Genio e impresa: così l'Italia vinse il Dopoguerra (Libero)

IL SECONDO RINASCIMENTO

Genio e impresa: così l'Italia vinse il Dopoguerra

II Paese, nonostante fame e povertà, fu fucina di innovazione e bellezza: fu inventata la Vespa, l'Alitalia e pure la schedina

Gianluca Veneziani

E dopo aver perso la guerra vincemmo il Dopoguerra. Quando scoppiò, il Dopoguerra, le paure di ciò che sarebbe stato il futuro non erano inferiori a quando era scoppiato il conflitto. Ma nonostante le distruzioni fisiche e spirituali (buona parte del tessuto stradale era inutilizzabile, si faticava a trovare pane e ad avere riscaldamento, nel Paese dilagavano microcriminali e "segnorine", cioè prostitute), nonostante la doppia occupazione (prima quella nazista, poi quella dei liberatori Alleati con le relative "marocchinate"), gli italiani dimostrarono una straordinaria resilienza, quasi una capacità di sospendere il recente passato e di ravvivare il loro genio creativo in risposta alla devastazione.

Di solito siamo abituati a pensare a quegli anni, ossia al biennio 1945-47, come al periodo segnato dai postumi della guerra civile, dalla Resa dei conti e dal sangue dei vinti, o in alternativa come a una fase di cambiamento solo a livello politico e istituzionale con il referendum monarchia-repubblica, l'assemblea costituente e la campagna elettorale che avrebbe portato l'Italia nel blocco atlantico. Il nuovo libro di Mario Avagliano e Marco Palmierl intitolato Dopoguerra (Il Mulino, pp. 496, euro 28) ci consente invece di guardare a quel periodo come al momento cruciale della Ricostituzione materiale, morale, intellettuale del Paese, un passa :,zio non più interlocutorio tra un passato tragico e un futuro segnato dal boom economico, ma un biennio decisivo che mise le basi per un secondo Rinascimento italiano. Questa resurrezione, improvvisa, vitale, collettiva, non avvenne ovviamente ex nihilo ma si avvalse di molti fermenti creativi che già erano stati in azione durante il Ventennio e che ora, giunti a maturazione, poterono rimettersi al servizio del Paese, dopo la pausa forzosa imposta dalla guerra.

LE IDEE

Sono davvero straordinari la quantità di intelligenze, menti geniali e imprenditoriali che operarono in quegli anni e il numero di invenzioni, aziende, manifestazioni che esse riuscirono a mettere a punto, trasformando il nostro Paese in fucina di bellezza, innovazione, perfino divertimento. Agli italiani, assillati dalla fame e dalla povertà, erano rimaste le idee, e di quelle fecero la propria ricchezza. Contribuendo a rimettere in piedi e in ballo l'Italia.

Fu nel 1946 che la Pian o incaricò l'ingegnere Corradino d'Ascanio, già costruttore di elicotteri negli anni Trenta, di realizzare un nuovo modello di scooter che abbinasse design e comfort Ne venne fuori la Vespa, chiamata cosi perché, quando Enrico Piaggio sentì il rumore del suo motore, esclamò: «Sembra una vespa». Fu una fortuna perché in origine avrebbe dovuto chiamarsi MP5... E che dire della Scuderia Ferrari, già nata nel 1929 come reparto corse dell'Alfa Romeo, ma che solo nel Dopoguerra Enzo Ferrari rese a pieno operativa, creando la prima automobile denominata 125 Sporte riprendendosi il simbolo del cavallino rampante. Oltre a mettersi in moto, gli italiani in quegli anni presero il volo: nel 1946 venne creata l'Aero linee italiane internazionali che poi, dietro proposta di un impiegato di un ufficio postale, venne ribattezzata Alitalia per esigenza di sintesi nei telegrammi. E, a proposito di mobilità, è doveroso citare la nascita nel 1947, lungo le autostrade, della prima stazione di servizio, un modello di ristorazione che sarebbe stato presto imitato all'estero.

RESILIENZA

L'Italia del Dopoguerra era anche un Paese ludico che, in coincidenza della ripresa del campionato di calcio, inventò la schedina: stavolta il merito fu del giornalista Massimo Della Pergola, cosh etto tuttavia già due anni dopo a cedere i diritti del concorso e a darsi all'ippica (ripiegò infatti sulla gestione del Totip). Ed era un'Italia che aveva voglia di godersi i piccoli piaceri e di farsi aiutare dalla tecnologia. In quel Paese attecchì l'Algida peri gelati e fu possibile la rivoluzione della Candy che importò da noi la lavatrice, alimentando non solo simbolicamente il sogno di un Paese più pulito. Quella stessa Italia comprese che le brutture della guerra potevano essere superate solo se si coltivava il senso del Bello: nacque cosi nel 1946 il concorso di Miss Italia e l'anno seguente venne inaugurato il Premio Strega con le eccellenze letterarie del Belpaese. Una combinazione tra impegno ed evasione testimoniata dalla contemporanea esplosione delle sale da ballo e dalla crescita esponenziale dei quotidiani, il cui numero quasi raddoppiò rispetto al decennio precedente.

Ciò che colpisce, oltre alle tante idee, è lo spirito generale che caratterizzò quegli anni, sintetizzabile nell'espressione «ballare sopra le macerie». Mai ci fu tanta voglia di vita come in quel periodo in cui la gente si sentiva scampata alla morte, mai ci fu tanta voglia di evadere e dimenticare il passato (pur essendo gli anni più vicini alla guerra, furono anche gli anni in cui il popolo fu più riottoso a parlarne e sentirne parlare), mai ci fu tanta sete di futuro come capacità di guardare al destino delle generazioni suc *** cessive (fatto notevole se si pensa che allora molti italiani faticavano a sfamarsi).

Dovremmo quindi stupirci della resilienza di chi visse quel biennio. E forse, più che la Resistenza, imparare a celebrare l'epopea della Resurrezione post-bellica.

(pubblicato su Libero, 5 luglio 2019)

Dopoguerra, gli italiani tra speranze e paure (Quotidiano del Sud)

IL LIBRO

Dopoguerra, gli italiani tra speranze e paure

Ripercorrono i tre anni che vanno dalla fine della guerra all'entrata in vigore della Costituzione repubblicana Mario Avagliano e Marco Palmieri. Nasce così "Dopoguerra. Gli italiani tra speranze e disillusioni", il Mulino edizioni. E' la stagione in cui la comunità nazionale si congeda dalla guerra civile e dal fascismo e costruisce faticosamente il suo futuro. Felicità e violenza si mescolano: sono i giorni del ritorno alla pace e alla libertà, delle vendette e della resa dei conti, dei prigionieri e dei deportati che tornano a casa, delle grandi adunate politiche nella rinata democrazia, ma c'è anche una gioiosa febbre di divertimento, la voglia di ballare, la fretta di ricostruire. Una energia vitale che già prepara il boom degli anni a venire. Rico Dopoguerra, gli italiani tra speranze e paure minciano i campionati i calcio, arrivano i supereroi americani, Coppi e Bartali si sfidano al Giro d'Italia.

Gli autori scelgono di partire da diari privati e memorie, lettere, rapporti dei prefetti e della polizia, stampa, film e canzoni, conversazioni intercettate per comporre un ritratto dal basso degli italiani nel momento della repubblica nascente. "Un periodo - si legge nell'introduzione - che dalle parole e dalle azioni dei protagonisti appare carico di speranze, di brio, di illusioni, di sacrifici e di impegno collettivo. Ma anche di vio- lenze, di angosce, di inquietudine e di disillusioni, che si esprimono ad esempio nella certezza di Gennaro Jovine, reduce di prigionia, protagonista della piece teatrale di Eduardo De Filippo "Napoli milionaria" del 1945, rappresentata per la prima volta al teatro San Carlo di Napoli che 'a guerra nun 'fernuta"

(pubblicato su Il Quotidiano del Sud, 13 luglio 2019)

Come eravamo nel 1945 e cosa siamo diventati (Gazzetta del Sud)

Un bel saggio di Avagliano e Palmieri

Come eravamo nel 1945 e cosa siamo diventati

L'analisi dell'immediato dopoguerra essenziale per la (ri) costruzione dell'identità nazionale

Piero Orteca

Siamo i rami di un albero contorto dal tempo e da mille tempeste. Un olivo la cui origine si perde nei secoli, deformato ma prepotentemente abbarbicato alla sua terra, in cui scorre ancora una linfa pregna di vita e portatrice di sogni antichi. Questi siamo e questi eravamo nel 1945, alla fine di una guerra devastante. Stanchi, logorati da mille violenze, attoniti davanti alle rovine delle nostre città, eppure ancora speranzosi di poter vivere in un futuro più umano. Ecco, la bellissima analisi di Mario Avagliano e Marco Palmieri ("DopoguerraGli italiani tra speranze e disillusioni (1945-1947)", per i prestigiosi tipi del Mulino) è prima di tutto una riflessione. Anzi una vera e propria rivisitazione di un'epoca che, forse, dimostra come spesso gli italiani siano più bravi a "ricostruire", piuttosto che a "costruire".

La spinta emotiva che nasce dalle ferite e dalle distruzioni, ma anche dalla voglia di risorgere, ci spinge a dare il meglio di noi stessi. Solo nel dolore ci ritroviamo comunità? E questa la domanda che sorge spontanea nel ripercorrere con attenzione le pagine di un libro che parla degli italiani «tra speranze e disillusioni».

La bravura dei due autori, giornalisti e storici, sta nel fatto che "giocano in casa". Hanno già scritto diversi libri che ripercorrono la lunga via crucis della nostra nazione, dal fascismo alla pace dei vinti. Un popolo che ha prima "aderito", poi subito e, infine, si è riscattato con la Resistenza. E' bastato? Fino a un certo punto.

Yalta e la spartizione in sfere d'influenza tra gli alleati occidentali da un lato e i sovietici dall'altro hanno creato un clima di contrapposizione nell'arena internazionale e sul fronte politico interno. I confini geografici, ma soprattutto ideologici, costruiti con lapis e squadretta, hanno reso la trama sociale, economica e "partitica" dell'Italia di allora straordinariamente complessa. E Avagliano e Palmieri sono abilissimi a dipanarla. A ripercorrere, tappa dopo tappa, minuziosamente ma anche utilizzando il grandangolo della storia, un'epoca che segnerà la nostra Italia almeno per un altro mezzo secolo.

E un affresco neorealistico, quasi trasposto dal cinema alla prosa. Dove i "Ladri di biciclette", il "Miracolo a Milano" e gli "Umberto D." desichiani si fondono con l'acuta cronaca quotidiana di un Paese ancora traumatizzato dalla guerra, ma profondamento diverso nei suoi valori fondanti e nei suoi sogni, che si sforza di non far diventare mere illusioni. Giornalismo, ma anche rigorosa ricerca storica e, permettetecelo, anche arte. Quella di raccontare, con una notevole capacità divulgativa, fatti e personaggi senza alcun inquinamento di partigianeria. Solo la crudezza degli eventi e le considerazioni di chi, in un certo senso, prende per mano il lettore offrendogli le chiavi per le sue opzioni interpretative. Con grande onestà intelletuale.

E, poi, la rigorosa "timeline". Il dipanarsi ordinato di storia e storie che non è solo cronologia, ma è molto di più. E l'abilità di tessere la trama del tempo, legando con pazienza e logica il "fil rouge" di un'epoca caratterizzata da una straordinaria complessità e densità di eventi. Ma che proprio per questo va riproposta, passateci la terminologia propria di altre discipline, in maniera quasi entropica. Dove il polverone del caos si deposita velocemente per svelare, non in maniera deterministica, le logiche della storia. Casualità e caso (azzarderebbero gli studiosi della complessità)? No. Tutt'altro.

E un'architettura cronachistica ma anche interpretativa affascinante, quella proposta dal libro. Dalla "Liberazione" al "Ritorno alla vita", da "Paisà e segnorine" ai "Reduci, deportati e sopravissuti". Passando per le "Elezioni amministrative", la "Nascita della Repubblica", la "Pace amara", fino alla "Democrazia difficile", i capitoli scorrono come uno specchio del tempo che fu. Ci ripropongono l'importanza della "memoria" come elemento indispensabile per la costruzione di qualsiasi identità nazionale. Un libro da leggere, senza dubbio. Ma anche un libro da mettere sul comodino e da sfogliare di tanto in tanto. Per capire cosa significhi, oggi, essere italiani.

(pubblicato su Gazzetta del Sud, 15 luglio 2019)

L'imprudenza dei socialisti (Corriere della Sera)

L’imprudenza dei socialisti

Nel saggio «Dopoguerra» (il Mulino) di Mario Avagliano e Marco Palmieri le vicende che vanno dalla sconfitta definitiva del nazifascismo all’approvazione della Costituzione

di Paolo Mieli

L’otto maggio 1945 segna la fine della Seconda guerra mondiale. «Ma cosa speravamo? Che il giorno dopo la Liberazione le cose fossero già sistemate a dovere e prendessero il loro corso normale?», si domanda quel giorno in una pagina di diario la partigiana azionista Andreina Zaninetti Libano; «io penso che dovremo vedere qualcosa di peggio ancora… Non si risolve di botto una situazione come la nostra». La stagione bellica appena conclusa è stata anche uno «sconvolgimento morale» scrive Antonio Giolitti in Di guerra e di pace. Diario partigiano (1944-1945) edito da Donzelli; «per costruire la pace occorre anzitutto rieducare gli uomini — in gran parte abbrutiti dalla guerra — alla responsabilità e alla dignità della condizione umana». «È un momento curioso quello che attraversiamo», scrive qualche tempo dopo al marito, Fedele D’Amico, la sceneggiatrice Suso Cecchi: «Sai che impressione ho? Sta per scoppiare il dopoguerra. Finora è stato il limbo. Ora ci avviciniamo. Non potrei spiegare altrimenti questo sgomento indefinibile che ha preso un po’ tutti. Proprio tutti. E che non è né stanchezza, né preludio di violenza. Amore mio qui scoppia il dopoguerra. Speriamo che duri poco». Parole che si possono leggere nel libro Suso a Lele. Lettere (dicembre 1945-marzo 1947), edito da Bompiani.

È il contesto di Dopoguerra. Gli italiani tra speranze e disillusioni 1945-1947, il libro di Mario Avagliano e Marco Palmieri che sta per essere pubblicato dal Mulino. Quello ben descritto da un altro libro, di Keith Lowe, Il continente selvaggio. L’Europa alla fine della Seconda guerra mondiale (Laterza): non la gioia per la ripresa di una vita civile e per l’annunciata ricostruzione, bensì l’incertezza, la paura, le idee confuse. E qualche orrore. Quella che Eduardo De Filippo, nella pièce teatrale Napoli milionaria (1945), anziché come un’alba radiosa, definisce «’a nuttata». Che, dice il protagonista della commedia Gennaro Jovine, «ha da passà». Incuriosisce — a tal proposito — la periodizzazione del saggio di Avagliano e Palmieri, il loro racconto si conclude con l’accurata disamina di dodici mesi considerati fin qui dagli storici come «di passaggio». E invece quell’anno, il 1947, iniziato, a gennaio, con il viaggio di Alcide De Gasperi negli Stati Uniti, conclusosi a dicembre, con il voto sulla Costituzione (nei giorni in cui Vittorio Emanuele III muore esiliato in Egitto) contiene qualcosa che merita attenzione. Grande attenzione.

Il 1947 inizia — oltre che con il viaggio americano di De Gasperi di cui si è detto — con la scissione socialista di Palazzo Barberini (11 gennaio): nascono i socialdemocratici guidati da Giuseppe Saragat. L’indomani, il leader del Psi Pietro Nenni annuncia l’intenzione di aprire la crisi di governo: intende dimettersi da ministro degli Esteri e tornare alla direzione dell’«Avanti!». Quel giorno stesso confida al compagno di partito Giuseppe Romita: «Ormai non c’è che da fare un unico partito dei lavoratori coi comunisti».

Il segretario del Pci, Palmiro Togliatti, è — documentano Avagliano e Palmieri — assai più prudente del leader socialista. Capisce al volo che De Gasperi si servirà della crisi per «riequilibrare» il governo a vantaggio della Dc (Mario Scelba andrà all’Interno e Carlo Sforza agli Esteri) e giudica frettolosa la sollecitazione fusionista del leader socialista. Il 25 febbraio 1947 nasce il terzo governo De Gasperi, l’ultimo con comunisti e socialisti. Durerà poche settimane. Il clima nel Paese è sempre più teso: il 28 marzo a Gioia del Colle, in provincia di Bari, un gruppo di militanti di sinistra reagisce ad un incendio della Camera del lavoro, tentando di linciare il presunto autore e devastando poi le sedi dell’Uomo qualunque, dei monarchici e della Democrazia cristiana. Sul suo diario Giulio Andreotti intuisce l’importanza dell’episodio e si domanda se sarà un’«una tantum» o «l’inizio di un ciclo».

Proseguono intanto i lavori dell’Assemblea Costituente. Accanto a quelle ufficiali si svolgono sedute riservatissime (ma documentate) a cui prendono parte «tre professori» della Dc, La Pira, Dossetti e Moro, Lelio Basso per il Psi, e Togliatti in persona. Il quale Togliatti coglie di sorpresa il resto della sinistra (ma anche la Dc) accettando l’inserimento in Costituzione dei Patti Lateranensi. Per tutto il 1947 il segretario del Pci mantiene la porta socchiusa al partito cattolico. Anche se alcuni risultati elettorali sono per lui incoraggianti. Il 20 e 21 aprile si tengono le regionali in Sicilia: la Dc subisce un crollo e scende dal 33,6% al 20,5%; il Blocco del popolo, socialisti e comunisti, si attesta al 30,4%, guadagnando dieci punti rispetto all’anno precedente. Per Nenni è la prova che i due partiti della sinistra devono fondersi. Il 27 aprile, in una riunione della direzione democristiana, De Gasperi riferisce di aver notato che «Saragat e i repubblicani hanno paura dei comunisti». Ma ad aver paura è anche la Dc. Il 1° novembre Paolo Emilio Taviani annoterà sul diario: «Riunione sotto la mia presidenza dei segretari provinciali della Dc dell’Italia settentrionale… Sono tutti convinti — tranne quelli di Vicenza e di Savona — che la vittoria andrà certamente ai socialcomunisti».

Il 1° maggio in Sicilia, a Portella della Ginestra, i banditi di Salvatore Giuliano aprono il fuoco sui partecipanti alla festa dei lavoratori. L’8 maggio i comunisti francesi sono costretti a lasciare il governo. Stessa sorte tocca agli italiani. Andreotti annota però nei suoi taccuini che i fastidi maggiori vengono dal Psi: «De Gasperi non ne può più… Il doppio gioco dei socialisti è tremendo». Il 13 maggio si apre la crisi ed è curioso come i democristiani ancora una volta si sentano provocati e sfidati più dai socialisti che dai comunisti. Togliatti sorprende (positivamente) De Gasperi scrivendogli una lettera per assicurargli la disponibilità del proprio partito ad accettare aiuti economici americani (osteggiati dall’Urss). Il 31 maggio nasce il nuovo governo De Gasperi senza Psi e Pci.

Avagliano e Palmieri notano che la prima reazione del Pci all’estromissione dal governo è «tutto sommato pacata». Il liberale Epicarmo Corbino, non senza una qualche ingenuità, domanda a Togliatti se il Partito comunista ha in cantiere «qualche mossa insurrezionale». Togliatti gli risponde: «Lei non ha capito che cosa è il Pci; la via greca, quella della guerra civile, non rientra tra le nostre ipotesi». E il 1° luglio si presenta alla direzione comunista gloriandosi per «non aver messo in campo parole d’ordine insurrezionali», cosa che «ha accresciuto il prestigio del nostro partito in determinati strati sociali e specialmente tra i ceti medi». Nenni è molto più radicale e parla di «governo nero». È lui il primo a sostenere che De Gasperi, avendo rotto l’unità antifascista, può essere considerato come colui che ha spalancato le porte al nuovo fascismo. Il 31 maggio l’«Avanti!» titola Un governo da rovesciare. Presto anche il Pci si adeguerà a questi toni. Nel secondo congresso nazionale della Cgil (ancora unitaria), a Firenze dal 1° al 7 giugno, «l’atmosfera è così elettrica che durante tutti i lavori gli interventi dei delegati dc sono costellati di fischi e di interruzioni» tanto che a un certo punto Giulio Pastore va al microfono e avverte: «O lasciate che esprimiamo il nostro pensiero, o la corrente cristiana abbandona la sala». E quando uno dei leader cattolici, Luigi Morelli, si augura che la sua corrente diventi maggioritaria «per poter portare ovunque lo spirito del primo operaio, il Cristo di Nazareth», si scatena quella che l’«Osservatore Romano» definisce «una vergognosa gazzarra».

Ma Togliatti frena, frena e frena ancora: «Spera che il governo centrista sia una parentesi temporanea», scrivono Avagliano e Palmieri. Le manifestazioni di piazza si fanno più accese. Ma nel Paese c’è incertezza. Annota il 20 settembre nel proprio diario l’azionista Giorgio Agosti, questore di Torino: «La giornata è trascorsa calma. In piazza San Carlo non più di quindicimila persone. Stanchezza nelle masse e crescente senso di paura e di avversione negli ambienti borghesi. Ho l’impressione che sia stata per le sinistre una giornata nera: troppo simile ad altre del ’20 e del ’21».

Tra il 22 e il 27 settembre si tiene a Szklarska Poreba (in Polonia) una conferenza dei partiti comunisti europei — per dar vita al Cominform, una struttura di coordinamento — nel corso della quale gli italiani vengono più volte accusati di essere stati troppo accomodanti con la Dc e di aver «reagito troppo debolmente» alla cacciata dal governo. È un segnale di Stalin a Togliatti. Il quale si affretta a presentare con Nenni una mozione di sfiducia al governo che viene respinta grazie ai voti dell’Uomo qualunque, i quali vanno provvidenzialmente ad aggiungersi a quelli centristi. Curiosità: la mozione, oltre che da Togliatti e Nenni, è firmata anche da Saragat, non ancora inglobato nella maggioranza degasperiana, nonostante proprio dalla conferenza in Polonia sia bollato come «traditore servo dell’imperialismo». Si vota a Roma per le amministrative, vengono violentemente contestati alcuni comizi del ricostituito partito fascista, il Movimento sociale italiano; viene ucciso — con una dinamica mai ben ricostruita — un ragazzo della Dc, Gervasio Federici. Annota con qualche disappunto il liberale Anton Dante Coda: «Stasera la città è sotto l’impressione dell’assassinio del giovane democristiano Federici, accoltellato da un comunista… è previsto che questo episodio gioverà elettoralmente alla Democrazia cristiana».

Il 17 ottobre di quello stesso 1947 si riunisce il comitato federale del Pci di Genova. Avagliano e Palmieri ne citano i verbali. Prende la parola il segretario, Secondo Pessi, e afferma: «Occorre anche un’azione extraparlamentare, occorre uno spirito di mobilitazione, di attacco e non lasciarci conquistare dal feticismo della legalità; la nostra lotta non vuol dire lotta pacifica, ma può anche dire lotta violenta, lotta armata». Dai verbali si desume che altri sono ancora più espliciti: «I compagni che hanno sempre parlato di mitra saranno i primi ad andare in cantina, riprendere le armi qualora la situazione dovesse diventare maggiormente tesa» (Bugliani); «Io mi spingo anche più in là, non solo è necessario per me far paura agli avversari, ma anche farne pulizia in modo concreto e attivo» (Fioravanti).

Il 7 novembre, la direzione del Psi torna alla carica e approva un ordine del giorno in cui si accusa il governo De Gasperi di «mettere in pericolo la democrazia e le istituzioni repubblicane»; di conseguenza propone «un raggruppamento di tutte le forze democratiche per la lotta della sinistra contro la destra». Togliatti «nutre qualche riserva», ma poi accetta la proposta con una singolare motivazione: i socialisti, se lasciati soli, non resisterebbero alla tentazione «di fare dell’anticomunismo».

Il 9 novembre a Mediglia, nella campagna milanese, vengono esplosi colpi di arma da fuoco contro giovani comunisti che rientrano da una festa danzante. L’11 novembre alcuni manifestanti di sinistra circondano la cascina del qualunquista Giorgio Magenes, che reagisce uccidendo l’operaio Luigi Gaiot. Magenes viene linciato. A seguito di questo episodio il 28 novembre viene comunicato un «avvicendamento» prefettizio: Ettore Troilo, ex comandante partigiano, è sostituito da Vincenzo Ciotola che non ha uguali referenze. Un gruppo di attivisti comunisti occupa la prefettura. Giancarlo Pajetta, segretario regionale del Pci, gioisce per l’accaduto e se ne gloria. Ma Togliatti — innervosito dall’iniziativa — lo esorta a far uscire i manifestanti dalla sede prefettizia.

Il 12 dicembre a Milano attivisti della Volante rossa sequestrano l’ingegner Italo Tofanello, dirigente delle Acciaierie Falck, denudandolo e portandolo in piazza Duomo, dove viene rilasciato in mutande con un biglietto firmato «un gruppo di bravi ragazzi». Il 16 dicembre viene lanciata una bomba a mano contro la casa di Andrea Gastaldi, ex segretario del Pnf a Torino. «Episodi che poi negli anni Settanta verranno imitati dalle Brigate rosse», sottolineano Avagliano e Palmieri. Il 15 dicembre Saragat entra con il suo partito a far parte del governo De Gasperi. Il distacco di Saragat dai socialisti ormai è totale, forse anche perché in quel 1947 il partito di Nenni era stato, per così dire, più «comunista» dello stesso Pci.

Bibliografia

Tra le testimonianze dirette sulle vicende della lotta partigiana e quelle immediatamente successive, un documento senza dubbio importante è il diario del futuro ministro Antonio Giolitti (all’epoca dirigente comunista) Di guerra e di pace, a cura di Rosa Giolitti e Mariuccia Salvati (Donzelli, 2015). Molto interessante anche l’epistolario Suso a Lele (Bompiani, 2016), che raccoglie le lettere scritte da Suso Cecchi D’Amico a suo marito Fedele D’Amico (detto Lele) tra il dicembre del 1945 e il marzo del 1947. Da segnalare sul piano storiografico: Keith Lowe Il continente selvaggio (traduzione di Michele Sampaolo, Laterza, 2013); Tony Judt, Dopoguerra (traduzione di Aldo Piccato, Mondadori, 2007; Laterza, 2017).

(pubblicato su www.corriere.it, 24 giugno 2019)

Dopoguerra. Gli italiani fra speranze e disillusioni (1945-1947)

Mario Avagliano
Marco Palmieri
Dopoguerra. Gli italiani fra speranze e disillusioni (1945-1947)

«Biblioteca storica»

«Amore mio qui scoppia il dopoguerra» (Suso Cecchi d’Amico, 1945)

Il volume

I tre anni che vanno dalla fine della guerra all’entrata in vigore della Costituzione repubblicana per gli italiani sono un periodo pieno di felicità e di violenza, in cui la comunità nazionale ricompone i suoi frantumi, si congeda dalla guerra civile e dal fascismo e costruisce faticosamente il suo futuro. Sono i giorni delle vendette e della resa dei conti, dei prigionieri e dei deportati che tornano a casa, delle grandi adunate politiche della rinata democrazia, ma anche di una gioiosa febbre di divertimento, di voglia di ballare, di fretta di ricostruire e costruire, con un’energia vitale che già prepara il boom degli anni a venire. Gli autori interrogano diari privati e memorie, lettere, rapporti della polizia, stampa e cinegiornali, film e canzoni, corrispondenze e conversazioni intercettate, per comporre un ricco e appassionante ritratto dal basso di come gli italiani vissero qui primi fervidi anni della repubblica.

 

Gli autori

Mario Avagliano, giornalista e storico, collabora alle pagine culturali del «Messaggero» e del «Mattino». Tra i suoi libri più recenti: Generazione ribelle. Diari e lettere dal 1943 al 1945 (Einaudi, 2006) e Il partigiano Montezemolo (Baldini & Castoldi, 2012). Marco Palmieri, giornalista e storico, ha pubblicato L’ora solenne. Gli italiani e la guerra d’Etiopia (Baldini & Castoldi, 2015). Insieme hanno pubblicato numerosi volumi, tra cui, con il Mulino, Vincere e vinceremo! Gli italiani al fronte (2014), L’Italia di Salò (2016), 1948. Gli italiani nell’anno della svolta (2018, Premio Fiuggi Storia).

Elezioni, qua succede un 48

di

 

1948. Gli italiani nell’anno della svolta, l’ultima fatica letteraria di Mario Avagliano e Marco Palmieri, pubblicata da poche settimane da Il Mulino è tutto da leggere per diversi motivi. Prima di tutto perché è un libro scritto bene, che si fa leggere e che spiega raccontando con un linguaggio piano e comprensibile un periodo complicatissimo della vita nazionale. Poi perché – come si è detto -, fornisce gli elementi conoscitivi utili per capire meglio anche quello che sta accadendo oggi.

Avagliano e Palmieri – da storici -, ripercorrono passo dopo passo l’avvicinarsi alla giornata elettorale del 18 aprile del ’48, lo svolgimento della giornata stessa e poi cosa accadde dopo. E lo raccontano guardando a tutti gli aspetti (la propaganda delle parti, le pressioni internazionali, il vissuto degli italiani, l’atteggiamento delle Istituzioni, quello della Chiesa), e utilizzando tutto il materiale possibile, spesso inedito. Scorrono così sotto gli occhi di chi legge diari, lettere, interviste, relazioni delle autorità e di pubblica sicurezza, carte di partito, documenti internazionali, giornali, volantini permettono di ricostruire il quadro complesso dell’Italia dell’epoca, illuminando anche molte questioni che hanno caratterizzato i decenni successivi, fino ai nostri giorni.

Ma non basta. Perché gli autori – da giornalisti –, scrivono quasi in presa diretta, non fanno sconti a nessuno, raccontano senza giudicare. Fanno cioè quello che ogni buon storico e ogni buon giornalista dovrebbe fare. Ciò che emerge è, appunto, un racconto ma anche la collezione di una serie di strumenti per capire il passato e il presente, scoprendone le differenze così come le analogie. Si susseguono così episodi della grande e della piccola politica. Anche a Torino e in Piemonte. Curiosa, per esempio, è la vicenda raccontata da Diego Novelli, futuro sindaco, allora 17enne espulso dalla Messa perché “cattolico di sinistra” (pagg. 121-122). Drammatica, invece, la cronaca di quanto accadde a Torino subito dopo l’attentato a Togliatti e la dichiarazione di sciopero generale, con le fabbriche bloccate, la Fiat occupata: “A Mirafiori i lavoratori bloccano in fabbrica sedici persone, tra cui l’amministratore delegato Vittorio Valletta” (pag. 309).

Certo, il 1948 davvero condizionò e cambiò (forse) il futuro del Paese; difficile dire adesso se il 2018 avrà lo stesso ruolo. Ma certamente “1948” di Avagliano-Palmieri  ha già un ruolo chiaro: metterci in condizione di capire di più e meglio cosa sta accadendo.

Bella, poi, la citazione di Paolo Monelli posta in quarta di copertina del libro, che dà in poche righe il senso di quanto accadde e – tutto sommato – di ciò che in qualche modo accade anche oggi: «Un tumulto, un’agitazione, un ondeggiare di folle sempre maggiore, da una piazza all’altra, da un comizio all’altro, e blaterare di altoparlanti, e sbocciare di manifesti l’uno sull’altro, e gualdane di attacchini arditi e petulanti come guerrieri d’assalto…».

(pubblicato su lospiffero.com)

Presentazione del libro "1948. Gli italiani nell'anno della svolta"

Presentazione del libro "1948. Gli italiani nell'anno della svolta" di Mario Avagliano e Marco Palmieri (edito dal Mulino)

A cura di Pantheon e Valentina Pietrosanti

Organizzatori: 
Istituto Europeo di Cultura Politica Italide
 
Registrazione video del dibattito dal titolo "Presentazione del libro "1948. Gli italiani nell'anno della svolta" di Mario Avagliano e Marco Palmieri (edito dal Mulino)", registrato a Roma giovedì 12 aprile 2018 alle 17:45.

Dibattito organizzato da Istituto Europeo di Cultura Politica Italide.

Sono intervenuti: Antonella Freno (presidente dell'Istituto Europeo Cultura Politica Italide), Francesco Verderami (giornalista del Corriere della Sera), Paolo Mieli (giornalista e storico), Caterina Misasi (attrice), Antonio Tallura (attore), Lucio Villari (storico), Pippo Baudo (artista), Mario
Avagliano (scrittore), Giorgio Marchesi (attore).

Tra gli argomenti discussi: Dc, De Gasperi, Libro, Pci, Politica, Sindacato, Storia, Togliatti.
 
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“1948 Gli italiani nell’anno della svolta” di Mario Avagliano e Marco Palmieri

“1948 Gli italiani nell’anno della svolta” di Mario Avagliano e Marco Palmieri

La campagna elettorale? Tante bugie e forzature, frasi semplici, ripetute insistentemente, slogan di facile comprensione, che fanno leva su paure, esigenze, ostilità degli elettori italiani. Parliamo delle recenti Politiche (lavoro, sicurezza, reddito di cittadinanza)? No, si tratta delle drammatiche elezioni del 18 aprile 1848 per il primo Parlamento repubblicano, il cui clima e significato sono tra i contenuti di rilievo del volume “1948. Gli italiani nell’anno della svolta” (collana Biblioteca storica, Il Mulino, 2018, pp. 452, edizione a stampa euro 25,00, ebook euro 16,99), a firma dei giornalisti, storici e saggisti Mario Avagliano e Marco Palmieri.
Non ci sono state consultazioni elettorali più risolutive, non c’è stato un anno più decisivo. Uno scontro manicheo, tra bianchi e rossi: da una parte la Democrazia Cristiana, dall’altra il fronte social-comunista. Due mondi contrapposti, democrazia e totalitarismo sovietico, blocco occidentale e blocco orientale, USA e URSS, capitalismo e anticapitalismo, cattolicesimo e ateismo. Del tutto evaporata la concordia responsabile dei partiti della Resistenza.

Qual era la società italiana chiamata a decidere il futuro politico nelle prime elezioni dall’entrata in vigore della Costituzione repubblicana e prime anche della Guerra Fredda? I due saggisti la inquadrano perfettamente: è un paese povero, 47 milioni di cittadini (29 milioni chiamati alle urne, a suffragio universale) feriti da venti anni di fascismo, cinque di conflitto mondiale e due di guerra civile. Non si contano le case ancora distrutte, nel 25% delle abitazioni manca l’acqua corrente e nel 73% addirittura il bagno. Dilaga la disoccupazione, molte famiglie sono quasi alla fame. Quattro milioni gli analfabeti, più dei diplomati insieme ai laureati (questi meno di mezzo milione). Il resto ha un tasso di scolarizzazione insignificante, a malapena sanno leggere e fare i conti minimi. Ma c’è tanta voglia di riprendere: i cinema sono affollati, si va in Lambretta e Vespa, si diffondono i dischi a 33 giri.
Il risultato investe del compito di governo la Democrazia Cristiana, forte di un mai più raggiunto 48% dei voti. Lo eserciterà per oltre quarant’anni, alleandosi con altri partiti. In effetti, decide soprattutto il “sistema di valori” nel quale si muoverà la ricostruzione del Paese, favorita dal Piano Marshall, il colossale programma di aiuti economici avviato dagli Stati Uniti per l’Europa e che naturalmente si estende all’Italia, dimostratasi insensibile alle sirene sovietiche. Un miliardo e mezzo di dollari: significa industrie, case, strade, ferrovie, acquedotti, infrastrutture. Lavoro.
Gli aiuti americani rafforzano la simpatia degli italiani per la cultura, il costume, il cinema d’oltreoceano. Un’attrazione consolidata dai contatti con i nostri emigrati e dal ricordo della generosità dei “liberatori”, i militari USA che regalavano pane, cioccolata, scatolette di carne, latte condensato, sigarette e chewingum.

Solo a dicembre era scaduto il piano Unrra delle Nazioni Unite, che aveva consentito letteralmente di sfamare un Paese vinto e discinto dalla guerra.
Nasceva quindi un’Italia certamente libera, una democrazia parlamentare affidabile. E tuttavia si intravedevano i guasti che caratterizzeranno l’Italia dei partiti: diventano un’interfaccia obbligata tra lo Stato e i cittadini, elargiscono favori e prebende, intermediano tra domanda e offerta di lavoro, soprattutto pubblico, la politica si fa mestiere, la burocrazia diventa elefantiaca. Raccomandazioni. Corruzione. Concussione. Interessi privati. Bustarelle. Ed un ruolo lo esercita anche un’invadenza insistente della componente cattolica e curiale.
La DC è il garante di un sistema che doveva restare immutabile. Un Paese congelato in quegli anni, immobile. Di fronte c’è il più forte Partito comunista dell’Europa occidentale, a sua volta stretto tra anime concorrenti, più o meno fedeli alla voce di Mosca. Si è creato quel modello di “democrazia bloccata” che durerà non poco, superando qualche tentativo di apertura reciproca, uno dei quali frustrato dall’omicidio di Aldo Moro nel 1978.

E questo ci porta all’attentato a Palmiro Togliatti. Il 14 luglio, il segretario del Pci è gravemente ferito a colpi di pistola all’uscita da Montecitorio. In Italia la protesta comunista divampa ben oltre il controllo del partito, somiglia a un’insurrezione popolare. Fabbriche occupate, cortei nelle città, dimostrazioni violente, assalti alle caserme dei Carabinieri. Tornano in circolazione le armi partigiane nascoste, l’Amiata diventa una repubblica rossa.
Togliatti stesso invita alla calma, non è tempo di rivoluzione per il PCI. E nemmeno per la CGIL, il forte sindacato di sinistra, guidato con grande senso di responsabilità da Di Vittorio. La classe media e i partiti più moderati non si muovono, ma non approvano il clima di rivolta. Non alimentata politicamente, la protesta si esaurisce. A seguire, il ministro dell’interno Scelba avvia un periodo di repressione. Il bilancio degli incidenti è incerto: almeno 16 morti, 9 dei quali tra le forze dell’ordine, che hanno anche 500 feriti. Si contarono oltre 5100 arrestati e denunciati.

 (pubblicato su sololibri.net)

 

 

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