Il lato nascosto di Salò: la "resistenza nera" al Sud

di Roberto Chiarini

Dai «figli di stronza» di Elio Vittorini ai «quindicenni sbranati dalla primavera» di Francesco De Gregori, passando per i «non uomini» segnati dal «marchio di Caino» per finire con gli «esuli in patria» figli di nessuno: il destino di chi ha aderito alla Repubblica sociale è stato di reprobi sul piano morale e di feroci persecutori dei partigiani su quello politico.

 
 

Insomma, ha oscillato a lungo tra il «disconoscimento totale» della loro umanità e la taccia di essere «gregari» di un «regime fantoccio» al servizio dello straniero occupante, fautore di una causa aberrante che riservava un futuro di schiavitù e di oppressione ai popoli dell'intera Europa. Risultato: non solo nel dibattito politico ma anche nella considerazione storiografica, sui «ragazzi di Salò» ha gravato un pesante cono d'ombra fatto di silenzio e di disprezzo. Esattamente quel che si meritano dei sanguinari che non si sono fermati di fronte al baratro di una guerra fratricida in cui avrebbero cacciato il proprio Paese pur di soddisfare la loro sete di violenza.

Ci sono voluti, prima le possenti spallate inferte da Renzo De Felice al pregiudizio che riduceva il fascismo a regime dittatoriale imposto di forza a un popolo di democratici, poi il coraggioso cambio di passo impresso agli studi sul Ventennio da Claudio Pavone con lo sdoganamento della categoria storiografica di guerra civile per liberare la considerazione dei «Balilla che andarono a Salò» dal vizio della loro demonizzazione. Stiamo parlando praticamente dell'intera generazione dei nati nel 1924 e '25. Se infatti si sommano ai volontari i giovani chiamati alla leva che o per un'atavica sudditanza all'autorità costituita o per un malinteso spirito di servizio o per un più elementare, comprensibile desiderio di sfuggire alla pena di morte riservata ai renitenti, si raggiunge la somma di più di 500mila ragazzi che alla fine misero comunque in gioco la loro vita per una causa che, bene o male, sapevano persa in partenza.

Al confino morale e politico comminato loro dai vincitori si è paradossalmente sommato il cieco spirito di rivalsa dei «vinti» e dei loro epigoni, cui il rancore ha fatto velo a un'auspicabile rielaborazione critica della «scelta sbagliata» da loro compiuta.

Ora di questo vasto e variegato mondo di vinti disponiamo di un'opera sistematica. Sulla scorta di un'accurata investigazione di fonti archivistiche edite e inedite nonché della cospicua letteratura accumulatasi nel frattempo in materia, Mario Avagliano e Marco Palmieri con il saggio L'Italia di Salò. 1943-1945 (Il Mulino, pagg. 490, euro 28) ci mettono in condizione di articolare un giudizio sull'argomento a ragion veduta. La loro è una «storia dal basso», condotta cioè seguendo passo dopo passo il percorso compiuto da quegli italiani che, a diverso titolo e con diverse talora opposte - motivazioni, scelsero o subirono l'atroce destino di combattere o semplicemente di schierarsi a fianco del risorto regime fascista. Già il federale di Milano Vincenzo Costa aveva riconosciuto che, accanto agli idealisti, si nascondevano anche degli autentici sciacalli che vestirono la divisa per «camuffare i propri bassi istinti, le loro furfanterie». Entrando più nel dettaglio, Mario Cervi ha introdotto la distinzione tra i «fanatici, gli entusiasti, i rassegnati, i dubbiosi, i riluttanti», mentre Giorgio Bocca li ha suddivisi in «politici, romantici, onesti, illusi, profittatori scaltri, imprevedibili». Insomma, non si trattò solo di giovani invasati, di sanguinari, di accecati dall'odio ideologico. Corse a Salò, bene o male, tutta una generazione di giovanissimi nati, allevati e cresciuti a «libretto e moschetto», quindi «naturalmente» fascisti. Questo non impedì a molti di loro di maturare, alla luce della barbarie scatenata, di procedere poi a una sofferta revisione critica delle proprie originarie convinzioni fino ad aderire alla causa della libertà.

Avagliano e Palmieri hanno il merito di esaminare nel dettaglio tutti i capitoli della vicenda, umana e politica, vissuta dei «figli di stronza», arricchendoli peraltro di una ricca documentazione: dai giovani che non aspettarono la nascita dello Stato fascista per impugnare le armi contro gli Alleati ai soldati che all'indomani dell'8 settembre o solidarizzarono con i tedeschi o che, una volta internati in Germania, decisero di rivestire la divisa della Rsi nonché ai prigionieri non cooperatori fino a quanti si arruolarono nelle varie formazioni «nere» (dalle SS italiane alla Guardia Nazionale Repubblicana, dalla X Mas alle Brigate Nere, allo stesso reparto femminile delle Saf per non dire delle famigerate bande Koch e Carità, resesi responsabili delle più barbare atrocità) o nell'Esercito nazionale repubblicano. Sono pagine di storia non del tutto sconosciute. Molte sono già state messe in chiaro dalla nutrita serie di memoriali e diari redatti dai reduci, oltre che da numerosi studi condotti dagli storici sull'argomento.

Forse la meno nota al largo pubblico è la pagina scritta dalla cosiddetta resistenza nera, ossia dal fascismo clandestino che si organizzò nell'Italia liberata. Una forma di insorgenza fascista si manifestò soprattutto in Sicilia, Calabria, Campania e Puglia. L'elenco delle organizzazioni animatrici della lotta agli Alleati, solo abbozzate o semplicemente ostentate, sarebbe lungo. Si va dal Movimento giovanile di rinascita nazionale di Catania alla Lega Italica di Caltanisetta, al gruppo Onore di Roma, al Movimento dei giovani italiani repubblicani di Firenze, soprattutto alla Guardia ai labari, formazione costituitasi ancor prima della caduta di Mussolini per espressa volontà del duce su mandato del segretario Scorza. Solo a partire dal 1944, comunque, il fascismo clandestino diede concreti segni di vita, sviluppando una qualche forma di propaganda, persino azzardando conati rivoltosi. Nel complesso, però, l'impatto della sua azione fu assai modesto. Non riuscì né a stabilire un saldo coordinamento tra le varie realtà operanti né a dotarsi di una leadership riconosciuta. Il suo stesso esponente di maggior rilievo e visibilità, il bizzarro principe Valerio Pignatelli della Cerchiaia, finì col rimanere invischiato nella ragnatela da lui costruita senza riuscire a far compiere un salto di qualità al movimento clandestino. È vero che il mandato delle varie organizzazioni non era di serrare le file del popolo fascista ormai in disarmo. Era, più modestamente, di non lasciare nulla di intentato per contrastare l'invasione del nemico facendo leva sull'acuta sofferenza sociale della popolazione. A Palermo nell'ottobre del '44 la pessima situazione alimentare fece scattare una vivissima protesta nei confronti delle autorità occupanti. La repressione che ne seguì provocò numerose vittime, tanto che si parlò apertamente di una «strage del pane». Ancor più grave fu la rivolta suscitata dalla chiamata alle armi dei nati da parte del Regno del Sud tra il 1914 e il 1924. Il moto, avviatosi a Catania si estese poi a molti altri centri. Non fu, comunque, in grado di far rialzare la testa a un fascismo agonizzante.

(Il Giornale, 27 marzo 2017)

 

 

Luciano Salce non aderì alla Rsi

di Mario Avagliano e Marco Palmieri

 Il regista Luciano Salce non aderì alla Rsi. Ce lo ha comunicato, tramite il giornalista Antonio Carioti, il figlio Emanuele, che ha condotto un'approfondita ricerca sul padre, trovando alcuni documenti che provano che dopo l'8 settembre fu un internato militare nei campi tedeschi.
Una informazione nuova che quindi corregge quella dell'adesione alla Rsi che era riportata in numerosi saggi storici pubblicati a partire dagli anni Cinquanta (dai quali anche noi avevamo attinto) e in svariati articoli dei maggiori quotidiani e di molti portali web.
Nella seconda edizione di "L'Italia di Salò" il nome di Salce verrà stralciato dall'elenco degli aderenti.
Salce (Roma 1922-1989) fu regista, attore e sceneggiatore. Al Salce regista si devono alcuni film-cult del cinema italiano come Il federale (1961) con Tognazzi, La voglia matta (1962) con Tognazzi e Spaak, La cuccagna (1962) con Luigi Tenco, Ti ho sposato per allegria (1967) con Vitti e Albertazzi, Fantozzi (1975) con Villaggio.

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L'Italia di Salò. 1943-1945

L’Italia di Salò. 1943-1945 (Il Mulino, pp. 490, euro 28)

di Mario Avagliano e Marco Palmieri

  Nei venti mesi che vanno dall’annuncio dell’armistizio, l’8 settembre 1943, all’uccisione di Mussolini e alla fine della guerra, nell’aprile del 1945, l’Italia non solo continuò a essere un campo di battaglia tra eserciti stranieri – gli Alleati che avanzavano da sud e i tedeschi che occupavano il centro-nord – ma diventò anche teatro di una sanguinosa «guerra civile» e «contro i civili», che vide coinvolti su fronti opposti coloro diedero vita alla Resistenza e coloro che rimasero fedeli al fascismo, aderendo alla Repubblica di Salò.

Nel dopoguerra, però, il punto di vista resistenziale è stato oggetto di innumerevoli studi e ricerche e ha rappresentato una narrativa dominante. Al contrario, la vicenda dei tanti italiani che scelsero di combattere dalla parte sbagliata è rimasta a lungo marginale, finendo per rappresentare un vuoto, un autentico tassello mancante nel panorama storiografico e della memoria di quel complesso periodo, che segnò lo spartiacque tra la dittatura fascista e la democrazia. 

In particolare, restava ancora da scandagliare in profondità lo spettro delle motivazioni che indussero oltre mezzo milione di italiani – uomini e donne, spesso giovanissimi – ad aderire e combattere, in molti casi volontariamente, per la Rsi. Cosa che fa, in modo documentatissimo, il saggio storico L’Italia di Salò. 1943-1945 (Il Mulino, pp. 490, euro 28), di Mario Avagliano e Marco Palmieri.

Questa ricerca affronta sulla base delle fonti coeve disponibili – lettere, diari, testamenti ideologici, posta censurata, relazioni sul morale delle truppe e sullo spirito pubblico, notiziari della Gnr, note fiduciarie, carte di polizia e dei servizi segreti – e della memorialistica postuma, scevra dai condizionamenti politici che l’hanno caratterizzata e dalla pregiudiziale politico-ideologico-culturale che ha portato molti testimoni a tenere a lungo nascoste le tracce di un passato inconfessabile.

La cesura del 25 luglio prima e dell’8 settembre poi, infatti, per molti italiani non rappresentò un taglio netto con il precedente ventennio fascista, bensì una svolta in continuità, la cui naturale conseguenza fu la partecipazione all’esperienza della Rsi, che a sua volta non fu un evento senza propagazioni e conseguenze sulla storia politica e sociale del dopoguerra. Il ritorno sulla scena di Mussolini e la nuova chiamata alle armi, per continuare la guerra contro le potenze nemiche e intraprenderne una nuova contro i traditori, il nemico interno, i banditi, misero nuovamente gli italiani di fronte alla necessità di fare una scelta. Quali furono le principali motivazioni che animarono coloro che decisero di aderire? Quale fu il collegamento ideale col precedente regime? Quali aspettative si nutrivano nei confronti del nuovo fascismo. Perché molti giovanissimi compirono quella scelta? Che tipo di esperienza vissero sotto le armi coloro che combatterono per Salò? Cosa sapevano della Resistenza e come la giudicavano? Cosa percepivano e come metabolizzavano le stragi e le deportazioni razziali e politiche dei nazisti, alle quali molti di loro presero parte anche attiva? Quanti ebbero ripensamenti e per quale motivo? Chi rimase fedele alla causa fino alla fine e perché? 

A questi interrogativi Avagliano e Palmieri, attraverso una gran mole di documenti prima in gran parte inediti o poco noti, forniscono una risposta dal basso, passando in rassegna sia le diverse esperienze militari e combattentistiche di Salò (l’esercito nazionale formalmente apolitico, le milizie di partito quali la Guardia nazionale repubblicana e le Brigate nere, le formazioni relativamente autonome come la X Mas, le sanguinarie bande irregolari e chi militò direttamente con i tedeschi come le SS italiane), sia l’esperienza quasi del tutto dimenticata degli Imi che optarono, dei prigionieri di guerra degli Alleati che non accettarono di cooperare e dei fascisti clandestini che operarono dietro le linee nemiche nelle regioni già liberate dagli anglo-americani. Tra di loro ci furono anche molti italiani che nel dopoguerra diventeranno personaggi noti della politica, della cultura, del giornalismo, dello spettacolo e via dicendo.

Uno dei tratti salienti delle risposte fornite in sede di memoria successiva, escludendo quelle di stampo dichiaratamente rivendicativo o apologetico, è stato il carattere giustificativo. Spesso, cioè, rispetto alla messa a fuoco oggettiva delle ragioni che all’epoca portarono a fare quella scelta, ha prevalso il desiderio di farla apparire comprensibile e accettabile a coloro i quali non la vissero in prima persona o si schierarono su fronti opposti. Ma in realtà, come sostengono Avagliano e Palmieri, per una generazione di italiani cresciuta fin dalle aule scolastiche nel mito del duce e forgiata da slogan fideisti, come il famigerato Credere obbedire combattere, l’adesione alla Rsi e l’impegno nella guerra civile in molti casi fu una conseguenza naturale e ovvia di quel percorso formativo.

Inoltre dal saggio L’Italia di Salò emerge che la gran parte dei combattenti della Rsi, fossero essi reclute dell’esercito regolare formalmente apolitico o membri delle formazioni di partito fortemente ideologizzate, venne impiegata prevalentemente nella guerra civile e contro il nemico interno, e che i vertici politico-militari della Rsi, il suo apparato burocratico-amministrativo e molti uomini che militarono nelle sue forze armate e di polizia presero parte al clima di violenza indiscriminata, sommaria e diffusa contro i partigiani e la popolazione civile e all’opera di cattura e deportazione degli avversari politici (i triangoli rossi) e degli ebrei.

L'Italia di Salò, la recensione di Paolo Mieli sul Corriere della Sera

Ragazzi di Salò anche in Sicilia

Un saggio di Mario Avagliano e Marco Palmieri sulla Rsi. Alla repubblica fascista aderirono molti futuri attori: Walter Chiari, Raimondo Vianello, Giorgio Albertazzi

di Paolo Mieli

La repubblica fascista che Benito Mussolini guidò, per volontà di Adolf Hitler, negli ultimi venti mesi della Seconda guerra mondiale è stata ben analizzata in molti volumi tra i quali sono da menzionare la prima Storia della Repubblica di Salò di William Deakin (Einaudi), L’amministrazione tedesca nell’Italia occupata di Enzo Collotti (Lerici), La guerra civile, ultimo volume della biografia mussoliniana di Renzo De Felice (Einaudi), La storia della Repubblica di Mussolini di Aurelio Lepre (Mondadori), L’occupazione tedesca in Italia di Lutz Klinkhammer (Bollati Boringhieri ), La repubblica delle camicie nere di Luigi Ganapini (Garzanti), Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza di Claudio Pavone (Bollati Boringhieri), L’ultimo fascismo di Roberto Chiarini (Marsilio). Oltre a quelli assai ben scritti di Indro Montanelli e Mario Cervi, Giampaolo Pansa, Giorgio Bocca, Silvio Bertoldi e, sul versante reducistico, Giorgio Pisanò. Eppure ci sono ancora infiniti aspetti che meritano di essere approfonditi, tante questioni apparentemente marginali su cui è utile entrare nel merito, come dimostra un documentatissimo libro di Mario Avagliano e Marco Palmieri, L’Italia di Salò 1943-1945, che sta per essere pubblicato dal Mulino.

Roberto Chiarini ha scritto che la riduzione dell’ultimo fascismo alla semplice e unica categoria interpretativa della «barbarie consumata da un manipolo di sanguinari», prima ancora di essere una forzatura intellettuale, è stata a lungo un «artificio retorico» che doveva servire alla autoassoluzione in blocco degli italiani e all’occultamento delle responsabilità collettive per quel che accadde davvero ai tempi Salò. Ed è sottile l’analisi di Avagliano e Palmieri delle due memorie contrapposte in merito a quel che si verificò nel Nord Italia tra il 1943 e il 1945, là dove vengono identificati i limiti della storiografia che ha teso a negare ogni dignità a coloro i quali militarono dalla «parte sbagliata» (cosa che del resto durante la guerra civile avevano fatto gli stessi fascisti con i partigiani, chiamandoli «banditi, fuorilegge, animali»). Ciò che Luigi Ganapini ha definito il «disconoscimento totale e reciproco, non solo politico, dell’umanità dell’avversario». Per non parlare della memoria degli ex repubblichini fortemente condizionata — persino nei testi meno autoindulgenti come quelli di Giose Rimanelli e Carlo Mazzantini — dall’umiliazione della sconfitta.

La scelta di Salò, scrivono Avagliano e Palmieri, fu per molti giovani e perfino adolescenti «una sorta di rivolta generazionale contro il vecchio sistema, rappresentato dalla monarchia, dalle forze della borghesia che avevano voltato le spalle a Mussolini e dai quadri dirigenziali del regime», nella speranza, condivisa anche da diversi squadristi della prima ora, che la Repubblica recuperasse le parole d’ordine del fascismo delle origini e segnasse una «pagina nuova». Ma attenzione: «L’immagine dei combattenti di Salò come avventurieri, idealisti o poveri illusi tutto sommato in buona fede, non è stata solo frutto di una distorsione dovuta alle propensioni giustificative della memoria a posteriori; è servita piuttosto a relegare un tema arduo e scomodo in una zona d’ombra dove non fosse più di tanto necessario e richiesto fare i conti con una pagina importante del proprio passato e della propria storia nazionale».

Un dato interessante è la grande quantità di futuri personaggi dello spettacolo (oltre a Osvaldo Valenti e Luisa Ferida, che erano già molto famosi ed ebbero un ruolo attivo nella lotta ai partigiani) che tra il 1943 e il 1945 in un modo o nell’altro militarono dalla parte di Mussolini e dei tedeschi: Giorgio Albertazzi, Enrico Maria Salerno, Dario Fo, Mario Castellacci, Leonardo Valente, Ugo Tognazzi, Mario Carotenuto, Walter Chiari, Raimondo Vianello, Marco Ferreri, Fede Arnaud Pocek (più moltissimi altri che ebbero ruoli marginali). Tra le giustificazioni addotte — molti anni dopo la fine della guerra — è prevalsa la presa di distanza da questa giovanile adesione alla repubblica di Mussolini. Disse Dario Fo: «Aderii alla Rsi per ragioni pratiche, cercare di imboscarmi, portare a casa la pelle». E Giorgio Albertazzi: «Non sono mai stato fascista; la mia scelta, sbagliata che fosse, nacque per orgoglio nazionale». Forse la spiegazione più articolata fu quella di Raimondo Vianello, che raccontò di aver deciso d’impulso di andare volontario nella Rsi «per ribellione verso il colonnello comandante che il 12 settembre del 1943, con un piede già sulla macchina carica di roba, mi chiamò per dirmi a bassa voce come fosse una confidenza: “Vianello, si salvi chi può!”». I giovani che «andarono a Salò», proseguì Vianello, «erano spinti dall’idea di non abbandonare la battaglia». Pur se consapevoli d’essere «destinati a perdere». Per cui, concluse l’attore, «condannare in toto questo capitolo storico non mi sembra giusto».

Il libro dedica pagine particolarmente interessanti al «primo fascismo clandestino» dei giorni successivi al 25 luglio del 1943; alla «resa dei conti» interna al fascismo; ai prigionieri degli Alleati «non cooperanti», in particolare quelli del campo texano di Hereford; ai «tormenti e ai cambi di fronte» nella Repubblica sociale; al confronto generazionale tra coloro che aderirono alla Rsi; ai loro ultimi scritti e «testamenti ideologici»; al difficile rapporto con i «camerati tedeschi»; al razzismo e all’odio contro gli Alleati; all’illusione finale di un «colpo di coda» mussoliniano. Ricco di particolari inediti è il capitolo dedicato al fascismo clandestino nell’Italia liberata. Si trattò di una consistente «rete dietro le linee nemiche», che si appoggiò a movimenti spontanei ai quali presero parte soprattutto giovani che non accettavano il cambio di alleanze del governo Badoglio. Movimenti spontanei che hanno inizio in Sicilia, nel luglio del 1943, subito dopo lo sbarco e le prime vittorie dell’esercito alleato. Prima cioè della notte del Gran Consiglio in cui il Duce fu messo in minoranza o comunque a ridosso della caduta di Mussolini (25 luglio). La prima formazione censita è «Fedelissimi del Fascismo - Movimento per l’italianità della Sicilia» fondata a Trapani da Dino Grammatico (futuro deputato regionale del Msi) e Salvatore Bramante il 27 luglio, appena quattro giorni dopo l’ingresso in città delle truppe angloamericane. Pochi mesi dopo il gruppo viene scoperto, arrestato e processato da una corte alleata: tra i giovanissimi portati alla sbarra, Maria D’Alì, figlia dell’ultimo vicefederale di Trapani che i giornali di Salò definiscono «la Giovanna d’Arco della Sicilia». Qualcuno li considera, più che dei nostalgici, come ragazzi che reagiscono contro il fenomeno non marginale dei loro concittadini (tra breve connazionali) che si mettono in fila per salire sul carro del vincitore. Non sopportavamo, racconterà Salvatore Claudio Ruta, leader del gruppo dei giovani fascisti di Messina, «che l’italiano fosse additato come il tipico voltagabbana, mandolinista e mangia spaghetti». «Si è trovato un gruppo di fascisti in Sicilia — esulta il 20 dicembre 1943 nel suo diario Giuseppe Prezzolini — meritano un monumento! Un fascista che ha tenuto a dichiarare la sua fede è grande quanto un democratico che non cambiò bandiera sotto il fascismo». Tra i loro avvocati difensori, notano Avagliano e Palmieri, «spicca il nome di Bernardo Mattarella». Il processo, a Palermo, si concluderà con pene severissime e addirittura una condanna a morte: per Bramante, accusato di «sabotaggio» (ma il generale Alexander commuterà immediatamente la pena a vent’anni di carcere).

In concomitanza con questo processo nasce a Palermo il «gruppo Costarini» (dal nome di uno dei primi caduti della Rsi) — fondato da Angelo Nicosia, Lorenzo Purpari, Aristide Metler e Nicola Denaro — che pubblica il giornale ciclostilato «A noi!». Copie di «A noi!» vengono gettate, nel gennaio 1944, dal loggione del teatro Biondo nel corso di una proiezione del Grande dittatore, il film satirico su Hitler (e Mussolini) di Charlie Chaplin, che più volte e in più parti dell’Italia liberata verrà interrotto da questo genere di manifestazioni. A Cisternino, in provincia di Brindisi, quando in un cinegiornale vengono proiettate le immagini della liberazione di Mussolini sul Gran Sasso, un militare dice ad alta voce: «Sì è un po’ sciupato ma è sempre lui! Battiamogli le mani». Molti spettatori si alzano, applaudono e intonano Giovinezza. A Milazzo vengono lanciati manifestini che promettono il ritorno in Sicilia di Mussolini con i tedeschi i quali «faranno vendetta»: «Ci sarà il Vespro Siciliano!», annunciano. A Ficarra fa proseliti l’ex segretario federale fascista Giuseppe Catalano. A Caltanissetta viene fondata la «Lega Italica» alla quale aderiranno Faustino La Ferla e Francesco Paolo Ayala (padre del magistrato Giuseppe). In sostanza la prima regione italiana ad essere liberata, la Sicilia, sarà anche quella in cui si verrà a creare la più forte, motivata e duratura, componente neofascista.

Sempre in Sicilia, nella fase finale della guerra si sviluppa una protesta contro la leva a cui aderiscono insieme elementi neofascisti, anarchici, cattolici, separatisti e comunisti. Strane alleanze destinate a ripresentarsi nella storia siciliana. Ci si batteva — con lo slogan «Non si parte» — per bloccare il reclutamento di soldati che dovevano andare a combattere contro la Rsi, negli ultimi, decisivi mesi del conflitto. Episodio simbolo della rivolta è quello del 4 gennaio 1945, a Ragusa, dove una giovane incinta di cinque mesi, Maria Occhipinti, si sdraia davanti a un camion che si accinge a trasportare nel continente alcuni reclutati. Un consistente gruppo di ragusani si unisce alla protesta. L’esercito spara sulla folla, uccide un ragazzo e il sacrestano Giovanni Criscione. Nel dopoguerra, la Occhipinti sarà eletta deputata del Pci. A Comiso i neofascisti del «Non si parte» creano addirittura una «Repubblica indipendente» (per ottenere lo sgombero gli Alleati minacceranno un bombardamento aereo). A Vittoria occupano le caserme dei carabinieri e della guardia di finanza, così come avevano già fatto, guidati da Vittorio Dell’Agli, a Giarratana, dove erano state date alle fiamme le carte dell’ufficio di leva. A Modica il municipio viene dato alle fiamme.

Qualcosa si muoverà anche in Sardegna. Il 3 dicembre 1943 viene fermato al largo dell’arcipelago della Maddalena un motoscafo partito da Olbia e diretto a Orbetello. Alcuni carabinieri infiltrati nell’equipaggio arrestano su quel natante l’ex console generale della Milizia Giovanni Martini, che porta con sé il verbale della costituzione del Partito fascista repubblicano sardo, che si propone di staccare l’isola dalla madrepatria per sottometterla al regime di Salò. Nel marzo del 1944 ad Olbia vengono tratti in arresto i componenti del gruppo che fa capo ad Antonio Pigliaru, Gavino Pinna, Giuseppe Cardi Giua e al sottotenente Ugo Mattone, che riuscirà a fuggire. Il Tribunale militare territoriale di guerra — pubblico ministero è Francesco Coco (il giudice che nel 1976 sarà ucciso a Genova dalle Brigate rosse) — li farà condannare tutti e la pena più alta, undici anni, sarà per il latitante Mattone. Che però cambierà nome, diventerà un apprezzato sceneggiatore e da quel momento in poi simpatizzerà per il Pci: da questo momento si chiamerà Ugo Pirro e il primo film al quale darà il proprio apporto sarà (nel 1951) Achtung! Banditi! di Carlo Lizzani dedicato all’epopea della lotta partigiana.

In Calabria e a Napoli sarà assai attivo il principe Valerio Pignatelli di Cerchiara, comandante degli arditi nella Grande guerra, rivoluzionario in Messico, capo di una formazione di russi bianchi impegnati a combattere i bolscevichi, presente nella guerra di Etiopia e in quella civile spagnola. Tra i suoi progetti, il rapimento a Sorrento di Benedetto Croce che avrebbe dovuto essere portato a Genova da un sommergibile tedesco, per essere poi trasferito a Milano dove sarebbe stato costretto a commemorare Giovanni Gentile ucciso dai partigiani. In seguito Croce avrebbe dovuto assumere la presidenza dell’Accademia d’Italia. Ma il 27 aprile del 1944 Pignatelli, dopo che sua moglie aveva attraversato le linee per parlare direttamente con Mussolini e il feldmaresciallo Kesserling, viene arrestato. Sarà Bartolo Gallitto a raccogliere la sua eredità operativa. Ma del progetto di sequestro del filosofo non si parlerà più.

A Roma, poco dopo la liberazione, il 10 giugno 1944 comincia a trasmettere Radio Tevere, che in realtà ha sede al Nord. Direttore è Mario Ferretti, futuro radiocronista sportivo, collaborano attivamente Gorni Kramer e il Quartetto Cetra. Sigla di apertura è l’Inno a Roma di Puccini, in chiusura la canzone Tornerai, con un’evidente allusione/invocazione a Mussolini. A fine 1944 nasce il giornale clandestino «Onore», al quale fa capo un gruppo di cui fanno parte anche commercianti, operai e persino contadini. Non sono moltissimi, ma è una rete clandestina assai insidiosa, che viene sgominata grazie ad un giovane tenente che riesce ad inserire un infiltrato: Carlo Alberto dalla Chiesa. Il quale sperimentò contro i neofascisti di «Onore» tecniche che avrebbe riproposto, alcuni decenni dopo, per sgominare terroristi rossi che si proclamavano eredi dei partigiani.

(Corriere della Sera, 7 marzo 2017)

 

La nuova tappa di un itinerario nelle tragedie del Novecento

Esce in libreria il 16 marzo L’Italia di Salò di Mario Avagliano e Marco Palmieri (il Mulino, pagine 496, e 28). Si tratta di una nuova tappa del viaggio che i due autori hanno intrapreso nella storia italiana con diversi volumi: Gli internati militari italiani (Einaudi, 2009); Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia (Einaudi, 2011); Voci dal lager (Einaudi, 2012); Di pura razza italiana (Baldini & Castoldi, 2013), Vincere e vinceremo! (il Mulino, 2014). A Salò sono stati dedicati molti libri, come La repubblica delle camicie nere di Luigi Ganapini (Garzanti, 1999) e La storia della Repubblica di Mussolini di Aurelio Lepre (Mondadori, 1999). Tratta della Rsi l’ultimo volume, incompiuto, della biografia di Mussolini scritta da Renzo De Felice, La guerra civile (Einaudi, 1997), Se ne occupava anche Claudio Pavone nel suo libro sulla Resistenza Una guerra civile (Bollati Boringhieri, 1991).

 

Pensieri contemporanei: intervista a Mario Avagliano

di Francesco Paciello

  E’ del cancro Mario Avagliano, cinquant’anni il prossimo luglio. Scrittore, saggista e giornalista di Cava dei Tirreni. Un curriculum invidiabile sia dal punto di vista professionale che autorale. Oggi ricopre un ruolo di eccezionale delicatezza: è il responsabile delle relazioni esterne dell’ANAS.

 
Partendo dai dati sull’astensionismo elettorale, e in particolare sul crollo diffuso del numero dei votanti tra 1° e 2° turno delle ultime consultazioni, si può affermare che la partecipazione politica “affascina” sempre meno?
Sì, è vero, e questo accade anche perché la seconda repubblica non è mai decollata. E la voglia e la speranza di cambiamento affiorate negli anni Novanta dopo la caduta del Muro di Berlino, il referendum elettorale sul maggioritario, la fine dell’epoca del pentapartito, l’arrivo di nuovi partiti e della società civile in Parlamento, non hanno purtroppo prodotto una nuova e credibile classe dirigente. La politica e la società italiana continuano ad essere inquinate dalle tangenti, dalla corruzione, dalle raccomandazioni, dagli sprechi, dall’evasione fiscale e dalla logica delle corporazioni, che rischia di bloccare chi vuole riformare lo Stato, l’economia e le istituzioni.
Nell’immaginario collettivo si consolida la convinzione che i partiti siano concretamente in mano a grandi elettori. Secondo lei è vero, perchè e chi sono?
Mah, non ne sono affatto convinto. Sicuramente nella politica di oggi contano molto le leadership. Questo non è un male a priori, a condizione che le leadership siano scelte democraticamente. Più che i grandi elettori, a mio avviso il problema dei partiti oggi è in alcuni di essi  la mancanza di spazi di democrazia reale e in altri, viceversa, l’esasperato correntismo, la tendenza a dividersi in fazioni l’una contro l’altra armata, incapaci di trovare una sintesi.
A suo giudizio, cos’è e quanto conta la credibilità in politica?
La credibilità per me è far seguire alle promesse i fatti, oltre che ovviamente l’onestà. Conta molto, anche se spesso gli italiani tendono a dimenticare e, nonostante la conclamata incapacità, venditori di fumo continuano ad avere successo politico.
La politica di governo sembra annaspare nel tentativo di dare risposte concrete ai bisogni reali dei cittadini. I numeri disegnano un paese frammentato ed al collasso. Qual è il senso di “partito liquido” lanciato da Renzi in una fase in cui l’offerta politica non riesce ad incontrare la domanda?
Io penso che questo governo stia tentando in modo incisivo di segnare una forte svolta nel nostro Paese, varando quelle riforme di cui l’Italia ha bisogno e che ha sempre rimandato: il lavoro, la scuola, il monocameralismo, la legge elettorale, il fisco, la pubblica amministrazione, il codice degli appalti, le unioni civili, la normativa anticorruzione. Non tutte le decisioni del governo possono essere condivise, ma lo spirito riformatore di Renzi è indubbio e indubitabile. Rappresentarlo come un leader conservatore è ingiusto e ingeneroso. Il mio giudizio di Renzi presidente del Consiglio è quindi molto positivo. Altro discorso è quello di Renzi segretario del partito democratico. Credo però che lui stesso si sia reso conto che il partito liquido aveva poco senso e che un’organizzazione territoriale più strutturata e una classe dirigente locale selezionata con maggiore cura siano indispensabili per realizzare il  suo progetto di riforme.
Se è vero che la fiducia nelle istituzioni abbia toccato il fondo a quali rischi si espone il paese?
Non è proprio così. Se vede i sondaggi, ad esempio, si accorgerà che c’è una grande fiducia degli italiani nella figura del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Anche la sua candidatura è stata una proposta di Renzi. Comunque io penso che se il Paese, come è nelle previsioni, tornerà a crescere e se il Governo e e il Parlamento riusciranno ad approvare le riforme di cui si discute in questi mesi, agendo contemporaneamente sul lato della lotta agli sprechi e ai costi della politica, anche le istituzioni riacquisteranno gran parte della credibilità perduta.
Gli sbarramenti elettorali privano la rappresentanza parlamentare a molti milioni di votanti. Come si coniuga questo diritto negato con la necessita di governare? E secondo lei esiste una modalità alternativa?
La nuova legge elettorale prevede uno sbarramento molto basso, di appena il 3 per cento. Mi sembra del tutto ragionevole e non vedo rischi di mancata rappresentanza dell’elettorato. Il secondo turno di ballottaggio, poi, è sicuramente una bella novità positiva, perché consente con assoluta certezza di avere attraverso il voto un governo con una maggioranza chiara, senza bisogno di inciuci o di grandi coalizioni tra forze programmaticamente diverse.
Sostanziali e rapide trasformazioni culturali e tecnologiche farebbero pensare che in fondo non si stia peggio rispetto al secolo scorso. Eppure tra la gente si coglie una diffusa sfiducia nel futuro. Come si spiega questa che sembra essere un’apparente contraddizione?
E’ vero, nonostante la crisi economica internazionale, le condizioni degli italiani di oggi sono di gran lunga migliori di quelle degli italiani di 30-40 anni fa, grazie ai progressi della tecnologia e ai servizi assicurati dallo Stato. Tuttavia la disoccupazione giovanile è su livelli insostenibili e le nuove generazioni temono fortemente il futuro. Credo che per aumentare la loro fiducia si debba investire in modo più significativo nelle infrastrutture, nella cultura, nella scuola, nel turismo, nella riconversione ecologica dell’economia e dell’apparato industriale, in quei”beni” che rappresentano il vero patrimonio del nostro Paese e possono creare occupazione. La riforma della buona scuola mi sembra vada in questo senso, in modo deciso. Su cultura e turismo bisognerebbe fare di più.
Nel quadro istituzionale attuale sembra difficile definire quanto il Sud conti nelle priorità dell’agenda politica di governo. Quali sono secondo lei i motivi e cosa si può fare per riportare la questione meridionale al centro della partita?
Mi sembra ci sia stata una svolta anche in questo. Renzi, Padoan e Delrio sono molto impegnati per il Mezzogiorno e ritengono che il rilancio del Sud sia cruciale per la ripartenza dell’economia italiana. Lo dimostrano anche gli investimenti previsti dal Governo  e i nuovi programmi e piani del Ministero delle Infrastrutture.
Qual e’ il peso specifico delle attività politiche locali e in che modo possono influire sulle dinamiche delle strategie centrali?
L’Italia dei mille comuni ha il dovere di ripartire dal basso. Bisogna però riorganizzare il sistema delle autonomie. La filiera Regione-Provincia-Comunità montana- Comune non ha funzionato e ha prodotto sprechi, aumento della spesa (e quindi debito pubblico), corruzione, moltiplicazione dei momenti decisionali, delle società partecipate e delle poltrone. È necessaria una semplificazione. Abolirei le comunità montane, accorperei i comuni piccoli e valuterei quale, tra regioni e province, sia l’organo più utile ai cittadini. I comuni restano l’ente più vicino agli italiani, quello che possono cambiare in meglio la qualità della loro vita. E dai comuni in questi anni è emersa l’unica classe dirigente del Paese affidabile o spendibile, da Renzi a Chiamparino.
La felicità è un argomento politico e perchè?
Il diritto alla felicità è riconosciuto dalla Dichiarazione d’indipendenza americana. Mi piacerebbe che anche in Italia fosse un principio da riconoscere a tutti i cittadini, nel lavoro, nella scuola, nella vita sociale.

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Premio Acqui Storia, “Vincere e vinceremo!” tra i finalisti

di Federica Balza

Arrivano i magnifici sei dell'Acqui Storia, premio che, ancora una volta, propone una rosa vasta e interessante fra cui sarà scelto il vincitore. La Giuria della Sezione scientifica ha scelto i seguenti finalisti: Mario Avagliano - Marco Palmieri, «Vincere e vinceremo! Gli italiani al fronte, 1940-1943», ed. Il Mulino; Riccardo Calimani, «Storia degli ebrei italiani. Nel XIX e nel XX secolo», ed. Mondadori; Antonio De Rossi, «La costruzione delle Alpi. Immagini e scenari del pittoresco alpino (1773-1914)», Donzelli editore; Marcello Flores, «Traditori. Una storia politica e culturale», ed. Il Mulino; Mario Arturo Iannaccone, «Persecuzione. La repressione della Chiesa in Spagna fra Seconda Repubblica e Guerra Civile (1931-1939)», ed. Lindau.

Ma c'è di più. La Giuria della Sezione divulgativa ha indicato come maggiormente significativi i seguenti volumi: Franco Cardini, «L'appetito dell'Imperatore. Storie e sapori segreti della Storia», ed. Mondadori; Simona Colarizi, «Novecento d'Europa. L'illusione, l'odio, la speranza, l'incertezza», Editori Latenza; Roberto Floreani, «I Futuristi e La Grande Guerra», Campanotto Editore. E POI Paolo Isotta, «La virtù dell'elefante. La musica, i libri, gli amici e San Gennaro», Marsilio Editori; Angelo Ventrone, «Grande guerra e Novecento. La storia che ha cambiato il mondo», Donzelli Editore.
La Giuria della Sezione Romanzo Storico ha designato come finalisti: Licia Giaquinto, «La briganta e lo sparviero», Marsilio Editori; Ketty Magni, «Arcimboldo, gustose passioni», Cairo Editore; Marina Plasmati, «Il viaggio dolce. Il soggiorno di Leopardi a Villa Ferrigni», ed. La Lepre; Davide Rondoni, «E se brucia anche il cielo. Il romanzo di Francesco Baracca. L'amore, la guerra», ed. Frassinelli; Paolo Rumiz, «Come cavalli che dormono in piedi», ed. Feltrinelli.
I vincitori saranno premiati sabato 17 ottobre ad Acqui Terme al Teatro Ariston. L'attuale edizione del Premio Acqui Storia ha registrato una grande partecipazione con 167 volumi in concorso a fronte di una media di circa 30 delle prime 40 edizioni, confermandosi, anno dopo anno, un ambito riconoscimento da parte di autori ed editori, grazie anche alla preziosa regia del responsabile esecutivo del premio Carlo Sburlati.

(“Acqui Storia, i finalisti”, Il Giorno, 8 luglio 2015)

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"Generazione Ribelle", storia della Resistenza, deportazione e IMI attraverso lettere e diari dei protagonisti

In libreria "Generazione ribelle" di Mario Avagliano (Einaudi Editore), la storia della Resistenza, della deportazione e degli IMI attraverso le lettere e i diari dei protagonisti

 
(Einaudi, 448 pagine, 24 euro)
 
Più di 150 testimonianze di partigiani, internati militari, donne, preti, deportati, raccolte in anni di ricerche presso archivi pubblici e privati: un diario di quei giorni, “scritto” dagli stessi protagonisti
 
pallanimred.gif (323 byte) Dall’introduzione di  Alessandro Portelli:

Questa raccolta è un contributo importante  e necessario non solo per documentare dall’interno aspetti concreti, quotidiani, dell’esperienza della guerra, della Resistenza, dell’internamento, ma soprattutto per dare consistenza concreta ed eloquente a quello che, con felice immagine, Claudio Pavone ha chiamato “la moralità nella Resistenza”. Per quali ragioni, con quali sentimenti, con quale bagaglio culturale e ideale ciascuno individualmente ha scelto di resistere, andando in montagna o rifiutando l’adesione alla Repubblica Sociale: di questo ci parlano le lettere, i diari, i “testamenti” raccolti con scrupolo e passione da Mario Avagliano. Lettere e diari hanno il pregio inestimabile, assai caro alla tradizione storiografica, di essere fonti coeve, non filtrate quindi dal tempo e dalla memoria (anche se, correlativamente, prive dei vantaggi della prospettiva). Certamente, pochi documenti possono rendere conto con più puntualità ed eloquenza dello stato d’animo di quel tempo, di quanto non facciano queste pagine vergate nella pienezza del tempo, i diari che analizzano le modalità e le ragioni della scelta partigiana nel pieno del suo farsi, quegli ultimi scritti, le lettere dei condannati a morte, o i testamenti spirituali, dove convergono la tragedia del presente, la memoria degli affetti e l’insegnamento per il futuro”

pallanimred.gif (323 byte) Giuliano Vassalli:

"Il libro di Avagliano ha le caratteristiche che lo rendono degno della letteratura sulla Resistenza, in cui si colloca ai primi posti. E' un'opera originale che non è solo raccolta certosina di documenti ma scelta magnifica di lettere e racconti che offrono un richiamo costante alla libertà".

pallanimred.gif (323 byte) Alberto Cavaglion:

"Avagliano ha fatto un'operazione coraggiosa e acuta, che avrei voluto fare anche io, perché ha raccolto e ha messo insieme una serie di lettere e diari scritti in quel momento storico dai protagonisti della Resistenza. Il fattore tempo non è ininfluente, anzi. Il suo è un libro ricchissimo, una vera antologia di testi, in cui sono rappresentate tutte le varie componenti del movimento resistenziale, compresi i militari".

pallanimred.gif (323 byte) Enrico Micheli:

"La raccolta di Avagliano di lettere e diari di partigiani, di deportati e di internati militari ha il merito di raccontare la Resistenza così com'era, dal di dentro, nei suoi aspetti umani, negli affetti, nella fatica della guerra civile, senza l'alone del mito che sarebbe arrivato dopo il '45 ne' le esagerazioni revisioniste di certa storiografia. Mi pare sia il modo migliore per studiare l'apporto decisivo della Resistenza alla lotta ai tedeschi e al fascismo e alla nascita della nostra democrazia, che vide l'uno accanto all'altro militari e civili; professionisti, contadini, operai, insegnanti e studenti; cattolici, azionisti, socialisti e comunisti, ma anche monarchici e moderati tutti rappresentati in questo libro. L'altro grande merito di Avagliano è di ricordare, attraverso i documenti, che la Resistenza è davvero patrimonio comune della nostra identità nazionale, al di là delle contrapposizioni politiche''.

pallanimred.gif (323 byte) Gianfranco Maris:

"Ho apprezzato molto il libro di Avagliano perché la metodologia di ricerca che ha utilizzato è seria e rigorosa. E' questo il modo di fare storia".

pallanimred.gif (323 byte) Massimo Rendina:

"Il libro di Avagliano "Generazione ribelle" raccoglie testimonianze e confessioni forti che concorrono ad un approccio alla verità storica, processo necessario quanto relativo. Trovo la definizione di ribelli invece che partigiani perfettamente 'azzeccata'. Il termine partigiano aveva qualcosa di offensivo, mentre noi eravamo ribelli ai dettami aberranti del fascismo, alla sopraffazione, al terrore, ribelli per amore".

pallanimred.gif (323 byte) Giampaolo Pansa:

"E' un bel libro, in molte pagine anche emozionante, che presenta diari e lettere scritte in quel biennio da dirigenti e militanti della guerra di liberazione".

pallanimred.gif (323 byte) Simonetta Fiori (la Repubblica):

"Il libro di Avagliano offre una cronaca minuta della guerra partigiana (ma anche della deportazione e dell'internamento militare), tanto più efficace quanto più spontanea, antieroica e demitizzante. Voci coraggiose, talvolta ironiche, sempre combattive. Lettere e diari che vanno a comporre un insolito racconto "dal vivo" della lotta partigiana negli anni tra il 1943 e il 1945".

pallanimred.gif (323 byte) Corrado Stajano (l'Unità):

"Generazione ribelle è una sorta di antologia che raccoglie lettere, carteggi, diari, epistolari, estratti di libri che non si trovano più, messi pazientemente da Avagliano in sette anni di ricerche. Avagliano è fedele alla lezione di Nuto Revelli. Le lettere del suo libro - 158 autori di ogni professione e di ogni classe sociale - raccontano fatti minuti, semplici verità, speranza, paura".

pallanimred.gif (323 byte)  Federico Orlando (Europa):

"Queste lettere e questi diari non possono, da soli, fare la storiografia della resistenza, ma hanno il valore di fonte non inquinata da interessi ideologici o editoriali, e aprono la finestra e fanno entrare aria genuina in questa "stanza" dove alcuni italiani continuano a scannarsi per sapere se il sangue dei vinti era meglio di quello dei vincitori o viceversa e con quale bilancino "sarebbe stato giusto" decidere (allora) quanto versarne dell'uno e quanto dell'altro".

pallanimred.gif (323 byte)  Claudio Rizza (Il Messaggero):

"La Storia con la maiuscola è un formicaio dove ognuno porta la sua mollichina. Una sull'altra danno corpo a un Fatto, a una Data, ad un Destino. Generazione ribelle, a cura di Mario Avagliano, è la vicenda di partigiani, di familiari, di deportati, di repubblichini, che raccontano come vivevano la Resistenza (1943-45) ricostruita attraverso un mucchio di molliche: i diari e le lettere di 150 protagonisti. E' come se un grande fratello (che Dio perdoni il paragone) fosse entrato nella vita dei nostri nonni e dei nostri padri, prigionieri o soldati, raccontandola in presa diretta, senza filtri, mediazioni e soprattutto senza riflettori e tv".

pallanimred.gif (323 byte)  Carlo De Risio (il Tempo):

"Il libro di Mario Avagliano - che ha richiesto sei anni di paziente compilazione - offre uno spaccato della realtà umana e non solo combattentistica di quegli anni, attraverso gli scritti non soltanto delle figure di spicco della Resistenza - da Pertini a Parri, da Boldrini a Pintor, a Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, immolato alle Fosse Ardeatine - ma anche di partigiani, internati, militari, deportati. Si scrisse molto in quegli anni, più di quanto non si creda. Di qui un quadro autentico, "dal di dentro" appunto, del movimento partigiano: il che ha costretto l’autore a una minuziosa opera di ricerca e di consultazione presso archivi pubblici e privati. Il libro curato da Mario Avagliano si colloca a buon diritto nella bibliografia essenziale per lo studio del periodo più drammatico della nostra storia contemporanea".

pallanimred.gif (323 byte)  Massimo Lomonaco (Ansa):

"Avagliano ha messo insieme un'opera encomiabile: i diari e le lettere, dal 1943 al 1945, di quella gioventu' italiana che scelse la Resistenza e divento' volutamente 'la generazione ribelle'. Lo ha fatto scegliendo non le testimonianze 'davanti alla morte - come fece, altrettanto encomiabilmente, il volume 'Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana' di Malvezzi e Pirelli - bensi' gli scritti della loro militanza. Nel momento in cui, cioe', scelsero - a partire dall'8 settembre - di stare da una parte. Ne scaturisce alla fine un diario collettivo, seppur originariamente personale, non viziato dal ''clima del dopoguerra e dalle varie interpretazioni storiografiche sul movimento di liberazione''.

pallanimred.gif (323 byte)  Nicola Tiepolo (Libero):

"Si tratta di un testo interessante sotto diversi punti di vista. Nelle lettere e nei diari antologizzati da Avagliano non c'è adesione alla lotta di classe, ma patriottismo. E' un grande affresco che, se non sostituisce certo una storia della Resistenza della quale ancora si sente la mancanza, è un utile correttivo contro una storia del movimento partigiano che di storico ha davvero poco".

pallanimred.gif (323 byte)  Valeria Magnani (Liberazione):

"Dissigillare la Resistenza dalle ceralacche di reliquia da museo, esplorare con coraggio intellettuale in ogni angolo prospettico la sua grandezza e i suoi limiti, i suoi valori e le inevitabili contraddizioni. Questa è la strada percorsa dalla raccolta edita da Einaudi e curata da Mario Avagliano "Generazione ribelle". Oltre che documento storico, il libro è anche patrimonio umano e collettivo insostituibile, dove le parole sono immortalate nelle situazioni più drammatiche. Nel panorama della ricchissima bibliografia sull'argomento pochi testi sono riusciti come questo a rendere gli umori e le atmosfere oltre l'epica storica e a prendere il polso di un'intera generazione".

pallanimred.gif (323 byte) La recensione di Simonetta Fiori  (La Repubblica, 11 maggio 2006)
pallanimred.gif (323 byte) La recensione di Massimo Lomonaco (Ansa, 19 maggio 2006)
pallanimred.gif (323 byte) La recensione di AdnKronos  (Adnkronos, 21 maggio 2006)
pallanimred.gif (323 byte) La recensione dell'Agi  (Agi, 29 maggio 2006)
pallanimred.gif (323 byte) La recensione di Corrado Stajano  (l'Unità, 2 giugno 2006)
pallanimred.gif (323 byte) Intervista di RTL 102,500  (3 giugno 2006)
pallanimred.gif (323 byte) La recensione di Filippo Ghira  (Il Giornale d'Italia, 14 giugno 2006)
pallanimred.gif (323 byte) Intervista del GR RAIUNO  (17 giugno 2006)
pallanimred.gif (323 byte) La recensione di Carlo De Risio  (Il Tempo, 19 giugno 2006)
pallanimred.gif (323 byte) La recensione di Nicola Tiepolo  (Libero, 23 giugno 2006)
pallanimred.gif (323 byte)  La recensione di Francesca M. Leanza  (Left, 23 giugno 2006)
pallanimred.gif (323 byte)  La recensione di Nicola Festa  (Il Quotidiano della Basilicata, 25 giugno 2006)
pallanimred.gif (323 byte)  La recensione di Valeria Magnani  (Liberazione, 28 giugno 2006)
pallanimred.gif (323 byte)  La recensione di Daniele De Paolis  (Patria Indipendente, giugno 2006)
pallanimred.gif (323 byte) La recensione di Radio 24  (9 luglio 2006)
pallanimred.gif (323 byte) La recensione di Giacomo Kahn (Shalom, luglio 2006)
pallanimred.gif (323 byte) La recensione de Il Giornale di Sicilia (Giornale di Sicilia, 21 luglio 2006)
pallanimred.gif (323 byte) La recensione de La Nuova Ferrara  (La Nuova Ferrara, 24 luglio 2006)
pallanimred.gif (323 byte) La recensione di Claudio Rizza  (Il Messaggero, 25 luglio 2006)
pallanimred.gif (323 byte)  Intervista di Fahrenheit  (Radio RAI 3, 25 luglio 2006)
pallanimred.gif (323 byte)  La recensione di Francesco Donzelli (Quotidiano di Sicilia, 28 luglio 2006)
pallanimred.gif (323 byte)  La recensione de la Città di Salerno  (la Città di Salerno, 9 agosto 2006)
pallanimred.gif (323 byte)  La recensione di Marco Palmieri  (Rivista ANRP, settembre 2006)
pallanimred.gif (323 byte)  Intervista di RDS  (29 settembre 2006)
pallanimred.gif (323 byte) La recensione di Triangolo Rosso  (Triangolo Rosso, ottobre 2006)
pallanimred.gif (323 byte) La recensione di Avvenire  (Avvenire, 8 novembre 2006)
pallanimred.gif (323 byte) La recensione di Calabria Ora  (Calabria Ora, 27 novembre 2006)
pallanimred.gif (323 byte) La recensione di Federico Orlando  (Europa, 1 dicembre 2006)
pallanimred.gif (323 byte) La recensione di Giorgio Fabre  (Panorama, 14 dicembre 2006)
pallanimred.gif (323 byte) La recensione di Le Reti di Dedalus  (dicembre 2006)
pallanimred.gif (323 byte) La recensione di Pietro Gargano  (Il Mattino, 30 dicembre 2006)
 
 
 
pallanimred.gif (323 byte)  Il libro

La ricerca da cui è nato questo libro è un tentativo di ricostruire dal vivo una cronaca dei due anni della Resistenza italiana, scandita attraverso i diari e le lettere ai familiari, alle fidanzate o agli amici di partigiani, di militari e di deportati.

Ne scaturisce un diario di quei giorni, “scritto” dagli stessi protagonisti. Un diario non viziato dal clima del dopoguerra e dalle varie interpretazioni storiografiche sul movimento di Liberazione (si spiega così l'esclusione della memorialistica non coeva ), ma che invece trasporta anche emotivamente chi legge - come in un susseguirsi di vertiginosi flashback - dall’illusione del 25 luglio 1943, con la caduta del regime fascista e dei suoi simboli, fino all'aprile del '45 e ai festeggiamenti con le bandiere tricolori all'atto della liberazione di Milano.

Dei due anni della guerra di Liberazione, il "diario" - seguendo un doppio registro, cronologico e tematico - mostra dal di dentro lo sbandamento dell'esercito italiano all'annuncio dell'armistizio; la lotta contro i tedeschi negli avamposti all'estero; la fatica della guerra civile sulle montagne e dentro le città; il carcere, le torture e gli eccidi nazisti; la deportazione nei lager; la scelta dei militari internati di non aderire alla Repubblica Sociale. Emergono, tuttavia, anche le divisioni - a volte violente - all'interno del movimento partigiano. Così come si appalesa la linea di confine molto labile che, in qualche circostanza, passava tra chi militava nella Resistenza e chi sceglieva la Repubblica di Salò.

Le lettere e i diari dei partigiani, dei militari e dei deportati aiutano a comprendere lo spirito del tempo, i comportamenti, i timori, i pregiudizi, le speranze di una generazione di italiani che rifiutò il fascismo e si ribellò ai tedeschi in nome della libertà e dell’amor di Patria.

pallanimred.gif (323 byte)  L'autore

MARIO AVAGLIANO è nato a Cava de’ Tirreni. Vive e lavora a Roma. Giornalista professionista, studioso di storia contemporanea, è vicedirettore delle Relazioni Esterne e della Comunicazione dell'Anas e collabora con i quotidiani del gruppo Agl-L’Espresso. Ha lavorato per diverse testate tra cui: Il Messaggero, il Giornale Radio della Rai, il Giornale di Sicilia. E’ membro dell'Istituto Romano per la Storia d'Italia dal Fascismo alla Resistenza e della Sissco, ed è direttore del Centro Studi della Resistenza dell’Anpi di Roma-Lazio e direttore e webmaster del portale “storiaXXIsecolo.it”. Finora ha pubblicato: Il partigiano Tevere. Il generale Sabato Martelli Castaldi dalle vie dell'aria alle Fosse Ardeatine (1996); Roma alla macchia. Personaggi e vicende della Resistenza (1997); Il Cavaliere dell'Aria. L'asso dell'aviazione Nicola Di Mauro dal mitico Corso Aquila ai record d'alta quota (1998); "Muoio innocente". Lettere di caduti della Resistenza a Roma (in collaborazione con Gabriele Le Moli, 1999); Il Profeta della Grande Salerno. Cento anni di storia meridionale nei ricordi di Alfonso Menna (in collaborazione con Gaetano Giordano, 1999); Generazione ribelle. Diari e lettere dal 1943 al 1945 (2006).

Libri e saggi di storia di Mario Avagliano

LIBRI

Il partigiano Tevere. Il generale Sabato Martelli Castaldi dalle vie dell'aria alle Fosse Ardeatine, Avagliano Editore, Cava de' Tirreni 1996 (introduzione di Vittorio Foa)

Il Cavaliere dell'Aria. L'asso dell'aviazione Nicola Di Mauro dal mitico Corso Aquila ai record d'alta quota, Avagliano Editore, Cava de' Tirreni 1998

"Muoio innocente". Lettere di caduti della Resistenza a Roma, (con Gabriele Le Moli), Mursia, Milano 1999 (introduzione di Pietro Scoppola)

Il Profeta della Grande Salerno. Cento anni di storia meridionale nei ricordi di Alfonso Menna, (con Gaetano Giordano), Avagliano Editore, Cava de' Tirreni 1999 (introduzione di Piero Ottone)

Generazione ribelle. Diari e lettere dal 1943 al 1945, Einaudi, Torino 2006 (introduzione di Alessandro Portelli)

Gli internati militari italiani. Diari e lettere dai lager nazisti 1943-45, (con Marco Palmieri), Einaudi, Torino 2009 (introduzione di Giorgio Rochat) - vincitore del 7º Premio Nazionale Anpi "Renato Benedetto Fabrizi" (aprile 2010)

Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia. Diari e lettere 1938-45, (con Marco Palmieri), Einaudi, Torino 2011 (introduzione di Michele Sarfatti)

Voci dal lager. Diari e lettere di deportati politici italiani 1943-1945, (con Marco Palmieri), Einaudi, Torino 2012

Il partigiano Montezemolo. Storia del capo della resistenza militare nell'Italia occupata, Dalai, Milano 2012 - vincitore del Premio Fiuggi Storia 2012, del 5º Premio “Gen. Div. Amedeo De Cia” 2012 e del Premio Cultura "Santa Barbara" di Rieti 2014

Di pura razza italiana. L'Italia "ariana" di fronte alle leggi razziali, (con Marco Palmieri), Baldini & Castoldi, Milano 2013

Vincere e vinceremo! Gli italiani al fronte, 1940-1943, (con Marco Palmieri), il Mulino, Bologna 2014

• L'Italia di Salò.1943-1945, (con Marco Palmieri), il Mulino, Bologna 2016

1948. Gli italiani nell'anno della svolta, (con Marco Palmieri), il Mulino, Bologna 2018

• Dopoguerra. Gli italiani fra speranze e disillusioni (1945-1947),(con Marco Palmieri), il Mulino, Bologna 2019

 


LIBRI (curatele)

Roma alla macchia. Personaggi e vicende della Resistenza, Avagliano Editore, Cava de' Tirreni 1997
Prefazione a  A me pare che il mondo resti fermo, (a cura di Mimmo Oliva), Istituto storico “Galante Oliva”, Nocera Inferiore 2010
Ho scelto il lager. Memorie di un internato militare italiano di Aldo Lucchini (a cura di Mario Avagliano e Marco Palmieri), Marlin, Cava de' Tirreni 2011
Gli zoccoli di Steinbruck. Peripezie e di un bersagliere tra guerra e lager di Pompilio Trinchieri (a cura di Mario Avagliano e Marco Palmieri), Marlin, Cava de' Tirreni 2012

SAGGI in OPERE COLLETTIVE
Montezemolo Giuseppe (Cordero Lanza di), voce del "Dizionario del Liberalismo italiano", Rubbettino, Soveria Mannelli 2015, pp. 776-780
Offen rassistich? Die 'arischen' Italiener un die Rassengesetze, in C. Müller, P. Ostermann, K-S. Rehberg, "Die Shoah in Geschichte und Erinnerung. Perspektiven medialer Vermittlung in Italien und Deutschland", Verlag Transcript, 2015, pp. 57-74

Tra gli altri saggi:
Sabato Martelli Castaldi, in "Rivista Aeronautica", n. 1, 1997
Via Rasella: polemica infinita, in "Patria Indipendente", n. 9, 25 ottobre 1998
Sud, la Resistenza dimenticata, in "Patria Indipendente", n. 4, 25 aprile 2001
Ebrei e fascismo, storia della persecuzione, in "Patria Indipendente", n. 6-7, giugno-luglio 2002
Storia dal "vivo" di Imi e deportati, (con Marco Palmieri), in "Rassegna", ANRP, n. 10/11/12, Anno XXIX, ottobre-dicembre 2006
Morte dal cielo per gli internati e deportati, (con Marco Palmieri), in "Rassegna", ANRP, n. 3-4, Anno XXIX, marzo-aprile 2007
Per una storia complessiva dell'8 settembre, (con Marco Palmieri), in "Rassegna", ANRP, n. 9/10/11, Anno XXIX, settembre-novembre 2007
Disegni di prigionia come fonte storica, (con Marco Palmieri), in "Rassegna", ANRP, n. 12, Anno XXIX, dicembre 2007
Breve storia dell'internamento militare italiano in Germania. Dati, fatti e considerazioni, (con Marco Palmieri), in "le porte della memoria", ANRP, n. 1, 2008
Voci dal lager. Prigionia, lavoro coatto e Resistenza nelle lettere a casa degli Internati Militari Italiani (Settembre 1943-Aprile 1945), (con Marco Palmieri), in "La critica sociologica", XLIII, n. 170, giugno 2009
Un’ebrea napoletana nella bufera razziale. Nelle lettere ritrovate di Suzette la storia commovente di un salvataggio, in "Pagine Ebraiche", n. 5, maggio 2011, pp. 34-35
Gli italiani e le leggi razziali: indifferenza e complicità, (con Marco Palmieri), in "Patria Indipendente", n. 5, maggio 2011
Raffaele Zicconi, l'Icaro siciliano che morì alle Fosse Ardeatine, in "Patria Indipendente", n. 7, luglio 2011
Emilio Sacerdote, il servitore dello Stato che non piegò la schiena e scelse la lotta, in "Pagine Ebraiche", n. 8, agosto 2011, pp. 32-33
La propaganda fascista nei lager e il coraggioso “no” degli IMI, (con Marco Palmieri), in "Patria Indipendente", n. 8, settembre 2011
Le persecuzioni a Praga in un documento inedito del 1745, in "Pagine Ebraiche", n. 12, dicembre 2011
Partigiani e combattenti ebrei: tanti gli eroi e i massacrati, in "Patria Indipendente", n. 10, dicembre 2011
Introduzione al libro "Una gavetta piena di fame. Due anni di lager e di sofferenze raccontati alla piccola Pucci" di Luigi Salvatori, (con Marco Palmieri), Marlin, Cava de' Tirreni 2012
In fuga dalla Shoah a bordo di un battello, in "Pagine Ebraiche", n. 4, aprile 2013
Introduzione al libro "Le donne ebree in Sicilia al tempo della Shoah. Dalle leggi razziali alla liberazione (1938-1943)" di Lucia Vincenti, (con Marco Palmieri), Marlin, Cava de' Tirreni 2013
Introduzione al libro "Una vittoria amara. Diari e lettere di Giulio Tamassia e di sua moglie Bianca (1943-45)" di Renato Tamassia, Marlin, Cava de' Tirreni 2013
Introduzione al libro "Il diario di Giovanni Malisani", Anpi Udine, Udine 2013
Prefazione al libro "Diario proibito. L’Aquila degli anni Quaranta" di Mario Fratti, graus editore, Napoli 2013
Prefazione al libro "Duce! Tu sei un Dio! Mussolini e il suo mito nelle lettere degli italiani" di Alberto Vacca, Baldini & Castoldi, Milano 2013
Introduzione al libro "La scala della morte. Mario Limentani da Venezia a Roma, via Mauthausen" di Grazia Di Veroli, Marlin, Cava de' Tirreni 2014
Introduzione al libro "Ero un bandito. Pietro Schietroma partigiano e sindaco" di Enrico Zuccaro, Marlin, Cava de' Tirreni 2014
La difesa della razza e l'assurda persecuzione, (con Marco Palmieri), in "Patria Indipendente", numero speciale per il 70º anniversario della Liberazione, aprile 2014
Internati Militari Italiani, il dolore dei volontari del lager, (con Marco Palmieri), in "Patria Indipendente", numero speciale per il 70º anniversario della Liberazione, aprile 2014
Introduzione al libro "Pane secco e Avemarie" di Valeria Nicolis, Marlin, Cava de' Tirreni 2015

Tra le altre pubblicazioni:
Imprese e acquisizione di risorse. Guida normativa al reperimento dei fondi da parte delle PMI, (con la collaborazione di Marco Palmieri), Roma 2001

 

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