Intervista a Massimo Venturiello, attore

di Mario Avagliano
 
 
Se c’è un attore in Italia che è capace di spaziare fra tutti i generi teatrali, da quello classico a quello contemporaneo, passando per il cinema, la televisione, l’attività di doppiatore e, più di recente, anche il canto, è il cilentano Massimo Venturiello, 46 anni, originario di Roccadaspide. Alla vigilia del suo debutto in L’opera da tre soldi di Bertolt Brecht e Kurt Weill, per la regia di Pietro Carriglio e l’allestimento del Teatro Biondo di Palermo, Venturiello ci racconta che la sua carriera è iniziata con un monologo dedicato ai contadini della sua terra, intitolato A’ sguerra. Poi critica duramente il teatro italiano attuale (“spesso è noioso e comunque è troppo legato al melodramma”) e parla dei suoi progetti futuri, che potrebbero incontrarsi con quelli del grande Roberto De Simone.
 
Lei è nato nel profondo Cilento.
Ho un ricordo molto forte degli anni dell’infanzia nel Cilento. Io poi ho avuto la ventura di  nascere in carcere. Mio padre Pasquale era una guardia carceraria ed io ho vissuto i primi sei anni della mia vita nell’istituto carcerario mandamentale di Roccadaspide. Abitavamo nella cosiddetta via Larga, che fluiva accanto a un’altra via che in paese chiamavano Stretta. Certo, era un carcere di provincia, dove erano rinchiusi i ladri di pollo più che i grandi killer… Però ancora oggi, a volte, mi torna in mente l’immagine di mia madre che prepara la pasta e patate ed io che la mangio seduto sulle gambe di un carcerato.
Spero che non trascorresse tutto il tempo… dietro le sbarre!
No, no… Ricordo che con i miei due fratelli andavamo spesso in soffitta, dove c’era la gabbia dei conigli. D’inverno ci affacciavamo alla finestra e raccoglievamo la neve che si era depositata sul davanzale per confezionare gustose granite casalinghe. A Natale aiutavamo mio padre a costruire il presepe, utilizzando le scatole di cartone per fare le case e la farina per simulare la neve. 
Roccadaspide com’era in quegli anni?
Era un paese molto povero, essenzialmente contadino. E Castel S. Lorenzo, il paese originario di mio padre, era ancora più arretrato. L’olio, per esempio, non esisteva. La sugna era il condimento ufficiale di tutti i piatti! Aveva un odore penetrante, e io che ero bambino, non riuscivo a sopportarla, mi nauseava un po’. La realtà sociale aveva tratti di paganesimo. C’era anche una comunità di zingari, integrata nel paese. Io giocavo nell’orto degli ulivi con i zingarelli. A ripensarci, sembrava un’altra epoca, sembrava di vivere ancora nell’Ottocento. 
Quando lei aveva quasi sette anni di età, la sua famiglia si trasferì a Roma. 
Feci in tempo a frequentare la prima elementare a Roccadaspide, poi mio padre fu assunto come ufficiale giudiziario prima a Milano e poi nella zona della Sabina, e così ci trasferimmo a Roma. Per me fu uno shock, avvertii molto il distacco dalla vita del paese. Forse anche per questo, nonostante che ami molto Roma e non la cambierei per nessuna città al mondo, non mi sono mai sentito un romano. Ho sempre avuto il senso delle mie radici cilentane, salernitane, meridionali. 
Come nacque la sua passione per la recitazione, per l’arte?
Un po’ è stata l’influenza familiare, mio fratello Ennio Rega è un cantante, ha vinto un disco d’oro e ha partecipato anche al Premio Tenco, un po’ è stata la casualità della vita. Un giorno andai con gli amici a vedere in un teatro di Roma il Masaniello di Armando Pugliese. Rimasi tanto colpito, che il mattino dopo m’iscrissi all’Accademia d’arte drammatica. Allora, però, non avrei mai immaginato che 23 anni dopo, nel 1997, Armando mi avrebbe chiamato a recitare il ruolo di protagonista nella riedizione di quello spettacolo.
Erano le sue radici campane che tornavano a galla…
Infatti in quell’occasione per me è stato molto utile recuperare il dialetto che avevo imparato nel Cilento e poi anche a Roma, dai miei genitori. E non è tutto, anche i miei inizi e la mia carriera hanno a che fare con le mie origini. Il mio primo vero successo, quello che mi ha fatto conoscere come attore teatrale, è stato un monologo sui contadini del Cilento, che s’intitolava “A’ sguerra”, scritto da Ludovico Parenti. Il giorno dopo la rappresentazione, non esagero affatto, nell’ambiente non si parlava che di me!
Allora il giovane Venturiello era appena uscito dall’Accademia. 
Stiamo parlando più o meno della prima metà degli anni Ottanta. A Roma stava venendo fuori una bella generazione di attori: Fabrizio Bentivoglio, Massimo Ghini, Luca Barbareschi, Paolo Rossi, Sergio Rubini, Claudio Bisio, Elisabetta Pozzi, Benedetta Buccellato. Io alternavo il teatro classico (in particolare Shakespeare) ai contemporanei. Con Sergio Rubini e Barbareschi fummo i primi ad esportare in Italia il teatro parlato americano, con l’uso anche del turpiloquio. Ricordo che una volta, in Sicilia, quando mettemmo in scena American Buffalo di Mamet, molti degli spettatori si infuriarono, inveirono contro di noi ed abbandonarono la sala.
Quali sono gli spettacoli che le sono rimasti di più nel cuore?
E’ difficile rispondere. Andando per esclusione, direi Giacomo il prepotente di Manfridi, in cui recitavo la parte di Antonio Ranieri, e Masaniello di Armando Pugliese. D’altra parte per me Pugliese è il regista teatrale che amo di più in assoluto, è il numero 1. In un panorama come quello attuale che, peraltro, è abbastanza grigio.
Che cosa c’è che non va nel teatro italiano?
Bah, spesso è noioso e troppo legato al melodramma. Forse porta i meriti e i demeriti dell’Italia di oggi, rispecchia semplicemente il Paese, che vive una realtà un po’ bassa, un po’ povera, anche a causa dei politici che lo governano. Il risultato è che nei teatri hanno successo i trionfi di serie B, i remake di cose già fatte. L’epoca di Strehler è finita. Anche se ogni tanto nascono spettacoli interessanti, come il bellissimo Edoardo proposto da Servillo.
Il teatro, comunque, è stato sempre il suo grande amore, più del cinema.
Il mio modo di recitare è legato a una certa fisicità, all’intonazione della voce. Quindi la mia dimensione ideale è il teatro, in particolare il teatro-evento, all’aperto. Penso agli scenari naturali di Paestum e di Siracusa, o anche allo spettacolo che ho fatto l’anno scorso su una nave. Al cinema, invece, la bravura spesso si vede nell’entrare nell’inquadratura. Certo, bisogna essere sciolti, naturali. Però, anche professionalmente, il quotidiano del cinema è noioso. Quando giri un film, passi le giornate in continua attesa. E’ sempre valido quello che diceva Edoardo: “Vuoi fare il cinema? Accattate na’ seggia”. 
Lei ha lavorato con registi cinematografici importanti, dai fratelli Taviani a Gabriele Salvatores, da Lizzani a Bertolucci. L’esperienza più bella?
E’ stata quella di un film che non doveva essere un film, ma un documentario: L’autostop, per la regia di Michalcov, che è un vero artigiano del cinema. Durante le riprese mi è capitato più di una volta di commuovermi. Mi sono trovato molto bene anche con Gabriele Salvatores. Girando Marrakesh Express ci siamo molto divertiti, e con lui è rimasto un rapporto di affetto. Un altro regista che ho incrociato e mi piacerebbe ritrovare è Carlo Lizzani. E’ stato stimolante anche recitare al fianco di Luciana Litizzetto, in Ravanello Pallido. Devo dire che quando lavoro per il cinema, preferisco il genere brillante e i ruoli comici.
Massimo Venturiello in passato è stato anche doppiatore. Ha prestato la voce a Bruce Willis, a Dennis Quaid e anche a qualche personaggio dei cartoni animati.
Ho un po’ abbandonato questa attività, anche se non nego di essermi divertito, soprattutto quando ho doppiato Ade nel film di animazione Hercules o la macchina volante nella serie di cartoons Supercar, soprattutto perché ho potuto giocare con la mia voce.
Di recente lei ha recitato al Teatro Verdi di Salerno, nella messa in scena di Brancaleone. Che impressione le ha fatto?
E’ un teatro bellissimo, è stato restaurato molto bene. E anche il pubblico salernitano mi è piaciuto. Mi è sembrato attento e competente. Ho avuto una sensazione molto calda.
Martedì 9 dicembre Venturiello debutta in un nuovo spettacolo, L’opera da tre soldi di Bertolt Brecht e Kurt Weill, nell’allestimento del Teatro Biondo Stabile di Palermo per la regia di Pietro Carriglio.
E’ una rappresentazione straordinaria, con 40 attori, che si svolge, come scenario, nei bassifondi di Londra, e che è stata arricchita dalla presenza dell’orchestra dal vivo del Teatro Massimo di Palermo. Tra l’altro, grazie a questo lavoro ho scoperto di avere anche una vena musicale. Avevo paura di dover affrontare la prova del canto, invece pare che me la cavi molto bene. Va a finire che un giorno o l’altro mi ritroverò a Sanremo…
Quale personaggio interpreta?
Io sono Macheath, detto Mackie Messer, il capo di una piccola banda di criminali che finirà per essere condannato all’impiccaggione. E’ un personaggio leggero, elegante. Pensi che, poco prima di essere impiccato, sta lì a ridere.  E’ un po’ il classico antipatico-simpatico. E’ un ruolo davvero affascinante, che fu interpretato in passato da Modugno. Per me non è che sia un termine di paragone facile!
Progetti nel cassetto?
La rappresentazione di Scaramouche, che deve la sua notorietà e il suo nome all'attore che per lungo tempo ne indossò la maschera, il napoletano Tiberio Fiorilli. L’idea è di farne una commedia musicale basata sul mondo napoletano, scritta 2-3 anni fa. Magari, chissà, potrebbe essere l’occasione per lavorare insieme a Roberto de Simone, un artista che stimo totalmente. Prima ero frenato dal timore di dover cantare, ma adesso che ho scoperto che mi piace, tutto è possibile…
Torna mai nella sua terra d’origine?
Ogni tanto, soprattutto d’estate. Roccadaspide si è trasformata, è diventata un centro abbastanza importante del Cilento. Non è più il paesello della mia infanzia. In particolare mi piace assistere alla festa di S. Cosmo e Damiano, che si tiene a fine settembre a Castel S. Lorenzo. Quello spettacolo mi affascina tantissimo, fin da quando ero un bambino cilentano che sognava ad occhi aperti guardando le stelle dalle finestrelle del carcere…
 
 
(La Città di Salerno, 7 dicembre 2003)
 
 
Scheda biografica
 
Massimo Venturiello nasce a Roccadaspide (Salerno) il 4 agosto del 1957. Dal 1979 al 1982 studia all'Accademia d'arte drammatica “S. D'Amico”. Debutta con Gabriele Lavia nel Tito Andronico di Shakespeare. Da allora lavora quasi sempre come protagonista in diversi spettacoli, alternando drammaturgie classiche e contemporanee e impegnandosi anche sul fronte del teatro di ricerca: American Buffalo di D. Mamet; La mandragola di N. Machiavelli, regia M. Scaccia; True West di S. Shepard, regia F. Però; Un saluto, un addio di A. Fugard, regia F. Però. Stringe una proficua collaborazione con il Teatro stabile di Genova: La putta onorata di C. Goldoni, regia M. Sciaccaluga; Jacques e il suo padrone di M. Kundera, regia L. Barbareschi; Giacomo il prepotente di G. Manfridi, regia P. Maccarinelli (1987). Passa poi al Teatro stabile di Torino dove recita nel Timone d'Atene diretto da W. Pagliaro. Cura la regia di Jazz e di La sonata di Kreutzer da L. Tolstoj. Con il regista di G. P. Solari inaugura un nuovo sodalizio che lo porta a interpretare La musica in fondo al mare di M. Confalone, Una notte poco prima della foresta di B. Koltés e Brancaleone (1998). Nel 1996 è la volta di La rosa tatuata di T. Williams, con la regia di G. Vacis, dove è al fianco di V. Moriconi, nella parte che fu di B. Lancaster nella celebre trasposizione cinematografica. Va ricordata anche la sentita partecipazione alla riedizione di Masaniello, con la regia di A. Pugliese (1997). Successivamente ha lavorato in Liliom un amore zingaro (2000), commedia musicale da Ferenc Molnar, per la regia di Maurizio Panici, con musiche del fratello Ennio Rega; e in Aiace (2001), regia di P.Gazzara. Quest’anno è già andato in scena in Navigazioni di T. Conte, con il Teatro della Tosse di Genova, e in Macbeth di Shakespeare, al fianco di Mariangela D’Abbraccio  (2003). Per il cinema e la televisione ha lavorato con diversi registi tra cui: G. Salvatores, N. Michalcov, P. e V. Taviani, E. Scola, M. Ferrero, S. Bolchi, M. Ponzi, C. Vanzina, C. Lizzani, G. Bertolucci. Tra i film da lui interpretati, Good morning Babilonia (1997), I miei primi quarant’anni (1987), Marrakesh Express (1989), Cattiva (1991), Vietato ai minori (1992) e Ravanello pallido (2001).In televisione ha partecipato, tra l’altro, agli sceneggiati Il giovane Casanova (Canale 5, 2002) e Padri (RaiUno, 2002)
 
 

Intervista a Nello Mascia, attore

di Mario Avagliano
 
Uno dei grandi interpreti a livello mondiale del teatro napoletano classico di Viviani, di Scarpetta e dei De Filippo, è l’attore salernitano Nello Mascia, classe 1946, originario di Sala Consilina. Allievo di Eduardo, fondatore con Tato Russo della "Cooperativa Teatrale Italiana del Mezzogiorno Gli Ipocriti", ha lavorato con Giorgio Strehler e Mario Missiroli. In questi giorni è in scena al Teatro Eliseo di Roma, in "Miseria e Nobiltà", con Carlo Giuffrè. Mascia vive al Vomero, si definisce  “mite ma passionale” e dice di essere supertifoso del Napoli calcio (“nessuno è perfetto!”, spiega). Poi annuncia che presto riporterà in teatro Fango, il toccante monologo sul disastro dell’alluvione di Sarno che, rivela, “è anche una creatura del presidente della Provincia di Salerno Andria”.
 
Ci parli delle sue origini salernitane.
Negli anni della guerra la famiglia di mio padre si era trasferita a Sala Consilina, dove si viveva più sicuri che a Napoli e soprattutto si trovava più cibo. Fu proprio lì, in un paese a due passi da Sala, a Monte San Giacomo, che mio padre conobbe mia madre, Anita Buono, che apparteneva a una famiglia del luogo. Si piacquero, si amarono e si sposarono. Prima nacque mia sorella e poi, nel dicembre del ’46, toccò a me.
Che ricordo ha di quegli anni?
Mio padre Roberto era un poeta. Un latinista e un grecista, amante di cose belle, di pittura, di letteratura, di teatro. Ricordo che all'età di tre anni sapevo già leggere e scrivere perfettamente e recitavo a memoria alcune poesie di Pascoli, di Gozzano, di Carducci, anche se il mio cavallo di battaglia era "Il prode Anselmo" di Giovanni Visconti Venosta. Avevo già il mio piccolo repertorio. E lo sciorinavo nel corso della mia quotidiana “tournée”, quando con mia madre, nel fare la spesa a Sala Consilina, si sostava ora dal macellaio ("Oh Valentino vestito di nuovo…), ora dal fruttivendolo ("Signorina Felicita, a quest'ora, scende la sera…"), ora dal giornalaio ("Pollicino morta mamma, non sa più di che mangiare…").
Lei andò via da Sala Consilina piuttosto presto?
Sì, avevo quasi 4 anni. Mio padre aveva avuto un incarico presso una scuola di Castellamare di Stabia, e così ci trasferimmo tutti a Gragnano.
Dove continuò la sua fama di enfant prodige
Le maestre letteralmente mi contendevano per avermi nelle loro classi a recitare poesie, ad una platea di compagni di scuola entusiasti - se non altro - di evitare così un'interrogazione. Fino a quando, all'età di sette anni, il parroco mi diede l'incarico di imparare una lunga orrenda poesiola scritta da lui, da recitare nella piazza principale, in occasione della Festa della Madonna del Carmine. C’era tutto il paese. Ma una volta che fui salito sul palco, fui colto dal panico. Scappai via, a più non posso, come un forsennato. Giù per le scale del palco. Via! Giù, lungo la discesa. Col fiato in gola. Via! Dopo quell'episodio la mia vita cambiò. Mai più recite improvvisate. Mai più poesie. Più nulla.
Poi però è diventato un attore. Quando è scattata la scintilla della recitazione?
A tredici anni mio padre volle portarmi a Napoli, al Mercadante. Si dava una commedia di cui non ricordo il nome. Eravamo cinque spettatori. Compresi io e mio padre. Ci sistemammo in poltrona. Si fece buio. E dal sipario chiuso uscì fuori un vecchietto molto simpatico e dal fare molto autorevole. Era Sergio Tofano. Disse più o meno così: "Questa sera, secondo una consuetudine teatrale, essendo gli spettatori in sala inferiori per numero agli attori in palcoscenico, potremmo non fare lo spettacolo, e potremmo restituirvi il costo del biglietto. Ma non lo faremo. Noi questa sera faremo un'altra cosa. Faremo per voi il più bello spettacolo della nostra vita.". Ecco. Se qualcuno mi chiedesse quando ho deciso di fare l'attore, credo che risponderei: in quella magica affascinante memorabile sera del Mercadante.
Iniziò a studiare teatro più tardi, o sbaglio?
Quando avevo 17 anni. La mia famiglia si era trasferita a Napoli, in via Duomo. La mia scuola era sita nel malfamato vico Zuroli, di fianco a un noto bordello. I miei compagni di classe erano i figli dei venditori di sigarette di contrabbando di Forcella. Molti di loro oggi hanno fatto “carriera”. Li vedo spesso fotografati sui giornali, nelle pagine di cronaca nera, a volte sorretti al braccio da un paio di giovanottoni in divisa. Erano i miei amici quotidiani. Parlavo il loro linguaggio colorito. Si giocava a pallone insieme. Insieme si organizzavano i mitici "balletti" del sabato pomeriggio. Mio padre ne era spaventato e inorridito. E allora, un po' per allontanarmi da quella compagnia, un po' per pulire la mia parlata che lui definiva "volgare e orribile", prese una decisione che avrebbe cambiato la mia vita: iscrivermi a una scuola di recitazione. 
Quale scuola?
La scuola di recitazione del Circolo Artistico, che all’epoca era l'unica esistente a Napoli. Tutta la mia generazione l’ha frequentata, da Lina Sastri a Franco Iavarone, da Lucio Allocca a Giulio Adinolfi e Tommaso Bianco. Ero considerato tra i più bravi del corso. E così nel 1967 il regista Mico Galdieri mi scritturò. Debuttai al Teatro La Verzura in Floridiana, in "La Tabernaria" di Giovan Battista Della Porta. Il mio ruolo era quello di "Terzo Soldato Spagnolo". Il primo era Lucio Allocca, il secondo Armando Pugliese. Le musiche erano curate da un giovane semisconosciuto, a cui nessuno dava molta importanza, un certo Roberto De Simone.
De Simone?
Diventammo amici. Fu lui a proporre che cantassi nello spettacolo "Li saracine adorano lu sole", che successivamente fu incisa da Patrizio Trampetti in uno storico album della Nuova Compagnia di Canto Popolare. Ricordo che andavo a casa sua – viveva ancora con sua madre – per fare le prove. Allora lui fumava come un turco e poggiava le sigarette sulle tastiere del pianoforte, che erano diventate tutte nere.
Qualche anno più tardi, nel 1972, arrivò l’incontro con Eduardo De Filippo.
Fu grazie a Eduardo se ora faccio l’attore e non sono un impiegato di banca. Morto mio papà, la mia famiglia navigava in cattive acque dal punto di vista finanziario. Allora mia madre mi procurò presso parenti potenti la classica raccomandazione per un posto fisso. Mi chiamarono al Banco di Napoli. Proprio in quei giorni, però, arrivò la telefonata di Eduardo, che mi era stato presentato da Gennarino Palumbo. Dovevo scegliere. Una vita a metter timbri e a contare soldi. O il salto "conradiano" senza rete. Scelsi Eduardo. E fui attore per sempre.
Con Eduardo trascorse una stagione sola. 
Recitai in "Il sindaco del rione Sanità" e nella prima assoluta mondiale de "Gli esami non finiscono mai". Fu per me un anno fondamentale. Eduardo era un grande maestro, di palcoscenico e di vita. Era un grande vecchio saggio, sapeva tutto, tutto, ed era una fonte inesauribile di insegnamenti. Lo ricordo con grandissimo affetto e devozione. Mi insegnò una cosa in particolare: il rispetto dei ruoli, in teatro come nella vita. Un principio al quale mi sono sempre ispirato.
Nel ’73 fondò con Tato Russo la "Cooperativa Teatrale Italiana del Mezzogiorno Gli  Ipocriti".
Eravamo giovani. Volevamo fare da soli. Volevamo cambiare le regole. Eravamo contro il teatro vecchio, paludato, dei sipari di velluto e delle poltrone rosse. Così andai nel camerino di Eduardo e gli espressi il mio desiderio di andar via. Proprio nei giorni in cui lui aveva dato la distribuzione dei ruoli per le commedie che di lì a poco avrebbe registrato in televisione. Rimase molto sorpreso. "Non vi piacciono le parti che vi ho assegnato?". "No" - dissi con imbarazzo. - "Non si tratta di questo. Ho formato una compagnia mia. Sento l'urgenza di andare avanti con le mie gambe". "Non lo capisco. Ma vi faccio i migliori auguri. Siete un giovane che ha coraggio", fu il suo commento.
Che tipo era Tato Russo?
Con Tato Russo il sodalizio non era soltanto artistico. Eravamo amici. Ci intendevamo su tutto. Passavamo giorno e notte a fare progetti. A leggere. A fare. Mettemmo su un teatrino all'Arenella, in un sottoscala di una vecchia fabbrica abusiva di scarpe. Si chiamava "Il Teatro delle Arti". Aveva appena cento posti e un palcoscenico piccolo, ma confortevole. Lo aveva concepito Bruno Buonincontri, geniale e appassionato scenografo. Costruì praticamente da solo, con le proprie mani, quel teatro. Un gioiellino.
I successi che ricorda con più orgoglio?
Sicuramente la prima di "Uscita di emergenza", di Manlio Santarelli, con Bruno Cirino. E poi la riscoperta di Raffaele Viviani, al quale decidemmo di dedicare molti anni della nostra attività. Allestendo spettacoli memorabili: "L'ultimo scugnizzo", con la regia di Ugo Gregoretti; "Fatto di Cronaca" con la regia di Maurizio Scaparro; "Guappo di Cartone" con la regia di Armando Pugliese; "Musica dei ciechi", con la regia di Antonio Calenda. E organizzando mostre e convegni itineranti ai quali per la prima volta parteciparono i più autorevoli critici e studiosi di teatro a livello nazionale. Fu il nostro impegno costante e ossessivo su questo grandissimo autore a convincere finalmente l'editore Guida a pubblicare l'opera omnia di Viviani e a divulgarlo definitivamente a livello nazionale. Anche se molti lo hanno dimenticato.
A che cosa allude?
Senza il nostro impegno, oggi di Viviani si parlerebbe molto di meno. Eppure questa pagina importante della storia del teatro napoletano è stata dimenticata da tutti. Oggi sembra che il miglior interprete di Viviani sia uno che ha fatto il cantante per tutta la vita (Nino D’Angelo, ndr). Un controsenso, anche perché Viviani era soprattutto un attore.
L’avventura con la Cooperativa Gli Ipocriti è durata fino al 1995.
E’ un’avventura che ha occupato gran parte la mia vita artistica. Al di fuori di essa, nel periodo 1975-1995, mi sono permesso solo due fughe significative. Una nel 1983 allorquando fui chiamato da Giorgio Strehler a interpretare Trinculo ne "La tempesta" di William Shakespeare per l'inaugurazione del Teatro d'Europa all'Odeon di Parigi. L'altra, nel 1993, quando fui Don Marzio il protagonista de "La Bottega del Caffè" nell'allestimento di Mario Missiroli al Teatro di Roma.
Come mai è finita quella esperienza?
Beh, l’esito non è stato molto gradevole. La ferita è ancora aperta, e mi sono riproposto di non parlare di quello che è accaduto, perché la delusione è stata forte. Posso solo dire che si è trattato del tradimento di un’amicizia, più che di un’evoluzione in campo professionale.
In questi giorni Mascia è in scena a Roma in Miseria e Nobiltà, nel ruolo di Pasquale, con il grande Carlo Giuffrè.
Giuffrè è uno degli ultimi grandi interpreti della tradizione del teatro napoletano e Misera e Nobiltà è uno dei grandi classici del teatro mondiale. Più di così! Tra l’altro questo spettacolo, che portiamo in scena con grande successo da due anni, mi ha consentito di raccogliere due nomination ai due premi più importanti che esistono nel mondo del teatro, il premio ETI e il premio UPU. Devo confessare che non me l’aspettavo.
E’ stato anche a Salerno?
Sì, e anche a Salerno è stato un successo incredibile. Il pubblico del Teatro Verdi è molto caldo.
Che impressione le ha fatto Salerno?
Io vengo abbastanza spesso a Salerno. La trovo un città bellissima, assolutamente incantevole. E poi mi piace la movida salernitana, la voglia di vivere e la vivacità dei giovani.
Com’è Nello Mascia nel privato?
E’ un uomo mite, che cerca di essere razionale, nonostante venga travolto dalle passioni. Poi è una persona che ha il gusto di mangiare sano, di godersi una bella giornata, e che ama il calcio, è supertifoso del Napoli (nessuno è perfetto!), e quando può, non disdegna la bici, magari per raggiungere – attraverso il passo di Chiunzi - quello splendido gioiello che è Amalfi.
Dove va il teatro italiano? Molti parlano di crisi.
E’ da vent’anni che si parla di crisi del teatro italiano. Credo che una grossa responsabilità ce l’abbia quel signore che Altan disegna con la banana (sì, parlo di Berlusconi), che ha esportato in Italia la peggiore tv demenziale americana, quella che brucia il cervello della gente. Quel modello culturale, volgare, vuoto di contenuti, ha provocato un appiattimento della società italiana che si riflette su tutta la cultura, e quindi anche sul teatro. Non è un caso che adesso gli spettacoli teatrali più visti sono i musical all’americana. Con la differenza che noi in Italia non li sappiamo fare.
E’ in crisi anche il teatro napoletano?
Napoli è una città di una vitalità incredibile, che si rigenera continuamente. Le uniche novità interessanti del teatro italiano vengono da Napoli. Penso a Moscato, che è uno degli autori contemporanei più bravi. Ma penso anche al coraggio con il quale Martone sta gestendo il Teatro Stabile di Napoli.
Programmi per il  futuro?
Questa primavera ho intenzione di riprendere ''Fango'', l'oratorio civile scritto da Ernesto Dello Jacono e Mario Gelardi, che racconta le tappe delle frane che devastarono Sarno, Siano, Quindici, Bracigliano e San Felice a Cancello. Uno spettacolo di grande tensione emotiva, che indaga sulle responsabilità di una tragedia annunciata. Tra l’altro l’idea di farne uno spettacolo nacque proprio a Salerno, al Palazzo della Provincia, alla presentazione del romanzo di Ernesto Dello Jacono. Io lessi alcuni brani e dissi che sarebbe stato bello portarlo a teatro. Il presidente Andria, con la consueta sensibilità che lo contraddistingue, ci diede tutto il suo appoggio. Questo spettacolo è anche una sua creatura.
 
(La Città di Salerno, 11 maggio 2004)
 
Scheda biografica
 
Nello Mascia nasce a Sala Consilina (Salerno) il 28 dicembre del 1946. Studia recitazione alla scuola del Circolo Artistico di Napoli. Debutta nel 1967 al Teatro La Verzura in Floridiana, in "La Tabernaria" di Giovan Battista Della Porta, per la regia di Mico Galdieri. Nel 1973, dopo una breve ma intensa esperienza nella compagnia di Eduardo De Filippo (Il sindaco del rione sanità, Gli esami non finiscono mai), fonda insieme a Tato Russo la Coop. Teatrale Gli Ipocriti che dirige e di cui è l'animatore principale per circa venticinque anni. In questa struttura profonde ogni energia e ad essa dedica gran parte della sua attività di attore, regista e direttore artistico. Si pone all'attenzione della critica e del pubblico nel 1980 interpretando il personaggio del sagrestano Pacebbene in Uscita di emergenza di Santarelli, in coppia prima con Bruno Cirino, poi di Sergio Fantoni. Nel 1983-84 è al Piccolo Teatro dove interpreta Trinculo nell'allestimento strehleriano de La tempesta di Shakespeare che inaugura il Teatro d'Europa all'Odéon di Parigi. Dal 1986 si dedica alla divulgazione e alla valorizzazione dell'opera di Raffaele Viviani di cui presenta quattro spettacoli: L'ultimo scugnizzo, regia di Ugo Gregoretti; Fatto di cronaca, regia di Maurizio Scaparro; Guappo di cartone, regia di Armando Pugliese; La musica dei ciechi, regia di Antonio Calenda. Si ricorda anche il suo esilarante Don Marzio ne La bottega del caffè di Goldoni al Teatro di Roma, con la regia di Mario Missiroli nel 1993. In televisione nel 1979 è l'operaio Marco nello sceneggiato in quattro puntate Tre operai dal romanzo di Carlo Bernari per la regia di Francesco Maselli. Nel 1983 è protagonista del Carmagnola, libero adattamento di Ugo Gregoretti dalla tragedia di Alessandro Manzoni. Nel 1997 è il crudele Ferdinando in I conti di Montecristo, singolare versione di Ugo Gregoretti dal romanzo di Dumas. Nel cinema nel 1998 è tra i protagonisti de La cena di Ettore Scola e nel 2001 di L’uomo in più di Paolo Sorrentino. 
 
 

Intervista a Ugo Pirro, sceneggiatore

di Mario Avagliano
 
Uno dei più grandi sceneggiatori italiani di tutti i tempi, è il salernitano Ugo Pirro. Palma d'Oro a Cannes con A ciascuno il suo di Elio Petri (1967), due volte candidato all’Oscar per la migliore sceneggiatura, è stato l’autore di film cult come Achtung! Banditi, La classe operaia va in paradiso, Il Giardino dei Finzi Contini e Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. A 83 anni di età, Pirro sprizza vitalità da tutti i pori e non ha smesso di scrivere romanzi o soggetti per il cinema, nella sua casa romana a due passi da Piazza del Popolo. Lo sceneggiatore salernitano è anche un divulgatore appassionato della memoria e della storia del cinema made in Italy, e uno scrittore e un teorico importante, che ha contribuito a segnare la strada per le nuove generazioni di cineasti. 
 
Ci parla delle sue origini salernitane?
La mia famiglia è di Battipaglia. Mio padre era capostazione, mia madre era figlia di un agricoltore. Io sono nato a Salerno, e ci ho vissuto fino al 1923, quando mio padre fu trasferito a Castellamare di Stabia.
Che ricordi ha di Salerno?
Ero piccolo, ma ricordo benissimo la strada e l’edificio dove abitavo: Palazzo Salsano, in via Garibaldi. Un giorno avevo la febbre alta ed è passato sotto casa un carro con alcuni musicisti che chiedevano soldi per i terremotati. Mi affacciai alla finestra per vedere lo spettacolo e mia madre, per proteggermi dal vento, mi avvolse in una coperta disegnata con rose rosse. Se mi guardo indietro, posso ancora vedere il mio appartamento; aveva un corridoio lungo dove giocavo con mio fratello. Gli facevo i dispetti, lui era più grande di me, poi purtroppo morì di nefrite.
E Battipaglia, com’era in quegli anni?
Allora Battipaglia era poco più che un paese, era una frazione di Eboli. Ricordo che non c’era l’acqua nelle case, e si utilizzavano i secchi. Ci abitavano i miei nonni, e andavamo spesso a trovarli. Il mio nonno materno, Carmine Turco, fu il primo sindaco del nuovo comune. 
Come si viveva a casa Pirro?
All’anagrafe il mio vero cognome è Mattone. Comunque la mia adolescenza è stata un romanzo, tanto è vero che ci ho scritto un libro, Figli di ferrovieri, uscito nel 1998. Tra le altre cose, ho scoperto di avere un fratello naturale, e questo mi ha cambiato la vita.
Com’è scoccata dentro di lei la passione per il cinema?
Credo che una grossa parte di “responsabilità” ce l’abbia mio padre. Vede, allora le pizze dei film arrivavano per treno e mio padre, che era capostazione a Castellamare di Stabia, aveva acquisito per sé e per i suoi il “diritto” di ingresso gratuito al cinema. Il risultato è che passavo le mie giornate dentro la sala cinematografica, invece di studiare, e in latino ero un vero asino.
Poi arrivò la guerra…
E io combattei sul fronte in Jugoslavia, in Grecia e in Sardegna. Quattro lunghi e terribili anni, che ho in parte descritto nel mio primo libro, Le soldatesse, che racconta il viaggio di un ufficiale ventenne in compagnia di un «carico» di prostitute destinato ai soldati italiani dell'Armata Sagapò.
Quando ha iniziato a scrivere sceneggiature?
Da giovane ero più appassionato di teatro che di cinema. Ricordo che scrivevo commedie teatrali con il lapis, sui fogli da telegramma che si usavano nella stazione. Poi, finita la guerra, vinsi un piccolo premio letterario in danaro e nel ’47 mi trasferii a Roma. Cominciai a collaborare con qualche giornale, e solo più tardi entrai nel mondo del cinema.
Quale fu il suo primo soggetto per il cinema?
Quando ero ancora giornalista, incontrai un collega che aveva appena intervistato, in Puglia, Giuseppe Di Vittorio, il grande sindacalista della Cgil. Mi raccontò che Di Vittorio, a quindici anni, avendo costituito una lega bracciantile, si rese conto che il suo analfabetismo danneggiava i lavoratori che intendeva rappresentare. Questa constatazione lo spinse ad imparare a scrivere: iniziò a scrivere sui muri di casa con il carbone, a strappare i manifesti dalla strada e a ricopiare le lettere. Questa storia mi colpì a tal punto che decisi di scrivere un film, prendendo spunto, appunto, da questa immagine di Di Vittorio.
Lei ha vissuto in prima persona la grande stagione del cinema italiano degli anni Sessanta. Quali sono i registi a cui è legato di più?
Senza dubbio Elio Petri e Carlo Lizzani, con i quali ho avuto un lungo e fecondo sodalizio. E poi, come dimenticare Vittorio De Sica. Tra i film che ho scritto, Il giardino dei Finzi Contini è uno di quelli che amo di più…
La sceneggiatura può essere considerata come un genere letterario con una propria dignità?
Credo di sì. Naturalmente vi sono molti modi di scrivere una sceneggiatura: c'è la sceneggiatura italiana, la sceneggiatura all'americana... Comunque, nel complesso, si può considerare un genere letterario. Anche se bisogna osservare che purtroppo, negli studi sul cinema, non si esamina mai la sceneggiatura. Se per il teatro si fa sempre riferimento al testo, per il cinema generalmente gli studiosi non fanno cenno al testo e questa è una limitazione del ruolo dello scrittore nel cinema.
Se ci si ispira ad un'opera letteraria, bisogna attenersi ad essa fedelmente?
Si può sintetizzare un’opera letteraria, oppure la si può modificare, cambiandone il senso, prendendone soltanto spunto. Io ho avuto una lunga lite con Giorgio Bassani per Il giardino dei Finzi Contini, proprio perché mi accusò di aver modificato il libro. La sua riserva consisteva nel fatto che nel romanzo il padre del protagonista non finisce in campo di concentramento, mentre nella mia riduzione cinematografica anche il padre finisce in campo di concentramento insieme con Micole, che è la protagonista femminile. Questo cambiamento l'offese: ne venne una polemica sui giornali, che è durata a lungo. Ma mi sono sempre sentito completamente a posto con la coscienza. Tra l'altro il film ha vinto un Premio Oscar: quindi posso dire che i fatti mi hanno dato ragione.
Che differenza c’è tra cinema e letteratura?
Bisogna sempre ricordarsi che il cinema è fatto di immagini; in caso contrario diventa uno sproloquio. La letteratura, permettetemi il paragone, è una realtà vista con due occhi; il cinema, invece, è una realtà vista con un occhio, l'obiettivo. Se noi togliamo un occhio, ci rendiamo conto che, per raccontare la realtà, dobbiamo fare alcuni movimenti di macchina. In letteratura questo non è necessario: racconto la scena nel suo insieme. In questo consiste, detto in modo paradossale, la differenza di stile che c'è tra il racconto letterario e il racconto cinematografico.
Lei ha a lungo insegnato il mestiere di sceneggiatore. E’ utile frequentare le scuole di cinema?
Se avessi avuto qualcuno che mi avesse dato delle lezioni, avrei guadagnato qualche anno nell'apprendere la professione. Invece ho dovuto imparare il mestiere insieme con qualche amico, facendo tesoro anche di alcuni sbagli. Quello che non si può in alcun modo insegnare, è il talento che, tuttavia, è qualcosa che si affina con il lavoro ed anche in seguito ad una ricerca su se stessi.
Ha mai pensato di fare il regista?
Mai. Ho sempre pensato di fare lo scrittore. Ho cominciato come giornalista per poi fare il “negro”, cioè ho scritto film per altri, registi e sceneggiatori affermati.
Le piace ancora scrivere?
Scrivere è la mia vita. Lo chieda alla mia segretaria che trascrive al computer tutti i miei testi. Il mio studio è stracolmo di soggetti e di romanzi.
Ha qualche sceneggiatura nel cassetto che le piacerebbe tirare fuori?
Ce n’è una che doveva girare De Sica, intitolata “Il coraggio e la fame”,  ambientata a Napoli. Poi si ammalò e non se ne fece niente.
Che giudizio ha del cinema italiano contemporaneo?
Oggi è difficile fare cinema, anche perché oggettivamente è difficile raccontare la società italiana. La situazione sociale è sfuggente. Di conseguenza le pellicole italiane sono poco gradite al pubblico. Esistono dei casi isolati che però non fanno scuola. Moretti è un regista interessante. Benigni è geniale, ma unico nel suo genere.
Mi sembra un po’ disincantato verso il cinema di oggi. 
Si, è così. Anche perché tra sceneggiatori e produttori non c’è più un dialogo costruttivo. Io con De Laurentis ci facevo delle grandi litigate. Se avevo una idea buona, veniva messa in atto. 
Forse una volta si aveva la forza di rischiare di più. 
Si, i vecchi produttori erano dei grandi giocatori e non a caso andavano sempre al casinò. E poi avevano la grande capacità di annusare le storie. Di capire quali erano i soggetti che sarebbero potuti piacere anche all’estero. Oggi la produzione ha bisogno di coprirsi le spalle perché il mercato non c’è e i rischi sono troppi. Quindi se non c’è un finanziamento statale o la copertura della televisione il film non si fa.
Forse è per questo motivo che hanno più successo le fiction televisive?
A parte qualche eccezione, come La meglio gioventù, le fiction italiane sono detestabili. Il medico in famiglia, per esempio, è di una banalità che fa impressione. Anche se credo che Un posto al sole sia la peggiore in assoluto.
La tv uccide il cinema?
Non lo so. Di certo la tv uniforma tutto, anche perché la televisione non crea, ma rivede. Va bene per rivedere i fatti, per rivedere i film, per rivedere la storia, non per creare storie…
Com’è caratterialmente Ugo Pirro?
Sono dolce, ma anche testardo. Su certe cose, non cambio facilmente idea. Per dirne una, sarò contro Berlusconi per tutta la vita. E poi mi piace una cosa molto rara nel nostro ambiente: la modestia.
E’ ancora legato alla sua terra?
Eccome! I miei genitori e i miei nonni sono seppelliti a Battipaglia. A Salerno e a Battipaglia ho ancora diversi parenti e amici. E io mi sento intimamente salernitano. Le mie radici meridionali sono fortissime, e sono fatte di tante cose: le abitudini familiari, il dialetto, gli affetti...
E il cibo?
Quello forse non tanto, o meglio non più come un tempo. Certo amo la pastasciutta più della polenta, però i piatti di una volta non esistono più. Faccio un esempio: la vera mozzarella di bufala ora non si trova. Io lo ricordo bene il sapore autentico delle mozzarelle di Battipaglia. D’altra parte tutto è cambiato. Prima le bufale erano allevate allo stato brado, mangiavano l’erba naturale delle campagne, non i mangimi. Anche il latte aveva un sapore diverso.
Ha visitato di recente Salerno?
Sì, e l’ho trovata una bella città, molto sviluppata. Mi ha davvero sorpreso, e non lo dico per piaggeria…
 
 (La Città di Salerno, 28 dicembre 2003)
 
Scheda biografica
 
Ugo Pirro (all’anagrafe il cognome è Mattone) nasce a Salerno il 26 aprile del 1920. Ha al suo attivo una lunga carriera sia come sceneggiatore (vanta più di una quarantina di sceneggiature, realizzate tra il 1951 e il 1996) sia come romanziere. 
Il suo esordio letterario risale al 1956, quando pubblica il romanzo "Le soldatesse". Tra le sue opere narrative vanno ricordate: “Jovanka e le altre” (1959); “Mio figlio non sa leggere” (1981), “Celluloide” (1983), “Il luogo dei delitti” (1991); “Osteria dei pittori” (1994); “Soltanto un nome sui titoli di testa” (1998); “Figli di ferroviere” (1999); “Il cinema della nostra vita” (2001). 
Come scrittore per il cinema si fa già notare negli anni ‘50, associando il proprio nome a pellicole quali “Achtung! Banditi” (1951) di Carlo Lizzani, “Canzoni di tutta Italia” (1955) di Domenico Paolella, “L’amore più bello” (1957) di Glauco Pellegrini, “Cerasella” (1959) di Raffaello Matarazzo. (dal suo primo romanzo, “Le soldatesse”, è stato tratto, nel 1965, l’omonimo film di Valerio Zurlini). 
Nel decennio successivo, la sua attività s’intensifica: mentre continua il proficuo rapporto con Lizzani (“Il gobbo”, 1960; “Il processo di Verona”, 1963; “Svegliati e uccidi”, 1966; “L’amante di Gramigna”, 1969; “San Babila ore 20 un delitto inutile”, 1976;), egli lavora con molti altri cineasti, dallo statunitense Martin Ritt (“Jovanka e le altre”, 1960) a Glauco Pellegrini (“Capriccio italiano”, 1961), dallo jugoslavo Veliko Bulajic (“La battaglia della Neretva”, 1969) a Gianfranco Mingozzi (“Sequestro di persona”, 1968) e a Damiano Damiani (“Il giorno della civetta”, 1968). Versato per un cinema d’impegno civile, che tratta problemi di attualità sociale e politica, Pirro trova in Elio Petri il regista più adatto, realizzando film di grande spessore: “A ciascuno il suo”, 1967, vincitore della Palma d’Oro a Cannes; “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, 1970, candidato al premio Oscar; “La classe operaia va in paradiso”, 1971; “La proprietà non è un furto”, 1973. Pirro collabora inoltre con Mauro Bolognini per “Metello” (1970, dal romanzo di Vasco Pratolini) ed “Imputazione di omicidio per uno studente” (1972); con Vittorio De Sica per “Il Giardino dei Finzi Contini” (1971), vincitore del premio Oscar; con Pasquale Squitieri per “I guappi” (1974) ed “Il prefetto di ferro” (1977); e con Gillo Pontecorvo per “Ogro” (1979).
Nel 1993 Pirro scrive insieme ad Andrea Purgatori “Il giudice ragazzino” di Alessandro Di Robilant e, nel 1996, “Celluloide” di Carlo Lizzani, vincendo il Premio Donatello per la migliore sceneggiatura. 
Pirro è anche un importante teorico del cinema. Autore del manuale "Per scrivere un film", ha contribuito con i suoi insegnamenti a formare nuovi sceneggiatori, divulgando il proprio modo di intendere la sceneggiatura.
 

Intervista a Mara Carfagna, presentatrice

di Mario Avagliano
 
“La Costiera amalfitana è uno dei posti più belli del mondo”. Parola di Mara Carfagna. La bella presentatrice di Mediaset, 27 anni, mora, di origine salernitana, è ormai diventata una profonda conoscitrice del BelPaese. Negli ultimi quattro anni ha girato l’Italia in lungo e in largo con La domenica del villaggio, l’appuntamento settimanale di Retequattro con la cultura, le tradizioni e la gastronomia. Nella sua casa romana, parla con orgoglio della Salerno di oggi, ma lancia un grido di allarme per lo stato di abbandono del litorale tra Pontecagnano e Paestum: “Piange il cuore a vedere il degrado di quei luoghi. E’ un vero peccato non sfruttarli turisticamente”. Poi racconta di essere “dolce ma determinata” e di sognare una trasmissione come showgirl e “magari il cinema”.
 
La sua famiglia è salernitana?
Salernitana di adozione. Mio padre Salvatore, che è preside a Sarno, è di origine irpina. Mia madre Angela è della provincia di Potenza, anche se insegna in una scuola salernitana. Si sono conosciuti all’Università e, quando si sono sposati, hanno deciso di vivere a Salerno.
Ed è nata lei…
Già, io ho vissuto tutta mia infanzia e adolescenza a Salerno, e con grande intensità. Ho frequentato il Liceo Scientifico “Da Vinci” e partecipavo alle maratone della “Strasalerno” con mio nonno Michele e mio fratello Gianrocco.  Anche i miei inizi nel mondo dello spettacolo sono - per così dire - “salernitani”…
Ce li descrive?
Avevo 4 anni quando mia madre mi iscrisse alla scuola di danza di Anna Iorio. E’ stata subito una passione fortissima, un vero e proprio amore.
Ricorda la sua prima volta sul palcoscenico?
Fu al Teatro Capitol, avevo cinque anni, e nel balletto interpretavo una damina polacca.
Nel frattempo lei studiava anche pianoforte.
Al Conservatorio di Salerno. La mia insegnante era la signora Mannara. Sono arrivata all’ottavo anno. Mi mancano due soli esami per il diploma. Il lavoro in televisione mi ha impedito di proseguire, ma prima o poi lo otterrò… 
Quando capì che lo spettacolo sarebbe stata la sua vita?
Intorno ai 13-14 anni. Se prima di allora ballavo e studiavo pianoforte per divertimento e per far piacere alla mamma, da quel momento in poi è diventata una scelta di vita. Non saltavo una lezione neppure se stavo male. Ricordo che appena ho avuto l’età per viaggiare da sola, scappavo a Roma di nascosto da papà, per seguire lezioni di danza.
Nel 1996, ad appena venti anni, arriva il debutto in tv, come ballerina, alla trasmissione "I cervelloni" in onda su RaiUno, il sabato in prima serata.
Nel corso di una delle mie “fughe” a Roma, mi capitò sotto gli occhi l’annuncio di un’audizione per la trasmissione condotta da Paolo Bonolis. Quando mi presentai agli studi della Dear, eravamo in 700. Scelsero solo 8 di noi. E così mi ritrovai sotto i riflettori. Certo, per chi viene dalla danza classica, la tv è una delusione.
Anche per lei fu una delusione?
No, fu una bella esperienza e anche l’occasione per conoscere molti personaggi famosi. Però decisi che quella sarebbe stata una parentesi nella mia carriera.
L’anno dopo partecipò a Miss Italia 1997.
Nacque tutto per caso, da una sfilata di alta moda a Roma. In platea c’erano il patron di Miss Italia Enzo Mirigliani e una giuria di fotografi. Mi notarono e mi proposero di partecipare direttamente alle prefinali del concorso nazionale, senza passare dalla fase delle selezioni.
Come andò?
Bene, anche se fu davvero un’esperienza faticosa. Ciò nonostante non ho avuto crisi di nervi. Io ho un carattere tranquillo, mi adatto alle circostanze e non mi faccio prendere dalla frenesia e dall’ansia. Quindi ho affrontato il concorso con serenità.
E con successo: si classificò sesta, conquistando il titolo di Miss Cinema '97 e Miss TV Sorrisi e Canzoni '97. La bellezza l’ha aiutata nella carriera?
Io non mi sento bella, non lo dico per falsa modestia. Ho un aspetto piacevole, e cerco di curarlo, anche per rispetto del pubblico. 
Non ha risposto alla domanda.
La bellezza aiuta, ti apre le strade in maniera più diretta. Però da sola non basta. Nel mio caso ha contato molto poco. Tutte le cose che ho fatto, le ho dovute “sudare”. E devo dire che sono contenta di essermele guadagnate con il lavoro e la professionalità.
Essere belle può avere anche controindicazioni. Ha mai ricevuto proposte di un certo tipo per fare carriera?
No, sarò stata fortunata, ma non mi è mai capitato. Forse perché si capisce subito che sono un tipo deciso e che ho principi e valori che non sacrificherei per nessuna cosa al mondo. Gli uomini non sono tanto stupidi da esporsi a figuracce.
Dopo una fugace esperienza a Domenica in e la conduzione di Miss Italia 1998 al fianco di Frizzi, nel 2000 approdava a Mediaset e alla Domenica del villaggio.
Merito dell’allora direttore di rete Giovannelli, una persona eccezionale, un uomo di grande cultura e sensibilità. Fu lui a presentarmi a Davide Mengacci.
Com’è Mengacci dal punto di vista umano e professionale?
E’ una persona perbene, un vero signore. E’ anche molto simpatico. Il sabato sera, a cena, ci facciamo sempre delle grandi risate. Sul lavoro è preciso e puntiglioso, ma anche prodigo di consigli preziosi. Ci troviamo bene insieme perché io sono esattamente come lui.
Quattro anni in giro per l’Italia.
La Domenica del Villaggio mi ha arricchita professionalmente: due ore e mezza di diretta od ogni puntata, con un pubblico vero. Mi sono messa davvero alla prova. Ne ho avuto anche un arricchimento culturale, scoprendo luoghi meravigliosi…
Un’esperienza bella ma anche faticosa.
Beh, è sicuramente un grande sacrificio dover stare fuori tutti i week end, da settembre a giugno. La vita privata è quasi cancellata.
La città o la località che le è rimasta nel cuore?
Non saprei citarne una sola. L’Italia è un paese straordinario che riserva talmente tante sorprese, da Nord a Sud…
E in Campania?
La costiera amalfitana e la costiera sorrentina sono posti unici al mondo, per il paesaggio, la musica, le tradizioni culturali, la gastronomia, ma sono valorizzati fino a un certo punto. Ci sono posti molto meno belli in Italia che sono curati e valorizzati molto di più. Per non parlare del litorale di Pontecagnano.
Parliamone invece.
La costa che va da Pontecagnano a Paestum è in uno stato di degrado vergognoso. Andare lì è una tristezza infinita. Eppure si tratta di zone che potrebbero essere sfruttate in modo ideale dal punto di vista turistico. Ci sono boschi di pini, spiagge dorate, un mare bellissimo, grandi spazi.
E Salerno, la trova cambiata rispetto agli anni della sua adolescenza?
Molto cambiata, e in meglio. Ogni volta che scendo giù, trovo qualcosa di nuovo e qualche zona recuperata. Mi sento orgogliosa di essere salernitana.
Quest’anno, però, almeno dal punto di vista sportivo Salerno ha perso colpi…
Sono davvero dispiaciuta della retrocessione della Salernitana in serie C. Credo che Salerno e il suo pubblico meritino una squadra non in serie B ma in serie A. Speriamo che l’anno prossimo la squadra granata ricominci a salire la china.
Torna spesso a Salerno?
Appena posso vengo a trovare i miei genitori e i miei amici. La mia migliore amica, Erminia, è salernitana. Ci sentiamo al telefono praticamente tutti i giorni.
Le manca Salerno?
Mi manca soprattutto il lungomare. Lo considero uno degli angoli più belli di Salerno, tutto da vivere. Ancora oggi, quando vengo giù, indosso la tuta e le scarpette di ginnastica e vado a correre al lungomare… 
Cosa farà la prossima stagione? Dopo la Domenica del Villaggio, ha progetti nuovi?
Sto vagliando alcune proposte, sia di Mediaset che della Rai. M farebbe piacere restare a Mediaset. Sono quattro anni che ci lavoro e mi sono trovata bene, ma ho anche voglia di cambiare registro, di fare una trasmissione dove mettere a frutto quello che ho studiato.
Una trasmissione dove cantare e ballare?
E perché no. Sono diplomata in danza, ho studiato musica al conservatorio e ho studiato canto a Roma, credo di avere tutte le carte in regola. 
Ha le carte in regola anche per fare cinema?
Fino a poco tempo fa pensavo che non avrei mai fatto cinema, adesso invece spero di riuscire ad entrare in questo mondo che mi affascina molto. Certo, vorrei fare cinema di qualità, magari con un regista come Gabriele Muccino. Il mio sogno sarebbe un film hollywoodiano con il mio attore preferito, Tom Cruise… ma, per iniziare, mi accontenterei anche di una fiction! 
 
 (La Città di Salerno, 11 maggio 2003)
 
Scheda biografica
 
Mara Carfagna è nata a Salerno il 18 dicembre del 1975. Ha frequentato la scuola di danza salernitana di Anna Iorio e si è diplomata in danza classica e moderna. Ha anche studiato pianoforte al Conservatorio di Salerno e canto leggero a Roma. Si è laureata in giurisprudenza all’Università di Salerno. Ha debuttato in televisione nel 1996, prendendo parte come ballerina alla trasmissione di Paolo Bonolis I cervelloni in onda su RaiUno. Nel 1997 ha partecipato a Miss Italia, classificandosi sesta e conquistando il titolo di Miss Cinema '97 e Miss TV Sorrisi e Canzoni '97. Sempre nel ’97 ha partecipato a Vota la Voce e a Domenica In. Nel ‘98 ha presentato il concorso Miss Italia al fianco di Fabrizio Frizzi. Nel 2000 è passata a Mediaset e da quattro anni affianca Davide Mengacci nella conduzione della trasmissione La domenica del villaggio, in onda su Retequattro.

 

Intervista a Neffa, cantante

di Mario Avagliano
 
Chi non ha canticchiato “La mia Signorina” o “Prima di andare via”, grande successo dell'estate musicale 2003, premiato anche al Festivalbar? Però pochi sanno che l’autore di queste hit, Giovanni Pellino, in arte Neffa, è originario di Scafati, in provincia di Salerno. Neffa, 36 anni, ex batterista e componente dei “Negazione” e dei “Sangue Misto”, un passato da rapper, ha pubblicato di recente un nuovo cd, intitolato I molteplici mondi di Giovanni. Quindici canzoni sulla difficoltà di incontrarsi e intrecciare rapporti nel mondo contemporaneo, ricche di cori e musicalità molteplici che spaziano dal reggae, al soul, dal blues al funky. Neffa accetta volentieri di parlare di sé e rivendica con orgoglio le sue origini salernitane: “Mi piacerebbe fare qualcosa nella mia terra”.
 
Lei è nato a Scafati ma ci ha vissuto poco…
Mia madre Angela è di Scafati, mio padre Giuseppe è napoletano. Si sono conosciuti in treno: mia madre andava a scuola a Nocera e mio padre lavorava a Salerno. Nella mia infanzia ho girato come una trottola, sono stato a Scafati, a Milano, a Roma. Poi, quando avevo 8 anni di età, la mia famiglia si è trasferita a Bologna. 
Che ricordi ha di Scafati?
Ricordo in particolare l’anno della primina. E’ stato un periodo molto bello per me, perché avevo la possibilità di giocare ogni giorno in cortile, all’aria aperta. Nelle grandi città era impossibile! Mi piaceva anche la villa comunale, veramente fantastica. E poi rimpiango i mitici Natali a casa dei miei nonni, le zeppole con il miele, le giocate a tombola, le rimpatriate con tutti gli zii, le zie, i cugini.
Aveva amici a Scafati?
Il mio miglior amico è di Scafati, si chiama Franco Cimmino, e ci frequentiamo tuttora. Io sono nato nelle palazzine dell’Ina Casa e lui abitava vicino a me. Correvo sempre a giocare a pallone nel suo cortiletto. Ricordo che quando si univa a noi qualche ragazzina, facevamo il gioco del dottore. A Scafati, a causa della rigida educazione cattolica, il modo di percepire la sessualità era abbastanza mistico. Il sesso era visto come un tabù che era sempre lì per essere violato, una bomba ad orologeria sempre pronta ad esplodere. 
Rimpiange anche il fiume Sarno?
Quello proprio no. Qualche volta mi capita di pensare che da vecchio potrei tornare a Scafati, ma l’immagine del fiume Sarno mi blocca. E’ un vero disastro, con tutte quelle fabbriche di pomodori e cartiere che per anni hanno riversato i loro scarichi nelle acque. Le esalazioni del fiume sono terribili.
Com’era Neffa da ragazzo?
Ero molto anonimo. Un marziano. Non mi trovavo bene con gli altri, ero diverso. Osservavo molto. Così via via si è formata una camera di compressione in me, che poi è scoppiata. Ribollivo di vita, era inconcepibile fermarsi, stare a casa una sera. Volevo far tutto, conoscere tutti. Mio fratello era appassionato di astronomia e da bambino io sapevo riconoscere tutte le costellazioni. 
Come ha vissuto il distacco dalla sua città?
Molto male, anche perché a Bologna mi chiamavano “meridionale”, e quando d’estate o durante le feste scendevo giù a Scafati, mi davano del “bolognese”. Negli anni Settanta, al Nord, c’era un po’ di razzismo nei confronti dei meridionali. Ero un po’ imbarazzato delle mie origini. Devo confessare che, per questo motivo, a lungo ho abolito il concetto di territorio-patria-appartenenza. 
Anche adesso si sente un senza-patria?
Niente affatto. Quando ho preso coscienza delle meraviglie dell’arte e della cultura campana e napoletana, mi sono sentito molto orgoglioso di avere radici meridionali.
Come è nata la sua passione per la musica? E come diventò un batterista?
Per me è stata una cosa naturale. Quand’ero bambino cantavo sempre. Mio fratello Gaetano era chitarrista ed era il musicista di casa. Quando avevo 16 anni, cominciai a chiedergli di suonare con lui nei locali di Bologna. Lui mi disse che non ero granché portato con la voce e così mi buttai sulla batteria.
Il suo primo concerto?
Fu a 15 anni, in una scuola serale di Bologna, come cantante. Sarebbero passati diciotto anni prima che tornassi sul palco ad esibirmi con la mia voce… 
Dopo le prime esperienze in alcune cover-band, Giovanni Pellino approda ai Negazione.
Mi ero stufato delle cover, così entrai nel pianeta musicale underground che gravitava intorno ai centri sociali occupati. E con lo pseudonimo di Jeff Pellino, feci parte come batterista di alcuni gruppi hard-core italiani, tra cui in particolare  i "Negazione".
Negli anni Novanta, una nuova svolta: appende la batteria al chiodo e diventa cantante… 
A un certo punto della mia vita è venuta fuori dalla mia infanzia la voglia grande di cantare e di scrivere canzoni mie. 
Jeff Pellino cambia il nome in Neffa e si afferma come uno degli alfieri dell’hip hop italiano.
Con DJ Gruff diedi vita agli Isola Posse All Stars e poi insieme, con l’apporto anche di Deda, fondammo i Sangue Misto. E’ stato un periodo eccezionale, credo di aver dato un contributo all’affermazione del rap in Italia, di aver aperto delle strade a chi mi ha seguito. 
Nel ’96 Neffa sceglie la carriera di rapper solista ed arriva il primo disco d’oro.
Sì, con l’album "Neffa & i Messaggeri della Dopa", che fu trainato dall’exploit del mio singolo "Aspettando il Sole".
Due anni fa, nel 2001, una nuova svolta, con il cd "Arrivi e Partenze”. Un disco che sa di blues, di musica nera, del rock degli anni ’70, ed ha uno stile di canto che attinge all’emozionalità dei grandi maestri del soul. 
Quello fu un disco molto autobiografico, che rifletteva buona parte dei cambiamenti attraversati in quegli anni. Il punto è che volevo iniziare una nuova vita, e mi chiesi: "A 33 anni, vissuti anche con un po’ di stress, te la senti di nuovo di rimettere in gioco tutto? Dopo che avevi costruito una casa, uno studio, ecc. te la senti di distruggere tutto?” Queste sfide qua, da folli, sono le uniche che mi interessano e l’accettai.
Il suo ultimo singolo, “Prima di andare via”, è stato il tormentone dell’estate 2003…
Io non faccio tormentoni ma canzoni. Vorrei che Prima di andare via non fosse considerato come Chihuahua… L'ho scritta pensando a quando avevo 20 anni. Mi sono ricordato di quando a notte fonda, in un centro sociale, rimanevo nella mia confusione dopo aver bevuto e fumato troppo e mi capitava di guardare una ragazza e sperare che, se ricambiava lo sguardo, sarebbe cambiata tutta la notte. Poi la cosa non accadeva mai. Insomma, la canzone esprime la drammaticità della solitudine.
E’ vero che due anni fa Pippo Baudo scartò questa canzone da Sanremo?
Credo che la bocciarono perché aveva un ritmo simile a “Salirò”, la canzone di Daniele Silvestri. E tutto sommato forse si aspettavano un pezzo con più fronzoli, arrangiato alla maniera del festival di Sanremo.
Mi pare di capire che il Festival di Sanremo non la elettrizzi più di tanto.
Fino a quando continuerà a dare spazio solo ai cantanti tradizionali, non vedo perché mi dovrebbe elettrizzare. Se tornerà ad essere un festival musicale, perché no. Allora, se avrò una canzone che interessa il festival, potrei anche andarci. Ma non mi metterò mai a scrivere un pezzo in funzione di Sanremo.
A settembre è uscito il suo nuovo cd. “I molteplici mondi di Giovanni”. 
La vera scommessa di questo album sono le canzoni, o meglio, la mia capacità e volontà di partire dalla forma canzone e scrivere dei pezzi belli da cantare e capaci di emozionare come solo le grandi canzoni sanno fare. Dopo “Arrivi e Partenze”, ho deciso che avrei lavorato più da musicista sulle canzoni, e per fare questo avevo bisogno di imparare a suonare uno strumento seriamente. Oltre al piano, che avevo iniziato a strimpellare durante la lavorazione del precedente album, mi sono buttato sulla chitarra, e nel giro di un po’ di tempo ero in grado di tirarci fuori il necessario per poter iniziare a scrivere. Nel frattempo ascoltavo i grandi autori di canzoni, da Brian Wilson dei Beach Boys ai Beatles, passando attraverso vecchie passioni come Marvin Gaye e Stevie Wonder.
Le registrazioni dell’album si sono svolte principalmente nello studio di suo fratello Gaetano Pellino, ad Acqui Terme.
Mi sono trovato benissimo. Ho sempre stimato molto mio fratello, sia come musicista che come ingegnere del suono.
Sono canzoni che raccontano vita vissuta, quindi, storie e situazioni d’amore e di solitudine, il grande male dei nostri tempi. 
Credo che l’amore, vissuto in una dimensione a due ma anche in una più allargata, ci renda più forti, più felici, capaci di vivere meglio le cose importanti della vita. La solitudine è invece l’ultima spiaggia verso cui ci spinge il sistema produttivo di cui facciamo parte, con i suoi obblighi al consumo e un’eterna insoddisfazione. Come diceva Beppe Grillo, tutti sono lì a cercare di lavorare meno per avere più tempo da organizzarsi, ma poi quando hanno tempo libero lo usano per organizzare altro tempo e così via: alla fine, nessuno è capace di godere del momento, del presente.
Chi è Neffa adesso?
Sono un tipo ancora non formato, in evoluzione. Sento di avere avuto tante vite, mi sento ricco di questo, ma voglio continuare ad interrogarmi, cercare nuovi obiettivi senza riciclarmi mai. 
E di carattere?
Sono un po’ lunatico. A volte sono introverso e silenzioso, a volte invece ho voglia di far casino. Sono un istintivo, e anche uno abbastanza passionale. 
E le radici meridionali?
Sono forti. Io mi sento il prodotto di una cultura meridionale. Da ragazzo ascoltavo Bennato e Pino Daniele, e il mio piatto preferito è stato sempre il ragù di carne, cucinato come si fa dalle nostre parti.
I suoi progetti futuri riguardano anche Salerno?
Magari, mi piacerebbe molto. A gennaio parte il mio tour. Canterò soprattutto nei club. Spero che ci saranno delle date anche a Salerno e a Napoli.
 
(La Città di Salerno, 23 novembre 2003)
 
Scheda biografica
 
Neffa, all’anagrafe Giovanni Pellino, nasce a Scafati il 7 ottobre del 1967. La sua carriera musicale comincia verso il finire degli anni ’80, con una vocazione per gli strumenti a percussione. Nato come batterista, esprime il suo spontaneo talento ritmico suonando, con lo pseudonimo di Jeff Pellino, insieme ad alcuni gruppi hard-core italiani tra cui vale la pena ricordare i "Negazione", popolare formazione punk che, all’apice della carriera, riuscì persino ad aprirsi un varco nelle classifiche americane. 
Con gli anni ’90 alle porte, le passioni musicali di Giovanni incontrano un cambiamento risolutivo, ed i suoi contatti con la scena Rap italiana trasformano dei comuni interessi in una travolgente passione. 
Diventato Neffa, epiteto acquisito dal cognome di un giocatore della Cremonese ammirato dall’artista, inizia una fruttuosa collaborazione con l’amico DJ Gruff, insieme al quale darà vita al gruppo Isola Posse All Star, che diventerà presto un nome di culto nell’underground Hip Hop italiana.
Nel 1994, sciolta la Isola Posse, Neffa e DJ Gruff raggiungono il collega Deda con cui costituiscono la storica formazione dei Sangue misto, che inciderà una fortunata pietra miliare intitolata "SMX".
Nonostante il promettente esordio dei Sangue Misto, Neffa sceglie d’intraprendere un percorso d'indipendenza e, nel 1996, realizza con i suoi "Messaggeri della Dopa" un album omonimo che lo porterà per la prima volta all’attenzione del grande pubblico, grazie anche al successo del singolo "Aspettando il Sole". 
Due anni più tardi, nel 1998, esce "107 Elementi", secondo album della sua carriera solista, a cui segue nel 1999 “Chicopisco”. 
Poi, nel 2001, un altro cambiamento di rotta interviene a determinare la composizione del suo ultimo lavoro, "Arrivi e partenze", dove il musicista abbandona il Rap per dedicarsi alla forma-canzone, ad un genere certamente più fruibile, ma altrettanto complesso.
 

Intervista a Sabino Cassese

di Mario Avagliano
 
Il massimo esperto dello Stato e della burocrazia italiana è un salernitano, il professor Sabino Cassese, figlio dello storico Leopoldo. Già ministro per la Funzione Pubblica nel governo guidato da Carlo Azeglio Ciampi, Cassese conduce da almeno trent’anni una coraggiosa battaglia per la riforma della pubblica amministrazione. Da Roma, dove vive e insegna (è titolare della cattedra di Diritto Amministrativo nella facoltà di giurisprudenza dell'Università "La Sapienza"), parla con “poco rimpianto” della Salerno degli anni 40-50 e loda invece la città di oggi: “E’ rifiorita”.
 
Lei è salernitano, però all’anagrafe risulta nato ad Atripalda.
Mio padre Leopoldo era irpino, originario di Atripalda, e io sono nato lì, ma quando avevo appena un mese di vita ci siamo trasferiti a Salerno.
Come mai?
Mio padre lavorava già da tempo a Salerno, era Direttore dell’Archivio e poi diventò anche professore di archivistica.
Che ricordi ha di Salerno negli anni della sua infanzia?
Beh, ricordo soprattutto la guerra, la città sventrata dai bombardamenti, lo sbarco degli Alleati. Ovviamente tutti questi avvenimenti erano visti da me con gli occhi di un ragazzo di sette anni. Voglio dire che per me erano avvenimenti paurosi ma anche avventurosi, anzi il lato dell’avventura spesso prevaleva, anche se talvolta nei volti degli adulti leggevo un timore vero. 
Per esempio quando?
Una volta, durante i primi bombardamenti dal mare, eravamo nel rifugio della Prefettura. Le bombe caddero proprio accanto a noi. Il giorno dopo scoprimmo che il rifugio parallelo al nostro era stato distrutto e tutti gli occupanti erano morti.
Nel dopoguerra Salerno tornò a nuova vita. Com’era la città di allora?
Era una città piccola e anche molto provinciale. Tutta la vita mondana era concentrata nella passeggiata di via dei Mercanti. Il lungomare fu completato solo più tardi. Non c’erano grandi fermenti culturali. Mi è rimasto impresso che quando andavo alla Biblioteca provinciale, era complicatissimo  prendere in prestito qualche libro.
Qualche anno dopo lei si ritrovava sui banchi del Liceo Tasso.
Ero nella sezione A. Ebbi la fortuna di avere grandi professori: Guercio, che insegnava italiano e latino, la signora Amendola faceva matematica e Coppola mi iniziò al greco. Coppola era un vero personaggio, era allievo di Perrotta ed estimatore di Gentili.
Chi erano i suoi amici?
Tanti nomi li ho dimenticati. Si dice che chi ha avuto un’infanzia felice, ricorda poco di quel periodo. Comunque mi vengono in mente Enzo Barba, Enrico Vignes, i figli del preside Di Palo del Liceo Scientifico.
Prima di andare via da Salerno lei partecipò all’esperienza del “giornale parlato”, alla Libreria Macchiaroli di Piazza Malta.
Fu un’iniziativa interessante. Mi ci portò mio fratello Antonio, poi docente di diritto internazionale all’Università di Firenze e presidente del Tribunale internazionale sui crimini di guerra in Jugoslavia. Ma allora la vivacità culturale di Salerno era limitata a poche persone.
Nel ’52, a diciassette anni, lei s’iscrisse alla Normale di Pisa.
Era il primo anno che veniva bandito un concorso per il settore giuridico. Vinsi il concorso e così feci le valige per la Toscana.
Un bel salto per un adolescente.
Pisa era molto chiusa come città, solo che allora a Salerno c’era solo la città, a Pisa c’era la città e c’era la Normale.
E com’era l’ambiente della Normale?
Un ambiente vivacissimo sia dal punto di vista culturale che da quello politico. Nel 1953 fu approvata quella che poi fu definita la legge elettorale “truffa”. L’atmosfera era molto eccitata.
Salerno le mancava?
Allora il trasferimento in un'altra regione d’Italia era molto più difficile di adesso. La differenza di accento pesava, anche perché la tv non c’era ancora e non aveva contribuito, come ha detto De Mauro, a creare un linguaggio omogeneo nel Paese. Io però mi sono integrato bene. Appartengo alla categoria dei meridionali “traditori”, quelli che bruciano le tende e guardano avanti al futuro. Salerno è una città che apprezzo e che amo, ma mi sento un cittadino d’Italia.
Dopo la laurea e l’inizio della carriera come docente universitario, è diventato quasi subito uno dei protagonisti della battaglia per la riforma dello Stato. A trent’anni dalle sue prime riflessioni su questo tema, che cosa è cambiato?
Il fumo è stato tanto, l’arrosto è stato meno del fumo. 
Partiamo dall’arrosto.
Per certi versi ci siamo messi al passo con l’Europa. Il numero dei ministeri, che era intorno a 25, è stato ridotto della metà. L’amministrazione è meno pesante e costosa, grazie al contenimento della crescita dei dipendenti. Il rapporto di lavoro, che era dominato dallo statuto pubblicistico, ora è privatizzato. Funzionari di tutti i ministeri partecipano quotidianamente alle riunioni che si tengono a Bruxelles.
E il fumo?
I ministeri sono diminuiti ma sono rimasti dei complessi mastodontici. Le strutture interne dei ministeri si sono moltiplicate, invece di ridursi. Molte semplificazioni sono rimaste sulla carta, o hanno ulteriormente complicato il lavoro amministrativo. 
A cambiare lo Stato ci ha provato anche lei, da ministro del governo Ciampi. Che cosa ricorda di quell’esperienza?
E’ stato un periodo difficile e felice. Difficile perché il nostro Stato  attraversava il momento di maggiore crisi, Tangentopoli, il Parlamento degli inquisiti, il governo tecnico… Felice perché si è potuto lavorare come in pochi altri momenti della storia italiana, con una certa indipendenza dagli interessi di partito e di fazione e con la guida di una personalità come Ciampi, di qualità superiore, capace di fissare un disegno e di lavorare insieme agli altri per realizzarlo. Abbiamo varato tante riforme, ma molte sono state disfatte dai governi successivi.
Ora al suo posto c’è un altro salernitano, il ministro Mazzella. Qual è il suo giudizio sul suo operato?
Troppo presto per giudicare. Il primo bilancio però mi sembra positivo, ha fatto due o tre scelte ottime, come fare un passo indietro sullo spoil-system e provare a dare una sistemazione al problema delle autorità indipendenti.
Qual è l’elemento che frena la riforma della pubblica amministrazione?
Io credo che molto vada imputato a quel fenomeno che avevo già descritto nel 1971 nel mio libro Questione amministrativa e questione meridionale, e che peraltro era stato studiato da Salvemini. Mi riferisco alla meridionalizzazione dello Stato, che è il risultato e il simbolo della debolezza della pubblica amministrazione italiana. 
Cioè?
Il risultato perché nel Mezzogiorno non ci sono imprese e quindi il lavoro nello Stato è lo sbocco naturale della gran parte dei meridionali. Il simbolo perché i meridionali sono persone nelle cui vene non è mai entrato il sangue di coloro che si svegliavano con le sirene delle fabbriche.
E che c’è di negativo in questo?
Lo Stato italiano è stato impregnato della cultura meridionale, che è una cultura contadina, crociana, hegeliana, di matrice idealista. La conseguenza è che nei gangli della pubblica amministrazione non è penetrata la cultura delle fabbriche, della razionalità tayloriana, quel tipo di cultura che sa valutare i tempi e i costi. Negli ultimi anni qualcosa è cambiato, ma ancora troppo poco.
Lei ha toccato il tema della questione meridionale. Esiste ancora una questione del Mezzogiorno e come si fa, secondo lei, a superare il gap atavico tra Sud e Nord?
Il Sud può rinascere solo se smette di lamentarsi. Prenda la questione delle banche, sembra di sentire in queste settimane le parole di Nitti che accusava il Nord di “spolpare” il Mezzogiorno. Basta con queste lamentele. Il Sud deve cominciare a fare con le sue mani.
Una visione che lascia poco spazio alla speranza.
No, niente affatto. Una parte del Sud ce l’ha già fatta: la Puglia, la Basilicata. E’ soprattutto la nostra Campania ad annaspare. L’entroterra di Napoli è in condizione penose.
A proposito di Campania, che giudizio da’ della Salerno di oggi?
Senza voler sembrare esagerato, direi che in scala ha avuto la stessa evoluzione di una città come Washington. Ricordo che Washington negli anni Sessanta era una piccola città di provincia. Adesso è la capitale di un Impero. Anche Salerno è cambiata profondamente. Ora è piena di vita, è ricca di iniziative culturali, di conferenze…
La trovata cambiata anche fisicamente?
Salerno è rifiorita, ha ritrovato quella dimensione che aveva perduto. Le ultime volte che sono andato a Salerno sono rimasto impressionato dalla rinascita fisica dei luoghi. In Italia non si da’ grande rilevanza a questo aspetto, lavoriamo in città sporche, in università fatiscenti, invece i luoghi sono importanti, determinano gli uomini.
Una volta tanto c’è un’amministrazione pubblica meridionale che funziona?
Salerno è una splendida eccezione. Ma quando una città rifiorisce, non è merito solo della pubblica amministrazione, è anche la società che si è rimboccata le maniche.
 
(La Città di Salerno, 18 maggio 2003)
 
Scheda biografica
 
Sabino Cassese è nato ad Atripalda (Avellino) il 20 ottobre del 1935, ma ha trascorso la sua infanzia e adolescenza a Salerno. Ha frequentato il Liceo Tasso e poi si è laureato in giurisprudenza all’Università di Pisa dove è stato allievo del collegio giuridico della Scuola Normale Superiore. Titolare della Cattedra di Diritto Amministrativo nella facoltà di giurisprudenza dell'Università di Roma "La Sapienza", è dottore "honoris causa" delle Università di Aix-en-Provence, Cordoba (Argentina), Toledo, Macerata, Atene e Parigi. Già Ministro per la Funzione Pubblica nel governo Ciampi (1993-1994), dirige il "Giornale di diritto amministrativo” e la "Rivista trimestrale di diritto pubblico" ed ha curato il Trattato di diritto amministrativo (2000). Tra le sue opere recenti: Maggioranza e minoranza - Il problema della democrazia in Italia (1995), Lo Stato introvabile (1998), La nuova costituzione economica (2000), Casi e materiali di diritto amministrativo (2001), Manuale di diritto pubblico (2001), La crisi dello Stato (2002), Lo spazio giuridico globale (2003). 

 

Intervista al Ministro Gasparri

di Mario Avagliano
 
“Ho molto a cuore la mia terra”. Maurizio Gasparri, 46 anni, ministro delle Comunicazioni del Governo Berlusconi, è romano di nascita ma i suoi genitori vivono a Cava de’ Tirreni e nelle sue vene scorre sangue cavese da parte di madre e di Roscigno, nel Cilento, da parte di padre. Intervistato da la Città, Gasparri afferma di essere fiero delle sue radici salernitane: “Rivendico sempre la mia origine, con orgoglio e con determinazione”. E rivela che i suoi inizi politici e giornalisti risalgono proprio ai tempi delle sue estati a Cava quando, insieme al fotografo Emilio Palumbo e al generale Demitri, curava le pubblicazioni del “Libretto Tricolore”. Poi loda il sindaco di Cava Alfredo Messina (“l’ho appoggiato anche quando all’interno della destra c’erano discussioni”) e critica invece l’attuale amministrazione di Salerno che, a suo giudizio, procede “un po’ faticosamente”.
 
Ministro Gasparri, che rapporto ha con Cava de' Tirreni?
Al tempi dell'infanzia i miei genitori si erano già trasferiti nella capitale. Tutte le estati e le festività, però, le ho trascorse a Cava de' Tirreni. Con questa città ho sempre vissuto un rapporto fatto di intense frequentazioni. Lì sono nate tante amicizie che ancora oggi conservo.
Cosa ricorda delle estati a Cava, a Vietri sul Mare e ad Amalfi? Chi erano i suoi amici di allora?
Ricordo le preoccupazioni per il mare di Vietri che cominciava ad essere inquinato, e il traffico sulla costiera, aggravato dalla ristrettezza delle strade. Ma ricordo anche la bellezza di quei luoghi che amo e visito frequentemente. Molti ragazzi che conoscevo allora, oggi sono diventati professionisti, dirigenti di banca, commercianti. Alcuni di loro erano figli di amici di famiglia. Una circostanza che faceva spesso incrociare le nostre frequentazioni con quelle dei rispettivi genitori e che tuttora si ripete.
Com'è nata la passione per la politica?
Dai tempi della scuola mi sono sempre interessato alle proposte della destra. Seguivo i dibattiti televisivi e leggevo i giornali che trovavo a casa. Al Ginnasio, poi, ho fatto la mia scelta di militanza diretta nel Fronte della Gioventù. E' nata così una passione per la politica che alimentavo anche d'estate, quando trascorrevo le vacanze a Cava de' Tirreni, dove cominciai a scrivere i primi articoli su alcune pubblicazioni realizzate dal fotografo Emilio Palumbo. Oggi, sono rimasto amico del figlio Fortunato, esponente locale di Alleanza Nazionale. Insieme a lui e ad altri lavoravamo al "Libretto Tricolore", si chiamava così, che aveva come riferimento il generale Demitri, figura prestigiosa del posto, patriota autentico. Anche il generale dava il suo contributo alla pubblicazione che poi portavo a Roma per diffonderla la domenica mattina, davanti alle chiese, con altri giovani del Fronte.
Lei è stato un leader del Fronte della Gioventù e del Fuan, nel quale ha militato insieme al salernitano Enzo Fasano…
Fasano lo conosco da alcuni decenni, fin da quando militavamo nel Fronte della Gioventù. E' un uomo leale, un amico vero, prima ancora che una persona con la quale condividere l'impegno politico. Nella nostra comunità politica l'amicizia è un valore.
Fini e Almirante. Cosa ha imparato da loro?
Fini l'ho conosciuto agli inizi degli anni '70 a Roma, quando era ancora nel Fronte della Gioventù, prima che diventasse Segretario Nazionale. Si può dire che siamo cresciuti insieme, anche se ha qualche anno in più di me. Forse da lui non ho imparato la capacità di raffreddare le passioni. Anche lui ha ideali molto profondi, però riesce a gestire meglio le sue posizioni e le sue valutazioni rispetto a me che, invece, difficilmente riesco ad evitare di dire sempre con franchezza quello che penso. Questo atteggiamento a volte risulta positivo ma, spesso, può anche rischiare di diventare inopportuno. Comunque sono fatto così e difficilmente cambierò a questo punto della vita.
E Almirante?
Da Giorgio Almirante ho imparato tante cose. Lui resta un leader importante e di prestigio. C'è un suo insegnamento che, in particolare, cerco di praticare ogni giorno: la dedizione al partito, la generosità verso i militanti, l'infaticabile disponibilità a girare per tutta l'Italia tra la nostra gente.
Gasparri ha un passato di politico ma anche di giornalista.
E' una passione che, insieme alla politica, coltivo da quando ero giovane. Mi vengono in mento gli anni dei primi giornali, di Dissenso, la pubblicazione del Fronte della Gioventù, che curavo insieme ad altri amici. Lavoravamo di notte con grande entusiasmo ed aspettavamo in tipografia che fosse completata la stampa. Poi sono seguiti gli anni del Secolo d'Italia, dove sono stato praticante, redattore e, dopo dieci anni, condirettore. Vedo molti giovani che si affacciano alla professione. Il loro approccio al giornalismo è diverso da quello della mia generazione. Oggi si hanno a disposizione strumenti che all'epoca nemmeno potevamo immaginare. C'è internet che offre la possibilità di ricevere e lanciare in rete notizie coprendo le distanze in tempo reale...
Nel 1994 Gasparri diventa Sottosegretario all'interno dei I Governo Berlusconi. Sette anni dopo è nominato Ministro delle Comunicazioni del Il Governo Berlusconi. Che differenze ci sono?
Quando sono diventato Sottosegretario all'Interno sembravo un terrestre approdato su Marte. Mi sentivo estraneo a quell'ambiente, a quella struttura, al potente apparato. Ho fatto ricorso alla mia esperienza politica e, nonostante la brevità dell'incarico, di quel periodo è rimasto un ricordo positivo. Da Ministro delle Comunicazioni avverto un senso di responsabilità sicuramente maggiore. Mi sono posto come obiettivo primario il riassetto dei sistema radiotelevisivo. Bisognava fare una legge che tenesse conto delle innovazioni tecnologiche offerte dalla ricerca. Internet veloce, la banda larga, il digitale terrestre, sono ormai delle realtà con le quali dovremo confrontarci. 
Il suo disegno di legge garantisce il pluralismo?
Il pluralismo dell'informazione è un obiettivo che deve poter contare su una normativa moderna e dinamica che tenga conto delle esigenze di tutti gli operatori ma anche del pubblico di casa. Con la mia legge ho voluto dare un segnale preciso che viene ripreso anche dal Contratto di Servizio sottoscritto dallo Stato e dalla Rai. E' un primo passo. Altro resta da fare, non è stato facile vincere l'ostruzionismo dell'opposizione ma, posso affermare, che siamo ormai in dirittura di arrivo.
Le polemiche delle opposizioni sono pretestuose o, come dice il Presidente della Commissione Europea Prodi, in Italia esiste davvero un problema di pluralismo dell'informazione?
L'Italia è all'avanguardia nel settore delle telecomunicazioni. E non lo dico per autocelebrarci. Francia e Germania hanno espresso il loro plauso per il lavoro finora svolto e vedono nel nostro Paese un riferimento sicuro. Vogliamo realizzare un'informazione a più voci che segni la discontinuità rispetto al sistema monocorde che proprio il centrosinistra di Prodi aveva voluto e consolidato.
Il Presidente della Rai, Lucia Annunziata, che tra l’altro ha origini salernitane come lei, è molto critica sulla Legge Gasparri.
Con Lucia ho un antico rapporto di amicizia. La stimo anche se comprendo che la sua idea politica la porti talvolta a privilegiare posizioni ideologiche piuttosto che un'adeguata analisi di merito.
Che cosa si porta dietro Gasparri delle sue radici salernitane?
Rivendico sempre la mia origine con orgoglio e con determinazione. Il nostro Sud è ricco di presenze, di proposte, di intuizioni. Per la potenzialità che riesce a esprimere non dovrà mai più vivere una condizione di subalternità psicologica e culturale rispetto ad altre regioni d'Italia.
I suoi legami con la terra d'origine sono forti anche perché i suoi genitori vivono a Cava de' Tirreni…
Vivono a Cava ma vengono frequentemente a Roma. Spesso li raggiungo. Tanti amici e parenti consentono loro di affrontare la vita quotidiana con serenità. I genitori restano un riferimento importante. Ogni giorno li chiamo per scambiare idee, impressioni.
Conosce il Sindaco di Cava, Alfredo Messina?
Lo conosco e lo apprezzo. Alfredo Messina è un uomo concreto, sincero, operoso e l'ho sostenuto, anche quando, all'interno della destra, c'erano discussioni. Poi hanno condiviso tutti le mie indicazioni. Adesso, quando posso, ascolto le sue problematiche e cerco di dare il mio contributo.
Quali sono gli amici di partito o di coalizione che operano a Salerno o in provincia che stima di più?
Ce ne sono tanti che per elencarli tutti bisognerebbe realizzare un inserto. Nomi non ne faccio per non creare equivoci. Conosco parlamentari bravissimi e militanti da decenni.
Salerno è cambiata in meglio o in peggio negli ultimi anni?
E' una città che sicuramente ha fatto registrare dei miglioramenti. Credo che attualmente l'Amministrazione proceda un po' faticosamente. Ma rispetto tutti, indipendentemente dalle posizioni culturali e politiche, la correttezza dei rapporti viene prima di tutto. Per valutazioni di altra natura ci saranno tempi e modi.
Potrebbe candidarsi prima o poi in un collegio del salernitano?
Mi sono sempre candidato a Roma e l'ultima volta ho abbinato anche il collegio calabrese. Non ho mai preso in considerazione candidature salernitane. Le elezioni sono lontane e ho molto a cuore questa terra. Non vorrei creare angosce in qualcuno con annunci intempestivi e, tutto sommato, infondati.
 
(La Città di Salerno, 26 ottobre 2003)
 
Scheda biografica
 
Maurizio Gasparri nasce il 18 luglio del 1956 a Roma. Durante l’infanzia e l’adolescenza trascorre tutte le vacanze e le festività a Cava de’ Tirreni, città d’origine della madre. Si forma attraverso studi classici e presto è assorbito da due forti passioni: il giornalismo e la politica.
Diventa giornalista-professionista dopo aver diretto i periodici "Dissenso" e "All’Orizzonte", per approdare, successivamente, al quotidiano politico "Secolo d’Italia", dove ricoprirà il ruolo di condirettore. Autore di numerosi saggi è anche coautore, con Adolfo Urso, de "L’età dell’intelligenza", testo dedicato all’analisi della società basata sull’informazione, pubblicato nel 1984. 
L’attività politica lo vede impegnato nel Fronte della Gioventù e, successivamente, nel Fuan-Destra Universitaria. In entrambe le organizzazioni fa rapidamente carriera, diventando presidente nazionale.
Nel 1988, quando Gianfranco Fini diventa per la prima volta segretario del MSI, Gasparri è tra i quadri dirigenti del partito. Nel 1992 è eletto alla Camera nelle liste del Movimento Sociale Italiano e, due anni dopo, viene riconfermato deputato di Alleanza Nazionale. Nel 1994, durante il primo governo Berlusconi, riveste la carica di Sottosegretario all’Interno.
Nel 1995 è nominato coordinatore dell’Esecutivo politico di AN. Rieletto deputato alle elezioni politiche del 1996, viene nominato Vice Presidente del Gruppo parlamentare di Alleanza Nazionale alla Camera dei Deputati.
Nell’ultima campagna elettorale del maggio 2001 è eletto in Calabria, capolista nel collegio proporzionale della Camera. Nel secondo Governo Berlusconi, è chiamato a rivestire la carica di Ministro delle Comunicazioni.
Gasparri vive  a Roma, con la moglie Amina Fiorillo e la figlia Gaia, di sei anni.

 

Renata Fusco - Renata, da Cava arriva una stella dalla voce magica

di Mario Avagliano
 
Nel firmamento delle stelle del musical in Italia, accanto alle due bionde Lorella Cuccarini e Loretta Goggi, brilla anche la bruna Renata Fusco, di Cava de’ Tirreni, il fascino mediterraneo, 33 anni ("sono nata il 20 luglio del ‘69, nella notte dell’allunaggio, forse per questo sono lunare e anche un po’ lunatica"), premiata nel 1999 con il prestigioso premio IMTA come migliore performer femminile. Dopo i successi di Grease, Hello, Dolly! e Dance, il contratto con la Disney come "voce" delle colonne sonore dei film di animazione e l’incontro "magico" con il teatro tridimensionale di Roberto De Simone, la poliedrica ballerina, cantante e attrice si appresta ad interpretare la madre di Mosè nel nuovo musical I Dieci Comandamenti, reduce da uno straordinario trionfo di pubblico in Francia, che debutterà il 9 marzo a Milano e il 20 aprile a Roma. E da Napoli, dove va in scena al Trianon nel ruolo di una soubrette-prostituta di varietà, in Eden Teatro di Raffaele Viviani, per la regia di De Simone, racconta il ruolo chiave della madre Clara Santacroce nella sua carriera ("mi ha fatto crescere con la musica e mi ha sempre incoraggiato"), lancia l’idea di inserire il Teatro Verdi di Salerno nel grande circuito del musical italiano e rivela che presto sposerà un misterioso salernitano del quale, però, protegge l’anonimato.
 
Il suo percorso artistico iniziò a 6 anni, studiando danza classica al Ballet Studio di Cava diretto da Mimmo Cappiello.
Il primo anno di danza, per la verità, l’ho svolto a Napoli, alla scuola di Mara Fusco. Ricordo che lì prendevano solo bambine che non avevano frequentato altre scuole. Dopo la prima lezione, la Fusco chiamò mia madre e le disse che era stata scorretta. Un equivoco che si chiarì subito. In realtà io ho una musicalità innata. Avevo imparato i primi passi di danza da sola, mentre mia madre suonava al pianoforte.
L’anno dopo la sua famiglia si trasferì a Cava…
E io m’iscrissi al Ballet Studio. Mi sono diplomata lì, con Cappiello, tenendo i saggi ogni anno al Teatro Verdi di Salerno, tra una versione di greco e una di latino al Liceo Classico "Marco Galdi". Poi, a 18 anni, nel corso di uno stage ad Amalfi, sono stata scelta da Margherita Trajanova per un corso di perfezionamento di due anni al Teatro San Carlo di Napoli.
Contemporaneamente si dedicava al canto.
Presi lezioni di canto lirico a Napoli, a Piazza Dante, con il maestro Aldo Reggioli. All’inizio odiavo il canto. Fu mia madre a spingermi a studiare. "Devi diventare un’artista completa", diceva. Aveva ragione. Al concorso di prima scrittura indetto dal Teatro Comunale di Firenze, con mia grande sorpresa arrivai addirittura finalista. Reggioli sosteneva che ero incredibilmente dotata per il canto, e voleva che io lasciassi la danza.
La sua prima volta sul palcoscenico?
A parte i saggi di fine anno, mi esibivo a Cava negli spettacoli organizzati da mia madre, che aveva fondato l’associazione Ars Concentus. Ricordo in particolare la messa in scena di un bellissimo lavoro su Leopardi e Chopin.
Come avvenne l’incontro con il musical?
Per caso. Era il 1990 e nella classe di canto di Reggioli, c’era un collega che insegnava a Tolentino. Parlò di me a Saverio Marconi, che stava tenendo i provini per A Chorus Line e questi, qualche giorno dopo, mi chiamò a casa e mi invitò a Roma. Quando partii con mia madre dalla stazione di Salerno, non sapevo che mi avrebbero scritturata e che sarei stata lontana da casa per nove mesi. Dio, che colpo fu per i miei!
Cominciò allora la sua passione per questo genere teatrale?
Più che di passione, parlerei di innamoramento folle. Un amore che devo a Saverio e anche al fatto di aver cominciato proprio con A Chorus Line, il primo musical prodotto in Italia, che per noi addetti ai lavori rappresenta una sorta di teatro nel teatro. Furono due anni di scuola, di tirocinio, in giro per i teatri italiani, con grande successo di pubblico. Grazie a quell’esperienza straordinaria, ho acquisito un metodo di lavoro che mi serve ancora adesso.
Diede addio alla danza?
Addio proprio no. La danza mi ha dato e mi da’ moltissimo. Soprattutto la corporeità, la naturalezza di usare il corpo nella recitazione e nel canto. Per molte persone, invece, il corpo è un impaccio.
Dopo A Chorus Line, seguirono altri musical e nel ’95 il debutto nell’operetta, con L’Acqua Cheta e Il Paese dei Campanelli.
Lì ho messo a frutto la mia preparazione di cantante lirica. Mi piace sperimentare generi diversi.
Nel ‘97 è arrivato il consenso unanime del pubblico e della critica, con il personaggio di "Rizzo" nel musical Grease, al fianco di Lorella Cuccarini.
Un’avventura bellissima, che è durata tre anni. Ho lavorato con una professionista eccezionale come Lorella, che è diventata mia amica e mi ha insegnato tanto dal punto di vista soprattutto dell’approccio con il lavoro, della costanza, dell’umiltà e della semplicità. Quella di Grease era una squadra straordinaria, con artisti del calibro di Giampiero Ingrassia, Amadeus, Mal, il salernitano Michele Carfora. E’ stato un successo incredibile: a Milano e a Roma abbiamo fatto repliche per 10 mesi… Ci siamo fermati solo perché Lorella nel frattempo era rimasta incinta.
L’interpretazione del personaggio di "Rizzo", che gioca a fare la dura, ma in realtà è soltanto una ragazza come tante altre, bisognosa d'amore e di coccole, le è valsa anche il premio come migliore performer femminile di musical.
Il ruolo di Rizzo è quello che amo di più, e vi sono legata in modo quasi possessivo. Ma quando ho saputo del premio, non ci potevo credere. Mi è scappato di dire: "Ma come, ho vinto proprio io!".
Subito dopo, sempre nel ’99, incontrava un’altra grande artista, Loretta Goggi, in Hello, Dolly!
La Goggi è un grande talento. Io credo che una brava interprete debba saper anche "rubare" il mestiere ai colleghi più esperti, nel senso di osservarli sul palcoscenico e di imparare. Io ho "rubato" molto da lei…
Ha "rubato" anche da Roberto De Simone?
De Simone è geniale, è inarrivabile. Concepisce il copione come una partitura musicale, non a caso definisce la regia come una "messa in scena". Mi ha dato tantissimo, soprattutto la consapevolezza di essere un’artista che in scena può creare delle cose, e non una semplice pedina di uno spettacolo. In questi tre mesi passati con lui a Napoli sono cresciuta molto. Mi ha messo di fronte a una nuova Renata, con pochi semplici input. Credo di aver avuto una gran fortuna a lavorare con lui e ad essere una delle sue "perle".
In mezzo agli spettacoli di lirica e di jazz, con l’omaggio a Bill Holiday, alle operette e ai musical, lei si è ritagliata uno spazio anche come una delle doppiatrici ufficiali della Disney in Italia.
Il doppiaggio cantato dei film di animazione è uno dei miei grandi amori. Quand’ero piccola, imparavo a memoria le canzoni degli Aristogatti, di Cenerentola, e sognavo di cantare per la Disney. Un sogno che si è realizzato a partire dal ’97. Ho cantato ne: "La bella e la bestia, un magico Natale"; "Il re leone II"; "La spada magica"; "La sirenetta II"; "Il principe d’Egitto II", fino ai recentissimi "Peter Pan ritorno all’isola che non c’è" e "Cenerentola II". Devo dire che lavorare per i bambini è davvero gratificante!
E’ vero che nel suo camerino porta sempre un pezzo di casa?
So che è un poco triste, ma in tournée ho un beauty che mi segue dappertutto, con le foto dei miei genitori e di coloro che amo, e tanti animaletti-amuleti, come le rane.
Come ha vissuto il distacco dalla sua terra?
Ho sempre avuto nostalgia di Cava, del sole, del mare della costiera, anche se all’inizio, lo confesso, ho provato una sorta di amore-odio per la mia città. Quando tornavo, mi sentivo un uccello in gabbia. D’altronde quando sei cresciuta in un piccolo centro e poi ti trasferisci in ambienti dove ti offrono la luna e riesci anche ad afferrarla, ritornare nel paesello è difficile e ti confonde. Il successo può sbalestrare…
E’ accaduto anche a lei?
Io sono rimasta una ragazza semplice di Cava de’ Tirreni, che quando torna dai suoi, va in piazza a fare un giro. Ho cercato di mantenere un equilibrio tra la persona che sta sul palcoscenico e viene acclamata dal pubblico e la persona che sta fuori. Il mio mestiere è bellissimo e noi artisti siamo fortunati perché ci divertiamo. Non a caso in inglese recitare si dice to play. Ho imparato perciò che non bisogna accanirsi nella ricerca del successo. Il successo è una cosa che arriva all’improvviso e, così come arriva, può anche andarsene.
Una "ragazza" che è legata anche artisticamente a Cava e a Salerno.
Sto tentando di fare qualcosa di buono anche nella mia terra. Dal ’96 sono la voce del gruppo salernitano di musica medioevale e rinascimentale "Antica Consonanza", animato da tre storici e musicisti bravissimi, Alfredo Lamberti, Guido Pagliano e Gabriele Rosco, con i loro strumenti d'epoca. Abbiamo inciso anche un cd: "La leggenda di Tristano e Isotta". E poi aiuto mia madre nella scuola "Laboratorio Arte Tempra", che sta sfornando molti giovani talenti...
Come Valeria Monetti, che dopo "Saremo famosi", è stata chiamata nel cast del musical "Sette spose per sette fratelli"…
Valeria è stata con noi sette anni. Le ho dato anche qualche lezione. E’ brava ed era tra gli elementi di spicco della scuola. Ma ce ne sono anche altri che possono emergere e avere successo... Comunque, senza nulla togliere a Valeria, non posso nascondere che sono contraria a trasmissioni come il Grande Fratello, Operazione Trionfo o Saranno Famosi, che catapultano sulla scena, da protagonista, gente che spesso non è preparata adeguatamente. E’ mortificante per chi ha fatto la gavetta e lavorato sodo. E poi, attenzione, lo sforamento della tv nell’ambito teatrale alla fine può inquinare il musical e far perdere qualità e spettatori.
L’anno scorso lei ha assunto anche la direzione artistica della rassegna teatrale "Autunno Cavese".
L’edizione del 2002 è andata molto bene, anche grazie all’aiuto dell’amministrazione comunale. Abbiamo proposto tra l’altro uno spettacolo a cui tengo molto, "E cammina cammina…", dalla canzone di Pino Daniele, confezionato su misura su di me da mia madre, che mette insieme vari generi musicali e parla anche della mia vita. In futuro vorrei portare nella mia città delle compagnie importanti. Il problema è che Cava, pur sfornando molti talenti, come Giuliana De Sio, non ha un teatro. Un vero scandalo!
A Salerno invece c’è il Teatro Verdi, che è stato riaperto qualche anno fa.
Sono innamorata del Teatro Verdi. E’ una bomboniera, che meriterebbe molto di più. In genere, invece, è incluso nelle terze riprese degli spettacoli. E’ un patrimonio che come cavese invidio. Mi piacerebbe portarvi un grosso musical. Già, perché non inserire Salerno nel grande giro del musical italiano?
A proposito di Salerno, la trova cambiata negli ultimi anni?
E’ diventata una città meravigliosa. Penso che presto – oltre che a Roma - metterò su casa a Salerno, anche se nel cuore resterò sempre una cavese…
I bene informati parlano di fiori d’arancio in vista. Deluderà i suoi molti fans…
Ebbene sì. Sposerò un salernitano. Come si dice, "moglie e buoi dei paesi tuoi". Spero che sia lo spettacolo più bello della mia vita, e più duraturo.
Chi è?
Non so se gli farebbe piacere vedere il suo nome sul giornale. Preferisco rispettare la sua privacy.
Il 9 gennaio lei inizia le prove de "I Dieci Comandamenti", un musical che ha trionfato in Francia. Emozionata?
E’ uno spettacolo mastodontico, un po’ come Notre Dame de Paris. Sarò Jokebed, la madre di Mosè. In dodici anni di carriera, forse è la prima volta in cui dovrò interpretare una donna che diventa vecchia. Sarò io ad aprire il musical. Speriamo bene…
 
(La Città di Salerno, 5 gennaio 2003)
 
 
Scheda biografica
 
Renata Fusco, una delle "reginette" del musical italiano, è nata a Cava de’ Tirreni il 20 luglio del 1969. Ha cominciato a studiare danza classica all’età di 6 anni, si è diplomata a 18, perfezionandosi presso Le Centre de Danse International Rossella Hightower di Cannes e con M. Trajanova presso il Teatro San Carlo di Napoli. Parallelamente ha studiato canto, dedicandosi sia al genere lirico che al musical. Nel ’90, è stata scritturata dalla Compagnia della Rancia di Saverio Marconi per la produzione dei seguenti musical: "A Chorus Line"; "La Piccola Bottega degli Orrori"; "Cabaret"; "Dolci vizi al foro". Nel ’95 ha debuttato nell’operetta come partner di Sandro Massimini, ne "L’Acqua Cheta" di Pietri e ne "Il Paese dei Campanelli". Dal 1996 svolge attività di doppiaggio cantato con la Walt Disney e per la Roy Film ed è la voce del gruppo salernitano di musica medioevale e rinascimentale "Antica Consonanza". Nel 1997 è entrata a far parte del cast originale di "Grease", musical con la regia di Saverio Marconi, nel ruolo di "Rizzo", accanto a Lorella Cuccarini e Giampiero Ingrassia. Con questo ruolo nel 1999 ha vinto il premio IMTA come migliore performer femminile di musical. Nello stesso anno ha debuttato in "Hello, Dolly!", accanto a Loretta Goggi e Paolo Ferrari, nel ruolo di Irene Molloy. Nel 2000 e 2001, è stata protagonista di "Dance", accanto a Raffaele Paganini e Chiara Noschese, per la regia di Saverio Marconi. Nell’inverno 2002-2003 ha recitato in "Eden Teatro", di Raffaele Viviani, per la regia di Roberto De Simone.
 
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