confinato ciò che è indicibile nella sfera dell’inesprimibile. Tra le pagine più toccanti delle memorie di Limentani, raccolte e verificate dalla Di Veroli, ci sono quelle sulla famosa «scala della morte» di Mauthausen, dalla quale prende il titolo questo libro: i 186 gradini, ripidi e scivolosi, che portano alla cava e che i deportati sono costretti a salire e scendere più volte al giorno, con un pesante carico di massi di granito.Molti di loro muoiono su quella scala, privi di forze, rotolando sui gradini oppure facendo un tragico volo nel burrone sul quale la scala si protende. Limentani sarà uno dei pochi ebrei romani a sopravvivere alla soluzione finale e a tornare a casa. E nel dopoguerra, diventerà una delle colonne portanti dell’Aned capitolino e uno dei principali testimoni italiani della deportazione razziale e politica.

(L'Unione Informa e Moked.it del 7 gennaio 2014)

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Fedifraghi che fanno Storia

di Mario Avagliano

Cosa avevano in comune Elisabetta I d’Inghilterra, Caterina II di Russia, Niccolò Paganini, Virginia Woolf, Colette, Albert Einstein, Richard Wagner e Giuseppe Stalin? Erano inguaribili fedifraghi, o se volete geniali traditori, strateghi dell’affaire e impareggiabili peccatori. Se fossero vissuti prima di Dante oppure alla sua epoca, il grande poeta li avrebbe condannati in eterno alle pene dell’Inferno, nel secondo cerchio degli incontinenti, tra i lussuriosi travolti dalla bufera ineluttabile della passione.
La storia del mondo e le vicende della politica (come dimostrano i casi di Silvio Berlusconi o del presidente francese François Hollande) non sono fatte solo di battaglie elettorali o sui campi di guerra, ma anche tra le lenzuola. E gli aneddoti sugli amori clandestini dei grandi personaggi servono a svelarne il carattere. Beninteso, sempre se accuratamente documentati. Ed è quello che fa lo scrittore e storico Pino Pelloni nel suo ultimo libro Fedifraghi, edito dalla piccola Iris4editrice di Roma (pp. 136, euro 15,50), raccontando con dovizia di particolari la vita privata di quindici uomini e donne eccezionali, spesso additati come modelli di virtù, la cui vita è stata costellata di meriti e successi, ma anche dei più incredibili tradimenti e di imbarazzanti sotterfugi.

Senza timori riverenziali, facendo propria la massima di Voltaire che la storia “è una burla che i vivi giocano ai morti”, Pino Pelloni, già autore di un licenzioso quanto documentato Risorgimento libertino, si è divertito a regalare ai lettori delle biografie border-line, volutamente irriguardose, osservando dal buco della serratura debolezze e virtù di questi personaggi della letteratura, della musica, della scienza e della politica alle prese con tradimenti, menzogne, liti e deviazioni morali. La scrittrice Virginia Woolf, che nell’adolescenza aveva dovuto subire gli abusi sessuali del fratello “orco” George, di quattordici anni più grande di lei, prima visse felicemente un ménage à trois con la sorelle Vanessa e il di lei sposo Clive, poi convolò a nozze e tradì il marito con una lunga serie di donne, scrittrici, pittrici o aspiranti tali. La futura imperatrice Caterina II di Russia, quand’era ancora giovane sposa di Pietro, fece collezione di amanti aitanti e gagliardi, decorando la sua camera da letto con dipinti che raffiguravano lascive scene erotiche, e fu aiutata nelle sue “imprese” dalla zarina Elisabetta e dal gran cancelliere Bestuev. Il musicista Richard Wagner, sposato con la seducente attrice e cantante Minna Planner, ebbe una tresca amorosa con una signora di Zurigo, Mathilde Wesendoch, moglie di un suo fan. Fuggì con lei a Venezia e Mathilde fu probabilmente la musa ispiratrice del suo capolavoro Tristano e Isotta. Un altro genio della musica, Niccolò Paganini, era un impenitente erotomane, famoso non solo per la grandiosità della sua arte di suonare il violino ma anche per un dono assai generoso della natura, che lo aveva dotato di un virile organo di considerevoli dimensioni. Nel suo periodo presso la corte di Lucca, Paganini fu amante ufficiale della principessa Elisa Bonaparte, sorella di Napoleone e principessa e consorte del granduca Pasquale Felice Baciocchi, ma la tradì con la sorella Paolina e con la giovanissima contessina Adele. Durante la sua vita irretì donzelle di ogni età ed estrazione, dalla cantante Antonia Bianchi alla tredicenne protestante Angelina Cavanna (la cui seduzione gli causò il carcere) fino alle ragazze di taverna. Josif Stalin, invece, quand’era un giovane dirigente di partito, era attratto dalle minorenni, al limite della pedofilia.
Nella sua vita ebbe due mogli e uno stuolo di amanti, che svezzarono dal punto di vista dell’ars amatoria il rozzo contadino russo (diventato col tempo esperto di preliminari) e con le quali intrecciò relazioni tempestose e infuocate. Lo stesso numero di consorti del grande fisico Albert Einstein, il più grande genio del XX secolo, che però era un po’ misogino e considerava “il matrimonio inventato da un maiale privo d’immaginazione”. Il premio Nobel costrinse la prima moglie Mileva ad accettare le sue tresche amorose, a partire da quella con la bionda e frivola cugina Elsa. Poi, sposata quest’ultima, seguitò a collezionare avventure erotiche con disinibite studentesse tedesche e, dopo il trasferimento in Usa a causa della salita al potere di Hitler, con giovani donne americane. Se il tradimento è un evento fondante della civiltà e della storia, ecco che questo curioso libro ci fornisce una nuova chiave interpretativa per studiare fatti e personaggi del passato, una cifra apparentemente scanzonata e piccante ma sostanzialmente interessante per comprendere l’impeto che dal privato investe le vicende istituzionali, globali, della vita. E in tale approccio, il voyeurismo è solo un effetto secondario, esito aggiunto di una ricerca storica che si fa divertente e provocante. E restituisce a queste “grandi orizzontali” e a questi “farfalloni amorosi”, le due categorie individuate dall’autore, una maschera nuova da giocare sul palcoscenico del teatro del mondo.

(Il Messaggero, 2 febbraio 2014)

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Mister Mussolini che piaceva all'America

di Mario Avagliano

 Quando nell’ottobre del 1936 il presidente americano Franklin Delano Roosevelt intrattenne per due giorni il cardinale Eugenio Pacelli (il futuro papa Pio XII), in visita privata negli Stati Uniti, l’alto prelato, parlando della Grande Depressione, disse preoccupato al suo interlocutore: “Secondo me il pericolo più grave è che l’America divenga comunista”. Roosevelt di rimando gli rispose: “No, il pericolo più grave è che l’America divenga fascista”.

Lo scambio di opinioni è illuminante. Il timore del presidente statunitense, protagonista del New Deal, era reale. All’epoca i comunisti americani non avevano un grande seguito (né per la verità lo ebbero mai). Viceversa i fascisti e Benito Mussolini, godevano di buona reputazione nella classe dirigente a stelle e strisce. Di più, molti americani erano addirittura infatuati dalla politica del duce. È il tema del bel libro “Quando l’America si innamorò di Mussolini” (Editori Internazionali Riuniti) del giornalista Ennio Caretto, che conosce bene gli Stati Uniti e i suoi archivi storici, essendo stato per 35 anni corrispondente oltreoceano per La Stampa, Repubblica e il Corriere della Sera. In America, il duce fu il capo di Stato o di governo straniero più popolare del suo tempo. Più che in ogni altra nazione occidentale, Gran Bretagna inclusa. Osannato soprattutto dall’industria, dalla finanza e dai conservatori, che lo ammiravano come “l’uomo nuovo” che trascendeva il liberalismo e debellava il comunismo. L’innamoramento durò almeno tre lustri, fino alle guerre d’Etiopia del 1935 e di Spagna del 1936.

Nell’epoca delle dittature, la maggioranza degli americani vide nel regime fascista – salvo poi pentirsene - un presentabile “autoritarismo democratico”, ritenendolo moderato e lontano dalle spietate tirannie sovietica e nazista di Stalin e Hitler. Lo dicono decine di migliaia di pagine di carteggi dei leader politici, culturali e religiosi americani, di documenti top-secret, di studi condotti da varie istituzioni, di giornali, di libri. Il fascino di Mussolini non riguardò solo i repubblicani. I media americani, inclusi quelli che oggi giudicheremmo di sinistra, applaudirono in prevalenza alla Marcia su Roma e all’ascesa del fascismo. Nell’ottobre del 1922, subito dopo la Marcia, il New York Tribune, di cui Karl Marx era stato il corrispondente europeo da Londra mezzo secolo prima, paragonò Mussolini a Garibaldi e a Giulio Cesare, e a novembre il New York Times elogiò “la forza” del duce, un leader che si collocava “tra Napoleone e un pugilista”. All’inizio perfino Ernest Hemingway (ma poi cambierà radicalmente idea) ne scrisse entusiasta: “Mussolini è una grossa sorpresa. Non è il mostro che hanno dipinto. Ha un volto intellettuale ed e soprattutto un patriota”. Contemporaneamente, si schierarono per il fascismo istituzioni finanziarie e patriottiche come la Camera di Commercio e la Legione Americana. Anziché isolarlo, quattro presidenti, da Warren Harding a Franklin Roosevelt (i primi tre repubblicani) collaborarono con lui considerandolo un baluardo contro il “contagio bolscevico” in Europa e un potenziale partner nel Mediterraneo. Al funerale di Harding il feretro fu scortato, tra altri, dalle Camicie Nere di Mussolini. E per un certo lasso di tempo Roosevelt espresse interesse e simpatia per “l’esperimento” del fascismo e intrecciò con lui normali rapporti, sperando fino al 1940 di riuscire a tenerlo fuori dal conflitto. Anche gli ambasciatori statunitensi a Roma si dimostrarono per lo più favorevoli al duce. Il più agiografico di essi, Richard Washburn Child, scrisse un’introduzione all’autobiografia di Mussolini pubblicata in America nel 1928 che rasentava il culto della personalità: “Mussolini è un super-statista umano e giusto”. Non che mancassero i critici di Mussolini, ma vennero neutralizzati. L’America voleva che l’Europa, il suo mercato naturale e più ricco, che doveva ripagarle l’enorme debito bellico della Grande Guerra, si ricostruisse in fretta. Chiunque ne garantisse la pace sociale e il liberismo economico, come il duce, era considerato un partner affidabile. Anche dopo la guerra di Spagna, nonostante l’opposizione americana al fascismo e al nazismo raccogliesse sempre maggiori consensi negli Stati Uniti, nell’establishment economico e politico restavano numerosi gli ammiratori del duce e del Fuhrer. Uno di loro era il miliardario e neoambasciatore americano a Londra Joseph Kennedy, padre del futuro presidente John F. Kennedy. E lo stesso giovane John, nel 1937, appena ventenne, esprimeva ancora ammirazione per i due dittatori. Lo rivelano le sue lettere e i suoi diari di viaggio, scritti in vacanza in Italia e in Germania, e pubblicati di recente dall’editrice tedesca Aufbau a cura dello storico tedesco Oliver Lubrich. “Sono giunto alla conclusione che il fascismo sia giusto per l’Italia − scriveva Kennedy − come che il nazionalsocialismo sia giusto per la Germania (…). Che cosa è mai il fascismo in confronto al comunismo? (…) Questi regimi fanno del bene ai loro paesi”. Di più: “Quanto al signor Adolf Hitler, sono persuaso che abbia la stoffa di chi entra nella leggenda”.

(Il Mattino del 14 marzo 2014)

Storie – Far conoscere Auschwitz

di Mario Avagliano

Nel primo dopoguerra Auschwitz non era ancora assurta a simbolo della Shoah italiana (ed europea) ed era quasi del tutto sconosciuta agli occhi dell’opinione pubblica. Tutt’al più era un nome tra i tanti della galassia concentrazionaria nazista. Uno dei primi in Italia a condurre ricerche per far conoscere cosa fosse accaduto agli ebrei nel cuore dell’Europa durante la seconda guerra mondiale e che fine avevano fatto gli ebrei deportati dal nostro Paese, fu Massimo Adolfo Vitale, un personaggio che meriterebbe maggiore notorietà a livello nazionale e che, fra l’altro, fu tra i fondatori del Cdec a Milano. Vitale, dopo ventotto anni vissuti in Africa come funzionario governativo del Ministero delle Colonie italiane e poi dell’Africa italiana e il licenziamento nel 1939 in seguito alle leggi razziali, nel maggio 1945 era stato nominato presidente del Comitato Ricerche dei Deportati Ebrei di Roma. In questa veste condusse un’instancabile attività di ricerca, oggetto dell’interessante libro di Costantino Di Sante, Auschwitz prima di Auschwitz. Massimo Adolfo Vitale e le prime ricerche sulla shoah italiana (ombre corte, 190 pp.).

 Il saggio è arricchito da vari preziosi documenti, tra cui spicca quello redatto dallo stesso Vitale sulla storia del campo di Auschwitz, uno dei primi in assoluto. Egli, dopo aver assistito a Varsavia, tra il marzo e l'aprile del 1947, al processo al comandante del campo Rudolf Höss, come osservatore italiano per conto dell'Unione delle Comunità Israelitiche Italiane e del Ministero di Grazia e Giustizia, stilò un dettagliato resoconto del suo viaggio in Polonia. La relazione di Vitale, la ricerca di notizie sui deportati italiani, la raccolta delle testimonianze dei sopravvissuti (pubblicate nel libro di Di Sante), tra cui anche quella di Primo Levi, e le battaglie che condurrà contro l'antisemitismo rappresentano ancora oggi un esempio e un antidoto contro il negazionismo, perché, come egli non si stancava di ripetere, "bisogna non dimenticare". Una battaglia per la verità storica condotta sempre in modo rigoroso, sulla base di prove e documenti. Nella convinzione che, come scriverà Georges Bensoussan in L’eredità di Auschwitz, “la nostra arma non è la memoria, che costruisce, demolisce, dimentica o edulcora, ma solo la Storia”. 

(L'Unione Informa e Moked.it del 25 febbraio 2014)

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Storie - I Paggi di Pitigliano

di Mario Avagliano

Una famiglia, i Paggi. Una città, Pitigliano (e la vicina Sorano). Un ramo della diaspora ebraica, i Sefarditi. La storia è fatta di microstorie, di frammenti di memoria, di vicende di persone. Un frammento familiare che racconta molte cose della vita degli ebrei italiani a cavallo tra il Cinquecento e il Novecento è la preziosa ricostruzione delle vicende dei Paggi realizzata, con spirito da cronista e con passione civile, da Vera Paggi nel libro “Il vicolo degli Azzimi. Dal ghetto di Pitigliano al miracolo economico” (Panozzo editore).

Le origini del cognome Paggi sono abbastanza misteriose. Qualcuno sostiene che i Paggi fossero ebrei originari della Spagna, da dove fuggirono verso la fine del 1400 per salvarsi dalle persecuzioni. E dalla Spagna sarebbero sbarcati in Toscana, per poi trovare rifugio e protezione a Pitigliano. Un’altra fonte, invece, sostiene che i Paggi ebrei fossero in Italia da molto tempo prima delle persecuzioni spagnole, e il cognome deriverebbe dalla posizione che occupavano alla corte dei Papi da dove furono costretti - come molti altri ebrei dell'Italia Centrale, ad esempio i Servi - a fuggire dopo la metà del XVI secolo, anche qui incalzati dalle persecuzioni. A Pitigliano sarebbero stati accolti dagli Orsini. Ma Vera Paggi indica un’altra fonte interessante, il libro I cognomi Sardi di origine ebraica, da cui risulterebbero Paci, Paxi e il sefardita Pache e Pace come traduzione italiana di Shalom.

Colpisce come già nel Cinquecento gli ebrei a Pitigliano, dopo la buona accoglienza riservata loro dagli Orsini, sotto i Medici fossero non solo costretti a costruire a proprie spese il ghetto nel quale vennero rinchiusi (delimitato su un lato dal vicolo degli Azzimi, che dà il titolo al libro e ora si chiama vicolo Marghera), ma avessero l’obbligo di indossare un segno di riconoscimento (l’anteprima della stella gialla): un cappello rosso per gli uomini e una manica dello stesso colore per le donne.

A Pitigliano la prima emancipazione degli ebrei è datata alla fine del Settecento, grazie al governo illuminato del granduca lorenese Pietro Leopoldo. All’epoca le famiglie più note di mercanti e bottegai ebrei sono Ajò, Della Pergola, Paggi, Sadun, Servi, Spizzichino, che gestiscono il rifornimento di prodotti industriali, anche lungo le strade del contrabbando dallo Stato pontificio, e lo smercio dei prodotti agricoli e zootecnici locali.

Il racconto di Vera Paggi segue vari personaggi della saga familiare. Uno dei più simpatici è Salomone, classe 1848, alto quasi due metri, che aveva fama di essere l’uomo più bello della Maremma e che mangiava frittate anche di quaranta uova. Come molti Paggi, anche lui era appassionato di gioco e di scommesse e pare che fosse un grande giocatore di Ruota. Il giuoco della Ruota consisteva nel far rotolare grandi forme di formaggio per i vicoli di Pitigliano. Scommettitore, nella sua ultima puntata avrebbe mangiato 18 uova e bevuto 18 bicchieri di vino uno dietro l’altro. Uno stile di vita godereccio - testimoniato da numeri quasi da cabala in perfetto pregiudizio antiebraico - che gli costò caro perché rimase 18 anni paralizzato, e quindi morì. Era il 29 aprile 1915.

Nella galleria sfilano altri personaggi: Gastone Paggi, che verrà ucciso con il suocero nella strage nazista di Civitella della Chiana il 29 giugno 1944; il socialista Filiberto, fondatore del partito a Scansano e perseguitato dai fascisti; il professore universitario Bruno, nel 1923 il più giovane medico d’Italia. Imprenditori, professionisti, mercanti.

Fino alle leggi razziste del 1938, che cambia il corso delle loro vite. Il professor Bruno Paggi viene cacciato dall’università di Pisa ed è costretto ad emigrare all’estero (come altri membri della famiglia), Oliviero Paggi non può continuare la sua carriera nell’esercito come sognava.

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, la figura che emerge nella famiglia è quella di Claudio, diciottenne antifascista, che già all’indomani della caduta di Mussolini, il 25 luglio del 1943, abbatte il busto del Duce al calzificio Passigli, la fabbrica dove lavorava come operaio. A metà settembre decide di tentare la fuga verso Sud oltre le linee, nell’Italia liberata dallo sbarco degli Alleati e raggiunge Bari, dove cerca di arruolarsi nell’esercito alleato. Rifiutato, a Carbonara incontra un altro ebreo di Firenze, partito dalla Garfagnana, e animato dallo stesso desiderio di impegnarsi nella Resistenza: Franco Luzzatto. Il campo di Carbonara è anche un centro di arruolamento della resistenza jugoslava. Il 20 ottobre del 1943 vengono formate due brigate, una in sostegno di Re Pietro, l’altra, la Prima Brigata Oltremare, a sostegno della Resistenza jugoslava in appoggio a Tito. Entrambe otterranno il beneplacito delle autorità inglesi, che forniranno ai giovani arruolati le divise e l’appoggio logistico per l’addestramento. I giovani andranno a combattere in Jugoslavia contro i tedeschi. A Claudio non resta che l’arruolamento nella Prima Brigata Oltremare, ma è una decisione sofferta, che segue dopo molte esitazioni. I volontari che aderiscono alla Prima Brigata Oltremare sono tanti. Fra questi, ci sono numerosi ebrei slavi, alcuni che provenivano dal più grande campo di concentramento italiano il Ferramonti di Tarsia a Cosenza, in Calabria. In tutto sono ventidue ebrei. Per questo viene deciso di costituire in seno alla Brigata, un Plotone Speciale Ebraico. Claudio morirà in Bosnia nel febbraio 1944.

Gli altri membri della famiglia vivono esistenze in bilico, separate: storie di fughe in Svizzera, di clandestinità, di paura, fino al momento della liberazione, al difficile dopoguerra, al reintegro in una Nazione che li aveva considerati cittadini di serie B e li aveva perseguitati. Una famiglia spezzata dal fascismo e dalla guerra, raccontata attraverso le lettere, i documenti, i diari e i ricordi che una generazione ha tenuto per quasi mezzo secolo protetti in un cassetto.

(L'Unione Informa e Moked.it dell'8 aprile 2014)

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Storie - I volontari ebrei combattenti nella guerra civile spagnola e la compagnia Botwin

di Mario Avagliano

Pochi conoscono il contributo degli ebrei alla Guerra di Spagna del 1936-1938. Nelle Brigate Internazionali, che contarono un totale di 35-40 mila volontari, gli ebrei furono 7.760 (388 italiani, tra i quali Carlo Rosselli, Leo Valiani, Sergio Ali, Aldo Jacchia), più di ogni altro contingente nazionale, ad eccezione dei francesi, che erano 8.500 (di cui però 1.043 ebrei).

Proprio nel corso di quel conflitto si costituì, nel 1937, il primo nucleo organizzato di soli combattenti ebraici della storia del Novecento, la compagnia “Botwin” (forse anche sulla base di quel modello, qualche anno più tardi si sarebbe formata la Brigata ebraica, che si fece onore nella campagna d’Italia del 1944-1945).

A ricostruire la storia è un prezioso volumetto di Gianfranco Moscati e Gustavo Ottolenghi, “I volontari ebrei combattenti nella guerra civile spagnola e la compagnia Botwin”, che propone in appendice immagini e documenti inediti della Collezione Gianfranco Moscati, conservati presso l’Imperial War Museum di Londra.

L’idea di una compagnia ebraica venne al polacco Albert Nahumi Weiz che, nel maggio 1937, ad Albacete, riuscì a radunare 15 volontari ebrei provenienti da altre formazioni, ispirandosi per l’organizzazione al gruppo fondato da Max Friedemann a Madrid nel 1935, composto solo da ebrei, costituito in difesa dell’ordinamento repubblicano spagnola minacciato dalla componente fascista alle Cortes e intitolato ad Ernst Thaelmann, primo segretario del partito comunista tedesco, ucciso dai nazisti a Monaco nel 1933.

Nel dicembre del 1937 i volontari ebrei erano saliti a 80, della più diversa nazionalità, e per iniziativa dello stesso Nahumi e di Gershom Dua-Bogen, Janek Barwinski e Stakh Matuszaczack, si costituì a Tardienta la “Compagna ebraica combattente”, che fu ufficialmente aggregata alla 2ªCompagnia del Battaglione Palafox della 13ª Brigata polacca Dombrowski, che faceva parte delle Brigate Internazionali.

La compagnia fu intitolata a Naftali Botwin, giovane polacco di 18 anni, membro di un sindacato comunista, impiccato nell’agosto 1925 a Varsavia e raccolse volontari ebrei polacchi, spagnoli, belgi, greci, tedeschi e un italiano (Elias Bendith Cohen), sino a raggiungere un organico massimo di 152 uomini, di cui solo la metà scampò alla fine della guerra. Tutti i suoi sette comandanti, tranne l’ultimo, morirono in combattimento contro i franchisti, tra il gennaio e il settembre 1938.

Ottolenghi ci ricorda che la compagnia partecipò ad alcune delle battaglie più importanti della guerra civile spagnola. Tra le imprese più importanti, si possono citare la distruzione del ponte sul Guadalquivir (che poi avrebbe ispirato Ernst Hemingway per il protagonista del romanzo “Per chi suona la campana”), l’occupazione di Cordoba, il deragliamento del treno di Los Rosales, la liberazione di prigionieri a Motril e la cattura di un intero stato maggiore franchista a Tremp. I fotografi ebrei Robert Capa e Gera Taro (caduta a Gualajara) ritrassero numerose azioni della compagnia per i loro reportage di guerra.

Gli ebrei che morirono in guerra in Spagna nelle Brigate Internazionali furono 265, di cui 86 italiani e 66 della compagnia “Botwin”. Atri 43 ebrei italiani parteciparono al conflitto militando nelle divisioni italo-spagnole di Mussolini e di Franco e di essi 7 caddero in combattimento.

Un cippo a ricordo dei combattenti della “Botwin” caduti sul campo si trova oggi in un parco di Barcellona e fu inaugurato nel 1990 alla presenza dell’allora presidente di Israele Chiam Herzog.

 (L'Unione Informa e Moked.it del 29 aprile 2014)

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Storie - Sarfatti in tedesco

di Mario Avagliano

E’ dalla scorsa settimana in libreria in Germania il saggio "Gli ebrei nell'Italia fascista" di Michele Sarfatti (Einaudi), finalmente disponibile oltre che in traduzione inglese ("The Jews in Mussolini's Italy") anche in lingua tedesca. Il titolo è "Die Juden im Faschistischen Italien. Geschichte,Identität, Verfolgung", De Gruyter,Berlin 2014, con la traduzione di Thomas Vormbaum e Loredana Melissari.

Un bel riconoscimento per lo storico italiano che più di ogni altro ha scandagliato le vicende della persecuzione degli ebrei nel nostro Paese. E un modo per far conoscere meglio anche in Germania le leggi razziste del 1938 e la persecuzione delle vite successiva all‘8 settembre 1943.

(L'Unione Informa e Moked.it del 10 giugno 2014)

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Vecchie caste antichi scandali

di Mario Avagliano

La corruzione della politica italiana non è una vicenda storica e giudiziaria solo dei giorni nostri o degli anni di Tangentopoli. Gli scandali della casta, che in queste settimane sono sulla bocca di tutti, hanno interessato lo Stato unitario fin dai suoi albori. Alla fine dell’Ottocento fu la stagione del trasformismo a dischiudere le porte alla mala politica, che ebbe uno degli episodi più eclatanti nell’affaire della Banca Romana. Qualche anno più tardi, nel 1910, Gaetano Salvemini rivolgeva un durissimo j’accuse a Giovanni Giolitti, definendolo «Il ministro della mala vita».
Per capire le radici della corruzione della politica in Italia, una lettura utile, oltre che piacevole, è il romanzo «I misteri di Montecitorio» di Ettore Socci, la cui prima edizione risale al 1899 e che è stato ora ristampato da Studio Garamond, con introduzione di Saverio Fossati (176 pp, 12 euro).

Il pisano Ettore Socci, classe 1846, era un valente giornalista e scrittore, ma anche un politico impegnato. Mazziniano convinto, studiò a Firenze e combatté come volontario a fianco di Garibaldi in varie campagne tra il 1866 e il 1871. Diresse due giornali progressisti, Satana e Il grido del popolo. Venne arrestato e assolto più volte per via delle sue idee rivoluzionarie. Nel 1878 si trasferì a Roma, dove divenne amico intimo di Carducci e Cavallotti. Nel 1892 venne eletto deputato per il collegio di Grosseto.Il romanzo di Socci, che uscì a puntate sul giornale La Democrazia da lui stesso fondato, provocando non poco clamore, racconta l’irresistibile ascesa politica dell’avvocato Alfredo Guidi, anch’egli reduce garibaldino, che da giovane professionista di provincia diventa deputato romano.
Irriverente, caustico, spietato, «I misteri di Montecitorio», attraverso le vicende di Guidi, esplora ogni sfaccettatura dell’esperienza politica di un uomo qualunque catapultato dalla al centro della scena pubblica, che arriva nella capitale e scopre la realtà della politica italiana, che è molto diversa da quella che si aspettava. Il voto parlamentare è condizionato dalle lobbies e tutto quello che si decide è sulla base di un tornaconto personale.
E lo stesso ruolo di deputato è ridotto a quello di «una macchinetta semovente e parlante, il cui manubrio è a disposizione di tutti gli amidi di fede. Deve mangiare, bere, vestir panni e camminare come vuole il partito: guai a lui se frequenta certe persone, se bazzica in certi caffè, se parla come gli detta il suo cuore e non come esige la ragione di parte!»
L’avvocato Guidi, dalle prime, timide manovre per vincere la campagna elettorale fino alla vita mondana, le vacanze, l’amante ufficiale Adele, ci mostra quanto il potere riesca a trasformare anche il migliore degli uomini immaginabili nella più bieca e opportunista delle creature. E il suo collega Salvatore, patriota che era stato nelle carceri dei Borbone e aveva contribuito all’Unità d’Italia, rappresenta la goccia di bene che non corregge il lago dell’ipocrisia e dell’affarismo che occupa l’emiciclo di Montecitorio, e viene ridotto alla miseria da uno Stato che preferisce i furbi agli eroi. Cento anni prima degli scandali della Casta, il giornalista-deputato Socci narra in presa diretta corruzione, sotterfugi, miserie umane della classe politica italiana, inventando un genere, il romanzo parlamentare (che poi vedrà protagonisti anche Matilde Serao e Federico De Roberto), e offrendo, per la prima volta in Italia, un quadro umano e sociale che sconvolge per le rispondenze con le cronache odierne.

(Il Messaggero, 18 giugno 2014)

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