Storie – Umberto Saba e il sogno di Hitler

di Mario Avagliano

"A quelli che credono ancora che Adolfo Hitler… abbia almeno amata la Germania, racconto qui qual è stato veramente il suo Sogno. Ridurre la Germania un mucchio di macerie; e, fra nuvole di gas asfissianti, rimproverando ai tedeschi di averlo – per colpa degli ebrei – tradito, salire EGLI al cielo, in una specie di apoteosi, circondato dal fiore delle più giovani e fedeli S.S. Questo sogno egli lo ha sognato così profondamente … che si può dire che egli abbia vinta – almeno in parte – la SUA guerra”. Così scriveva Umberto Saba in Scorciatoie e Raccontini, pubblicato nel 1946.

Non molti sanno che il grande poeta triestino fu uno dei primi intellettuali europei ad interrogarsi sul nazismo e la Shoah. Impagabile il ritratto di Hitler “eseguito nel 1933” e proposto in questa stessa opera: “Con quei baffetti sotto il naso, e quella smorfia facciale, come fiutasse sempre… un cattivo odore”.
“Accanto alla metafisica post-Auschwitz di Primo Levi - come ha osservato acutamente Ettore Janulardo, in un saggio apparso sulla rivista Studi e ricerche di storia contemporanea - si situa la prosa lirica post-Majdaneck di Umberto Saba”.
Majdaneck era un piccolo campo di concentramento tedesco, sito a Lublino, in Polonia: il primo scoperto dagli Alleati. Il 22 luglio 1944 vi giunsero le prime pattuglie russe, trovandovi qualche migliaio di sopravvissuti. Mauthausen, Dachau, Buchenwald, Auschwitz erano allora sconosciuti. Costituito nel 1941, vi transitarono circa 300 mila deportati, di cui il 40 per cento ebrei di varie nazionalità. Campo di concentramento e di sterminio, fu un sito di morte con ogni mezzo: gas, armi da fuoco, impiccagioni. Vi morirono circa 80 mila persone.
Majdaneck è per Saba il simbolo della vicenda concentrazionaria, l’inizio della conoscenza da parte dell’umanità degli orrori del nazismo (quello che è ora Auschwitz). Egli in Scorciatoie e Raccontini si confronta con l’annullamento della persona al tempo dei lager: “Dopo Napoleone ogni uomo è un po’ di più, per il solo fatto che Napoleone è esistito. Dopo Majdaneck…”
Quanto alla vicenda italiana, Saba è più indulgente del suo amico Giacomo Debenedetti, come ha rilevato di recente Alberto Cavaglion sulla rivista storiAmestre. Il poeta triestino scrive che “Gli ebrei italiani non potevano fare all’Italia (in quanto ebrei) né bene né male. Mediterranei come la maggioranza, viventi in Italia da secoli o da millenni; c’è – con qualche eccezione – meno diversità fra un italiano ebreo e un italiano non ebreo, che non, p. es., fra un bresciano e un calabrese”.
A differenza di Debenedetti, Saba sostiene che in Italia non vi era stato bisogno di difendersi dall’antisemitismo: “non c’è mai stato in Italia – tolti gli anni dell’agonia del fascismo – un bisogno di difendersi da queste cose”. Una visione generosa dei fatti. Pesa in questo, probabilmente, la sua esperienza personale di discriminato, grazie al risolutivo intervento dello stesso Benito Mussolini. Per questo motivo, il giudizio sul duce, pur restando negativo, è più conciliante: per Saba infatti Mussolini non fu antisemita o sanguinario ma “carcerario”.
Si tratta di testi scritti, come Saba stesso annota, “sotto l’impressione, estremamente piacevole, della dissoluzione di un incubo”. Ma lo stesso poeta triestino avverte: “Dieci anni ancora di fascismo, nazismo, razzismo e si regrediva tutti (vero alla lettera) al cannibalismo”.

(L'Unione Informa e portale moked.it, 21 maggio 2013)

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Storie – Eichmann o la banalità del male

di Mario Avagliano

Mezzo secolo fa veniva pubblicato La banalità del male della filosofa tedesca Hannah Arendt, un libro che ha segnato la storia della cultura del Novecento, non senza accese polemiche. In occasione del cinquantenario, arriva in libreria Eichmann o la banalità del male (Giuntina, pagg. 214), che fa il punto sul dibattito suscitato da quell’opera, con un corredo di alcuni preziosi documenti e materiali inediti: l’intervista della Arendt allo storico tedesco Joachim Fest, che venne trasmessa da una radio bavarese nel 1964, con il carteggio inedito tra i due; alcune lettere e documenti della Arendt; la stroncatura del libro da parte del famoso storico e filosofo tedesco Golo Mann (terzo figlio di Thomas Mann); il saggio della scrittrice statunitense Mary McCarthy, che invece concordava con la Arendt (Sellerio ha proposto qualche anno fa l’interessante corrispondenza tra le due amiche); una ricca bibliografia sull’argomento.

Il saggio della Arendt vide la luce a seguito del processo a Gerusalemme del 1961 al criminale di guerra Adolf Eichmann, tenente colonnello e capo della sezione ebraica della Gestapo, che era stato catturato in Argentina nel 1960 dal Mossad e raccoglieva i reportage scritti dalla filosofa per il New Yorker. Il processo si concluse con la condanna a morte di Eichmann, che fu impiccato l’anno dopo. All’epoca fece scandalo il titolo del libro della Arendt e colpì molto anche il ritratto di Eichmann che esso proponeva, come un funzionario del male, un uomo apparentemente “normale” che sognava di far carriera uccidendo il maggior numero possibile di ebrei.
La polemica scoppiò anche attorno al significato simbolico del processo. In Israele molti, a partire dal primo ministro Ben Gurion, volevano che fosse un vero e proprio processo al sistema nazista, mentre la Arendt riteneva che bisognasse giudicare solo gli atti compiuti dal funzionario nazista.
Corrado Stajano, sul “Corriere della Sera”, recensendo il libro della Giuntina, ricorda che Fest in una sua opera (Incontri da vicino e da lontano, Garzanti) spiegò che in realtà la Arendt “non aveva minimamente inteso definire banale lo sterminio, né tantomeno il male in sé. Aveva semmai voluto descrivere quel male, nella sua terribile incarnazione in uno squallido personaggio”.
Nell’intervista inedita questa interpretazione del pensiero della filosofa tedesca viene fuori con nettezza e la Arendt ci chiama a riflettere sul mancato pentimento dei nazisti e sulla caratteristica che accomunava gli assassini di ebrei, privi di qualsiasi movente, e per questo “incomparabilmente più terribili di qualsiasi altro assassino”.

(L'Unione Informa e portale moked.it, 28 maggio 2013)

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Storie – La lunga strada sconosciuta

di Mario Avagliano

Tra il 1933 e il 1945 prima la persecuzione nazifascista e poi la seconda guerra mondiale separarono brutalmente molte famiglie di ebrei, costringendo i loro membri a cercare di sopravvivere in vari angoli d’Europa. E’ il caso di Hela Schein e di Otto e Heinz Skall, nonché di Willi Kleinberg e Gusti Mandler (rispettivamente secondo marito di Hela e seconda moglie di Otto), una famiglia ebrea “frammentata” in quegli anni tra Austria, Cecoslovacchia e Italia.
La loro vicenda è stata raccontata, con garbo e sensibilità, da Roberto Lughezzani nel bel libro La lunga strada sconosciuta. Una famiglia ebrea nella morsa del nazifascismo (Marlin editore).
La tragica storia ricalca quella di milioni di ebrei: nell’attesa angosciosa della fine, Willi muore di crepacuore, mentre Hela, deportata in Polonia, sparisce nell’orrore del lager; Otto con la seconda moglie Gusti si suicida a Praga per sfuggire alla deportazione a Theresienstadt.
L’unico sopravvissuto della famiglia è il giovane Heinz, figlio di Hela e di Otto, che ha studiato in Italia e dopo il varo delle leggi razziali finisce nel campo d’internamento di Campagna, e poi a Sala Consilina, in provincia di Salerno.
A Sala Consilina Heinz intreccia una tenera storia d’amore con una giovane insegnante, Rita Cairone, che sposerà dopo la guerra. Egli resterà fino all’ultimo il custode delle memorie familiari, il depositario delle lettere straordinarie che i suoi gli avevano scritto negli ultimi anni di vita. Sono lettere che si leggono con viva commozione e, contro ogni forma di negazionismo, testimoniano la ferocia con cui il nazismo infierì su milioni di esseri umani, di null’altro colpevoli che di essere ebrei.

(L'Unione Informa, 11 giugno 2013 e portale Moked.it)

Roberto Lughezzani "La lunga strada sconosciuta"
Una famiglia ebrea nella morsa del nazifascismo
Presentazione di Elena Skall

Ft. 12,2 x 20
pp. 228€ 16,00
ISBN 978-88-6043-079-3

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Storie - Il caso Palatucci e il compito della storiografia

di Mario Avagliano

La storia non si fa né con le glorificazioni improvvisate né con i giudizi sommari. La storia richiede una lunga attività di scavo e di ricerca, non solo negli archivi, che tenga conto dei documenti e delle testimonianze disponibili e anche del contesto in cui si svolsero i fatti. Lo dimostra la vicenda del funzionario di polizia irpino Giovanni Palatucci nel periodo della persecuzione degli ebrei, tra il 1938 e il 1944, oggetto di attenzione in queste ultime settimane da parte dei principali quotidiani nazionali.
Palatucci è il classico esempio di come, senza opportuni studi ed approfondimenti, un personaggio possa essere considerato, a seconda dei punti di vista, “santo” o “criminale”. Dal riconoscimento di Giusto tra le Nazioni dello Yad Vashem e il processo di beatificazione da parte della Chiesa cattolica, alle accuse del New York Times di collaborazionismo con i nazisti.
Uno dei primi a sollevare dubbi sul salvataggio da parte di Palatucci di migliaia di ebrei fu, nel 2008, lo studioso Marco Coslovich, nel libro Giovanni Palatucci. Una giusta memoria. Ora a riaprire il dibattito è stata la presa di posizione del Centro Primo Levi di New York, a seguito di uno studio su circa 700 documenti di vari archivi internazionali, tra i quali quello della città di Fiume.

Sul caso Palatucci, inviterei a leggere le interviste di Michele Sarfatti a Panorama e all’Huffington Post e le sue dichiarazioni al Corriere della Sera.
Sarfatti, che ha partecipato alla ricerca del Centro Primo Levi ed è uno storico di grande spessore e serietà scientifica, dopo aver affermato che dai documenti esaminati non sono emerse «evidenze storiografiche del salvataggio di migliaia di ebrei da parte di Giovanni Palatucci» e che il ruolo del funzionario irpino è stato «ingigantito», ricorda però che fu deportato a Dachau per attività antitedesca e spiega che la sua vicenda merita rispetto e ricostruire il suo operato non significa spostarlo «nel campo dei cattivi».
Quanto alle accuse di collaborazionismo con i tedeschi, Sarfatti precisa testualmente: “resto perplesso su una frase della giornalista del NYT, secondo la quale Palatucci avrebbe ‘aiutato i tedeschi a identificare gli ebrei da rastrellare’. Frase che attribuisce ai ‘ricercatori’, senza specificare chi. Ma di questo non esiste prova alcuna”.
Ma il ruolo di salvatore di Palatucci è stato del tutto inventato? Un’affermazione del genere sarebbe scorretta. Nella pratica di riconoscimento dello Yad Vashem ci sono prove che Palatucci soccorse una donna ebrea, Elena Aschkenasy. E, come aggiunge Sarfatti, ci sono in suo favore testimonianze “che in linea generale ritengo fondate, ma devono essere vagliate con attenzione studiando le carte”. Ad esempio quella sul salvataggio dei due coniugi Salvator e Olga Conforty (la figlia Renata Conforty lo ha ricordato sul Corriere della Sera del 23 giugno).
Il problema è che, come osserva Sarfatti, “i riconoscimenti pubblici a Palatucci hanno preceduto la ricerca storica”. Ora lo Yad Vashem ha avviato un processo di riesame del suo caso sulla base della nuova documentazione. E, come propone il direttore del Cdec, anche in Italia si potrebbe nominare un gruppo di lavoro per fare chiarezza sulla vicenda.
Aggiungo che mi trovo d’accordo con Anna Foa sul fatto che, probabilmente, in seguito alle ricerche in corso i numeri andranno ridimensionati e alcuni eventi andranno riletti, ma va tenuto conto che la necessaria segretezza di un’attività di questo tipo non rende semplici le verifiche e comunque anche aiutare o salvare solo alcune persone è un fatto rilevante e meritevole di ricordo, di riconoscimento e di apprezzamento.

(L'Unione Informa 26 giugno 2013 e Portale Moked.it)

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Storie – Esperimenti di Web Memo-ria

di Mario Avagliano

Si potrebbe chiamare Web Memo-ria il profluvio di iniziative in rete per ricordare i genocidi e le guerre del Novecento. Un fiorire di progetti che forse nasce anche come risposta alla superficialità e a volte all’ignoranza con cui questi temi spesso vengono trattati su internet. L’ultimo di questi progetti, partito un anno fa, è "Web Memo - European Digitalization of shared memories" e i suoi risultati sono stati presentati oggi a Venezia. L’obiettivo? Raccogliere testimonianze storiche sulla Shoah e sui genocidi del nazifascismo, fare rete tra le scuole europee, trasmettere “quello che è stato” ai giovani, rafforzando così il senso di identità europea. Il principale frutto di questo lavoro è il sito internet www.webmemoproject.eu, diventato vetrina di un nuovo "Centro di Documentazione Europea" e strumento per coinvolgere dodici istituti superiori tra Veneto, Belgio e Baviera in un viaggio interattivo nella memoria.

Il progetto, finanziato dal Programma comunitario Europa per i Cittadini-Azione Memoria Europea Attiva, ha come capofila il Giardino dei Giusti del Comune di Padova e come partner la Regione del Veneto, attraverso la Direzione di Bruxelles, le Acli padovane e alcune delle maggiori comunità ebraiche europee: quelle di Venezia e Padova, insieme allo European Jewish Community Centre di Bruxelles e alla European Janusz Korczak Academy di Monaco di Baviera.
Nel sito sono presenti testimonianze di sopravvissuti alla Shoah ancora in vita, oltre a documenti, fotografie, video e documentari, disponibili anche in inglese oltre che nelle lingue originali. Un nucleo di testimonianze e di carte ora disponibile e direttamente accessibile sulla rete, come ad esempio la circolare datata settembre 1938 con cui il provveditore di Padova esonera ed espelle gli insegnanti ebrei dalle scuole.
Il progetto Web Memo ha anche permesso di formare una rete europea nelle scuole, sviluppatasi tra Venezia, Padova, Bruxelles e Monaco di Baviera. Vi hanno partecipato circa 180 studenti veneti, appartenenti all'I.T.I.S. Primo Levi e al liceo Majorana-Corner di Mirano, al liceo Stefanini di Mestre, e ai licei Tito Livio, Curiel e Amedeo di Savoia Duca d'Aosta di Padova. Circa altrettanti sono stati gli alunni coinvolti nelle scuole di Bruxelles e di Monaco. Un modo intelligente per trasmettere la Web Memo-ria alle nuove generazioni.

(L'Unione Informa e portale Moked.it, 2 luglio 2013)

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Storie – La famiglia Klein-Sacerdoti e il pacchettino che attraversò la guerra

di Mario Avagliano

Ci sono microstorie della Shoah che commuovono e appassionano in modo particolare. Una di queste, è la vicenda della famiglia Klein-Sacerdoti, raccontata da Giorgio Sacerdoti nel libro Nel caso non ci rivedessimo (Archinto), con l’ausilio di lettere dell’epoca.
I Klein sono di Colonia, in Germania, i Sacerdoti originari di Modena, ma vivono a Milano. Il destino delle due famiglie s’incrocia nel 1939 su un campo da tennis a Parigi, dove sboccia l’amore tra il giovane Piero Sacerdoti, dipendente della Ras assicurazioni, e l’affascinante Ilse Klein, segretaria d’ufficio. I due si sposano il 14 agosto 1940 a Marsiglia, nella Francia del Sud occupata.
Sono tempi bui. L’Europa è sotto il segno della svastica e delle persecuzioni. Dopo la Notte dei Cristalli del novembre 1938, i genitori di Ilse, l’avvocato Siegmund Klien e la moglie Helene Meyer, decidono di riparare ad Amsterdam, dove si trova già l’altro figlio Walter. Da qui intrecciano una complicata corrispondenza con la figlia (il servizio postale tra Olanda e Francia del Sud è sospeso), per il tramite di una cugina di Helene che vive in Svizzera, Anni, che da Zurigo smista le lettere.
Negli anni successivi anche in Olanda, a seguito dell’occupazione nazista, la situazione degli ebrei precipita. Walter nel maggio 1942 tenta di fuggire a Marsiglia, per raggiungere la sorella, ma viene catturato dai nazisti al confine con la Francia. Le sue lettere dal carcere sono cariche di disperazione. Piero s’adopera in ogni modo per salvarlo, ma il suo destino è scritto e la mattina del 26 agosto il giovane viene deportato ad Auschwitz, assieme ad altri 948 sfortunati.
La madre Helene per il dolore si ammala e il 14 gennaio 1943 muore in un ospedale di campagna, dopo aver tentato il suicidio. Qualche settimana prima, però, assieme al marito, avendo saputo che la figlia Ilse è incinta, ha fatto in tempo a confezionare amorevolmente un pacchettino con il corredino per il nipotino in arrivo, Giorgio Sacerdoti. Il pacchetto attraversa l’Europa in guerra e, dato per disperso, dopo tre mesi giunge incredibilmente a destinazione, quando la donna è già morta.
La scomparsa di Helene verrà nascosta ad Ilse dal padre per quasi un anno. Solo il 16 ottobre papà Siegmund, che sente la fine vicina, chiederà ai parenti di rivelare la verità ad Ilse. Tre giorni dopo verrà arrestato e dopo un paio di cartoline dal campo di raccolta di Westerbok, anche lui caricato come una bestia su un convoglio per Auschwitz, dove morirà all’età di 69 anni.
Intanto la giovane coppia costituita da Piero ed Ilse, con il piccolo Giorgio nato a marzo, fugge da Nizza in un villino sul lago Maggiore, unendosi ai genitori Sacerdoti, papà Nino e mamma Gabriella. L’incubo non è finito. Dopo l’8 settembre, anche in Italia parte la caccia all’ebreo. I Sacerdoti riescono fortunosamente a passare la frontiera svizzera a Vieggiù e poi si trasferiscono a Ginevra, dove trovano la sospirata salvezza. Ma l’orrore di quegli anni e la perdita di mezza famiglia segnerà per sempre la loro vita.

(L'Unione Informa e portale moked.it del 3 settembre 2013)

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Storie - Giuseppe Bolgia e l'Angelo del Tiburtino

di Mario Avagliano

Quando David Bidussa, nel suo acuto saggio Dopo l’ultimo testimone, s’interrogò su quale sarebbe stato il futuro della Memoria dopo la scomparsa di chi aveva vissuto in prima persona la Shoah, la Resistenza, il fascismo, l’occupazione tedesca e la seconda guerra mondiale, si riferiva certamente anche ai loro figli.Anche a me è capitato, in giro per l’Italia a parlare di questi temi, di conoscere di frequente figli di deportati, di perseguitati politici e razziali, di partigiani, di internati militari, che hanno raccolto l’eredità dei genitori, con passione e coraggio civile.
Purtroppo il tempo passa e anche i figli cominciano a scomparire. È il caso di Giuseppe Bolgia, morto ieri a Roma, a pochi giorni dalla cerimonia di ricollocamento presso la Stazione Tiburtina della lapide in ricordo del padre, la medaglia d’oro al merito civile Michele Bolgia, in programma il 16 ottobre alle ore 12, presso il binario 1.

La storia di Giuseppe è drammatica. Appena dodicenne, aveva perso la mamma, durante i bombardamenti alleati del 19 luglio 1943. Dopo l’armistizio, il padre Michele, ferroviere, decise di non potere essere testimone inerte del delitto della deportazione di migliaia di persone, che partivano dalla Stazione Tiburtina per essere avviati ai campi di lavoro e di sterminio.
Così, in collaborazione con la formazione partigiana della Guardia di Finanza, in più occasioni riuscì ad aprire i portelloni dei carri ferroviari, togliendo il piombo dai vagoni sigillati e salvando molte persone dalla deportazione. Fu catturato su delazione di fascisti e fu ucciso dai nazisti alle Fosse Ardeatine. La sua vicenda è stata ricostruita di recente da Gerardo Severino nel libro L’angelo del Tiburtino.
Giuseppe si è battuto in questi anni affinché la memoria di quei fatti non si spegnesse, partecipando a tutte le commemorazioni e non smettendo mai di raccontare la sua storia nelle scuole e nelle piazze. Anche lui era un Testimone. Il suo impegno e gli atti di eroismo del padre saranno ricordati il 16 ottobre, alle ore 17, all’Isola Tiberina, presso l’Ospedale Fatebenefratelli.

(L'Unione Informa e moked.it dell'8 ottobre 2013)

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Storie – La dimenticanza del Miur sui Triangoli rossi

di Mario Avagliano

Segnala Tiziana Valpiana, vicepresidente nazionale dell’Aned, che ancora una volta lo Stato si è dimenticato dei deportati politici, che nei lager venivano contrassegnati con un triangolo rosso. Lo attesta una comunicazione inviata in questi giorni dal Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca alle scuole e relativa ad un corso di aggiornamento "Storia e didattica della Shoah" organizzato dalla Rete Universitaria per il Giorno della Memoria e rivolto a insegnanti delle scuole secondarie di primo e secondo grado, in cui si citano solo “le vittime della Shoah, i militari italiani internati per via del loro rifiuto di aderire alla milizia nazi-fascista e, infine, qualsiasi persona discriminata su base etnica, razziale, religiosa o sessuale".
Com’è noto, la Legge istitutiva del Giorno della Memoria del 20 luglio 2000, n. 211, all’articolo 2 recita testualmente: “In occasione del Giorno della Memoria di cui all’articolo 1, sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinché simili eventi non possano mai più accadere”. All’epoca alcuni parlamentari, tra cui la stessa Valpiana, s’impegnarono per far includere nella memoria anche i deportati politici e gli internati militari. Altri emendamenti che intendevano nominare anche gli zingari, gli omosessuali, i testimoni di Geova e altre categorie purtroppo non furono approvati, anche se è evidente che lo spirito della legge è quello di ricordare la tragedia della deportazione e dello sterminio nella sua globalità.
E’ ovvio che un corso di aggiornamento rivolto agli insegnanti, che si tiene sotto l’egida del Ministero, non possa, anzi non debba ignorare la deportazione politica e con essa l’antifascismo e la Resistenza. In verità questa dimenticanza non è una grande novità. Il silenzio delle istituzioni sulle vicende della deportazione politica e dell’internamento militare è durato decenni.
L’occasione del 70° anniversario della resistenza e del 75° delle leggi razziali è propizia per proporre a chi di dovere che d’ora in poi la formazione degli insegnanti su questo tema, prendendo spunto da un acuto saggio di Claudio Vercelli, punti ad analizzare il tema complessivo delle “deportazioni” e dell’universo concentrazionario nazista, nel quale finirono, con diverse gradazioni di trattamento e di condizioni, ebrei, zingari, omosessuali, Testimoni di Geova, politici, militari, malati di mente, resistenti, handicappati, renitenti alla leva, disertori. La stessa Valpiana sottolinea che non si tratta di fare “una graduatoria fra gli orrori”. Tuttavia anche la memoria della Shoah sarebbe monca se non si studiasse il sistema che la generò, che tendeva ad isolare e perseguitare tutte le diversità, tutti coloro che “deviavano” in qualche modo da quel modello di società “ariana” e dal pensiero unico imposto dal nazismo e dal fascismo.

(L'Unione Informa e portale Moked.it, 15 ottobre 2013)

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