Intervista ad Julian Oliver Mazzariello, musicista

di Mario Avagliano

C’è anche un salernitano tra i vincitori dell’ultimo Festival di Sanremo. Si tratta di Julian Oliver Mazzariello, londinese di nascita, figlio di un batterista cavese emigrato a Londra all’epoca dei Beatles, negli anni Sessanta. Trapiantato a Cava de’ Tirreni all’età di 17 anni, Julian è uno dei talenti più fulgidi del jazz made in Italy e ha vinto il Sanremo sezione Gruppi, con la band “Nicky Nicolai e Stefano Di Battista Jazz Quartet”, giunta al festival senza essere conosciuta dal grande pubblico ed assurta poi al ruolo di autentica rivelazione. Pianista dalla tecnica elegante e raffinata, discepolo di Lucio Dalla, la critica gli attribuisce un tocco “dall'aroma classico” e apprezza molto i suoi assoli, definiti “vagamente jarrettiani”.

Lei è nato in Inghilterra ma è cavese d’adozione.
Mio padre Fernando era originario di Cava. Era un batterista, suonava in un gruppo rock che si chiamava Caravan Band e nacque negli anni Sessanta sulla scia dei Beatles e dei Rolling Stones. A diciotto anni si trasferì a Londra e lì si sposò con mia madre Anne, che è assistente sociale. Io sono cresciuto in Inghilterra.
La musica è una passione di famiglia.
Sì. Da piccolo sognavo di diventare batterista come mio padre. Ma ero costretto a suonare il pianoforte perché nel quartiere dove vivevamo le villette erano una attaccata all’altra e i vicini si sarebbero lamentati! Comunque la batteria è uno strumento che ancora oggi mi piace.
A che età ha iniziato?
I miei genitori acquistarono il primo pianoforte quando avevo 6 anni. Io ho cominciato a prendere lezioni l’anno dopo.
A tredici anni già vinceva i primi premi.
Nel 1991 ho vinto un concorso per le giovani promesse organizzato dal giornale Daily Telegraph, insieme ad un mio amico nero, Jose Hathaway, batterista. Abbiamo partecipato anche ad una gara televisiva, arrivando in finale e classificandoci secondi.
Come mai nel 1995 si è trasferito a Cava?
Cava mi è sempre piaciuta, fin da quando ero bambino e ci venivo ogni estate in vacanza. Ai miei occhi era come il mondo dei sogni, per il clima mite, il paesaggio verde, la gente allegra. Mi piaceva il modo di fare delle persone, l’approccio leggero alla vita. In Inghilterra tutto è più triste e pesante. Così a 17 anni di età, quando ho deciso di dare una svolta alla mia vita, visto che mio padre era tornato a Cava, l’ho seguito, contro il volere di mia madre. Ero sicuro che c’erano certe cose nel mio carattere che venendo qui potevano uscire fuori.
E a Cava e a Salerno è entrato nel giro dei musicisti jazz...
E’ stato grazie a Pietro Vitale, grande amico di mio padre. Quando ero piccolo, ci veniva a trovare in Inghilterra. Mi ha visto nascere. Attraverso Pietro, già quando avevo 13-14 anni ho conosciuto i fratelli Deidda, Jerry Popolo, Giovanni Amato, Ciro Caravano dei Neri per Caso, Daniele Scannapieco e tanti altri. Poi, quando mi sono trasferito a Cava, mi hanno adottato, ho cominciato a suonare con loro e sono diventati tutti miei amici.
Allora la scuola salernitana del jazz esiste davvero, non è un fatto mitico.
A me sembra di sì. Le mie prime esperienze le ho fatte a Salerno. E’ qui che sono cresciuto musicalmente. Non è un caso che spesso ci ritroviamo a fare cose insieme, come è accaduto anche a Sanremo, dove io e Amedeo Ariamo abbiamo suonato nella band “Nicky Nicolai e Stefano Di Battista Jazz Quartet”.
Un personaggio che ha contato molto nella sua crescita professionale è Gegè Telesforo.
E’ vero. Gegè è per me una specie di fratello maggiore. L’ho conosciuto quando avevo appena 18 anni, in un bar salernitano che si chiama Cerco Piteco. Era venuto a bere una birra con Dario Deidda e quando mi ha ascoltato suonare, si è avvicinato e si è messo a cantare. Io ero da poco in Italia e non sapevo neppure chi era. Il giorno dopo mi ha chiamato e mi ha chiesto se volevo entrare nel suo gruppo. Ho anche inciso un disco con lui. Gegè è un grande cultore di musica, di jazz e di funky. Con lui mi diverto tanto a suonare.
E’ stato proprio Gegè Telesforo a presentarle Stefano Di Battista.
Eravamo anche questa volta a Salerno. Ricordo che andammo nel solito bar e improvvisammo una jam-session: io, Gegè, Stefano e Daniele Scannapieco. Fu una serata speciale.
Tra i suoi maestri c’è anche un certo Lucio Dalla.
Lucio l’ho conosciuto tre estati fa. Stefano Di Battista aveva organizzato un concerto al Testaccio Villane al quale parteciparono Lucio Dalla, Alex Britti e Max Gazzè, in veste di musicisti e non come cantanti, assieme a me e a Dario e Sandro Deidda. Lucio Dalla si mostrò subito assai entusiasta di me e così mi invitò a suonare nel suo disco, intitolato “Lucio” e a partecipare alla sua tournée.
Una bella esperienza?
Un’esperienza eccezionale. Lucio è una persona meravigliosa. Se Gegè è un fratello maggiore, lui è come un secondo padre per me. Gli voglio molto bene. Ogni volta che lo vedo, imparo qualcosa. Apprezzo in particolare la sua serenità, la sua capacità di dare il massimo ma con un approccio rilassato. Io invece vivo sempre in tensione.
Nella band di Lucio Dalla cantava anche Nicky Nicolai.
Un anno fa, dopo la tournée di Lucio, lei e Stefano Di Battista mi hanno chiesto se volevo suonare con loro e con Amedeo Ariano. E così lo scorso febbraio mi sono ritrovato al festival di Sanremo...
Come ha vissuto il clima del Festival?
Con grande emozione. Soprattutto la prima e l’ultima serata. Ricordo che al debutto nel camerino ero tanto teso che non riuscivo neppure a infilarmi la giacca... Tra l’altro era la prima volta che suonavo con un direttore d’orchestra, il bravissimo Peppe Vessicchio.
Vi aspettavate di vincere la sezione gruppi e di avere tanto successo?
Ho sempre avuto una grande fiducia in Stefano Di Battista. Oltre ad essere un eccellente musicista, è una persona davvero intelligente, che sa quello che sta facendo. Credo che abbiamo dimostrato che anche certo tipo di musica, con sonorità acustiche se non jazz, può arrivare al grande pubblico.
Che programmi ha per i prossimi mesi?
Intanto continuo l’esperienza con Nicky Nicolai e Stefano Di Battista. Oggi siamo a Domenica In e il 1° aprile ci esibiremo in Slovenia. A maggio inizieremo un tour.
E poi?
Mi piacerebbe fare qualcosa con Dario Deidda e con il mio amico batterista di Londra.
Dario Deidda è un po’ il capofila dei musicisti salernitani di jazz.
Dario è pazzesco, è enorme. Suona il piano, la tromba, la batteria, e come li suona!
Che cosa rappresenta nella sua vita la musica e chi sono i suoi modelli?
Il mio idolo in assoluto è Miles Davis. E’ il primo musicista che ho ascoltato ed è quello che tuttora mi emoziona di più. Quanto alla musica, per me è un mezzo di comunicazione straordinario, più della parola. Mi affascina il potere della musica di scatenare emozioni, di far piangere, di far ridere...
Anche se lei ormai vive in giro per l’Italia, continua ad avere la dimora a Cava. Come mai?
Mi sto affezionando sempre di più a Cava. Più mi capita di stare fuori, e più ci torno volentieri. E poi qui ho la maggior parte degli amici più cari.
Per esempio?
Cito uno per tutti: Mimmo, il titolare del bar San Franzao. Quando sono a Cava, spesso vado a trovarlo, mi siedo al pianoforte e comincio a suonare. E’ la dimensione che prediligo di più. In quelle occasioni, ti metti davvero alla prova, più che in un concerto. Se musicalmente riesci ad accendere l’emozione, quelli che vengono a prendere il caffè rimangono, altrimenti vanno via.

(La Città di Salerno, 27 marzo 2005)

Scheda biografica

Julian Oliver Mazzariello è nato a Londra, in Inghilterra, il 31 ottobre 1978, da madre inglese e padre musicista cavese doc, trasferitosi a Londra alla fine degli anni ’60. Vissuto in Inghilterra per 17 anni, Mazzariello ha vinto da giovanissimo un prestigioso Festival nazionale di giovani promesse. Trasferitosi in Italia nel gennaio del 1996, vive a Cava de’ Tirreni. E’ subito diventato uno dei protagonisti del panorama jazzistico salernitano, collaborando con i fratelli Deidda, Giovanni Amato, Daniele Scannapieco, Aldo Vigorito, Giampiero Virtuoso, Amedeo Ariano. E’ giunto alla fama nazionale con la partecipazione al nuovo disco di Lucio Dalla e alla tournée del cantautore bolognese denominata “Ascoltare per credere”. Alla 55ª edizione del Festival di Sanremo 2005, con il Gruppo “Nicky Nicolai e Stefano Di Battista Jazz Quartet”, ha trionfato con il brano “Che mistero è l’amore” nella categoria “Gruppi”, piazzandosi al 4° posto nella classifica finale, alle spalle del vincitore assoluto Francesco Renga (Uomini), di Toto Cutugno ed Annalisa Minetti (Classic) e di Antonella Ruggiero (Donne).

Intervista a Vincenzo Capezzuto, ballerino

di Mario Avagliano

Vittoria Ottolenghi, la più grande critica italiana di danza, lo definisce il “Prometeo della danza, colui che ha rubato la favilla della danza agli dei da donare ai giacenti mortali di Salerno”. E aggiunge: “E’ leggero come uno spiritello dell’aria”. Il salernitano Vincenzo Capezzuto, 26 anni, chioma bionda e lineamenti delicati, è uno dei ballerini più promettenti a livello europeo, e può già vantare un brillante curriculum internazionale. Si è diplomato alla Scuola di Ballo del Teatro San Carlo di Napoli, sotto la guida di Anna Razzi, e ha danzato nell'English National Ballet, con il Balletto della Scala e con il Ballet Argentino di Julio Bocca. Capezzuto è considerato l’incarnazione dello stile Bournonville (il maggiore coreografo di tutti i tempi): ballon, velocità, leggerezza, e perfino una composta grazia neoclassica…

La sua famiglia è salernitana?
Mio padre Francesco Paolo è originario di Castellabate e mia madre Angela Laurino è di Salerno città. Lavorano tutti e due in ambito ospedaliero, all’Ospedale del San Leonardo. Io solo per caso sono nato a Solofra, perché in quel periodo mia madre si trovava lì, ma sono cresciuto a Salerno, nel quartiere di Pastena.
Com’è entrata la danza nella sua vita?
Credo che sia una predisposizione naturale. I miei genitori raccontano che già all’età di 2-3 anni, quando vedevo Heather Parisi in televisione, mi mettevo a ballare per casa. Nessuno dei miei parenti ha avuto mai a che fare con la danza. Invece la musica è una passione di famiglia, con la sola eccezione di mio padre, che ha sempre avuto altri interessi, come il calcio e la politica, e ha militato a lungo nella Dc, lavorando nella segreteria di Michele Scozia.
E il suoi genitori l’hanno incoraggiata? Oppure hanno fatto come il padre burbero di Billy Elliot?
Mi considero fortunato. Se oggi sono un ballerino, lo devo ai miei genitori, e in particolare a mio padre. Furono loro a mandarmi ad una scuola di danza a Salerno. E quando i miei primi insegnanti dissero a mio padre che avevo talento, fu lui a volere il meglio per me e a procurarmi un’audizione al Teatro San Carlo di Napoli.
A che età ha iniziato a frequentare la Scuola di Ballo del San Carlo?
Ho cominciato a 11 anni e poi, a 18 anni, mi sono diplomato. Ricordo che al San Carlo mi trovai catapultato in un mondo estremamente professionale, dove vigevano la disciplina e il rigore. Ho avuto la fortuna di studiare sotto la guida di una insegnante magnifica come Anna Razzi, che, con la sua esperienza e il suo incoraggiamento, mi ha dato stima e fiducia ed è stata ed è tuttora una delle persone più importanti della mia carriera professionale.
Nel 1997, conseguito il diploma, arrivò il giorno del suo debutto ufficiale, in “Te voglio bene assaje” di Luciano Cannito e Roberto De Simone. Come se lo ricorda?
Ero appena uscito dalla scuola, ed essere scelto subito come solista di uno spettacolo così importante, fu una grande emozione. Il giorno del debutto ero tranquillo. Mi sentivo preparato. E poi, in fondo, giocavo in casa, visto che ero cresciuto sul palco del San Carlo. Forse un pizzico di tensione in più ci fu quando calcai le scene del Donizetti di Bergamo e del Teatro La Scala di Milano...
L’anno dopo venne chiamato a Londra, nell'English National Ballet.
L’approdo al'English National Ballet è stato per me una straordinaria occasione di crescita professionale. A Londra ho avuto anche momenti difficili, perché era un ambiente competitivo, anche “cattivo” per certi versi, ma - tutto sommato - mi sono trovato bene, anche se ho sempre avuto una grande voglia di tornare nella mia Salerno.
Come ha conosciuto il grande ballerino argentino Julio Bocca?
Bocca è sempre stato il mio mito. Quando ero ragazzo, consumavo le cassette con le registrazioni delle sue esibizioni. Così, quando in occasione di un gala a Bordeaux, Hernan Piquin, uno dei primi ballerini del Ballet Argentino, mi disse che Julio cercava ballerini per la sua compagnia, preparai di corsa un video e glielo consegnai. Dopo solo due giorni, Bocca mi chiamava ed entravo nella compagnia. Ricordo che, all’inizio, avere Bocca come direttore mi faceva tremare le gambe. Poi siamo diventati amici e ho scoperto che è una persona sensibile e alla mano. Non a caso ha sangue italiano nelle vene... Certo, come artista è esigente. In sala prove non fa sconti a nessuno.
Com'è stata l’esperienza con il Ballet Argentino?
Stimolante, anche se faticosa. Il repertorio del Ballet Argentino è vastissimo, va dai grandi classici fino a Balanchine e a Martha Graham. Abbiamo tenuto spettacoli anche per tre mesi di seguito, senza interruzioni, per un totale di 180 recite all'anno. Fare tournée in tutta l’America, da Buenos Aires a New York, mi ha permesso di prendere confidenza con il pubblico e di crescere professionalmente. Una cosa che non riesco a dimenticare, erano i boati da stadio che chiudevano i nostri spettacoli all’auditorium di Buenos Aires. Erano da brividi!
Lo spettacolo che ricorda con più orgoglio?
La rappresentazione dell’opera di Jean Paul Scarpitta “Persephone” all’anfiteatro Epidauro in Grecia, con Isabella Rossellini e Gerard Depardieu. Ballare in quel contesto storico, con l’orchestra del San Carlo, con attori di quella levatura e nell’atmosfera suggestiva di un teatro all’aperto, mi ha fatto toccare il cielo con un dito...
Vincenzo Capezzuto è un ballerino più classico o moderno?
Entrambi. Nasco come ballerino classico, ma mi piace spaziare dal classico al contemporaneo, anche perché ritengo che un ballerino si deve mettere alla prova in tutti i generi.
Che cos’è per lei la danza?
E’ il modo più facile di comunicare i miei sentimenti. Quando ballo, riesco ad essere me stesso fino in fondo, ad esprimere quello che sono. Poi per me la danza è anche felicità e piacere. Mentre ballo, mi sembra di essere leggero come una piuma, ho quasi l’impressione di volare.
Sogni nel cassetto?
Essere protagonista di un musical. Vorrei cantare e ballare insieme.
Nello spettacolo Barmoon - The cage di Fabrizio Monteverde, canta e balla...
E’ vero, apro lo spettacolo cantando una canzone di Kurt Weil, poi canto una canzone francese e infine concludo con una bellissima canzone popolare calabrese. A luglio porteremo questo spettacolo al Maschio Angioino, nell’ambito della stagione estiva del San Carlo.
Lei ha rapporti anche con Roberto De Simone.
Un giorno Roberto De Simone mi ha sentito cantare e così mi ha proposto di fare qualche cosa con lui. Con un musicista del San Carlo, Vincenzo Caruso, che ha un gruppo, Caruso Pop Ensemble, ho fatto alcune serate, siamo stati anche a Telethon, e abbiamo inciso un CD con 16 canzoni.
Programmi futuri?
Il 14 e il 15 maggio sarò a Reggio Emilia, con la M-M Company diretta dal coreografo Michele Merola. Poi mi esibirò come protagonista al San Carlo in Ma Pavlova, di Roland Petit. Infine, il 30 luglio sono stato invitato al festival di Roscigno per ritirare il premio come ballerino dell’anno.
Nel frattempo segue anche le attività di un’associazione per la danza, che ha sede a Salerno.
Nel 2001 il Comune di Salerno mi ha chiesto di organizzare un Gala. E’ stato un grande successo, e in quella occasione alcune persone sono venute da me lamentando il fatto che nella nostra città la danza quasi non esiste. L'Associazione Futuro Danza è nata così. Il presidente è mio padre, ma i soci sono tutte persone appassionate di danza. Si organizzano spettacoli, stage e concorsi di danza. Siamo già giunti alla quinta edizione del Gala. L’anno scorso abbiamo dato vita anche a una compagnia juniores, 15 ragazzi dai 15 ai 18 anni che vengono da tutta la Campania e anche da altre regioni. Io dedico a loro il tempo che posso, a seconda dei miei impegni.
C’è qualche giovane talento?
Ne citerei almeno due: Benedetta Imperatore e Salvatore Manzo, un ragazzo che ha vinto il primo premio al concorso internazionale di danza di Spoleto e una borsa di studio al Royal Ballet.
Come le sembra la Salerno di oggi?
Urbanisticamente mi piace di più di prima. Amo il centro storico e anche la zona di Pastena. Dal punto di vista del traffico, la trovo peggiorata. Troppe automobili e pochi parcheggi. Forse quando sarà realizzata la metropolitana, la situazione migliorerà.
Nel 2004 lei ha lasciato il Ballet Argentini ed è tornato al Teatro San Carlo di Napoli.
Io sono ballerino del San Carlo. Avevo preso due anni di aspettativa e dovevo rientrare. Non sono dispiaciuto. Mi sono trovato benissimo con la nuova direttrice, la signora Terabust, che è stata una grandissima ballerina.
Perché usa il verbo al passato?
Perché sono arrivato ad una nuova tappa della mia carriera. Ai primi di settembre lascerò il San Carlo, almeno per un po’. Sono stato scritturato dall’Ater Balletto di Reggio Emilia, di Mauro Bigonzetti, una delle migliori compagnie di danza a livello europeo e mondiale.

(La Città di Salerno, 1 maggio 2005)

Scheda biografica

Vincenzo Capezzuto nasce a Solofra il 23 aprile 1979, ma cresce e si forma a Salerno. Inizia gli studi di danza all’età di 11 anni, presso la Scuola del Teatro San Carlo di Napoli diretta da Anna Razzi. Nel 1995 vince la Borsa di studio del Teatro in occasione del primo saggio della scuola di ballo. Nel 1997, dopo essersi diplomato brillantemente (29/30), danza già come solista nella compagnia del Teatro stesso in “Te voglio bene assaje” di Luciano Cannito e Roberto De Simone. Danza anche al Teatro Donizetti di Bergamo e al Teatro alla Scala di Milano. Nel 1998 entra a far parte dell’English National Ballet danzando Romeo e Giulietta di Derek Deane. È ingaggiato dal Teatro alla Scala di Milano per il Balletto Cenerentola di R. Nurejev, interpretando ruoli da solista. Nel 1999 torna all’English National Ballet, dove per sei mesi va in scena con il balletto Il lago dei Cigni in tournée in Australia, Cina ed Inghilterra. A settembre si classifica primo al Concorso per stabili nel Teatro San Carlo e danza ruoli da solista e primo ballerino nei balletti: Napoli, La Bella Addormentata, Tarantella, Schiaccianoci, Cassandra, Donizetti Varations, Rhapsody, Tram chiamato desiderio... Nell’agosto 2000 riceve il Premio “Positano-Danza Leonide Massine” come giovane talento emergente ed il premio danza “Enzo Avallone”. Nel settembre 2000 la rivista internazionale di danza “Dansa Conservatoire” lo nomina promessa dell’anno dedicandogli la prima pagina. Nel settembre 2001 partecipa come primo ballerino all’opera di Jean Paul Scarpitta “Persephone” al Teatro San Carlo e al Teatro Epidauro in Grecia, con Isabella Rossellini e Gerard Depardieu. Nella stagione 2002/2003 entra a far parte del Ballet Argentino diretto da Julio Bocca in qualità di Primo Ballerino, partecipando ai balletti: The River (A.Ailey) Desde Lejos (M.Wainrot) Repercussiones (A.M.Stekelman) Night Chase (C.Walker) Encuentros (R.Hill) Donizetti Variationes (G.Balanchine) Thaikovsky pas de deux, Il Corsaro, Coppelia etc.. Realizza insieme al Ballet Argentino tournée in America Latina, Stati Uniti ed Europa.

Intervista a Nicola Cona, AD Rai Trade

di Mario Avagliano

E’ l’uomo chiave della Rai per l’esportazione dei programmi e delle fiction italiane all’estero. Ma è anche l’inventore della manifestazione Cartoons on the Bay, che si tiene ogni anno a Positano ed è diventata la maggiore manifestazione mondiale del settore dei cartoni animati per la televisione. Nicola Cona, 61 anni, originario di Stella Cilento, un paesino di settecento anime dell’entroterra salernitano, ha fatto essenzialmente due cose nella vita: per venti anni si è occupato di politica nel partito socialista, da sedici anni è un protagonista delle strategie della tv pubblica. L’ultimo incarico risale al maggio 2004: è stato nominato amministratore delegato di Rai Trade, la società di viale Mazzini che vende i film, i documentari e i programmi televisivi made in Italy sui mercati internazionali. Il suo legame con Salerno e il Cilento è ancora fortissimo. E Nicola Cona ha in animo da tempo l’organizzazione di un evento di portata mondiale nella sua terra, anche se lamenta “la mancanza di strutture alberghiere adatte ad ospitare le star internazionali”.

Le sue origini sono nel profondo Cilento.
Mio padre era maresciallo della Guardia di Finanza, ed era nato a Stella Cilento. Mia madre è originaria di un paesino lì vicino, Matonti, frazione di Lauriana Cilento. Quando ero bambino, ci siamo trasferiti prima ad Afragola, in provincia di Napoli, e poi a San Marco dei Cavoti, in provincia di Benevento. Però tutte le estati e le feste le trascorrevo a Stella Cilento.
Che ricordi ha del suo paesino natale?
Ricordo l’odore della terra dopo la pioggia. Le allegre feste paesane. I matrimoni, che per noi ragazzini rappresentavano un’occasione ghiotta per mangiare dolci. Il sapore dei mustaccioli, rivestiti da una patina bianca di zucchero. Le notti di giugno passate nei campi, a caccia di lucciole. Le prime sigarette Giubek, fumate di nascosto in cortile.
Un mondo fatato...
Mica tanto. Siamo cresciuti un po’ selvaggiamente. Prendevamo a pietrate i cani bastardi. Impiccavamo le lucertole con piccoli cappi di fili d’erba. Ammazzavamo le cavallette per darle in pasto ai merli...
E al mare ci andava?
Ho visto per la prima volta il mare all’età di 15 anni. Ero già grande. Rammento che fittammo un camioncino attrezzato con delle panche. Quando arrivai ad Acciaroli, mi trovai di fronte ad uno spettacolo meraviglioso. L’acqua era blu, la spiaggia deserta, c’erano poche case di pescatori, i turisti erano inesistenti. Provai la stessa emozione che ho provato qualche anno più tardi visitando Venezia.
Era in quegli anni che aspirava a diventare sacerdote?
Sì. Ho frequentato per due anni il corso di sacerdote, presso il seminario dei salesiani di Gaeta. E’ un’esperienza che ricordo con grande commozione ed affetto. I salesiani non sono come i gesuiti, mi hanno insegnato il rigore, la disciplina, la lealtà, l’amore per gli altri.
Come mai non si è fatto prete?
Il giorno di Pasqua del 1959 ci portarono al mare a Gaeta. Vidi passare sulla spiaggia una ragazzina dolcissima, vestita con un jeans e una camicetta celeste, e provai un’attrazione fortissima verso di lei. Fu allora che compresi che non potevo prendere i voti. Fu una scelta sofferta, feci molti pianti, ma alla fine preferii lasciare il seminario.
Trasferitosi a Roma, dopo la maturità lei si iscrisse alla facoltà di scienze politiche dell’Università La Sapienza di Roma.
E’ nell’ambiente universitario che iniziai a far politica. Dentro di me sentivo il bisogno di dedicarmi agli altri, e la politica costituiva per me il mezzo per farlo. Fondai il Circolo universitario socialista e organizzai diverse manifestazioni studentesche. Fu così che mi avvicinai al Psi ed entrai nella federazione romana.
Lei ha militato nel Psi per vent’anni.
Sono stato nel Psi esattamente dal 1966 al 1986. Ho rivestito l’incarico di responsabile della stampa e propaganda della federazione romana, organizzando la campagna per il divorzio con Loris Fortuna, e poi di responsabile degli enti locali. Dopo la nomina a segretario della federazione giovanile socialista, sono passato alla direzione nazionale del partito, dove ho lavorato per dieci anni con Enrico Manca. L’ho seguito come capo della segreteria al Ministero del Commercio Estero, alla Commissione Industria della Camera, e infine alla Presidenza della Rai.
Quali sono i leader socialisti ai quali è stato affettivamente più legato?
A parte Manca, al quale debbo moltissimo, e che era ed è un mio grande amico, il primo che mi viene in mente è Sandro Pertini. Lo conobbi che avevo appena 18 anni, nel lontano 1961, in una piccola sezione del Psi di Roma. Votai per la sua mozione e lui mi abbracciò felice, con il suo modo di fare così franco e diretto.
E Bettino Craxi?
Quand’era vivo, l’ho sempre criticato, perché non ne condividevo la linea politica. Lui mi sgridava e rimbrottava, con il calore e la violenza oppure l’indifferenza che era solito utilizzare nei confronti di chi avversava le sue idee. Dopo la sua morte, ho ritenuto totalmente ingiusta l’aggressione da lui subita, tanto che sono diventato un craxiano di ritorno, un difensore della sua memoria. Anche perché sono rimasto schifato dal comportamento di molti di quelli che lui aveva beneficato e assistito.
La sua avventura alla Rai è iniziata quando Manca è stato nominato presidente?
Per la verità lavorare alla Rai era il mio sogno da ragazzo. Ricordo ancora quando negli anni Sessanta mi recai a viale Mazzini con l’attuale direttore delle fiction Rai, Agostino Saccà. Ci ricevette il vicedirettore del personale Donato Memmi e gli chiedemmo come fare ad essere assunti. Rispose che le assunzioni erano bloccate. Ho anche collaborato come autore a qualche trasmissione radiofonica di Radio Rai.
Quale fu il suo impatto con la tv pubblica?
Mi sono subito innamorato perso della Rai. Ho capito le grandi potenzialità della tv pubblica e il ruolo che può avere nel formare le coscienze, nel dare a tutti la possibilità di farsi una libera opinione sulle cose. Il compito della Rai è informare senza annoiare, è sollecitare le capacità critiche delle persone, non produrre trasmissioni che atrofizzano il cervello della gente.
Beh, qualche trasmissione di quel tipo la Rai la manda in onda. L’Isola dei famosi non è esattamente un modello di televisione pubblica.
Non è la mia trasmissione preferita, lo riconosco. Però mi sembra che negli ultimi tempi la Rai è in ripresa, sia negli ascolti che nella qualità della programmazione.
In sedici anni di Rai, lei è stato responsabile dei programmi, della promozione, del marketing, si è occupato di relazioni istituzionali e di abbonamenti. L’esperienza più bella?
Quella di Rai America, che oggi si chiama Rai International. Costruimmo dal zero un palinsesto che non esisteva, inventandoci programmi di servizio con quattro lire, solo grazie al nostro ingegno e alla nostra fantasia. L’altra iniziativa alla quale sono legato, è Cartoons on the Bay. Ho organizzato le prime quattro edizioni, e dopo un’assenza di qualche anno, sarò di nuovo io a coordinare l’edizione del 2005 a Positano.
Ora è amministratore delegato di Rai Trade. Le piace questo nuovo lavoro?
Assolutamente sì. Trovo entusiasmante la missione di esportare la cultura italiana all’estero. Certo, non è semplice. Tutti ne parlano, ma nel concreto il nostro Paese non riesce a fare sistema. C’è un dispendio di energie e di denaro.
Che cosa bisogna cambiare?
Stiamo lavorando su molteplici progetti. Innanzitutto, puntiamo ad acquisire la maggior quota possibile dei diritti di ciò che la Rai produce, in modo da poterli vendere all’estero. Poi stiamo cercando di riorganizzare il settore dei documentari e il settore dell’animazione, che possono costituire una grande occasione di business internazionale, perché questo tipo di prodotti ha un linguaggio universale. Un altro capitolo importante della nostra strategia di rilancio è quello di valorizzare il grande patrimonio musicale dell’archivio della Phonit.
Ci sono progetti Rai legati a Salerno?
Abbiamo organizzato diversi eventi televisivi a Salerno. Ricordo per esempio una trasmissione presentata da Simona Ventura, che si chiamava Italia Fiction Tv, in diretta dal Teatro Verdi. Vorrei fare di più. Ho in mente da tempo un grande evento internazionale da organizzare nella splendida cornice dei templi di Paestum oppure a Salerno. Prima però occorre che si realizzi il piano di strutture ricettive programmato dall’ex sindaco De Luca. L’assenza di alberghi di categoria superiore costituisce un handicap.
A parte la mancanza di alberghi, come le sembra la Salerno di oggi?
E’ una città migliorata, rinnovata, disciplinata, godibile. Ricordo che quando il mio amico Vincenzo De Luca fu eletto, lo prendevo in giro. “Figurati se riesci a cambiare Salerno”, gli dicevo. Invece ci è riuscito. E’ stato un grande sindaco, va dato onore al merito. Detto da me, che politicamente simpatizzo per l’altra coalizione, è un grosso complimento!
E Stella Cilento?
Ci torno ogni estate, e mia madre Olga trascorre sempre le vacanze lì. E’ un bel paesino antico, molto ordinato, con una buona amministrazione. Ancora adesso puoi lasciare la porta di casa aperta...

(La Città di Salerno, 21 novembre 2004)

Scheda biografica

Nicola Cona è nato a Stella Cilento il 31 agosto 1943. Si è laureato in scienze politiche nel 1966, presso l’Università “La Sapienza” di Roma. Dal 1966 al 1986 ha militato nel Psi, prima nella federazione romana e poi nella direzione nazionale. Prima di entrare in Rai, nel 1988, è stato capo della segreteria del Ministro del Commercio estero e responsabile delle relazioni istituzionali della Montedison. Nella tv pubblica tra il 1988 e il 1992 ha rivestito gli incarichi di membro del coordinamento delle reti TV presso la Vice Direzione Generale, responsabile della linea commerciale delle fiction televisive, responsabile della struttura Governo, Regione, Enti Locali, Istituzioni Internazionali del Cda, responsabile della verifica qualitativa programmi televisivi, e capo della segreteria del Presidente della Rai. Dal 1988 al 1995 è stato anche responsabile dei programmi, presso la Vice Direzione per i Nuovi Servizi, le Relazioni Esterne e gli Affari Generali, seguendo tra gli altri il progetto pay-tv per il Nord America. Dal 1989 al 1998 è stato responsabile della promozione e del marketing in Sacis (oggi RaiTrade), gestendo la presenza dei prodotti Rai in circa 120 festival e realizzando il festival internazionale Cartoons on the Bay. Dal 1989 al 1999 è stato membro del pool capi progetto presso Rai Educational, seguendo il progetto Mediateche 2000. Dal 1999 al 2000 è stato responsabile dell’unità “Normativa e contratti” della Direzione Produzione, Abbonamenti e Attività per le Pubbliche Amministrazioni, lanciando tra l’altro le iniziative Video Sportello Rai e CartaRai. Dal 2001 è diventato dirigente della Direzione Relazioni Istituzionali della Rai. Nel maggio 2004 è stato nominato amministratore delegato di Rai Trade.

Intervista a Mark Iuliano, calciatore

di Mario Avagliano

Nella storia calcistica di Salerno, un posto d’onore occupa il difensore centrale Mark Iuliano, 32 anni, nato a Cosenza ma cresciuto nella città campana. Roccioso come Burgnich, determinato e preciso come Ciro Ferrara, Iuliano è esploso nelle giovanili dei granata ed è stato protagonista di due stagioni in serie B nella Salernitana, con allenatori come Delio Rossi e Franco Colomba. Acquistato dalla Juventus, ha vinto praticamente tutto, scudetti e coppe europee, collezionando un bel po’ di maglie azzurre e diventando nel 2000 vicecampione d’Europa con la Nazionale di Dino Zoff. Attualmente Mark gioca nella Liga spagnola, nella squadra del Real Maiorca. Ma Salerno è rimasta nel suo cuore. “E’ casa mia”, dice. Dalla Spagna, loda il tifo granata (“è uno spettacolo indimenticabile”) e non esclude in futuro un suo ritorno alla Salernitana, solo – però - se si sentirà “fisicamente a posto”.

Partiamo dagli inizii, a Salerno.
Io mi sono trasferito con i miei genitori a Salerno, anzi esattamente ad Eboli, all’età di 9 anni, e quindi sono cresciuto lì. Mio padre Alfredo lavorava all’Enel di Battipaglia e mia madre insegnava ad Eboli.
Come mai si chiama Mark?
Devo il mio nome alla passione di mio padre Alfredo per il nuotatore americano Mark Spitz, plurimedagliato alle Olimpiadi.
Quando si è avvicinato allo sport?
A 9-10 anni. Ho iniziato giocando a tennis e a calcio. Poi, sotto la guida di mio padre, che è anche allenatore, mi sono dedicato esclusivamente al calcio. Mio padre ha giocato come centrocampista difensivo nella seconda divisione in Belgio. E’ stato con lui che mi sono formato tecnicamente, atleticamente e anche come uomo. Nei momenti negativi, quando magari pensavo di lasciar perdere, lui mi ha incoraggiato a proseguire.
In che ruolo giocava da ragazzino?
Attaccante. Poi, crescendo, vista l’altezza e la mole fisica, mi hanno spostato in difesa, come terzino.
Ha iniziato la sua carriera di calciatore con la Salernitana?
Sì, sono nato “granata”. Infatti, a 15 anni ho fatto un provino per la Salernitana e sono stato preso nelle giovanili. Il mio primo allenatore è stato Felice Marano. Poi, a soli 17 anni, sono entrato a far parte della rosa della prima squadra.
C’erano altri talenti nelle giovanili della Salernitana?
Ricordo che assieme a me c’era Gianluca Grassadonia, che poi ha giocato anche nel Cagliari: un ragazzo assai simpatico e un ottimo giocatore.
Intanto andava a scuola...
Ho frequentato il Liceo Scientifico. Ero bravo, mi piacevano le materie umanistiche. Poi ho smesso, per seguire la strada del pallone. In seguito ho preso il diploma magistrale.
Come mai il diploma magistrale?
Se non avessi fatto il calciatore, avrei voluto fare il maestro elementare, per aiutare i ragazzini a entrare nel mondo degli adulti.
Con la Salernitana ha giocato due campionati in serie B, dal 1994 al 1996.
Due campionati bellissimi, con due grandi allenatori come Delio Rossi e Franco Colomba. Ricordo che giocavamo un calcio-champagne e sfiorammo la serie A. Era un gruppo di giocatori favolosi e c’era molto entusiasmo e sintonia in spogliatoio.
Con chi andava più d’accordo, con Delio Rossi o con Franco Colomba?
Sono due allenatori entrambi bravi e preparati, ma ho avuto un rapporto più stretto con Colomba, perché a lui piaceva avere un confronto quotidiano con le problematiche personali dei giocatori. Delio Rossi era più attento alla tattica e agli schemi di gioco.
Qual è stato il suo rapporto con il pubblico salernitano?
Eccezionale! Il pubblico salernitano è tra i più caloroso d’Italia. Tutti lo sanno. Quando ero alla Juventus, spesso mi chiedevano notizie della curva granata. Io personalmente conoscevo alcuni dei capi tifosi. Facevano un tifo incredibile, ci seguivano dappertutto. Nei momenti difficili, c’erano sempre.
Nel 1996 si è trasferito a Torino, nella Juventus.
Ho coronato il mio sogno da bambino. Sono stato sempre un tifoso bianconero, nonostante i miei fratelli tifassero Inter e Milan. Sapevo che sarebbe stata una grande avventura, e non mi sono mai pentito di quella scelta.
Come ha vissuto il distacco da Salerno?
Avevo ventidue anni e all’inizio ero un po' smarrito, perché mi mancava la mia famiglia e perché per la prima volta mi allontanavo dal paradiso di casa mia, la mia città, Salerno, il mare e tutto il resto.
Il primo anno, fu subito scudetto...
Sì, passai dalla serie B alla partecipazione alla Champions League e allo scudetto. E' stato straordinario, la ricordo ancora quella serata a Bergamo contro l'Atalanta. Finì 1-1 grazie al mio gol al 53' e fu scudetto, il primo per me.
Il primo di una lunga serie di trofei. Qual è quello a cui è più legato?
Tutti, tutti... Se proprio devo citarne uno, direi lo scudetto vinto all’ultima giornata di campionato nel 2001, che fu veramente inatteso. Il mio unico rammarico è stato quello di non aver mai vinto la Champions League. Abbiamo perso tre finali e sono state tre serate veramente amare!
Un allenatore a cui sente di dovere qualcosa?
A parte mio padre, direi Tarcisio Burgnich. Fu lui a intuire che il mio ruolo ideale era quello di centrale, e non di terzino, e a spostarmi al centro della difesa.
E l’allenatore che ha stimato di più?
Ne citerei due: Carlo Ancelotti e Dino Zoff, entrambi persone eccezionali, anche dal punto di vista umano. Con Zoff ho vissuto l’esperienza più bella in Nazionale: gli Europei del 2000, con la finale persa con la Francia. Meritavamo di vincere... Mi dispiacque molto quando fu costretto ad andar via per le note polemiche con Berlusconi.
Come mai ad un certo punto è uscito dal giro della Nazionale?
E’ stata una decisione mia. Dopo i mondiali in Giappone e Corea, ho mollato. Ero molto deluso. Non avevo più stimoli, e quindi ho detto basta.
Nel gennaio scorso si è trasferito al Real Maiorca, squadra della Liga spagnola. La cercava anche il Milan. Come mai ha maturato la scelta di andare all’estero?
Era tempo che avevo voglia di cambiare aria e vita. Sapendo che c’era un allenatore che mi conosceva bene, e cioè Hector Cuper, quando è arrivata l’offerta non ci ho pensato su due volte. Devo dire che è un posto splendido. E poi in Spagna il calcio si vive in modo tranquillo, non stressante come in Italia. Non ci sono scontri tra gli spettatori. Non ci sono trasmissioni televisive che aizzano i tifosi. Gli spagnoli si recano allo stadio con le famiglie...
E il Milan?
Lì c’è Ancelotti, che mi stima molto. Però per me era difficile passare a un club rivale della Juventus.
La sua esperienza in Spagna non è iniziata tanto bene.
E’ vero. La prima partita, contro il Real Madrid di Ronaldo, sono stato espulso. E pensare che stavamo giocando bene, eravamo sull’1 a 1...
So che anche ha polemizzato con gli arbitri spagnoli.
L’arbitraggio in Spagna è assai diverso dall’Italia. Alcuni arbitri spagnoli sono davvero vergognosi, non hanno preparazione fisica e quindi non seguono bene l’azione.
Come siete messi in campionato?
Navighiamo nelle zone basse, ma sono convinto che ci salveremo. Nelle ultime giornate stiamo andando forte. Ho pure segnato un goal!
Che cosa fa Mark Iuliano nel tempo libero?
Mi dedico alla famiglia. Sto con mia moglie Federica Villani (ex letterina di Passaparola, ndr.) e con mio figlio Niccolò, che ha nove mesi. Amo anche ascoltare musica, in particolare i Red Hot Chili Peppers. Quando capita, mi piace giocare a golf e adoro i libri di Stephen King.
Progetti per il futuro?
Vorrei restare qui almeno un altro anno. Poi, chissà, un giorno potrei tornare nella Salernitana...
Davvero?
Sì, ma solo se mi sentissi fisicamente a posto. Credo di aver lasciato un bel ricordo e non voglio rovinarlo.
Si sente legato alla sua città?
Salerno è casa mia, l’ho sempre nel cuore. So che la gente mi vuole bene e in futuro voglio venirci più spesso.
Può già dare un primo appuntamento ai tifosi granata?
Sarò in Italia il 9 giugno, per la partita di addio di Ciro Ferrara. In quell’occasione, vorrei passare almeno due giorni a Salerno, e rivedere la mia famiglia e i vecchi amici di un tempo...

(La Città di Salerno, 15 maggio 2005)

Scheda biografica

Mark Iuliano è nato il 12 agosto 1973 a Cosenza, in Calabria. Ha trascorso la sua infanzia a Eboli, in provincia di Salerno, dove si trasferì all’età di 9 anni con la famiglia. Difensore centrale ambidestro, alto 1.87 cm, peso forma 83 kg, è cresciuto nelle giovanili della Salernitana ed ha iniziato la carriera di calciatore a livello professionale nella squadra granata, ad appena 17 anni. Dopo due anni nelle fila della Salernitana, ha trascorso la stagione 1992/93 al Bologna e l'anno seguente al Monza. Rientrato alla Salernitana, ha giocato con i granata in serie B per due stagioni, dal 1994 al 1996. Approdato alla Juventus nel 1996, con la maglia bianconera ha vinto quattro scudetti (1996-97, 1997-98, 2001-02, 2002-03), tre Supercoppe italiane (1997, 2002, 2003), una Supercoppa europea (1996), una Coppa intercontinentale (1996). Ha debuttato in nazionale il 5 settembre del 1998 (Galles-Italia 0-2), collezionando 18 presenze. Nel gennaio del 2005 si è trasferito in Spagna, nella squadra del Real Maiorca allenata da Hector Cuper, ex mister dell’Inter.

Intervista a Ferdinando D'Arezzo, autore televisivo

di Mario Avagliano

La scorsa settimana il suo ultimo documentario, “Schutz Staffeln. La storia delle SS”, andato in onda su Rai Tre per il programma “La Grande Storia”, ha avuto uno share dell’11%. Un indice di ascolto eccezionale per un programma di storia. Ferdinando D’Arezzo, salernitano di 46 anni, è uno degli autori televisivi più interessanti della Rai. Figlio del ministro Bernardo D’Arezzo, che nel secondo dopoguerra è stato una figura di spicco della politica salernitana e nazionale, ha realizzato vari reportage sulle operazioni di peace-keeping e collabora anche con Gianni Minoli, per il programma “La Storia siamo noi”.

S’immagini dietro a una cinepresa. Com’era la Salerno della sua fanciullezza, negli anni Settanta?
Nella mia memoria visiva ritornano spesso i fotogrammi di Via dei Mercanti e del Mercato della Rotonda. Insomma, la Salerno vecchia, con le sue suggestioni architettoniche ma anche con il suo degrado. E poi, certo, il lungomare. Io abitavo a Sala Abbagnano, che all’epoca era aperta campagna, e vivevo a contatto con la natura. Ricordo che rimasi molto colpito dallo sbancamento dell’area della Sanginella, dove si coltivava la famosa uva “sanginella”, e dalla creazione di quell’orribile agglomerato urbano del Q2.
Che ha significato per lei essere figlio di Bernardo D’Arezzo?
Mi ha condizionato tantissimo, nel bene e nel male. Essere figlio di un potente politico democristiano portava certamente dei vantaggi, ma era anche un fattore negativo, discriminante, nelle frequentazioni umane e sociali.
Parliamo del Bernardo D’Arezzo politico.
Mio padre veniva da una famiglia di origini umili, dell’entroterra dell’agro nocerino-sarnese. Prese la laurea pagandosi da solo gli studi, con il proprio lavoro. Gli inizi della sua carriera politica sono di carattere sindacale. Si occupava delle rivendicazioni dei braccianti, che raccoglievano i pomodori nella campagne tra Nocera e Sarno. Aveva una formazione di base molto solida. Padroneggiava la storia della Repubblica a menadito, anche perché aveva conosciuto persone e fatti in maniera diretta. E soprattutto possedeva un’innata e straordinaria capacità di comunicare. La sua forte personalità mi ha segnato enormemente. Se oggi mi occupo di storia, è perché lui mi ha fatto capire l’importanza della memoria per poter guardare avanti.
Com’erano i vostri rapporti?
I suoi incarichi politici lo tenevano lontano da Salerno. Passava a Roma cinque giorni su sette. E quando tornava, doveva curare il collegio. Da bambino ho sofferto per la sua mancanza. Quando era a casa, però, era affettuoso con noi figli. Era cattolico e tradizionalista, e quindi era molto legato alla famiglia. Purtroppo l’ho perso abbastanza presto, nel 1985.
Com’era nel privato Bernardo D’Arezzo?
La sua passione era la pesca. Era un vero e proprio professionista. D’estate era capace di passare tutta la notte a pescare, gettando chilometri di reti di profondità nel golfo di Salerno, a Ogliastro Marina. In autunno andavamo in costiera a caccia di “lacerti”, tra Vietri e Cetara. E ogni volta che tornavamo al porto di Salerno, immancabilmente ci raccontava la storia dello speronamento dell’Andrea Doria, nei più piccoli dettagli. Per ironia della sorte, quando sono approdato in Rai, il primo lavoro che mi hanno assegnato è stato un documentario sull’Andrea Doria. Io non è che sapevo tutto su quella vicenda, sapevo “tuttissimo”! Mi ricordo che Minoli mi chiese come mai. Gli spiegai che mio padre mi faceva “’na capa tanto”...
Tra i suoi compagni di scuola ci sono stati due salernitani illustri, Alfonso Pecoraro Scanio e Lorenzo Gigliotti.
Alfonso Pecoraro Scanio l’ho conosciuto alle scuole elementari e ho anche frequentato casa sua. Era un ragazzino perbene, già all’epoca dotato di un certo piglio, di una sua personalità. Il padre era un famoso avvocato penalista di Salerno. Lorenzo Gigliotti, oltre ad essere mio compagno di scuola dalle elementari fino al Liceo Da Procida, è un eccellente autore televisivo ed è mio amico da sempre.
Che cosa ricorda degli anni del Liceo?
Ho un ricordo meraviglioso della professoressa Cardinale, di Scienze e Chimica. E’ stata l’insegnante più importante della mia vita. Avevo 15 anni e cambiò il mio modo di pensare. Aveva la capacità di farti innamorare dello studio. Mi fece comprendere che imparare serviva prima di tutto a me, non a prendere bei voti in pagella.
Nel 1975, a 17 anni, lei si trasferisce a Roma.
Salerno era diventata abbastanza stretta per me, e poi i miei ormai abitavano tutti a Roma. Affrontai il trasferimento con felicità. E’ vero che Roma è una città allo stesso tempo provinciale e internazionale, ma è anche una città dove c’è il Papa; dove risiede il potere politico; dove gravitano tante persone del mondo della cultura, del cinema, dell’arte.
E’ vero che dopo l’esame di maturità la sua aspirazione era diventare grafico?
Esatto. Avevo una grande attrazione per l’arte pittorica ma anche per la grafica e il design. Frequentai la Scuola di Arti Sceniche Alessandro Fersen, dove ebbi un’infarinatura di dizione, recitazione e regia teatrale. Intanto non mi perdevo una mostra e una galleria d’arte, a Roma, a New York, a Milano. Ho visitato decine di volte i Musei Vaticani e la Galleria d’arte moderna di Roma. Nel periodo che ho vissuto a Milano, andavo ogni giorno a mirare la S. Maria delle Grazie di Leonardo. Grazie alle amicizie di mio padre, ho incontrato e ho avuto modo di parlare a lungo con artisti del livello di Guttuso e di De Chirico.
Com’è approdato al documentario televisivo?
Nel 1981, nel corso di una festa romana, feci la conoscenza dello sceneggiatore Enzo Ungari, stretto collaboratore di Bernardo Bertolucci. Presto diventammo amici e una sera, discutendo di arte, mi dilungai con lui su un problema che affrontavo in quel momento, cioè come rappresentare i volumi in uno spazio visivo. Enzo mi disse che quando scriveva cinema, si trovava di fronte agli stessi quesiti: come trasporre la scena nel fotogramma della macchina da presa. Per me fu una rivelazione. Frequentai un corso di documentarista e di cinematografia elementare al Centro Sperimentale di Roma, poi mi procurai una collaborazione con l’Istituto Luce e così cominciò la mia carriera.
Ha avuto un maestro, qualcuno che le ha illuminato la via?
L’incontro con Nicola Caracciolo, nel 1991, ha rappresentato per me una vera e propria svolta. Caracciolo è forse il più importante documentarista italiano ed è stato il primo ad utilizzare il repertorio dell’Istituto Luce per raccontare la memoria del nostro Paese, e più in particolare il periodo di Mussolini e del fascismo. Avendo lavorato a lungo con il Luce, io conoscevo la ricchezza dei suoi archivi. Mi è venuta l’idea di allargare il campo ad altri periodi storici e così sono nate le collaborazioni con il programma La Grande Storia su Rai Tre e con La Storia siamo noi di Minoli.
Molti dei suoi lavori sono dedicati al nazismo. Come mai?
E’ un periodo storico che m’interessa moltissimo. Il nazionalsocialismo incarnava il male ma in un certo senso anche il bene, o per meglio dire la modernità, il tentativo di strutturare una società produttiva. Tra l’altro la storia dell’ascesa al potere di Hitler mi ha dato modo di capire meglio anche il fenomeno Bossi. Anche Hitler agli inizi era un politico minore, rumoroso, aggressivo... E a differenza di certi stereotipi, non era un mostro, ma era un uomo. Questo rende la sua presa del potere ancora più terrificante.
Lei ha girato anche molti documentari nei teatri di guerra. Ha mai rischiato la vita?
Mi hanno sparato addosso due volte. Nello Sri Lanka, mentre ci trasferivamo in elicottero al seguito di alcuni militari cingalesi. E in Afghanistan, all’epoca dell’invasione sovietica. Mentre viaggiavo in jeep verso Kabul, una fazione scissionista di ribelli fece esplodere un colpo di mortaio per impedirci il passaggio.
A che cosa sta lavorando in questo periodo?
Ho appena terminato, in qualità di autore e di regista, il documentario “Burqua. Donne di Kabul”, sulla condizione e le speranze delle donne afgane dopo la fine del regime talebano, per il programma “Un Mondo a Colori”. Ho iniziato da poco la ricerca documentale e la stesura dei testi per la realizzazione di tre documentari per il programma “La Storia siamo noi”, inseriti nel contenitore “Rai Educational”: “Mahatma. La grande anima dell’India”, sulla vita di Mohandas K. Ghandi; “Leggere, scrivere e far di conto”, sul processo di alfabetizzazione in Italia dal dopoguerra ad oggi; e “Tifosi e tifoserie”, una indagine giornalistica sul mondo del calcio e dei tifosi non appartenenti a gruppi di ultras.
Torna mai a Salerno?
Appena posso. Mi manca molto il mare. Per me le città si dividono in due categorie: quelle che hanno il mare e quelle che non c’è l’hanno. A Roma purtroppo il mare non c’è. Ho davvero apprezzato il recupero urbanistico e strutturale del centro storico. Il famoso urbanista giapponese Kenzo Tange, che negli anni Cinquanta ha vissuto in costiera, diceva che era unico al mondo...
Ha mai pensato di girare un documentario su Salerno?
Eccome! Ho in mente due soggetti: la svolta di Salerno del 1943 e la storia della Salerno-Reggio Calabria. Per quanto riguarda il primo tema, mi piacerebbe approfondire quel periodo storico dall’osservatorio di Salerno, non da quello di Roma, come si è fatto sempre in passato. Sarebbe curioso e interessante andare a trovare testimoni e protagonisti salernitani. Quanto alla Salerno-Reggio Calabria, questa grande arteria – al pari dell’Autosole – contribuì davvero ad unire l’Italia, collegando il Mezzogiorno al Settentrione. La storia - anche politica - di come si arrivò a scegliere l’attuale tracciato, della costruzione dell’autostrada, degli uomini che la realizzarono, è senza dubbio di grande fascino.

 (La Città di Salerno, 6 febbraio 2005)

Scheda biografica

Ferdinando D’Arezzo nasce a Salerno il 6 febbraio del 1959. Si trasferisce a Roma all’età di 17 anni. Nel 1979 si diploma in direzione allo Studio di Arti Sceniche di Alessandro Fersen. Inizia la sua attività di autore di documentari nel 1985, producendo sei documentari per l’Istituto Luce sulle Accademie Musicali Italiane. Nel 1986 produce e realizza tre documentari sul continente Indiano per il programma televisivo “Arcobaleno”, in onda su Rai Due. Due anni dopo, nel 1987, realizza uno speciale per il Tg 2 sul mercato di organi umani e i paesi occidentali. Nel 1988 produce il film “Re Macchia”, realizzato con il contributo del Ministero dello Spettacolo e diretto da Bruno Modugno. Nel 1990 collabora con i Beni Culturali per la realizzazione di una serie di documentari sui siti archeologici nel Mediterraneo con sovrintendenza italiana. Nel 1991-1992 produce e realizza una serie di dodici documentari etnografici dal titolo “Gli Argonauti”, sulle etnie a rischio di estinzione, andata in onda su TMC e distribuita, per il mercato home-video, dalla RCS Video. Nel 1993 collabora con l’Istituto Luce alla realizzazione di una serie di documentari sulle “Celebrazioni Colombiane”. Nel 1997-1998  realizza in qualità di regista programmista il documentario “Andrea Doria”, in onda su Rai Tre per la regia di Giuseppe Giannini. Nel 1998–1999 collabora in qualità di regista programmista al programma giornalistico “Porte Chiuse” condotto da Andrea Purgatori per Rai Tre. Nel 1999 comincia la sua collaborazione con il programma “La Grande Storia” di Rai Tre, per il quale realizza in qualità di autore e regista “Hitler Amore e Morte” (1999), “Tutti al Mare” (2000), “Festival” (2001), “La piu’ bella sei tu” (2002), “Frau Junge. La segretaria di Hitler” (2003), “Schutz Staffeln. La storia delle SS” (2004).  Tra gli altri documentari da lui realizzati, vanno citati “Tecniche di pace” (2002), reportage sul contingente di pace italiano in Kossovo;  “Kabul Campo 57” (2003), reportage sul contingente di pace italiano in Afghanistan; e “ONG” (2003), sull’attività in Afghanistan delle organizzazioni non governative.

Intervista ad Onofrio Pepe, scultore

di Mario Avagliano

Nella storia contemporanea della scultura italiana occupa un posto di rilievo anche un artista di Nocera Inferiore. Onofrio Pepe, classe 1945, vive e opera a Firenze dal 1968 ed è uno scultore in cui convivono passato e presente, storia rinascimentale e ricerca contemporanea. Il critico Marco Fagioli ha scritto di lui che “è come uno scultore antico intento a fare delle metope per una cella di un tempio”, mentre Francesco Guerrieri ha descritto la sua opera come “un racconto scultoreo di raffinato e irresistibile erotismo” A marzo una delle sue opere più famose, la “Porta del Mito”, alta 4 metri, tutta in bronzo, avrà l’onore di essere esposta in una delle location più belle del mondo, Piazzale degli Uffizi. Pepe ha tra i suoi estimatori il principe Carlo d’Inghilterra e il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, al quale la Regione Toscana ha regalato di recente una sua scultura, “Il Ratto d’Europa”. Ma a sessant’anni di età Pepe sente forte il richiamo delle origini e sogna una sua mostra a Nocera o al Complesso di S. Sofia a Salerno. E dal suo studio in San Frediano promette: “Se si riuscirà a organizzare una mia esposizione, donerò al Comune una delle mie opere".

Maestro, so che le sue origini sono proletarie.
E’ vero. Io vengo da una famiglia umile, di proletari. Mio padre Aniello lavorava al Mulino. E anche la Nocera della mia infanzia e adolescenza era rustica e semplice. Era un paese agricolo, con un’industria legata al settore alimentare: i pastifici e le fabbriche di pomodoro. Oggi non è più così. I comportamenti sono omologati. Si può parlare di Nocera come di Rovigo o di Caltanissetta.
In quel contesto, come è nata la sua passione per l’arte?
Ho avuto la fortuna di aver fatto il liceo classico in un collegio religioso di Portici. Quegli studi mi hanno segnato per tutta la vita, in quanto persona e in quanto artista. E’ lì mi sono innamorato dell’arte greca e del concetto di bello. Anche se non è stato facile trovare la mia strada.
La sua famiglia non c’entra niente con la sua scelta di artista?
Un mio zio era pittore alla fine dell’Ottocento e pare che alcuni suoi affreschi siano ancora conservati nella Chiesa di San Francesco. Quanto ai miei genitori, volevano che prendessi i voti e diventassi sacerdote. I miei amici non mi capivano e preferivano parlare di calcio piuttosto che di classicità. Nocera poi non offriva stimoli. C’era soltanto un cinema, non si organizzavano concerti né tanto meno mostre. Insomma, non avevo la possibilità di esprimermi. Dopo la maturità, a 21 anni, per disperazione, m’iscrissi all’Istituto d’arte a Salerno.
In che materia si diplomò?
In ceramica, dopo un corso di specializzazione di 3 anni. All’Istituto d’arte trovai un bell’ambiente. Ricordo ancora la vicepreside, la professoressa Schettini, che insegnava storia dell’arte. Io non studiavo sui libri di testo ma seguivo un percorso di approfondimento tutto mio. Lei mi apprezzava molto e spesso m’invitava alla cattedra a tenere la lezione al posto suo. Quegli anni sono stati interessanti. A Salerno c’erano più stimoli che a Nocera. Ero incantato dal Duomo. E poi spesso andavo a Cava oppure in costiera, nella mia amata Ravello.
A 23 anni, dopo il servizio militare, lei di punto in bianco si trasferì a Firenze. Come mai?
Desideravo allontanarmi da Nocera, una città che allora trovavo non dico ostile ma vuota. Per un classicista come me, l’incontro con Firenze era scritto nel destino. Certo, l’impatto non è stato facile. Come tutte le città aristocratiche, con un passato così forte, Firenze per certi aspetti è molto chiusa. Ti da’ la possibilità di vivere più o meno dignitosamente, però se non hai quel qualcosa in più, non riesci ad inserirti nel tessuto culturale della città. E quindi ho dovuto fare una bella gavetta per essere riconosciuto come un artista di rango. Prima di vivere di arte, ho lavorato per anni come educatore in un istituto di handicappati. Devo la mia particolare sensibilità anche a questa esperienza.
Attualmente è uno degli artisti più rappresentativi di Firenze e dell’intera regione Toscana.
Ho realizzato mostre negli Stati Uniti, in Austria, in Francia. Le mie opere sono esposte al Museo di Arezzo, al Consiglio Regionale della Toscana, al Santuario francescano di La Verna, presso la sede centrale della Cassa di Risparmio di Firenze. Hanno acquistato mie sculture anche collezionisti francesi e americani.
Perché ha scelto proprio la scultura invece che la pittura o la ceramica?
Forse perché sono portato per la manualità. Io ho bisogno di concretezza e la scultura è materia, è volume. La pittura invece è un fatto più intellettualistico.
Quali tecniche adopera?
Sono un plastificatore, ovvero utilizzo molto la tecnica dell’argilla, che è esattamente agli antipodi dello stile di Michelangelo, che era il maestro dell’arte del levare. Con l’argilla la forma nasce dall’arte di aggiungere la materia. Trovo di grande fascino anche lavorare con il metallo fuso, in fonderia, e la tecnica antica della cerapesca, che era prediletta dal grande Cellini.
Chi è il suo modello di scultore?
Amo tutta l’arte greca del IV e V secolo avanti Cristo. Tra i contemporanei, l’artista che in assoluto ammiro di più è Arturo Martini Era un grande sperimentatore, che non si fossilizzava mai su una sola rappresentazione. Certa critica lo accusava di non avere uno stile ma di averne tanti. Io mi considero un po’ “figlio” suo, come ha scritto qualche storico d’arte. Non a caso quando nel 2002 il principe Carlo d’Inghilterra ha visto la mia mostra sul Mito d’Europa, all’Università europea di Fiesole, mi ha detto di essere meravigliato e affascinato dal fatto che 25 sculture sullo stesso tema fossero così diverse l’una dall’altra. Mi ha anche scritto una lettera, auspicando l’organizzazione di una mia mostra a Londra.
E oltre a Martini?
Altri due scultori che mi piacciono molto sono Giacometti, per la rappresentazione che da’ dell’uomo, e Moore, per la cura del volume e i giochi del chiaroscuro. Non apprezzo invece gli artisti tipo Botero, che hanno trovato una formula vincente e la ripropongono all’infinito.
Nelle sue opere il mito della classicità si unisce a forme di sperimentazioni attuali.
Tutta la mia scultura ha come oggetto la ricerca sul mito. Oggi è di moda parlare di mito, ma senza false modestie in questo io sono stato un precursore. La mia prima ricerca sul mito risale a 30 anni fa.
Nel 2001 il Consiglio Regionale della Toscana ha consegnato una sua opera al console americano Mc Ilhenny come dono alla città di New York per ricordare le vittime dell'attentato alle Torri gemelle, come avvenne per la Statua della Libertà.
E’ una scultura che raffigura la 'Donna con la colomba', ad altezza naturale. Ho saputo che verrà collocata nella caserma dei pompieri di New York, che in quella tragica vicenda hanno rappresentato gli eroi in cui tutti quanti ci siamo riconosciuti. Sono orgoglioso di questo.
A marzo una sua opera sarà esposta nella piazza più celebre di Firenze...
Sì, nel Piazzale degli Uffizi. Si tratta della “Porta del Mito”, una scultura di 4 metri, in bronzo, che ha 48 pannelli. La struttura originale, in terracotta e in legno, è stata acquistata dalla Cassa di Risparmio di Firenze che l’ha locata nella sua Biblioteca.
Se dovesse scegliere un aggettivo per definire il suo essere artista?
Sceglierei “sincero”. A me non interessa fare quattrini, bensì l’arte, la ricerca. Come diceva Apollinaire “tra tutte le azioni dell’uomo, l’arte è quella che mente di meno”.
A che cosa sta lavorando in questo periodo?
Sto lavorando a un trittico dedicato al mito di Demetra e Persefone, che sarà esposto nel Museo Archeologico di Fiesole.
Quando ci siamo sentiti la prima volta, lei mi ha detto che è arrivato il momento di fare qualcosa nella sua terra...
La Campania è una realtà che ho rimosso, e che adesso cerco. Mi piacerebbe smentire l’antico detto “nemo propheta in patria” e allestire una grande mostra delle mie opere a Nocera o a Salerno, le due città dove sono cresciuto. L’anno scorso ho conosciuto a Firenze il Presidente della Camera di Commercio di Salerno Augusto Strianese, che mi ha parlato del Complesso di Santa Sofia e delle splendide esposizioni organizzate dall’Amministrazione Comunale. Se sono rose, fioriranno. Io ho dato la mia disponibilità, e sono pronto anche a donare una mia opera al Comune e a mettere la mia esperienza a disposizione di chi vorrà.
Dopo tanti anni passati a Firenze, che cosa è rimasto in lei delle sue origini salernitane?
Tantissimo. Guarda caso Nocera e Salerno si trovano tra Paestum e Pompei, e io sono profondamente segnato dalle mie origini mediterranee.
E’ tornato di recente a Nocera o a Salerno?
Due anni fa sono passato di sfuggita a Nocera. Ho visto dei cambiamenti, in particolare mi è sembrata più pulita. Quando posso, vado a Ravello. E’ il mio luogo ideale per la sua atmosfera speciale, fatta di arte, di poesia, di silenzio. Se si organizzerà la mostra, sarà l’occasione per riscoprire la mia terra. Mi piacerebbe conoscere i giovani artisti, vedere come si vive oggi a Nocera e a Salerno, incontrare la mia gente...

(La Città di Salerno, 23 gennaio 2005)

Scheda biografica

Onofrio Pepe è nato a Nocera Inferiore (SA) il 12 febbraio del 1945. Da molti anni vive e opera a Firenze. Ha realizzato importanti mostre personali in Italia e all’estero (Stati Uniti, Austria, Francia) e le sue sculture monumentali sono collocate in prestigiosi spazi pubblici. Nel 1996 il Comune di Nocera Inferiore, per riconoscimenti artistici, lo ha premiato con la Noce d'Oro. Nel 1998 la Regione Toscana gli ha commissionato il Pegaso d’Oro assegnato a Jerzy Grotowski. Nel 2000 il Comune di Firenze ha promosso a Palazzo Vivarelli Colonna una mostra di sue sculture, intitolata Il volo di Icaro. Nel 2002 l’Istituto Universitario europeo ha organizzato una sua mostra personale intitolata “Il Mito d’Europa”, inaugurata dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. La mostra è stata visitata dal Presidente della Repubblica del Portogallo e dal Principe Carlo d’Inghilterra. Nello stesso anno (2002) Pepe è stato designato Honorary Fellow of Florence's "Design Academy". Nel 2003 l’Istituto Universitario europeo ha acquistato l’originale della porta monumentale "La Porta del Mito". All’inaugurazione hanno partecipato il Ministro della Cultura italiano Giuliano Urbani e i Ministri della Cultura degli altri Paesi dell’Unione europea.

Intervista a Franco Fichera, giurista

di Mario Avagliano

Nella prima metà degli anni Settanta, quando all’Università di Salerno e nel mondo culturale della città brillava l’astro di Filiberto Menna, per un’intensa ma breve stagione il Pci raccolse il fior fiore degli intellettuali salernitani. Il segretario del partito comunista era allora un fine intellettuale di estrazione borghese, il professor Franco Fichera, classe 1941. Sotto la sua guida si formò la generazione dei Michele Santoro e dei Vincenzo De Luca. La carriera del politico-professore si concluse nel momento del massimo successo del Pci. Nel 1976, dopo la clamorosa avanzata del partito comunista alle elezioni politiche, Franco Fichera fu costretto a lasciare il suo incarico, in seguito ad un violento scontro con il vecchio leader regionale Abdon Alinovi. Fichera, dopo aver insegnato diritto tributario presso le Università di Napoli Federico II e di Bologna, ora vive nella capitale ed è preside della Facoltà di giurisprudenza dell’Università Suor Orsola di Benincasa di Napoli.

Professore, lei è cresciuto a Torrione.
Abitavamo in uno dei primi palazzi costruiti a Torrione nel dopoguerra, accanto al Forte la Carnale. Mio padre Sebastiano era funzionario dell’Inps e mia madre Eva insegnava in una scuola elementare di Molina di Vietri. Allora quella zona di Salerno era tutta campagna. Ricordo che giocavo per strada con lo strummolo e che passavamo quattro mesi dell’anno a mare. Almeno fino all’alluvione del 1954.
Che cosa accadde dopo l’alluvione?
Quella terribile tragedia convinse i miei genitori a cambiare casa. Ci trasferimmo al Carmine, in una strada non lontana dal Liceo Classico “Tasso”.
Anche lei è un ex alunno del Tasso...
Frequentavo la sezione “C”. I professori erano molto preparati ma anche assai severi. Ricordo in particolare il docente di italiano Petruzzelli e quello di matematica Fimiani. All’esame di maturità, passammo soltanto in tre!
Altri tempi. Anche se Salerno non era più la città borghese del Primo Novecento.
E’ vero. Salerno stava cambiando pelle, nonostante la grande influenza esercitata dall’Arcivescovo Demetrio Moscato. Si diceva che in città non si muovesse foglia senza il suo assenso e che era stato lui a vietare i locali da ballo. Ma anche per Moscati era impossibile opporsi alla modernizzazione dei costumi e della società. “Colpa” del miracolo economico, della motorizzazione di massa, attraverso le mitiche cinquecento, e anche dei libri e delle pellicole che arrivavano d’oltre oceano. Una nuova generazione si affacciava alla ribalta. Ricordo che nel 1956 la prima di un film di Elvis Presley al cinema Augusteo si trasformò in un’occasione di rivolta generazionale. Ora fa sorridere, ma in quegli anni il rock ‘n roll era considerato osceno e trasgressivo. Assistetti anche io allo spettacolo e quando tornai a casa, un po’ tardi, ne sentii di rimproveri dai miei!
Era in incubazione il Sessantotto.
In effetti la mia generazione è quella che ancor prima del ’68 entrò in conflitto con i genitori. Anche la mia adesione al Pci, avvenuta nel 1960, in seguito alla rivolta dei “giovani con le magliette a strisce” contro il Governo Tambroni, fu molto sofferta e fu motivo di duro scontro a casa. Io venivo da una famiglia piccolo-borghese e nel mio ambiente non era facile immaginare che andassi con i comunisti.
Com’era il partito comunista salernitano nel 1960?
Era un partito molto isolato nella città e di limitata forza elettorale. Aveva perso il rapporto con le nuove generazioni. Contava su una base operaia e su un po’ di contadini, e poi basta. Io mi buttai in quell’esperienza con grande entusiasmo e in breve fui chiamato prima a dirigere l’organizzazione dei contadini e poi quella degli universitari. Allora nel Pci c’erano pochi giovani, tra cui Mario Sicignano, figlio del deputato della Costituente, ora notaio a Torino. L’ondata forte di adesioni giovanili al partito si registrò solo intorno al Sessantotto.
In quegli anni aderì al Pci anche un certo Michele Santoro.
Era il 1971-1972 ed io guidavo la sezione universitaria. Michele si rivolse a me per iscriversi al partito. Come altri giovani, lui veniva da esperienze in formazioni di sinistra extraparlamentare. Era già allora una forte personalità, dotata di una spiccata sensibilità per il mondo della cultura e dell’informazione. Diventammo subito grandi amici. Un’amicizia che ha resistito negli anni e che ancora adesso è viva.
Nel 1974 lei divenne segretario del Pci.
Sì, nel 1973 sono diventato vicesegretario e tra il 1974 e il 1976 sono stato segretario della federazione. Sono stati quattro anni di grandi trasformazioni di Salerno e della società salernitana. Gli anni del referendum sul divorzio e sull’aborto. Gli anni di Filiberto Menna e di tutta quell’area di intellettuali e di docenti universitari, come Angelo Trimarco, Rino Mele, Giuseppe Bartolucci, Achille Bonito Oliva, Marcello Rumma, Paola Fimiani, Edoardo Sanguineti, Alfonso Gatto, la maggior parte dei quali simpatizzava per il Pci, e che fece di Salerno uno dei principali centri dei movimenti dell’avanguardia teatrale, musicale e letteraria italiana.
L’adesione di Filiberto Menna al Pci fece scalpore.
Beh, era un intellettuale brillante, di grande cultura, che aveva legami con il mondo accademico nazionale e internazionale, e poi era il figlio di Alfonso Menna, lo storico sindaco democristiano di Salerno... Si può immaginare quale trambusto accompagnò la sua scelta. Era il simbolo di un cambio profondo che avveniva nella città. La classe intellettuale salernitana andava a dirigere il maggior partito della sinistra. Grazie alla fusione tra il mondo intellettuale e le nuove generazioni, in pochi anni il Pci passò dal 13% al 24-25% dei voti.
Nel 1976, però, il sogno di un governo di sinistra della città si spezzò. E improvvisamente lei lasciò la carriera politica.
I leader storici del Pci salernitano non avevano capito che il mondo era cambiato e che la grande vittoria elettorale delle elezioni politiche era la chiave per trasformare finalmente la vecchia struttura del partito. Aprirsi alla società civile e agli intellettuali significava necessariamente individuare una nuova classe dirigente e mutare il modus operandi del partito. Ebbi uno scontro violento con Abdon Alinovi, ma il corpo del Pci non mi appoggiò. Tra i pochi che mi sostennero, ci furono Michele Santoro e Rocco Di Blasi. Non mi restò che rassegnare le dimissioni.
Michele Santoro anni dopo ci ha detto che il Pci “si trovò ad avere tra le sue fila a Salerno un gruppo di giovani di straordinaria qualità ma li disperse praticamente tutti”. Iniziò un declino che si sarebbe arrestato soltanto diciotto anni dopo, con Vincenzo De Luca.
Credo che il mio allontanamento e la rottura del partito con gli intellettuali abbiano significato per il Pci salernitano il ritorno a una condizione di isolamento dalla società civile, di chiusura settaria nelle sezioni. Poi per fortuna è arrivato De Luca. Vincenzo si iscrisse al partito quando io ero segretario. Frequentava la sezione di fronte al Comune. Forse un segno del destino...
Achille Bonito Oliva sostiene che la rivoluzione urbanistica e culturale che si è registrata nell’ultimo decennio a Salerno è figlia di quegli anni, della stagione di Filiberto Menna e, aggiungiamo noi, di Franco Fichera.
Non posso essere io a dirlo. Di sicuro in quella stagione furono gettati i semi di una nuova classe dirigente.
E hanno dato frutti?
Nel 1979, quando mi sono trasferito a Roma, ho lasciato una città in profondo degrado. Nel 1999, a distanza di venti anni, sono tornato a Salerno, e mi sono trovato di fronte a una città-gioiello. E’ raro in una città del Meridione invertire l’assetto urbanistico e ridare una prospettiva ai cittadini. Onore al merito a De Luca, che con quattro-cinque mosse strategiche ha ridisegnato Salerno e l’ha fatta rinascere.
Ora il professor Fichera è preside della Facoltà di giurisprudenza dell’Università Suor Orsola di Benincasa di Napoli.
Sì, sono in prima linea in questa città così bella e così difficile. Una città tormentata, dove la camorra distrugge e inquina l’economia, e tradisce la gente. Sono convinto che anche la missione di un’Università libera come la nostra sia motivo di impegno civile. Il 26 gennaio inaugureremo la nuova sede dell’università, a S. Lucia al Monte, con una lectio magistralis del salernitano Sabino Cassese e con la partecipazione del sindaco Jervolino e del governatore Bassolino. Portare a Napoli l’eccellenza universitaria e grandi docenti quali Francesco Paolo Casavola, Sabino Cassese, Paolo Grossi, Massimo Luciani, Marco Pagano, Franco Gaetano Scoca, Giuseppe Tesauro, Gustavo Zagrebelsky, è un modo per affermare un’altra, ben più vera, Napoli

(La Città di Salerno, 9 gennaio 2005)

Scheda biografica

Il professor Franco Fichera è nato a Frosinone il 13 giugno del 1941, ma è vissuto e si è formato a Salerno, dove la famiglia si trasferì subito dopo la guerra. Ha frequentato il Liceo Tasso e quindi l’Università di Napoli Federico II, dove nel 1965 si è laureato in giurisprudenza.
Inizia subito l’attività politica e quella di ricerca e di docenza universitaria.
Nel 1973 pubblica un libro su fisco e costituzione, “Imposizione ed extrafiscalità nel sistema costituzionale” per la ESI. Nel 1974 diventa segretario provinciale della federazione del PCI di Salerno ed è partecipe dei profondi cambiamenti di quegli anni.
Nel 1976 lascia la segreteria del PCI. Inizia un periodo di riflessione sulla politica e le istituzioni che lo porterà a pubblicare in collaborazione con Carlo Donolo nel 1981 “Il governo debole” (De Donato editore), e nel 1988 “Le vie dell’innovazione” (Feltrinelli). Entrambi con il significativo sottotitolo “Forme e limiti della razionalità politica”.
Intanto, agli inizi degli anni ’80, è chiamato ad insegnare Sistemi fiscali comparati nella Facoltà di giurisprudenza dell’Università di Napoli Federico II; e poi, negli anni ’90, Diritto tributario nella Facoltà di Economia dell’Università di Bologna. Nel 1992 pubblica il volume “Le agevolazioni fiscali”, con la Cedam. Attualmente è docente di Diritto tributario nell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli ed è preside della Facoltà di giurisprudenza.

Intervista ad Amedeo Ariano, musicista jazz

di Mario Avagliano

“Salerno è l’anagramma di Orleans, come New Orleans, la città del jazz...”. Parola di Amedeo Ariano, classe 1967, salernitano del quartiere Pastena, batterista di Lucio Dalla e di Sergio Cammariere, considerato dal pubblico e dalla critica tra i più talentuosi percussionisti italiani di jazz. Nonostante viva a Roma da quattordici anni, Ariano è molto orgoglioso delle sue origini, che sbandiera in tutte le occasioni. Il suo ultimo disco, appena uscito in tutta Italia, distribuito da Emi per l’etichetta Via Veneto Jazz, s’intitola “Salerno Liberty City Band”, e riunisce alcuni dei migliori musicisti salernitani di jazz: Alfonso Deidda (piano, sax alto), Daniele Scannapieco (sax tenore), Dario Deidda (contrabbasso), Sandro Deidda (sax, clarinetti), Giovanni Amato (tromba), Gerry Popolo (sax, clarinetto, flauto).

Quando si è avvicinato alla musica?
Ho cominciato a suonare che avevo appena 6 anni di età. Ho studiato per un paio di anni pianoforte Poi mio padre comprò una batteria, fui affascinato dal suono di quello strumento e me ne innamorai. Da allora non ho più smesso.
La sua è una famiglia di artisti?
Siamo tre fratelli gemelli, tutti con la passione dell’arte. Mio fratello Luigi è bassista elettrico di blues e mia sorella Adele è ballerina, insegna all’Accademia di Danza di Roma.
Quando ha debuttato?
La mia prima esibizione dal vivo è stata a 14 anni, in una trasmissione di una tv privata salernitana che assomigliava un po’ a Sarabanda. I concorrenti dovevano indovinare il titolo del brano ascoltando solo tre note. Ricordo che nella band mancava il bassista. Fui io a prendere un basso elettrico a mio fratello Luigi e a convincerlo ad unirsi a noi. Dopo quell’esperienza, anche Luigi è stato contagiato dal virus della musica. E così siamo cresciuti suonando insieme ogni giorno, fino a tarda notte, nella nostra cameretta.
Qual è stato il momento di svolta nella sua formazione musicale?
Sembrerà strano, ma è stato l’anno di militare a Fano. Quando mi diedero i primi 15 giorni di congedo ordinario, invece di tornare a Salerno, seguii il corso di perfezionamento presso l’Umbria Jazz, dove ebbi la fortuna di avere come maestro Marcello Pellitteri.
Salerno negli anni Ottanta è stata una grande fucina di musicisti.
E’ vero. C’erano grossi musicisti di diversa estrazione musicale: jazz, blues, musica classica. Io a 16-17 anni suonavo con un gruppo di jazz-rock che si chiamava Zona Orientale, formato da Peppe Zinicola alla chitarra, Renato Costarella al pianoforte e Maurizio Caldieri al basso, poi sostituito da Paolo Pelella. Provavamo in una cantina, a casa di Peppe Zinicola. Per me è stata una vera e propria scuola.
Lei frequentava anche il Mumble Rumble.
Abitavo vicino al Mumble Rumble e quindi c’ero di casa. Lì sono passati tutti i musicisti salernitani: i fratelli Deidda, i fratelli Zinicola, Stefano Giuliano, Angelo Cermola, Caldieri, i Pelella e tanti altri. Per noi era il locale per eccellenza, ci tenevamo, e per questo, nelle ore libere, non disdegnavamo di fare qualche lavoro per migliorarlo: che so, pitturare le pareti oppure insonorizzare la sala. L’altro luogo dove ci riunivamo, era un miniappartamento che avevamo fittato a Fratte e che chiamavamo “il Posto”. Passavamo tutta la giornata a suonare lì e a scambiarci esperienze e ritmi.
Quali sono i musicisti salernitani con i quali ha avuto più rapporti umani e musicali?
Direi i fratelli Deidda: Dario Alfonso e Sandro. Con loro ho un sodalizio che dura da sempre. Poi Daniele Scannapieco, Gerry Popolo, Giovanni Amato e Bruno Brindisi.
Il fumettista?
Proprio lui. E’ un tastierista di straordinario talento musicale. Ricordo che intorno alla metà degli anni Ottanta non voleva più suonare. Per convincerlo, fui costretto ad andare a casa sua non so quante volte... Formammo un gruppo di fusion che si chiamava Gad-b Band, dalle iniziali di Gerry, Amedeo, Dario e Bruno. Ci divertivamo un mondo. Poi Bruno ha fatto la scelta di dedicarsi totalmente al fumetto, ma avrebbe avuto successo anche come musicista.
Si può parlare di una scuola salernitana del jazz?
La scuola musicale salernitana è un fatto consolidato. In Italia non c’è città che possa vantare tanti bravi musicisti al pari di Salerno. Certo, dopo Gaetano Fasano e Antonio De Luise, non sono usciti fuori altri talenti. Non conosco musicisti salernitani ventenni di belle speranze. L’unica eccezione è il pianista Julian Olivier Mazzariello, un grosso musicista che di sicuro si farà conoscere a livello internazionale. D’altra parte ormai a Salerno non c’è più un posto dove riunirsi per fare jam-session. So che stanno cercando di rilanciare il Mumble Rumble, e mi fa piacere, ma mi sembra che i tempi siano diversi da quelli di una volta.
Nella sua carriera, lei ha attraversato diversi generi musicali.
Fino a 18 anni ho suonato essenzialmente musica leggera. Poi sono passato al blues, quindi al rock-blues e infine alla fusion. Da molti anni ormai è il jazz la mia fonte di felicità.
Nella sua predilezione per il jazz, ha contato anche il sodalizio con Adriano Mazzoletti?
Beh, quando nel 1992 ho conosciuto Mazzoletti a Roma, grazie a lui ho potuto suonare con i più grandi musicisti europei e americani. Parlo di gente come Johnny Griffin, Sonny Fortune, Bobby Watson, George Coleman, Benny Golson, Mulgrew Miller, e vari altri. Con tanti di loro è nato un feeling che mi porta ancora adesso a fare concerti in giro per il mondo.
Ora è in pianta stabile nella band di Sergio Cammariere.
Sergio è un musicista di grande talento. La musica ce l’ha nel sangue! Collaboro con lui dal 1998. E’ una persona molto simpatica, anche se, come tutti gli artisti, ha un carattere un po’ particolare. Quel che più conta è che siamo amici e che mi piace suonare con lui.
Tra i musicisti con i quali spesso suona, c’è anche un certo Lucio Dalla...
Lucio è una persona meravigliosa, uno di quei pochi artisti che meritano di essere considerati tali. Negli ultimi tempi ho suonato spesso con lui. Ricordo in particolare con emozione la serata al Teatro dell’Opera di Vienna, in una sala affollata all’inverosimile, dove – insieme al grande Stefano Di Battista - abbiamo proposti i suoi pezzi riarrangiati in chiave jazzistica. Siamo diventati amici, siamo stati anche insieme in barca alle Tremiti.
E l’esperienza con Alex Britti?
Nel 1995 mi fecero un contratto in Rai, a Uno Mattina. Dovevo mettere su una band. Chiamai Agostino Penna alle tastiere e il salernitano Enzo Autuori al basso. Mi mancava un chitarrista-cantante. Telefonai ad Alex, che allora era semisconosciuto, e lui subito accettò. In seguito Britti mi propose di formare un gruppo di blues, che cantasse in italiano. Io in quel periodo suonavo in un gruppo di rock-blues piuttosto quotato, gli Almanegra, con Gianni Ventre alla chitarra e mio fratello Luigi al basso. Il progetto di Alex era interessante ma non credevo che potesse avere successo, e gli dissi quello che pensavo. Neppure un anno dopo Alex scalava le classifiche con il suo disco... Ci siamo rivisti durante la registrazione del disco di Sergio Cammariere, che è un suo grande amico. Sono contento del suo successo.
Come si potrebbe definire il sound della batteria di Amedeo Ariano?
Il sound della mia batteria è energico, istintivo, a volte anche delicato, di sicuro versatile. Mi piace la buona musica.
Com’è nata l’idea del suo ultimo disco, “Salerno Liberty City Band”.
E’ un disco prodotto da me e composto e suonato esclusivamente da musicisti salernitani. E’ una testimonianza di un gruppo di musicisti che sono cresciuti e maturati insieme e che continuano il loro viaggio musicale in Italia e in Europa uniti dalle origini, dal tipo di musica che suonano e soprattutto dall’amicizia.
C’è molta Salerno nel disco?
Eccome! Innanzitutto le sonorità sono mediterranee. E poi è un disco che ti fa sentire il calore del Sud. I brani sono quasi tutti originali e davvero belli. A pochi giorni dall’uscita del disco, ci sono pervenute richieste perfino dalla Francia. Penso che sia un bel regalo di Natale. Peccato che nella mia città finora nessuno abbia pensato di chiedermi di presentarlo. Né la Regione, né la Provincia, né il Comune. Eppure ho fatto tanto per il jazz a Salerno, ho organizzato decine di festival, e come gli altri musicisti salernitani ho portato il nome di Salerno in giro per l’Italia e per l’Europa, con orgoglio e con onore.
Com’è di carattere Amedeo Ariano?
Ho un brutto carattere. Sono un po’ irascibile e ho modi particolari. In questo momento, sono anche deluso dal punto di vista sentimentale. Però nella mia vita cerco sempre di essere giusto e di non fare del male a nessuno. Mi piace stare in pace con le persone. Non mi piace litigare.
Che cosa le manca della sua città?
Mi manca il lungomare. Mi mancano i miei parenti, i miei amici, l’aria particolare che si respira a via dei Mercanti. Salerno è magica. Quando arrivo all’uscita di Salerno sull’autostrada, penso sempre che la mia città è fantastica. E che bisognerebbe valorizzarla. Si è fatto molto per recuperare il centro storico, per curare gli arredi, ma Salerno merita di più. Per le sue bellezze, per la sua posizione geografica, per la sua gente, merita di essere una capitale della cultura e del turismo del Mezzogiorno.

(La Città di Salerno, 12 dicembre 2004)

Scheda biografica

Amedeo Ariano è nato a Salerno il 21 giugno del 1967. Batterista e percussionista autodidatta, si avvicina giovanissimo alla musica. Ha all'attivo un'intensissima attività concertistica al fianco di musicisti stranieri di fama mondiale come: Johnny Griffin - Sonny Fortune - Bobby Watson - Richie Cole - George Garzone - James Moody - George Coleman - Benny Golson - Ronnie Cuber - Larry Schneider - Larry Smith - Kirk Lightsey - Mulgrew Miller - Alan Jean Marie - Cedar Walton - Jon Faddis - Conte Candoli - Claudio Roditi - Buky Pyzzarelly - Bireli Lagrene - Camerun Brown - Mike Mainieri - Gianni Basso - Umberto Fiorentino - Maurizio Giammarco - Stefano Sabatini - Dado Moroni - Franco Ambrosetti - Flavio Boltro - Stefano Di Battista - Tony Scott ed altri. Ha già preso parte a numerose incisioni discografiche con noti jazzisti italiani, nonché a colonne sonore di film. Nel ruolo di batterista ha recitato nei film: "Titus" con Jessica Lange ed Anthony Hopkins, e "Gli eredi" con Anna Falchi. Ha suonato "live music" in diverse sfilate di moda tra cui: Lancetti, Joy's & Jo, Modamed. La sua versatilità musicale gli consente di far parte di gruppi musicali anche fuori dal circuito del jazz come: pop, blues, funky e musica leggera. Partecipa a diversi programmi televisivi tra cui: "Uno Mattina" (Inverno '96, RAI 1), "Maurizio Costanzo Show" (Inverno '98, Canale 5), "Tribù" ('98, MC), "Tappeto Volante" ('99, TMC), orchestra "Mambo AI" di "Domenica In" (intera edizione'99-2000' RAI 1), orchestra "I Luna D'oro" di "Uno Mattina" (intera edizione estate 2000, RAI 1). Dal '92 ad oggi ha suonato in numerosi festival del jazz italiani ed esteri, tra cui: Veneto Jazz - Padova Jazz - Worldwide Festival, Belluno - Bologna Jazz Festival - Umbria Jazz-Roma Jazz festival ed altri.Esteri: Berlino, Monaco, Amburgo, Mosca, Ankara, Zurigo, Malta, Barcellona ed altri. Sempre dal '92 insegna batteria all'Accademia musicale "Setticlavio" in Salerno. Inoltre, è coordinatore nazionale dell' AIPS (Associazione nazionale professionisti dello spettacolo); direttore artistico e consulente musicale del "Festival internazionale del Jazz e del Blues degli Alburni" (di tutte le edizioni, arrivate oramai all'ottava); presidente dell'Associazione Musicart dall'estate 2001 e consulente artistico e musicale del festival "Ho Jazz Bee Good" di Mosciano S.Angelo (TE) e del "Festival Degli Appennini" di Silla (BO).

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