Il grande rifiuto. Militari italiani deportati nei lager nazisti. Intervista a Mario Avagliano

di Annamaria Iantaffi

Quando hanno fatto ritorno a casa, qualcuno li ha accusati di essere dei vigliacchi, altri degli attendisti; eppure tutti erano ex combattenti, molti volontari, qualcuno decorato. Erano gli Internati Militari Italiani, soldati dell’esercito che, dopo l’8 settembre del 1943, non cedettero né alle lusinghe della Repubblica di Salò, né vollero continuare a combattere accanto al vecchio alleato tedesco.
Dopo l’armistizio, rotte le fila, l’esercito italiano era allo sbando e i militari dovevano decidere del loro destino. Alcuni si sono dati alla macchia e alla Resistenza, altri invece non sono sfuggiti alle retate naziste e sono stati deportati, spesso con l’inganno, nei lager costruiti tra Austria, Polonia, Germania e Balcani. I loro diari, le loro lettere, sottratti agli sguardi degli aguzzini e nascosti per decenni, sono tornati alla luce grazie al lavoro di raccolta di Mario Avagliano e Marco Palmieri, giornalisti e studiosi di storia, che hanno dato vita al volume “I militari italiani nei lager nazisti. Una resistenza senz’armi (1943-1945)”. Il volume, pubblicato a gennaio per il Mulino, ha raggiunto la seconda edizione e verrà presentato da Avagliano sabato 22 febbraio alle 18.00, nella libreria Mondadori di Monterotondo.

Mario, scrivi spesso del periodo storico che comprende le due guerre mondiali, perché?

Ritengo che questo periodo storico abbia ancora molti lati che non sono stati analizzati in profondità. Purtroppo l’Italia, a differenza della Germania, ha fatto poco i conti con la sua storia e alcune pagine sono state ignorate o prese in considerazione in modo riduttivo. Marco Palmieri ed io pensiamo che occorra raccontare la storia dal lato di chi l’ha vissuta, analizzando sentimenti, passioni motivazioni che hanno animato i protagonisti di qualsiasi parte: quelli della Resistenza, la popolazione civile, quelli del Fascismo e così via.

E qual è la storia dal punto di vista dei Militari Internati Italiani?

In questo libro tentiamo di toccare un capitolo fondamentale della Guerra di Liberazione della Resistenza, che tale non è stato considerato per tanto tempo. Il sottotitolo del libro è “Una resistenza senz’armi” perché i 650mila che dissero no all’adesione alle SS italiane, e poi alla Repubblica Sociale, sono protagonisti di una vera e propria Resistenza. Questi uomini avrebbero potuto essere impiegati sul campo e la campagna di liberazione dell’Italia sarebbe probabilmente durata molto di più; magari l’Italia sarebbe stata smembrata in due, come la Germania, se non avesse riscattato le sue azioni precedenti, sul tavolo della pace sarebbe stata trattata magari diversamente. Il loro apporto è stato fondamentale per i destini nazionali.

Perché questi militari hanno deciso di non aderire alla Repubblica di Salò?

Le motivazioni al “no” sono state diverse. Qualcuno cominciava ad acquisire una consapevolezza antifascista – pensiamo che questa generazione aveva conosciuto sui banchi di scuola solo l’ideologia fascista: come i ragazzi di oggi sono nativi digitali, loro erano nativi fascisti. Affrancarsi non era semplice, la consapevolezza poi maturava con la prigionia, infatti uno di loro, Alessandro Natta, che diventerà segretario del PCI, parlerà dei lager come di una “scuola di Democrazia”. In altri il “no” era dovuto alla stanchezza della guerra: di fronte alla richiesta di tornare a combattere con i Tedeschi, che nel frattempo
avevano avuto modo di farsi conoscere per la loro crudeltà anche verso le popolazioni occupate, gli Italiani si rifiutarono. Tanto più che i Tedeschi, soprattutto nei Balcani, nella cattura ingannarono i soldati italiani dicendo loro che se consegnavano le armi, li avrebbero riportati in Italia, mentre fecero proseguire i treni verso l’Austria, lasciando i nostri militari inermi contro sentinelle armate.

Che tipo di campi erano quelli verso cui erano diretti gli IMI?

Occorre distinguere: gli ufficiali furono destinati ai campi di prigionia, mentre sottufficiali e truppe furono inviati in campi in cui risiedevano solo di notte e il giorno erano lavoratori coatti, anche per 10-12 ore al giorno. Hitler adoperò una definizione ad hoc per considerarli diversi dagli altri prigionieri di guerra, chiamandoli internati militari italiani, Italienische Militär-Internierte (Imi), innanzitutto per una vendetta politica, perché la Germania era alleata con la Repubblica Sociale e occorreva giustificare nell’opinione pubblica il fatto che centinaia di migliaia di Italiani fossero trattenuti dai Tedeschi.
Poi per convenienza, perché lo sfruttamento degli IMI li sottraeva alla Convenzione Internazionale di Ginevra e gli negava l’assistenza della Croce Rossa Internazionale, di cui godevano i prigionieri inglesi americani francesi. Gli IMI, che non avevano neanche l’aiuto del loro governo, mangiavano la sbobba dei Tedeschi, fatta di acqua mista a verdura e terriccio, decisamente insufficiente per i bisogni alimentari, infatti morirono in circa 50.000.

Perché la storia degli IMI fino ad ora è stata ben poco nota?

Quando l’Italia si è schierata nel campo occidentale, per accreditarsi ha disegnato una storia solo parziale di quello che era accaduto prima, ha valorizzato la Resistenza armata e ha disegnato il Fascismo come fosse stato solo una storia passeggera, mentre aveva avuto con consenso del tutto maggioritario. Gli internati sono stati oscurati perché erano complicati da spiegare al consesso internazionale. Poi la Resistenza, a posteriori, è stata raccontata come appannaggio della sinistra, mentre molti dei militari internati hanno resistito in memoria del re e, non avendo padrini politici, sono stati dimenticati.

Eppure tra loro c’erano personaggi che poi sarebbero diventati famosi… 

A causa del loro sacrificio disconosciuto, molti di loro si chiusero nel silenzio: molti dei famigliari che ci hanno fornito diari e lettere hanno scoperto che il padre era un internato militare solo dopo la sua morte. C’era ad esempio l’attore Gianrico Tedeschi, il poeta Tonino Guerra, gli scrittori Oreste del Buono, Mario Rigoni Stern e Giovannino Guareschi, il padre di Peppone e Don Camillo, che appare sulla copertina del libro. E poi c’erano padri di persone che sarebbero poi diventate famose come Ferruccio Guccini, padre di Francesco, Carmelo Carrisi, padre di Al Bano, e Giuseppe Di Pietro, padre del magistrato. Inaspettatamente, anche Vasco Rossi era figlio di un IMI… Carlo Rossi fu salvato da un suo compagno di prigionia di Dortmund che si chiamava Vasco, per questo dette il suo nome al figlio, che ha saputo per intero la storia del padre solo due settimane fa, quando la madre ha ritirato per conto di Carlo la Medaglia d’Onore. I parenti degli IMI, infatti, solo negli ultimi anni hanno ricevuto il riconoscimento dell’operato dei loro padri. Meglio tardi che mai…

Vuoi citare un documento particolarmente toccante, tra quelli che hai esaminato?

L’intento dei Tedeschi era sempre la disumanizzazione del deportato; gli strumenti erano pratiche come l’identificazione con il cartello con il numero di matricola, le docce bollenti, l’esposizione la freddo durante gli appelli che duravano ore. I diari erano proibiti e, se trovati nelle perquisizioni improvvise tedesche, potevano comportare la fucilazione. Molti diari iniziano nei giorni dell’8 settembre: alla notizia dell’armistizio, i nostri connazionali ebbero l’urgenza della scrittura e proseguirono per evadere mentalmente o per lasciare traccia, terminando solo con la liberazione o il ritorno a casa. Uno dei capitoli più interessanti dei diari sono forse le storie d’amore o di sesso vissute dai sottufficiali della truppa che, costretti al lavoro coatto nelle città, nei campi o nelle fabbriche, avevano avuto occasione di conoscere donne tedesche o polacche, che spesso sono venute via con loro al ritorno in Italia tra il 1945-6.

(Il Tiburno, 18 febbraio 2020)

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I militari italiani nei lager nazisti. Una Resistenza senz'armi 1943-1945

La vicenda dei circa 650.000 militari che dopo l’armistizio dell’8 settembre rifiutarono di continuare la guerra al fianco dei nazisti e di aderire alla neonata Repubblica Sociale Italiana è ancora largamente sconosciuta agli italiani.

Il valore di questo rifiuto in massa come autentico atto della Resistenza, italiana ed europea, emerge con forza dal nuovo saggio di Mario Avagliano e Marco Palmieri, intitolato I militari italiani nei lager nazisti. Una resistenza senz’armi (1943-1945), edito da Il Mulino.

In linea con i precedenti lavori di Avagliano e Palmieri (sui deportati politici, la persecuzione degli ebrei, gli italiani al fronte e la Repubblica di Salò), questo libro ha la caratteristica di raccontare la storia della resistenza senz’armi degli internati non tanto e non solo sulla base dei documenti burocratici già noti alle ricerche esistenti, ma dal basso, cioè attraverso fonti dirette e coeve rintracciate in numerosi archivi pubblici e privati, nazionali e locali, e collezioni private e di famiglia.

“Avagliano e Palmieri – come ha scritto Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera -, con il consueto rigore storico che li contraddistingue e un sapiente uso della diaristica e della corrispondenza coeva, per lo più inedita o scarsamente conosciuta, ci conducono per mano in un appassionante viaggio nel mondo degli Imi, che ci fa scoprire aspetti nuovi o poco noti, dal loro bagaglio di umanità alla capacità e al coraggio di resistere a tutte le avversità, raccontando attraverso le storie individuali la storia collettiva dei 650mila internati militari italiani”.

Un percorso che si snoda in quindici tappe, quanti sono i capitoli, accompagnate dalle parole vive dei protagonisti dell’epoca (non solo gli internati ma anche i loro familiari e i loro oppressori), dalla tragedia dell’8 settembre alla scelta se aderire o meno, dalla prigionia nei lager al lavoro coatto, fino al ritorno in Italia e al lungo silenzio dei reduci, approfondendo anche le motivazioni degli optanti che, come rilevano giustamente i due autori, costituirono una minoranza «non trascurabile». E soprattutto sviscerando e riempiendo di senso il sacrificio di quei militari italiani, e furono la grande maggioranza, che invece fino alla fine decisero di dire «no», come Giovannino Guareschi indica nella dedica di questo volume: «Ingannato, Malmenato, Impacchettato / Internato, Malnutrito, Infamato / Invano Mi Incantarono / Inutilmente Mussolini Insistette».

Le fonti dirette e coeve consentono di ripercorrere giorno per giorno, passo dopo passo, questo lungo viaggio attraverso il fascismo morente di Salò. “Finalmente l’Italia ha un libro completo su tutta la storia degli Imi”, ha commentato la storica Elena Aga Rossi”.

I prigionieri che dissero no a Salò. «Inutilmente Mussolini insistette»

di Aldo Cazzullo

«Noi non vogliamo restare qui, come qualcuno insinua, per vigliaccheria, quasi imboscati. Siamo tutti ex combattenti, molti decorati, molti volontari. Noi non siamo degli attendisti, come qualcuno ci chiama. Non è per calcolo né per capriccio né per puntiglio, ma solo per coerenza, per un principio di dignità, di onore, di giustizia. Noi siamo uomini, vogliamo essere uomini».

È il 5 aprile del 1944. Sono trascorsi sette mesi dalla sera di settembre in cui la radio ha annunciato l’armistizio e l’esercito italiano si è sfaldato. Per centinaia di migliaia di militari italiani catturati e deportati in Germania è stato un inverno durissimo, di prigionia e lavoro coatto, poiché hanno scelto di non continuare a combattere al fianco degli ex alleati e di non aderire alla Rsi. Uno di loro è il capitano Giuseppe De Toni, nato a Modena, classe 1907, comandante italiano del campo di Hammerstein, che scrive clandestinamente questa lunga e appassionata lettera al fratello Nando, che lo aveva invitato ad optare per uscire dal lager.

  La copertina de «I militari italiani nei lager nazisti. Una resistenza senz’armi 1943-1945» (il Mulino, pp. 457, euro 26)

 

La storia degli oltre seicentomila internati militari deportati nei lager nazisti, gli Imi, che dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 rifiutarono di continuare a combattere con la Germania nazista e di aderire alla Repubblica sociale, è una pagina assai rilevante della partecipazione italiana alla Seconda guerra mondiale e della Resistenza, ma è stata a lungo trascurata. Nel 2009 ad aprire la pista a questo percorso fu l’antologia delle lettere e dei diari degli Imi curata da Mario Avagliano e Marco Palmieri. A undici anni di distanza arriva in libreria il nuovo saggio dei due giornalisti e studiosi, I militari italiani nei lager nazisti. Una resistenza senz’armi 1943-1945 (il Mulino).

In questo libro Avagliano e Palmieri, con il rigore storico che li contraddistingue e un sapiente uso della diaristica e della corrispondenza coeva, per lo più inedita o scarsamente conosciuta, e di altri documenti come i rapporti della censura, le relazioni delle autorità italiane e tedesche, i volantini e i manifesti di propaganda tedesca o della Rsi, conducono il lettore in un appassionante viaggio nel mondo degli Imi, che ci fa scoprire aspetti nuovi o poco noti, dal loro bagaglio di umanità alla capacità e al coraggio di resistere a tutte le avversità, raccontando attraverso le storie individuali la storia collettiva degli internati militari italiani.

I nazisti vietarono severamente agli Imi di tenere diari. «Premetto — avverte infatti un tenente, Giorgio Marras, alla data del 22 gennaio 1944 — che se mi trovano questo diario mi fucilano». Ma nonostante il pericolo la pratica dei diari è abbastanza diffusa, perché «raccontare — come annota Lino Monchieri il 3 ottobre 1943, subito dopo la cattura — è mio dovere. Qualcuno dovrà pure sapere cosa succedeva qui…», anche se «queste disordinate note — è la consapevolezza del capitano Guido Baglioni, il 12 luglio 1944 — non potranno mai rendere i giorni di disperato tormento, di sconforto, di fame e abbrutimento superati più per miracolo che per forza di volontà».

Il viaggio nella memoria si snoda in quindici tappe, quanti sono i capitoli, accompagnate dalle parole vive dei protagonisti dell’epoca (non solo gli internati ma anche i loro familiari e i loro oppressori). La vicenda degli Imi è analizzata nel suo complesso, dalla reazione all’annuncio dell’armistizio alla cattura da parte dei tedeschi, dal viaggio in tradotta verso i lager alle sofferenze patite nei campi e al lavoro coatto, fino alla liberazione e al ritorno in patria. Un’attenzione particolare è stata rivolta alle motivazioni della scelta di fronte alle offerte di adesione alle SS da parte dei tedeschi e a quelle rivolte ai militari italiani dagli emissari della Rsi dopo il ritorno di Mussolini.

Il libro scandaglia tutti gli aspetti della vita quotidiana degli Imi, caratterizzata dall’ossessione della fame, ma anche dagli sforzi compiuti per difendere la loro dignità di soldati e di uomini nell’inferno dei campi, come la fede religiosa, le iniziative culturali, gli espedienti per ricevere e diffondere informazioni (i giornali parlati e le radio clandestine), il rapporto con la popolazione civile, i contatti con i prigionieri e i deportati di altre nazioni, le storie d’amore e di sesso, che in alcuni casi dopo la liberazione si tradussero in matrimoni e in figli (qualcuno tornò a casa con la moglie o la fidanzata tedesca o polacca).

Vengono approfonditi anche profili nuovi o poco conosciuti, come i campi di punizione, le violenze dei carcerieri, le fughe, la collaborazione con la resistenza locale, i casi di resistenza armata, la deportazione dei carabinieri, la seconda prigionia subita dagli Imi liberati da parte dei russi di Stalin o degli jugoslavi di Tito. Gli ultimi due capitoli riguardano la liberazione, il rientro in patria e la difficile reintegrazione degli ex internati.

La vicenda degli Imi, del resto, è stata per decenni pressoché dimenticata, per diversi motivi: il desiderio del Paese di voltare pagina e non sentir più parlare della guerra e delle responsabilità del fascismo; la loro resistenza in nome di un re e di una dinastia andati via dall’Italia; la scelta del silenzio da parte degli stessi reduci, delusi dal mancato riconoscimento della propria esperienza come contributo alla Resistenza; il fardello di aver combattuto la guerra voluta dal fascismo e la memoria della rovinosa dissoluzione dell’esercito all’indomani dell’armistizio, in un clima di tutti a casa. Basti dire che nel 1950, e fino al 1977, agli Imi venne negata la concessione della qualifica di Volontario della libertà perché «questo ministero (della Difesa) è del parere che sia doveroso mantenere una differenziazione fra i civili che volontariamente presero parte all’attività partigiana (...) e i militari che negando la propria collaborazione ai nazifascisti e subendo l’internamento si attennero semplicemente ai doveri derivanti dal proprio stato», senza il «presupposto della volontaria partecipazione alle ostilità contro i nazifascisti».

Eppure nell’esercito degli Imi si ritrovano numerosi personaggi che raggiungeranno posizioni di spicco nella cultura, nell’economia, nello spettacolo e nella politica del dopoguerra, come Alessandro Natta, Vittorio Emanuele Giuntella, Giovanni Ansaldo, Oreste Del Buono, Mario Rigoni Stern, Tonino Guerra, Luciano Salce e Giovannino Guareschi, la cui foto con la matricola di Imi campeggia nella copertina del libro e che, come raccontano Avagliano e Palmieri, con la sua straordinaria verve fu uno dei protagonisti del «no» alla Rsi e della vita culturale e artistica nei lager. Altri internati saranno genitori di personaggi famosi, come l’ufficiale Ferruccio Guccini, catturato in Grecia, padre del cantautore Francesco; Carmelo Carrisi, padre del cantante Al Bano; Giuseppe Di Pietro, padre del magistrato ed ex ministro Antonio; Giovanni Carlo Rossi, padre di Vasco.

Quello che ora è stato tardivamente riconosciuto, e che dagli scritti coevi degli Imi emerge nitidamente, è che ai militari italiani disarmati e internati si deve il primo rifiuto in massa della guerra e del fascismo, con una «specie di plebiscito — come lo ha definito Vittorio Emanuele Giuntella — da parte di una generazione che non aveva mai partecipato a consultazioni elettorali», ferma restando un’aliquota non trascurabile di aderenti di cui pure bisogna tenere conto. In entrambi i casi la scelta non è necessariamente dettata da motivazioni di natura politico-ideologica, ma nel caso dei non optanti risponde in particolare a sentimenti confusi di stanchezza della guerra, sfiducia verso il regime, fedeltà alla divisa e al giuramento prestato al re, smobilitazione interiore, attendismo o mera imitazione dei compagni e dei superiori. Una scelta che gli internati pagano ad un prezzo altissimo, visto che il censimento in corso da parte dell’Anrp (Albo degli Imi caduti nei Lager nazisti 1943-1945) ha accertato al momento 50.834 caduti. Con questo libro Avagliano e Palmieri sviscerano e riempiono di senso il sacrificio di quei militari italiani, e furono la grande maggioranza, che fino alla fine decisero di dire «no», come Giovannino Guareschi indica nella dedica del volume: «Ingannato, Malmenato, Impacchettato / Internato, Malnutrito, Infamato / Invano Mi Incantarono / Inutilmente Mussolini Insistette».

Mio padre prigioniero in un lager

Era uno dei 650 mila soldati che dissero no alla Repubblica di Salò. Ora un saggio ricostruisce la storia degli internati militari in Germania
 
di Luca Bottura
 
Tra il sangue dei vinti e quello dei vincitori, che da qualche anno in Italia pare impopolare, fastidioso, quasi dovessimo vergognarci di aver mondato con l'eroismo di pochi la codardia dei molti che sostennero prima il fascismo e poi, addirittura, il nazismo, sta il sangue dei dimenticati. Appartiene agli italiani che resistettero senza armi, che scelsero la prigionia anziché fare i reggicoda alle Ss, che — nonostante fossero nati e cresciuti nel brodo di coltura della cartapesta autoritaria — non ebbero dubbi. E optarono, tra Salò e la deportazione, per l'opzione meno gravida di variabili.
Lo Stato fantoccio, la fedeltà al Reich, la cosiddetta Repubblica sociale, la parte sbagliata che per molti "italiani brava gente" è ancora quella giusta, onorevole, lasciavano più margini. C'era comunque l'occasione di menar le mani. Di mettere in pratica la ribalderia prepotente che il buffone di Predappio aveva instillato in un paio di generazioni almeno. C'era, anche, la possibilità di prendere la rincorsa per meglio nascondersi in un anfratto della Storia. Per uscirne immemori. Imboscati, millantando lealtà a un'idea. Di morte.
Alcune centinaia di migliaia di italiani, militari, soldati, decisero che fosse preferibile un viaggio verso nessun posto. Uno Stalag sparso nelle campagne della Prussia orientale. Un contesto che differiva dai lager della Shoah per un unico e decisivo particolare: l'assenza di camere a gas. Tecnicamente, Internati Militari Italiani: Imi. Nella realtà, ostaggi senza diritti. Partigiani spuri. Cancellati a lungo dalla storiografia perché non collocabili, nel mondo diviso in due dell'immediato dopoguerra. Costretti a proclamarsi anticomunisti al ritorno in patria, dopo essere stati liberati dall'Armata Rossa, pena un'ulteriore discriminazione. Sospinti in un angolo del ricordo perché poco afferibili a un lato o all'altro della Guerra Fredda. Ammutoliti.
Nel saggio di Mario Avagliano e Marco Palmieri, I militari italiani nei lager nazisti, non c'è mio padre, che era uno di loro. Stalag IIl C, Kostrzyn, all'odierno confine tra Polonia e Germania, ottanta chilometri in linea d'aria da Berlino. Ma c'è molto di lui. C'è molto di una banalità del bene, di una "cosa giusta", come dicono nella cultura di oltreoceano, fatta in modo quasi incidentale. Eppure consapevole. Ci sono le lettere, le paure, le passioni, la quotidianità dei prigionieri. C'è un coraggio anti-manzoniano, quello che in certi anfratti dell'esistenza ci si dà eccome, anche se non lo si avrebbe. Ci sono gli errori grammaticali, c'è il racconto casuale di chi si ritrova la caserma accerchiata dai tedeschi e scrive alla fidanzata che andrà tutto bene, che comunque con l'altra era solo amicizia, che pub spiegare, e poi chiude come in un bollettino della vittoria: "Viva il Re, viva Badoglio, abbasso i fascisti".
Ci siamo noi e c'è la nostra storia piccola, ci sono gli occhi di un Paese intero che per vent'anni li aveva girati dall'altra parte. Esistenze che si somigliano e differiscono, ognuna con un rimbalzo di afflizione o speranza. L'ordine del giorno Grandi, le caserme senza ordine alcuno, le squadracce che si riformano e cercano di armarsi assediando soldati senza più un referente, I'S settembre del 1943, colonnelli che vendono i loro uomini ai tedeschi per qualche stella in più da far brillare nel cielo di Salò, l'offerta primigenia aggregarsi direttamente all'esercito di Hitler — e l'altra, quella repubblichina. Il vagone piombato. Il lavoro coatto. La mancia come mercede della schiavitù. Le lettere bugiarde verso casa ("Sto bene") e l'orrore di tutti i giorni. I canali pieni di cadaveri. E, anche, altro incredibile cimelio che possiedo personalmente, le cartoline illustrate l'esterno del campo, un tizio in divisa davanti alla guardiola, la bandiera con la croce uncinata. Saluti dal baratro.
Di molti saggi, per nobilitarli, si dice che sembrano romanzi. Non è quasi mai vero. Questo è uno dei rari casi. Nell'alternarsi dei racconti II libro I militari italiani nei lager nazisti di Mario Avagliano e Marco Palmieri edito da il Mulino (pagg.456, euro 26) mancano i contorni stentorei e, a loro modo, bellissimi, che si ritrovano nelle lettere dei resistenti condannati a morte, o sui muri della prigione di via Tasso, a Roma, scolpiti sul muro con le unghie della disperazione. Non c'è il Disegno percepito che comincia con Hannah Arendt e arriva a Primo Levi. Manca l'Orrore. Ma anche senza le maiuscole, anche soltanto unendo i puntini di ogni singola vita a rischio, si riscrive un percorso di dignità, parente minore ma virtuoso dei racconti che meglio conosciamo. Se il diario di Anne Frank è diventato patrimonio di tanti, è anche perla normalità cogente di un'adolescente che scopriva l'amore. Ed è questo antidoto, il trasporto, il sentimento, il capitolo che meglio racconta la sopravvivenza, quella che Andrea Aloi definì Resistenza Umana, un motore inestinguibile che ci spinge avanti barcollanti. Dentro o fuori da una tragedia.
È un libro bellissimo, necessario. Non tanto e non solo per quel lampo di lucore che irradia sulle vite di chi — con la rotonda eccezione di Giovannino Guareschi e del suo Diario Clandestino e di pochi altri — ha in massima parte lasciato questo mondo in punta di piedi. Fin troppo a lungo misconosciuto, disconosciuto. Degnarlo di uno sguardo postumo, anche a spizzichi e bocconi, apparenta a una parcellare fiducia persino in questo presente piuttosto derelitto. Ché in quei giorni di tarda estate, incredibilmente, l'individualismo nobile fece di noi un popolo.
Troppa gente ogni giorno violenta la parola Patria. Se davvero dovessi intestarmene una — Patria, non Nazione: di quella francamente nulla mi cale — vorrei che fosse la stessa di quei giovani sperduti e spaventati. Anche di quelli che morirono di malattie e stenti. Versando, per noi, il sangue dei miti.
 
(la Repubblica, 10 febbraio 2020)
 

Dopoguerra, la recensione di Mangialibri

di Erminio Fischetti

Sono le undici del mattino di giovedì 26 aprile 1945: le strade di Milano sono ancora scosse dagli echi delle ultime sparatorie e dal frastuono dei mezzi militari in fuga. Alcuni furgoncini corrono e da essi vengono lanciate delle copie di un giornale fresco di stampa. La testata è “Il Nuovo Corriere”, ma in realtà non si tratta d’altro che del “Corriere della sera”, che per l’occasione, segnando la fine di un’epoca, ha cambiato nome. Inoltre, in questo modo il quotidiano prende definitivamente le distanze da un passato che al pari di altri giornali ha visto la storica testata, fondata nel 1876, pesantemente assoggettata al fascismo. Nei mesi precedenti tra i partiti aderenti al Comitato di liberazione nazionale (Cln) circola l’idea di chiudere addirittura il quotidiano di via Solferino al momento della Liberazione, ma poi, nel corso di una riunione alla quale prende parte anche il capo militare della Resistenza Ferruccio Parri, in passato redattore del giornale in questione, viene deciso di consentire l’uscita di almeno un numero, con una nuova testata e una redazione di giornalisti non compromessi in alcun modo con i tedeschi e il passato regime. L’incarico di direttore viene affidato a Mario Borsa, che il regime ha messo addirittura in galera e in campo di concentramento, mentre Gaetano Afeltra, altro dei cui sentimenti antifascisti nessuno dubita, viene affidato il compito di curare il collegamento fra il Cln e le due cellule, fatte per lo più di maestranze e tipografi, antifasciste attive nel giornale…

Mario Avagliano, giornalista, saggista, storico, membro dell’Istituto romano per la storia d’Italia dal fascismo alla Resistenza e di molte altre associazioni, ha all’attivo un buon numero di pubblicazioni di rilievo, per lo più focalizzate sulla storia del Novecento e della dittatura mussoliniana. Questo è l’ottavo libro, dopo Gli internati militari italiani. Diari e lettere dai lager nazisti 1943-45, Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia. Diari e lettere 1938-45, Voci dal lager. Diari e lettere di deportati politici italiani 1943-1945, Di pura razza italiana. L’Italia “ariana” di fronte alle leggi razziali, Vincere e vinceremo! Gli italiani al fronte, 1940-1943, L’Italia di Salò. 1943-1945 e 1948Gli italiani nell’anno della svolta, che scrive con Marco Palmieri, anch’egli giornalista e saggista: il tema, come denota il titolo, sono in questo caso gli anni immediatamente successivi alla fine della Seconda guerra mondiale, raccontati con lucida chiarezza ed estrema dovizia di particolari, sottolineata da un massiccio apparato di note. L’Italia è sconfitta, umiliata e distrutta; gli italiani hanno voglia di pace, pane, lavoro, ricostruzione, cambiamento; la monarchia che ha avallato il fascismo e poi è scappata a gambe levate viene battuta al referendum (memorabile la scena a tal riguardo con protagonisti Lea Massari e Alberto Sordi in Una vita difficile di Dino Risi del 1961); nasce la Repubblica; si scrive, anche grazie alle donne, che finalmente hanno potuto votare ed essere elette, la Costituzione; i primi governi a trazione democristiana portano il paese sotto l’egida degli USA, nonostante il PCI sia la più grande compagine comunista d’occidente; arrivano i soldi del piano Marshall; i liberatori ex partigiani cominciano a litigare (e i parlamentari italiani non hanno più smesso…), mentre al cinema – la tv ancora non c’è – escono pellicole come Roma città aperta, Giorni di gloria, Abbasso la miseria!, La vita ricomincia, Paisà, Sciuscià, Mio figlio professore, Il sole sorge ancora e L’onorevole Angelina, espressioni di un mood e una Weltanschauung che sono alla base dell’immaginario collettivo delle generazioni successive.

(Mangialibri)

Candido Manca, lo "stradino" martire delle Ardeatine

Fra i martiri delle Fosse Ardeatine figura anche un dipendente dell’Anas, allora AASS, il sardo Candido Manca. La sua figura è ricordata nel bel libro di Mario Avagliano, “Generazione ribelle. Diari e lettere dal 1943 al 1945”, pubblicato da Einaudi, una storia della Resistenza, della deportazione e dell’internamento militare attraverso gli scritti dei protagonisti.

Nato a Dolianova (Cagliari) il 31 gennaio 1907, Manca nel '25 si arruolò volontario nei carabinieri. Prestò servizio a Roma, e dopo tre anni di ferma fu congedato. Rimasto nella capitale, ottenne il diploma di ragioniere e fu assunto nell'Azienda Autonoma Statale della Strada (AASS, poi ANAS). Fu richiamato alle armi una prima volta nel '35, per un anno, e di nuovo nel '39 per alcuni mesi e poi nel '40, con il grado di vicebrigadiere, sempre rimanendo in servizio presso la AASS. Nel '43 era brigadiere, nella compagnia squadre reali e presidenziali di Roma. Dopo l'8 settembre, riuscì a sfuggire ai tedeschi che avevano occupato le caserme. Insieme ad altri 30 carabinieri sbandati che aveva raccolto con sé, entrò nella banda "Caruso", che faceva parte del Fronte Militare Clandestino di Montezemolo, svolgendo azioni militari e raccogliendo informazioni utili al movimento partigiano e agli Alleati. Fu catturato dalla Gestapo il 10 dicembre del '43, insieme al tenente dei carabinieri Romeo Rodriguez Pereira e al capitano dei carabinieri Genserico Fontana, mentre si stava recando da un contabile che procurava denaro ai partigiani. Rinchiuso nel carcere di via Tasso, subì più volte la tortura, ma non rivelò i nomi dei compagni. Fu fucilato alle Fosse Ardeatine il 24 marzo del '44. Nel dopoguerra gli fu assegnata la medaglia d'oro al valor militare alla memoria. Una lapide lo ricorda a via Chiana a Roma.

 

 

«I bisogni dobbiamo farli nella cella stessa in un recipiente chiamato bugliolo»

 

di Candido Manca

 

[Roma, carcere di via Tasso] 3.1.1944

 

Bolò mia cara,

ho ricevuto tutti i pacchi, il penultimo conteneva il Mom, di quest'ultimo fammi il piacere di mandarmene ancora, vedi di trovare i barattoli che credo sia migliore. Vuoi sapere come passo i giorni? Puoi immaginarlo, in una cella di metri quadrati 4 e 25 cm. mezza internata con una finestra munita di inferriata, ramata a vetri, semibuia. Come vitto ci danno due pagnotelle, caffè la mattina e appena un pasto di minestra alle 12. Nella cella siamo in quattro e dormiamo sul pagliericcio con due coperte a testa, i bisogni dobbiamo farli nella cella stessa in un recipiente chiamato "bugliolo"; sono sicuro che la faccenda dell'evacuazione davanti agli altri ti faccia sorridere sapendo quanto io ero suscettibile a tale funzione. Per riuscirci la parola d'ordine è «faccia al muro»... viene aperta la finestra e appena finito si apre lo sportellino della porta, il perché lo puoi immaginare. La salute è ottima, il raffreddore è quasi scomparso. Con la venuta del quarto abbiamo avuto la sorpresa dei pidocchi. Fattolo sapere al comandante questi ci ha fatto fare il bagno e disinfettare i vestiti al vapore. Dirti le peripezie non basterebbe un quaderno, ne abbiamo passato delle belle e delle brutte. Che vuoi fare ci abbiamo riso sopra. Ti avevo detto di mandarmi roba da mangiare di meno perché tesoro mio vedo che la mia permanenza qui sembra che duri e non vorrei dar fondo a quel poco che abbiamo messo da parte (puoi mandarmi della verdura al posto della carne che nutro desiderio). Quanto vi desidero! Dei giorni sono tanto triste per questo motivo. Per tutto il resto tengo alto il morale data la mia innocenza. Hai fatto bene di essere stata da Ciccillo per il primo dell'anno, così ti sei un pò divagata. Quanta tenerezza mi dai quando mi parli dei bambini, sento di adorarli in un modo tale che spesse volte anzi sempre a me e ai miei compagni di cella ci escono le lacrime. Hai fatto male di non aver allestito l'albero di Natale. Perché hai privato gli angioletti nostri di quella contentezza. Ad ogni modo spero che a Mariella per il suo compleanno avrai comprato qualche bel giocattolo e pure a Giancarlo. Come stai in salute? Mi auguro bene. Mandami cento lire specie da dieci e da cinque. Quella somma che avevo addosso è qui in deposito e la daranno quando uscirò oppure alla famiglia se fornita dell'autorizzazione del Comando Tedesco "albergo Flora". Fammi pervenire il libro di italiano "da Dante al Pascoli" che deve essere sulla ghiacciaia, la copertina è color marrone. Comprami un piccolo dizionario italiano-tedesco, bada deve essere tascabile e deve contenere anche come si pronunziano le parole. Stai attenta a fianco della parola tradotta deve esserci anche come deve leggersi. Al porta pranzo ti sei dimenticata di mettere la guarnizione cosa che ha permesso al signor sugo di uscire. Non ti faccio gli auguri per il nuovo anno ti dico soltanto che questo dovrà apportarci la felicità e la salute, altro non chiedo a Iddio. Ti abbraccio e ti bacio caramente assieme ai bambini tuo per sempre

Candido

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Il libro di Avagliano e Palmieri L’Italia e il complesso passaggio dalla dittatura alla democrazia

di Adam Smulevich

Un’Italia dalle due facce. Da una parte un Paese lanciato verso il futuro, aperto alla sperimentazione e all’innovazione, sull’onda dell’entusiasmo per la ritrovata libertà dopo oltre venti anni di spietata dittatura. Dall’altra macerie ovunque, lutti e lacerazioni, una quotidianità caratterizzata da molte sfide e inciampi.
Proseguendo un felice percorso di ricostruzione storica delle recenti vicende italiane, Mario Avagliano e Marco Palmieri, nel loro nuovo libro Dopoguerra. Gli italiani fra speranze e disillusioni (1945-1947) pubblicato da Il Mulino, portano nuovamente il lettore a confrontarsi con temi che restano vivi, centrali e talvolta distorti nel confronto pubblico e politico. Un triennio, quello preso in esame, che si apre con la fine della dittatura e che ci lascia con il varo del più formidabile presidio democratico, la Costituzione repubblicana. Un percorso tutt’altro che semplice, nel Paese delle molte ferite aperte, delle illusioni e delle disillusioni, che Avagliano e Palmieri delineano attraverso una ricca e varia documentazione. Diari privati, lettere e rapporti di polizia. Ma anche le manifestazioni del costume e della cultura di quel tempo.
“La guerra è finita. Restano però il razionamento del pane, gli abiti e i cappotti rivoltati, le scarpe risuolate, le case senza i servizi essenziali, le strade e le ferrovie dissestate, la borsa nera, la polvere delle macerie e una disperazione che alimenta gravi agitazioni sociali, ma anche la criminalità e il banditismo”. È in quel contesto non certo idilliaco, ma per fortuna sotto la guida di personalità illuminate e concrete, che maturano risposte di segno opposto rispetto al passato mussoliniano. “Appena tre anni dopo – si legge infatti – molto è cambiato. L’Italia è una repubblica, ha una nuova Costituzione e ha scelto per la prima volta nella sua storia il proprio assetto politico-istituzionale attraverso due tornate elettorali a suffragio universale maschile e femminile segnate da una straordinaria partecipazione popolare”. Un triennio che rappresenta quindi “uno snodo cruciale, un’autentica stagione costituente, in tutti i sensi”.
Di grande interesse, tra le altre, le pagine che sono dedicate al ritorno dei sopravvissuti alla Shoah italiani e dell’emigrazione ebraica verso l’allora Palestina mandataria, il futuro Stato di Israele. Spiegano gli autori: “Come per i reduci della guerra, della prigionia e della deportazione politica, anche gli ebrei sopravvissuti alla Shoah al rientro in patria trovano un paese in ginocchio che ha voglia di lasciarsi al più presto alle spalle tutti gli orrori e tutte le responsabilità degli anni della dittatura e della guerra, compreso le leggi razziali del 1938 e la partecipazione di molti italiani alla cattura e alla deportazione dei connazionali ebrei”. L’Italia li accoglie pertanto con “indifferenza, perfino con freddezza”.
Ci sono però anche belle storie da raccontare, come quella che ha per protagonista la città ligure de La Spezia, “la porta di Sion” da cui salparono in tanti in cerca di un futuro diverso. È un trasporto che passa alla storia quello dell’8 maggio 1946 quando di mattina, “dopo sei settimane di proteste e uno sciopero della fame dei rifugiati, anche grazie all’intervento di De Gasperi salpano due navi, Fede e Fenice, con un migliaio di persone a bordo”.
L’Italia resta comunque anche il Paese in cui “più che altrove” si incrociano le vie di fuga delle vittime con quelle dei loro stessi aguzzini, ora sconfitti e braccati”. Il caso esemplare che gli autori citano è quello di Merano e del Sudtirolo, che furono zona di transito “anche per nazisti e collaborazionisti che tentavano di mettersi in salvo in vista della sconfitta finale”. Un altro tema su cui resta molto da scrivere e che questo bel libro, che sarà oggi presentato alle 18 a Roma a Palazzo Ferrajoli, ha il merito di ricordare.

(Moked.it, 25 settembre 2019)

L’Italia del “Dopoguerra” ballava sulle macerie ma era divisa su tutto (Il Piccolo di Trieste)

di Paolo Marcolin

Nel libro di Mario Avagliano  e Marco Palmieri edito dal Mulino una ricostruzione degli anni fra la Liberazione e la nascita della Costituzione

“Quando dissi l’ultima battuta di ‘Napoli milionaria’ - raccontò anni dopo Eduardo - scoppiò un applauso furioso, e poi un pianto irrefrenabile, tutti piangevano. Io avevo detto il dolore di tutti”. Quel “ha da passà ‘a nuttata”, divenuto poi proverbiale, ebbe la forza di interpretare lo smarrimento, l’incertezza e la speranza di un intero Paese. L’Italia sferzata dalla violenza, dalla povertà e dal sudiciume che usciva da una lunga e disastrosa guerra, raccontata da Malaparte o dai film del neorealismo rivive nelle pagine di “Dopoguerra” (Il Mulino, Pagg. 495, Euro 28,00).
 
Scritto a quattro mani da Mario Avagliano e Marco Palmieri, entrambi giornalisti e storici, racconta i due anni e mezzo che vanno dalla Liberazione alla nascita della Costituzione, un periodo cruciale, in cui la vita politica, sociale, economica e culturale si trasforma radicalmente. Il volume ha il pregio di essere costruito, oltre che su una vasta bibliografia storica e memorialistica, sulle testimonianze di chi ha vissuto quegli anni. Pescando in decine di fondi d’archivio, come quello diaristico di Pieve di Santo Stefano che conserva oltre 8.000 tra diari, memorie ed epistolari, gli autori fanno rivivere voci di personaggi noti accanto a quelli di sconosciuti. Due esempi: la maestra friulana Blandina Snaidero ricorda che “si ballava sulle macerie fumanti, nelle sagre ci si ubriacava assieme ai soldati stranieri”, mentre Giampaolo Pansa fa sapere che aveva dieci anni quando la mamma gli fece scrivere il cartello per metterlo sulla vetrina del negozio di famiglia: “la signora Giovanna domani chiude il negozio perché va a votare per la prima volta a 43 anni”.
 
Erano anni di contrapposizioni forti, alla Don Camillo e Peppone, ma che facevano intravedere come alla fine della ‘nuttata’ eduardiana si sarebbero schiuse le porte di un futuro migliore. Il vento del nord, il soffio partigiano a poco a poco mutava in bonaccia, ma si faceva strada l’allegria dei naufragi, quelli che erano scampati alla guerra e adesso tra cioccolata e sigarette americane tornavano a divertirsi. Si ballava nelle piazze, nei cortili, nei giardini, davanti ai caffè e tra i tavoli delle osterie, accompagnati da fisarmoniche, dai grammofoni a manovella o, in mancanza di meglio, dai battimani. Si sognava l’amore con i fotoromanzi come Grand Hotel, che finiva anche nelle borsette delle donne di sinistra, si tornava a tifare per il calcio. E a dividersi. Guareschi lo sapeva bene. “Gli italiani sono ugualmente pronti a scannarsi per un centrattacco, per un tenore o per un capopartito”. Ma che il peggio fosse finalmente alle spalle lo condensava una battuta alla Flaiano della sceneggiatrice Suso Cecchi d’Amico: ”Amore mio, è scoppiato il dopoguerra. Speriamo che duri poco”. —
 
(Il Piccolo di Trieste, 3 settembre 2019)

 

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