Shoah. Lo Yad Vashem rivede e mitiga il suo giudizio su Pio XII

  Opinioni ebraiche profondamente diversificate, e per certi versi anche contrapposte, di fronte alla revisione del testo che l'istituto Yad Vashem di Gerusalemme espone sotto le immagini del papa Pio XII. Il giudizio storico che ne emerge riguardo alle ambiguità del comportamento di papa Pacelli negli anni bui delle persecuzioni e della Shoah risulta nella nuova formulazione meno categorico e più prudente, lasciando aperte diverse interpretazioni.
Severo il giudizio del rabbino capo di Roma rav Riccardo Di Segni. "Il pannello di Yad Vashem critico nei confronti di Pio XII - commenta a caldo il Rav della prima comunità ebraica italiana - è stato sostituito con un testo più lungo che presenta due diversi e contrapposti giudizi lasciando le conclusioni in sospeso in attesa di ulteriori chiarimenti (timida allusione all'apertura degli Archivi vaticani). "Malgrado le patetiche smentite d'ufficio della direzione dello Yad Vashem - aggiunge - è difficile allontanare il dubbio che questo non sia il risultato delle pressioni diplomatiche vaticane. Accettando queste pressioni non era più possibile una critica del papa, ma anche una sua difesa sarebbe stata problematica, e allora è stata scelta questa strana soluzione. Che comunque non farà contenti i difensori di Pio XII e che a noi lascia l'amaro in bocca. Perché in un luogo come Yad Vashem la politica dovrebbe rimanere lontana e distinta. Perché non è accettabile che un gruppo di burocrati, diplomatici e forse anche di politici considerino le richieste vaticane - in cambio di chissà che cosa - più importanti per Israele delle nostre memorie dolorose".

Altrettanto duro l'ambasciatore Sergio Minerbi, esponente di spicco della comunità degli Italkim e considerato fra i massimi esperti delle relazioni fra Israele e il Vaticano.
"Che vergogna - commenta - è bastata una protesta del Nunzio della Santa Sede, per far cambiare allo Yad Vashem il testo della didascalia sotto la fotografia di Pio XII. Non so se sia per incompetenza in materia o per voler andar d'accordo con tutti, ed ignoro fino a qual punto abbia influito l'ebreo americano Gary Krupp, di Pave the Way, fiero della sua decorazione vaticana, la “patacca” di San Gregorio Magno. Nel nuovo testo, se verrà confermato, Yad Vashem agisce come se fosse neutrale in materia e si limita ad affermare che alcuni critici “sostengono che ci fu un fallimento morale”. Ma l'istituto non ha un'opinione propria su una questione tanto sensibile? E allora a che serve questa mastodontica istituzione, cosa insegna ai suoi numerosi ricercatori? Come è possibile ammettere che Yad Vashem si limiti a constatare che la reazione “di Pio XII è questione controversa fra gli studiosi”? Va in ogni caso ricordato che Pio XII non pronunciò una sola volta in pubblico la parola ebrei durante tutta la Seconda Guerra mondiale, questo punto almeno non è oggetto di controversia. Alla deportazione degli ebrei di Roma, Pio XII non reagì né in pubblico né in segreto. I suoi incontri diplomatici in quei giorni vertevano su Roma città aperta o sui rifornimenti alimentari e nulla più. Yad Vashem potrebbe agire secondo l'esempio di un gesuita, John Morley, che termina il suo libro sulla Shoah con queste parole:”Bisogna concludere che la diplomazia vaticana fallì nei confronti degli Ebrei durante l'Olocausto non facendo quanto era possibile fare (per venire) in loro aiuto.”

Molto diversa la prospettiva della storica Anna Foa: "Il cambiamento della didascalia su Pio XII al Museo di Yad Vashem era da tempo in programma. Contrariamente a quel che si è subito detto dai media, non mi sembra che la nuova didascalia rappresenti un ammorbidimento del giudizio rispetto a quella precedente, che esprimeva una recisa condanna della posizione di Pio XII verso lo sterminio degli ebrei europei. Quello che la nuova didascalia riflette è, mi sembra, un giudizio più che morale, storico: la consapevolezza che ci si trova all’interno di un dibattito ancora aperto, in cui molta nuova documentazione ha già contribuito a modificare le valutazioni e in cui ci si aspetta che l’apertura degli archivi per gli anni della guerra porti altri contributi rilevanti. La didascalia precedente era frutto, a mio avviso, di un giudizio dogmatico, assoluto, che prescindeva dall’esistenza di un dibattito a livello storiografico e dell’esistenza di nuova documentazione a livello dell’individuazione dei fatti. La nuova apre la strada ad ulteriori modifiche, in un senso o nell’altro, a dimostrazione che la storia si basa sui documenti e sulle interpretazioni, non sui pregiudizi politici o sul senso comune. E i responsabili di Yad Vashem hanno dimostrato, con questo gesto coraggioso, di esserne pienamente consapevoli".

"L'esigenza di una revisione della scritta illustrativa apposta sotto l'immagine di Pio XII allo Yad Vashem - conclude infine il diplomatico e saggista Vittorio Dan Segre - era da tempo avvertita e il fatto che l'istituto abbia ora deciso di metterci mano dimostra che siamo vicini a nuovi accordi complessivi fra Israele e Vaticano su cui si è a lungo lavorato e che potrebbero essere presto siglati. La battaglia di chi da parte ebraica vorrebbe condannare la figura di papa Pacelli a restare perennemente rinchiusa in una dimensione di condanna morale senza appello non è alla lunga sostenibile sotto il profilo politico e forse anche sotto quello storiografico. Ma quello che più conta è comprendere che l'argomento, da qualunque parte lo si voglia guardare, oggi è in grado di suscitare solo un interesse limitato nelle opinioni pubbliche che le parti in causa dovrebbero rappresentare. Certo interessa poco all'opinione pubblica israeliana e certo ancora di meno a un mondo cattolico che comincia a temere il moltiplicarsi di massacri ai danni delle popolazioni cristiane in Africa e nel mondo islamico. C'è un contenzioso da chiudere, fra Israele e il Vaticano, e questo deve avvenire nel migliore dei modi possibili senza lasciarsi condizionare eccessivamente dalle ferite che la storia ci ha lasciato in eredità".

Ecco in sequenza la vecchia formulazione della frase esposta in ebraico e in traduzione inglese, elaborata nel 2005 e la nuova formulazione ora annunciata.

Pius XII
In 1933, when he was Secretary of the Vatican State, he was active in obtaining a Concordat with the German regime to preserve the Church's rights in Germany, even if this meant recognizing the Nazi racist regime. When he was elected Pope in 1939, he shelved a letter against racism and anti-Semitism that his predecessor had prepared. Even when reports about the murder of Jews reached the Vatican, the Pope did not protest either verbally or in writing. In December 1942, he abstained from signing the Allied declaration condemning the extermination of the Jews. When Jews were deported from Rome to Auschwitz, the Pope did not intervene. The Pope maintained his neutral position throughout the war, with the exception of appeals to the rulers of Hungary and Slovakia towards its end. His silence and the absence of guidelines obliged Churchmen throughout Europe to decide on their own how to react.

The Vatican
The Vatican, under Pius XI, Achille Ratti, and represented by the Secretary of State Eugenio Pacelli, signed a concordat with Nazi Germany in July 1933, in order to preserve the rights of the Catholic Church in Germany.

The reaction of Pius XII, Eugenio Pacelli, to the murder of the Jews during the Holocaust is a matter of controversy among scholars. From the onset of World War II, the Vatican maintained a policy of neutrality. The Pontiff abstained from signing the Allies' declaration of December 17, 1942 condemning the extermination of the Jews. Yet, in his Christmas radio address of December 24, 1942 he referred to “the hundreds of thousands of persons who, without any fault on their part, sometimes only because of their nationality or ethnic origin (stirpe), have been consigned to death or to a slow decline.” Jews were not explicitly mentioned.
When Jews were deported from Rome to Auschwitz, the Pontiff did not publicly protest. The Holy See appealed separately to the rulers of Slovakia and Hungary on behalf of the Jews. The Pope’s critics claim that his decision to abstain from condemning the murder of the Jews by Nazi Germany constitutes a moral failure: the lack of clear guidance left room for many to collaborate with Nazi Germany, reassured by the thought that this did not contradict the Church’s moral teachings. It also left the initiative to rescue Jews to individual clerics and laymen. His defenders maintain that this neutrality prevented harsher measures against the Vatican and the Church's institutions throughout Europe, thus enabling a considerable number of secret rescue activities to take place at different levels of the Church. Moreover, they point to cases in which the Pontiff offered encouragement to activities in which Jews were rescued. Until all relevant material is available to scholars, this topic will remain open to further inquiry.

(L'Unione Informa, 2 luglio 2012)

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Storie – Il contributo degli Italkìm alla costruzione di Israele

di Mario Avagliano

    Lo Stato di Israele è stato costruito anche dagli ebrei italiani (gli Italkìm), tra cui il partigiano e sionista Enzo Sereni. E’ il tema della due giorni di studi che si è tenuta la settimana scorsa al Mishkenot Shaananim di Gerusalemme: «L'Italia in Israele: il contributo degli ebrei italiani alla nascita e allo sviluppo dello Stato d'Israele», organizzata dall'ambasciata italiana e da Hevrat Yehudè Italia.

Il convegno ha rappresentato il seguito naturale di quello tenutosi l’anno scorso per celebrare i 150 anni dell’Unità d’Italia, in occasione della visita ufficiale del Presidente Giorgio Napolitano in Israele, che aveva puntato lo sguardo sull’affinità ideale tra il sionismo e il Risorgimento italiano.
La comunità degli ebrei italiani in Israele, pur essendo numericamente esigua, ha svolto un ruolo importante. Lo testimonia il volume pubblicato dalla Fondazione Corriere della Sera, intitolato Italia-Israele: gli ultimi 150 anni, presentato nella due giorni, che ha raccontato l'epopea dei primi cento ebrei italiani, per lo più intellettuali, emigrati in Palestina con il sogno del nuovo Stato.
La figura chiave è quella del romano Enzo Sereni, classe 1905, sionista e socialista, che fece aliyah in Palestina (allora sotto il mandato britannico) nel 1927 e fu tra i fondatori del mitico kibbutz di Givat Brenner, dove nacquero la secondogenita Hagar e il terzo figlio Daniel. Nel giugno 1944 Sereni, dopo un periodo di addestramento in Puglia, fu paracadutato nell’Italia del Nord per collaborare con la Resistenza. Catturato, fu rinchiuso a Bolzano e poi trasferito a Dachau, dove in novembre fu ucciso dai tedeschi. Sereni è stato celebrato in Israele con l’emissione di francobolli e l’intitolazione di un kibbutz.
Ma gli «italkìm» si distinsero anche nella ricerca scientifica, tecnologica, agricola, nel mondo universitario e in quello artistico e musicale.
Un’altra storia emozionante è quella del triestino Martino Godelli, pioniere del sionismo socialista italiano, sopravvissuto ad Auschwitz e immigrato in seguito nel kibbutz Netzer Sereni, di cui è stata proiettata una lunga intervista realizzata dal corrispondente Rai Claudio Pagliara.
La vicenda più incredibile è però quella del gruppo di circa settanta abitanti del paesino della provincia di Foggia, San Nicandro Garganico, guidato dal bracciante Donato Manduzio, che nel 1930 abbracciò l’ebraismo, resistette alle leggi razziali e, dopo la liberazione, tra il 1948 e il 1950 decise d'emigrare in Israele, alla quale è stato dedicato il film San Nicandro, Sefat. Il viaggio di Eti, del regista Vincenzo Condorelli. I loro discendenti vivono tuttora con le loro famiglie in Israele.

(L’Unione Informa, 3 luglio 2012)

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Storie – Sami Modiano e la deportazione da Rodi

di Mario Avagliano

Nella storia della deportazione italiana c’è anche il capitolo di Rodi, l’isola delle rose, passata all’Italia nel 1912, dove all’epoca vivevano insieme, pacificamente, ebrei, musulmani e cristiani. Anche in questo paradiso le leggi razziali fasciste del 1938 cambiarono la vita della comunità ebraica, stanziata nell’isola dal XVI secolo, ad esempio con la brutale espulsione dei ragazzi ebrei dalle scuole.

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, Rodi passò sotto il controllo tedesco. Il 18 luglio 1944 i nazisti, con il pretesto di un controllo dei documenti, arrestarono i capifamiglia della comunità e il giorno dopo, come ha raccontato Sami Modiano nel bell’articolo realizzato da Umberto Gentiloni su La Stampa, «chiesero a tutti i familiari di fare un fagotto con i beni di prima necessità: cibo, vestiti e oggetti di valore. Cercavano soprattutto oro. In silenzio andammo anche noi verso la caserma, mio padre Giacobbe era già lì. Restammo chiusi per alcuni giorni».
All’alba del 23 luglio 1944 ebbe inizio il lungo viaggio verso Auschwitz. Al porto circa duemila persone vennero stipate su alcune chiatte adibite al trasporto di animali. Una prima sosta all’isola di Kos per imbarcare altri nuclei familiari arrestati, poi rotta verso il Pireo. Ad Atene il trasferimento su un treno e la partenza per la Polonia, dove giunsero quasi un mese dopo, il 16 agosto. «All’improvviso la nostra adolescenza era finita del tutto», ha detto Modiano. «Già nel 1938 ero stato espulso dalla scuola italiana in seguito all’applicazione delle leggi razziali di Mussolini. Avevo un maestro bravissimo, lo ricordo ancora con nostalgia. Il viaggio fu davvero una marcia di avvicinamento verso l’inferno. Il caldo, gli odori, i bisogni e i primi cadaveri gettati in mare».
Il 23 luglio scorso, proprio a Rodi, sessantasette anni dopo quella tragica alba, Modiano ha incontrato uno degli altri pochi sopravvissuti (31 uomini e 120 donne) alla deportazione, Moshe Cohen, venuto come lui nell’isola a celebrare l’anniversario. Non si vedevano dal 1945, data del loro ultimo incontro a Roma. Modiano, dopo alcuni anni trascorsi nel Congo belga, vive oggi tra Rodi e Ostia; Cohen aveva lasciato l’Italia per combattere volontario contro gli inglesi in Medio Oriente, e dopo un periodo in Israele si è trasferito in California. Si sono riconosciuti dal braccio tatuato a Birkenau. Un lungo abbraccio e tanta commozione.
La stele di granito nella piazza Martiron Evreon (dei martiri ebrei), scrive Gentiloni su La Stampa, recita in sei lingue «Alla memoria eterna dei 1604 ebrei di Rodi e Kos sterminati nei campi di concentramento nazisti. 23 luglio 1944». L’antica sinagoga è lì vicino, ma oggi la comunità ebraica dell’isola, distrutta dai nazisti, non raggiunge le trenta unità. Modiano ha deposto un sasso in memoria della sua famiglia e di tutti gli altri: «Sono tornato vivo da quell’orrore per tutti loro, per poter raccontare a chi è venuto dopo o non credeva, per non disperdere la loro voce e la loro memoria».

(L'Unione Informa, 26 luglio 2012)

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Storie – La menorah di Fiuggi

di Mario Avagliano

   Fiuggi riscopre la sua anima ebraica. Il recente ritrovamento, lo scorso 25 luglio 2012, in via del Macello, a ridosso del Ghetto ebraico di Anticoli (l’antico nome della cittadina laziale, famosa per le sue terme), di una pietra incisa raffigurante una menorah, dovuto ai ricercatori della “Biblioteca della Shoah – Il Novecento e le sue Storie”, istituita a Fiuggi dallo storico Pino Pelloni, ha confermato dal punto di vista storico la presenza in loco di una fiorente comunità ebraica. L’incisione è di fattura catalana, il che fa ipotizzare la sua datazione alla fine del XV secolo.

L’antico Ghetto di Anticoli, denominato più propriamente la Casa degli Ebrei dallo storico Angelo Sacchetti Sassetti, autore di un saggio intitolato Storia di Alatri, si estende nel secolo XII in maniera circoscritta tra via della Portella e via del Macello, occupando nei secoli XV  e XVI anche gli insediamenti compresi tra via della Piazza e via Giordano.
Oggi di quel quartiere sono visibili la Menorah di via del Macello; il Mercato, posto dinanzi la chiesa di San Pietro costruita nel 1617; il Portico e la Corte ebraica in via della Portella; un Forno in via del Macello dove sono stati rinvenuti attrezzi in ferro per la lavorazione del vetro. Nel sottoportico della parte bassa di via della Portella  è stata ipotizzata la presenza di una Sinagoga (con il ritrovamento di due vasche rituali) e  di una sala adibita a scrittura e probabilmente a banco di prestito.
I primi documenti storici che parlano di un insediamento ebraico in Anticoli risalgono al 1183 e tracce della presenza degli ebrei in città si ritrovano anche nei secoli successivi. Poi nel 1555 Paolo IV, al secolo Giovanni Pietro Carafa, emanò la bolla Cum nimis absurdum che creava il Ghetto di Roma e prevedeva una serie di restrizioni per gli ebrei, costringendo anche molti di quelli residenti ad Anticoli a fuggire verso sud, nel Regno di Napoli.
Attraverso carte conservate nell’archivio privato di don Celeste Ludovici, lo storico Pelloni e i suoi collaboratori hanno ricostruito l’aiuto dato alla fine del XVI secolo dagli ebrei di Anticoli alla popolazione e alla Chiesa Anticolana durante i periodi di carestia. La solidarietà della comunità ebraica verso gli anticolani  si manifestò anche durante i terremoti del 12 marzo 1617 e del 24 luglio 1654.
Di contro, a seguito delle leggi razziali fasciste del 1938 e soprattutto dopo la razzia nel Ghetto di Roma del 16 ottobre del 1943, numerose famiglie di ebrei romani  trovarono rifugio ed ospitalità presso famiglie anticolane e dei vicini paesi di Acuto e Trivigliano.
Il rapporto tra Fiuggi e l’ebraismo negli ultimi anni si sta consolidando, grazie all’estro e alla competenza di Pino Pelloni e alla sua attivissima Biblioteca della Shoah, che promuove convegni, incontri e ricerche storiche, spesso aventi ad oggetto la cultura ebraica.
Il 2 settembre anche Fiuggi ha partecipato, insieme a 64 città italiane, alla XIII Giornata Europea della Cultura Ebraica. Molte persone hanno visitato la menorah di via del Macello ed un pubblico attento e curioso ha seguito l'incontro svoltosi nel pomeriggio presso il giardino del Bar Due P, dedicato all'Umorismo Ebraico.
Sempre su iniziativa della Biblioteca della Shoah, ogni venerdì pomeriggio, fino ad ottobre, sono organizzate visite guidate al Ghetto di Anticoli, con l’accensione dei lumi di Shabbat e la degustazione di vino rosso e dolci ebraici. Un modo per riavvicinarsi all’ebraismo.

(L’Unione Informa, 11 settembre 2012)

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Addio a Shlomo Venezia, voce della Shoah

di Paolo Brogi

   ROMA, 2 ottobre 2012 - E' morto Shlomo Venezia. Uno degli ultimi sopravvissuti del Sonderkommando di Auschwitz-Birkenau si è spento nella notte tra domenica e lunedì a Roma. «Ci ha lasciato un caro amico che ha dedicato gli ultimi decenni della sua vita a trasmettere la memoria della Shoah alle giovani generazioni»: è il sito del Museo della Shoah a dare l'annuncio.

IL RICORDO
Auditorium di Roma, un 27 gennaio di qualche anno fa. La sala Sinopoli è piena di ragazzi, sul palco si susseguono interventi, c’è a volte un po’ di brusio. Poi prende il microfono Shlomo Venezia e la sala piomba in un silenzio totale. Ciò che racconta fa trattenere il respiro alla platea che non aveva mai incontrato un reduce dei «Sonderkommando» di Auschwitz, uno dei pochissimi sopravvissuti a quell’infernale struttura in cui i nazisti avevano inserito giovani ebrei per il trasporto dei cadaveri dalle camere a gas alla fossa comune.

«L'UNITA' SPECIALE» - Sonderkommando significa «unità speciale», Shlomo raccontò quel giorno ancora una volta per chi lo stava ad ascoltare ciò che aveva visto con i suoi occhi di giovane ventenne strappato con la sua famiglia da Salonicco per finire nel più grande mattatoio della storia moderna. Shlomo quel giorno ha fatto rivivere quelle giornate col cielo grigio e piovigginoso della Polonia del ’44, con quei poveri corpi che insieme ad altri giovani doveva andare a gettare nelle fosse. E’ un racconto che ha fatto cinque anni fa quando ha pubblicato Sonderkommando Auschwitz per Rizzoli editore.

IL LIBRO - In quel bellissimo testo pieno di nostalgia per la vecchia Salonicco, dove la sua famiglia della diaspora aveva vissuto fino all’aprile del ‘44, Shlomo aveva ricostruito in dettaglio quella fase orribile della sua vita che poi per anni e anni è andato a porgere, come una estrema testimonianza, in centinaia di luoghi, scuole, trasmissioni, visite ai campi. Shlomo ha vissuto da uomo semplice, con un piccolo negozietto dalle parti di Fontana di Trevi, in via delle Muratte, dove insieme alla moglie vendeva souvenir per i turisti. Chissà quanti tedeschi sono passati da quel negozietto senza sapere chi fosse quel gentile venditore.

L'INCONTRO CON BENIGNI - Un giorno gli si era presentato Roberto Benigni, voleva e ottenne che gli facesse da consulente per La vita è bella, l’altro è stato lo storico ebraico Marcello Pezzetti. Immagino le risate amare con Benigni, perché Shlomo era oltre che coraggioso anche spiritoso e allegro. L’allegria è il carattere che ci consegna proprio nel suo libro di memorie quando all’inizio ricorda la vita a Salonicco con la sua famiglia della diaspora, un sentimento che presto deve misurarsi con lo «strappo» inferto dai nazisti che registra anche la codardia e il tradimento di militari italiani fascisti in quel momento sul suolo greco. Poi l’allegria si spegne e subentra la notte profonda dell’incubo dei lager.

NEL LAGER - Ha ricordato Shlomo che una volta entrati nelle camere a gas con gli altri addetti del Sonderkommando sentirono un rumore. Un neonato era sopravvissuto ed era ancora attaccato al seno della madre, che era morta. «La mamma era morta e il bambino era attaccato al seno della mamma. Finché riusciva a succhiare stava tranquillo. Quando non è arrivato più niente si è messo a piangere, si sa che i bambini piangono quando hanno fame. Il bambino era quindi vivo e noi l'abbiamo preso e portato fuori, ma ormai era condannato. C'era l'SS tutto contento: “Portatelo, portatelo”. Come un cacciatore, era contento di poter prendere il suo fucile ad aria compressa, uno sparo alla bocca e il bambino ha fatto la fine della mamma. Questo è successo una volta in quella camera a gas…».

IL RACCONTO - L’ha scritto Primo Levi in Se questo è un uomo: l'istituzione di queste squadre speciali rappresentò il più grave crimine del nazionalsocialismo, perché le Ss cercarono attraverso il Sonderkommando di scaricare (o quantomeno condividere) il crimine sulle vittime stesse.
Un giorno Shlomo Venezia mi volle raccontare anche questo. «Non so se devi scriverlo, mi disse, però devi saperlo…». E forse ora va scritto. «Anche noi dei Sonderkommando venivamo tenuti alla fame – mi ha raccontato quel giorno Shlomo Venezia -. Una mattina non ho resistito. Nella bocca aperta di un povero corpo di un uomo che stavo trasportando ho intravisto due denti d’oro traballanti. Traballavano durante il trasporto. Allora li ho tirati via e più tardi li ho dati a un guardiano in cambio di un pezzetto di pane e di una fetta di salame…». La moglie di Shomo che era lì accanto mi ha subito detto: «Shlomo è un uomo buono…». Non c’era bisogno di dirlo. Ha accompagnato questa frase con un tenue e smarrito sorriso di chi ha condiviso i giorni e la memoria con una delle povere vittime di una delle più tragiche pagine della storia.

(corriere.it, 2 ottobre 2012)

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Memoria, la Provincia di Roma ricostruisce con documenti inediti le storie dei bambini deportati da Roma ad Auschwitz

di Marco Pasqua

  Rosanna Calò non aveva ancora compiuto tre anni, quando i nazisti rastrellarono il Ghetto di Roma. Era nata il 18 agosto del 1941, ed era la figlia di Eugenio Calò e Ada Spizzichino. Quando, all'alba del 16 ottobre del 1943, i soldati tedeschi, liste di famiglie ebree alla mano, fecero partire una spietata "caccia all'uomo", Rosanna venne arrestata. Fu deportata ad Auschwitz due giorni dopo. Il 23 ottobre, all'arrivo nel campo di sterminio, in Polonia, è stata assassinata.

La sua storia è quella delle centinaia di bambini ebrei romani deportati nei campi di sterminio nazista. Una tragedia poco conosciuta. A raccontarla, per la prima volta, è la Provincia di Roma che ricostruisce le loro storie attraverso gli archivi dell’International Tracing Service di Bad Arolsen, in Germania. Un database che documenta il destino di milioni di persone deportate dalla macchina del terrore nazista da tutta Europa. Le ricerche saranno consegnate alla comunità ebraica di Roma domani, 16 ottobre, nel 69mo anniversario della deportazione del Ghetto, come spiega il presidente della Provincia, Nicola Zingaretti. Si tratta di stralci di lettere in un archivio che coinvolge milioni di persone, fatto di storie individuali, spostamenti di famiglie, modifiche di confini e appartenenze; ricerche che hanno investito gli anni della ricostruzione nell’Europa distrutta dal secondo conflitto mondiale.
La ricerca di Rosanna Calò venne avviata su richiesta del padre, scampato alla deportazione. La madre, invece, morì in data e luogo ignoti dopo essere stata anch’essa deportata da Roma ad Auschwitz il 18 ottobre 1943. Il dossier archivistico di Rossana, fanno notare gli esperti della Provincia impegnati in questo lavoro sulla Memoria, è composto da trentadue pagine. Tra questi reperti, figura una comunicazione del Ministero dell’Interno italiano (direzione generale dell’assistenza pubblica) all’International Tracing Service (Child Search Branch 154 U.S. Army – Germany), datata 4 settembre 1950: “In esito al foglietto suindicato si comunica qui di seguito i dati relativi alla bambina nominata in oggetto, dispersa dal 1943. Calò Rosanna di Eugenio, nata a Roma il 18.6.1941, catturata a Roma il 16.10.1943 per motivi razziali, insieme alla mamma – Spizzichino Ada in Calò – risulta da tale data dispersa. La signora Spizzichino Settimia, sorella della mamma, che è stata la sola a tornare, ha dichiarato di aver lasciato entrambe (perché forzatamente separate) nel campo di Auschwitz il 25.10.1943. Il padre, Calò Eugenio, che ne richiede notizie, risiede a Roma, Via della Reginella 22. Si resta in attesa di conoscere l’esito delle indagine”.
“Il prossimo 16 ottobre, nel 69mo anniversario della deportazione del Ghetto, riconsegneremo alla comunità ebraica di Roma la documentazione relativa alle ricerche compiute dalle famiglie e dalle autorità religiose e civili italiane per rintracciare – dopo la fine della guerra - le centinaia di bambini ebrei romani deportati dai nazisti durante l’occupazione della Capitale e mai più tornati a casa – spiega il presidente della Provincia, Nicola Zingaretti - Fotografie, lettere e corrispondenze rinvenute dai responsabili del Progetto Storia e Memoria della Provincia di Roma presso gli archivi dell’International Tracing Service di Bad Arolsen, in Germania: un’istituzione della Croce Rossa Internazionale nata pochi mesi dopo la fine della guerra per cercare di ricostruire il destino di milioni di persone deportate dalla macchina del terrore nazista da tutta Europa”.
“Questa documentazione, sostanzialmente inedita, ci consente di ripercorrere, a distanza di decenni, la dolorosa e frustrante ricerca che i superstiti della Shoah, sfuggiti alle deportazioni o, in rarissimi casi, ritornati incolumi a casa, hanno compiuto, dopo la fine della guerra, nella speranza di rinvenire notizie dei propri bambini, le vittime più giovani della tragedia del 16 ottobre 1943 – sottolinea il presidente della Provincia - Ora, per la prima volta dall’apertura al pubblico degli archivi nel 2006, una parte decisiva di questo materiale viene raccolto, pubblicato in volume, restituito alle famiglie e alla nostra città”.
Questo, fa notare Zingaretti, “non è l’esito di una semplice inchiesta storica, né si tratta di un gesto simbolico. Ciascuna delle immagini, dei nomi, delle schede relative a quelle centinaia di bambini romani, spesso scomparsi insieme ai loro parenti più cari, rappresenta una riaffermazione di identità, di individualità, di legami umani che la barbarie nazista non è riuscita ad annullare e a cancellare e che, attraverso il tempo, giunge fino a noi”. “È, dunque, un atto di testimonianza e di responsabilità civile, raccogliere ora questo inestimabile tesoro della memoria, conservarlo e tramandarlo come un monito di verità e di umanità contro ogni forma di oblio e contro ogni tentativo di negare le nostre radici o di riscrivere il nostro passato”, conclude Zingaretti.
Sempre domani, intanto, la Fondazione Cdec (Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea) consegnerà a Gerusalemme all’istituto Yad Vashem i nomi delle vittime italiane della Shoah, perché siano incluse nel Central Data Base of the Shoah Victims su web. La consegna avverrà con una cerimonia alla quale prenderanno parte l’ex rabbino capo d’Israele, Meir Lau, l’ambasciatore d’Italia in Israele, Francesco Talò, autorità locali. Per il CDEC saranno presenti il Presidente, Professor Giorgio Sacerdoti, e la storica Liliana Picciotto.

(L'Huffington Post, 15 ottobre 2012)

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Storie - Ferramonti di Tarsia e la Memoria stile agriturismo

  di Mario Avagliano

   C’era una volta il campo di Ferramonti di Tarsia. Il più grande campo d’internamento italiano realizzato dal regime fascista, destinato in particolare agli ebrei stranieri (vi furono rinchiusi anche gli ebrei del famoso battello fluviale Pentcho), che fu inaugurato il 20 giugno 1940 e fu liberato dagli inglesi nel settembre 1943. Ora la storia e la memoria di quel campo rischiano di essere stravolte. La Fondazione Museo Internazionale della Memoria Ferramonti di Tarsia, diretta dall’avvocato Franco  Panebianco, ex sindaco di Tarsia, a cui è stata affidata la gestione della struttura (estromettendo l’omonima Fondazione Ferramonti guidata dallo storico Spartaco Capogreco, tra i primi in Italia ad occuparsi dei campi di internamento fascisti), sta in pratica procedendo a una de-ebraizzazione di quella vicenda storica.

Basta visitare il sito internet del “MuViF – Museo Virtuale Ferramonti” (http://www.museoferramonti.it) ed esaminare la sezione dei documenti: a parte qualche documento relativo agli ebrei, il resto sono tutte immagini o documenti di antifascisti italiani. Stessa cosa si può rilevare per quanto riguarda la sezione dei protagonisti del campo, che dedica un enorme spazio agli “antifascisti”, con le loro foto e le biografie, mentre per gli “ebrei stranieri” è presente solo un elenco di nomi.
L’impressione è che si tenti di far passare Ferramonti più come un campo antifascista che di reclusione di ebrei. In realtà, lo sparuto gruppo di antifascisti italiani che venne portato a Ferramonti da Manfredonia giunse lì solo tra il 5 e il 16 giugno 1943 (come risulta anche dai documenti citati in Ferramonti, un lager di Mussolini di Francesco Folino), poco prima che il campo chiudesse per sempre, e non nel 1941, come indicato nel sito della Fondazione.
Gli antifascisti rimasero internati a Ferramonti solo per pochi mesi, poiché nel frattempo il 25 luglio Mussolini veniva arrestato su ordine del re.
Insomma, la storia di Ferramonti è legata molto più agli ebrei che agli antifascisti, sia per la durata della loro permanenza in quel campo sia dal punto di vista numerico (gli ebrei furono circa 1.500, su un totale di 2mila internati, tra cui figuravano poi anche jugoslavi, greci e cinesi).
Nella comunità degli storici (vedi Mario Rende e Anna Pizzuti) e nel mondo della cultura e del giornalismo calabrese sono state sollevate forti perplessità sulle modalità di gestione del Museo. Chi visita le sale espositive (lo si può fare anche virtualmente, sul sito internet), può verificare di persona che l’allestimento del Museo, a parte qualche teca con oggetti degli internati, prevede solo numerose foto appese alla rinfusa sui muri, con didascalie scarne e senza un ordine filologico o cronologico. È sorta una polemica pure per l’indebito utilizzo del database sugli internati realizzato dalla studiosa Anna Pizzuti, autrice del libro Vite di carta. Storie di ebrei stranieri internati dal fascismo.
Quanto alle baracche dove vivevano gli internati, sono state restaurate (o ricostruite ex novo) in modo maldestro, con un colore giallino che, come ha denunciato la giornalista Anna Longo della Rai calabrese, le fa assomigliare più ad «anonimi e algidi bungalow in stile agriturismo» che a un campo di internamento. Il confronto con le foto originali dell’epoca è illuminante. Tanto che l’associazione ambientalista Italia Nostra ha definito il Museo «tutt’altro che un luogo di memoria ma piuttosto un’area in cui dilagano smemoratezza e spregiudicatezza».
Il Museo ha migliaia di visitatori all’anno, tra cui molte scolaresche. È questa la “storia” di quel periodo che vogliamo consegnare ai nostri figli?

(L'Unione Informa, 16 ottobre 2012)

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16 ottobre con il Presidente Monti: "Mai più soli di fronte a chi pratica l'odio"

di Adam Smulevich e Lucilla Efrati

   “Non c'è futuro senza Memoria”. Uno slogan che ha accompagnato l'intensa giornata vissuta ieri a Roma con la marcia della Memoria in ricordo del rastrellamento nazifascista al Portico d'Ottavia, la visita del presidente del Consiglio Mario Monti ai locali del Tempio Maggiore e del Museo Ebraico e la presentazione del disegno di legge contro il negazionismo al Senato.
Accolto all'ingresso del Tempio spagnolo dal presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Renzo Gattegna, dal presidente della Comunità ebraica capitolina Riccardo Pacifici e dal rabbino capo rav Riccardo Di Segni, il presidente del Consiglio ha pronunciato parole di grande significato e spessore. “La presenza ebraica in Italia, forte in questa città di oltre 2mila anni di storia – il messaggio del professore – è un fattore di ricchezza per tutta la collettività come testimonia il lavoro svolto per il bene e per il progresso comune da numerosi esponenti di questa antichissima e radicata realtà. Dall'economista Franco Modigliani al rabbino emerito Elio Toaff, grandi uomini e protagonisti del nostro tempo che è un onore poter ricordare in questa circostanza”. Assieme a Monti, a testimoniare l'impegno nel segno della coesione, dell'unità e dell'integrazione di tutta la squadra di governo, i ministri Severino, Riccardi e Barca. Seduti al loro fianco i Testimoni romani della Shoah e i familiari di Shlomo Venezia.

Rivolgendosi alla platea, prima negli spazi più intimi del Tempio Spagnolo – dove era presente anche una delegazione della Jewish Federation of North America guidata da Richard Sandler e Cindy Shapira – e successivamente a Largo 16 ottobre, di fronte alle migliaia di persone ritrovatesi in piazza per non dimenticare gli accadimenti di quel terribile autunno del 1943, Monti ha rassicurato gli ebrei italiani (“Non vi lascio soli davanti a forme di negazionismo, revisionismo o minimizzazione della Shoah”) per poi soffermarsi sulle insidie striscianti dell'antisemitismo, sia esso palese o abilmente mascherato sotto altre vesti (“Faccio mie le parole del Capo dello Stato: No all’antisemitismo anche quando esso si traveste da antisionismo”) e quindi chiamare a un forte e consapevole impegno tutti quei cittadini che si riconoscono nei valori democratici affinché non lascino tregua a chi, sfruttando un momento di crisi non soltanto economica ma anche morale, propugna odio e violenza verso le identità 'altre' – immigrati, rom, omosessuali. Identità presenti in gran numero alla marcia della Memoria, come ha sottolineato il leader di Sant'Egidio Marco Impagliazzo ricordando il crescente consenso che negli anni ha accolto questo appuntamento.
Sicurezza e speranza. Queste le due richieste del rabbino capo al presidente del Consiglio. “Non possiamo dimenticare – ha spiegato rav Di Segni – che l'uomo è capace di arrivare all'abisso dell'abiezione e che il male è dentro di noi e tutto intorno a noi. La partecipazione di così tante persone a questo evento testimonia una presa di coscienza fondamentale che ci aiuterà a combattere chi semina odio”. Un pensiero condiviso dal presidente Pacifici: “Oggi – scandisce soffermandosi sui vari momenti che hanno caratterizzato la giornata – abbiamo scritto una pagina storica per il nostro paese.
Oggi, consapevoli della vicinanza delle istituzioni, riaffermiamo il fatto che gli ebrei non hanno paura, non si fermeranno, non chineranno più la testa di fronte ai loro nemici”. “In questa serata così emozionante e significativa – aveva precedentemente affermato Renzo Gattegna, affiancato sul palco dal vicepresidente UCEI Roberto Jarach – voglio rivolgere un pensiero deferente e affettuoso ai Testimoni della Shoah le cui parole hanno illuminato e continuano a illuminare le coscienze di migliaia di giovani indicando a noi, alle nuove generazioni, ai nostri figli e ai nostri nipoti, la strada da seguire perché, attraverso la testimonianza e la conoscenza, quei crimini non abbiano a ripetersi mai più e contro chiunque”.
Consenso bipartisan all'introduzione di una legge sul negazionismo è stato intanto espresso dai senatori Gasparri, Finocchiaro, Amati e Malan nel corso di una conferenza stampa svoltasi ieri pomeriggio a Palazzo Madama. Ad aprire l'incontro le parole del presidente del Senato Renato Schifani. "Nelle nostre società evolute – il suo messaggio – troppe forme anche se ambigue e mascherate di razzismo e antisemitismo sono ancora presenti, anche se in ambiti limitati, ma non per questo meno insidiosi. Negare tendenziosamente la verità e minimizzare una delle più grandi tragedie umane del nostro tempo non è tollerabile. Anzi, deve essere perseguibile". Favorevole all'iniziativa anche la professoressa Donatella Di Cesare, autrice del recente saggio Se Auschwitz è nulla.

Il Presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Renzo Gattegna durante
la cerimonia ha pronunciato il seguente discorso:

Illustre Presidente, Illustri autorità,
amici della Comunità di S. Egidio, cari amici presenti,
dopo la toccante cerimonia in ricordo di Stefano Gaj Taché con la presenza del Presidente della Repubblica, ci incontriamo oggi per un'altra commemorazione, quella della tragica deportazione di oltre mille ebrei romani il 16 ottobre del 1943. Sono stati due drammatici eventi molto diversi fra loro, decisamente incomparabili, ma che hanno avuto alcuni aspetti in comune. Innanzitutto il luogo, questo breve spazio che si estende tra il Portico di Ottavia e la piazza delle Cinque Scole, e poi le vittime.
Il 9 ottobre del 1982 è stato ucciso un bambino ebreo.
Il 16 ottobre del 1943 i nazisti, con la complicità e la correità del regime fascista, deportarono nei campi di sterminio intere famiglie e con esse molti bambini, nessuno dei quali fece più ritorno.
Questo cinico accanimento contro i bambini, alcuni addirittura neonati, è stato un comportamento ricorrente della barbarie nazista e fascista, un tratto distintivo di coloro che divennero seguaci di ideologie di stampo razzista e arrivarono ad annullare la propria umanità al punto di non riuscire più a riconoscere e a distinguere l'umanità delle altre persone.
La Shoah riguarda tutti.
Della Shoah gli ebrei sono stati le vittime predestinate, ma gli ebrei non sono, non vogliono essere e non saranno mai il popolo della Shoah.
I veri protagonisti sono stati tutti coloro che, con criminale ferocia, la idearono, la progettarono e la realizzarono, coloro che parteciparono assistendo a quei fatti compiacendosene o anche rimanendo indifferenti, videro e tacquero.
Gli ebrei, come vittime e come testimoni diretti, possono continuare ad offrire a tutte le persone in buona fede collaborazione per studiare e decifrare qualcosa che li ha coinvolti drammaticamente.
Voglio a questo proposito rivolgermi con deferenza e con affetto ai Testimoni della Shoah, alcuni dei quali sono qui con noi questa sera.
Le loro parole hanno illuminato e continuano a illuminare le coscienze di migliaia di giovani indicando a noi, alle nuove generazioni, ai nostri figli e ai nostri nipoti, la strada da seguire perché, attraverso la testimonianza e la conoscenza, quei crimini non abbiano a ripetersi mai più e contro chiunque.
Una promessa che rinnoviamo oggi, in questa piazza, dove pochi giorni fa due ali di folla hanno dato l'ultimo commosso saluto a Shlomo Venezia, l'uomo che ci ha spiegato a quale terribile compito fossero chiamati i Sonderkommando.
Ho detto che la Shoah non riguarda solo gli ebrei e voglio spiegare qual è il senso di questa affermazione.
La Shoah è stata il primo e il più grande sterminio programmato e attuato nell'era moderna al quale hanno concorso varie discipline: la filosofia, la storia, la teologia, la politica, la chimica, la fisica, la biologia, la medicina, l'antropologia ed altre ancora.
Tutte le branche del sapere umano sono state mobilitate e chiamate a contribuire per la realizzazione di quello che possiamo definire “lo sterminio perfetto”, “l'annientamento totale”.
Questa è la caratteristica speciale e innovativa della Shoah, l'aver creato il “modello del genocidio” e per questo costituisce ancora un pericolo per l'intera umanità.
È stata creata una nuova specie di virus di laboratorio che, se sfuggisse al controllo, potrebbe diffondere una nuova letale epidemia. Cari amici, per questo siamo qui tutti gli anni e ci incontriamo al di là e al di sopra delle nostre specificità e delle nostre diversità, per combattere questo comune nemico.
Dobbiamo sempre ricordarci che, se qualcosa è già avvenuto, potrebbe anche ripetersi in forme simili o in forme diverse ma che, dopo la Shoah, chiunque in futuro volesse ripercorrere una simile strada, ad essa certamente dovrebbe ispirarsi per la sua scientifica efficacia.
Voglio concludere parlando del presente.
Nell'attuale periodo storico penso di poter affermare che è apparso un nuovo sintomo che ci aiuta ad individuare più facilmente e più velocemente i nostri potenziali persecutori; sono coloro che si considerano gli eredi culturali e spirituali del nazismo e del fascismo, sono coloro che non si vergognano di proseguire, per ora solo sul piano della propaganda, quell'opera di annientamento.
Come i loro ispiratori e maestri tentarono di effettuare lo sterminio, provvedendo poi a cancellare le prove dei loro misfatti, così i proseliti di oggi vorrebbero proseguire il loro lavoro cancellando la memoria di ciò che è stato attraverso un sistematico impegno a negare che la Shoah sia avvenuta o quantomeno che sia stata di dimensioni inferiori.
Ad oggi l'antisemitismo è però un'insidia lontana dall'essere completamente debellata.
Una minaccia velenosa e strisciante che ha trovato nuove pericolosissime forme di espressione nella galassia del web e che, proprio per questa sua caratteristica, per l'apparente facilità del suo contagio, non deve essere sottovalutata ma anzi contrastata con sempre maggior forza ed efficacia.
È questa una sfida anche culturale come lei stesso, illustre presidente, affermò in occasione dell'ultimo Giorno della Memoria sottolineando, in un messaggio, la necessità sempre più stringente di vigilare affinché questi rigurgiti non intacchino gli sforzi compiuti dalla collettività in favore di un consolidamento della convivenza civile al quale stiamo tutti lavorando con grande slancio e intensità.
Negazionismo e antisemitismo non sono soltanto fenomeni odiosi in sé ma lo specchio di una crisi di valori che ci riguarda tutti da vicino e che richiede una nostra ferma risposta con gli strumenti e i mezzi più adeguati.

(L'Unione Informa, 17 ottobre 2012)

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