Storie – Il passato nazista della Lufthansa

di Mario Avagliano 

  Anche la Lufthansa, la compagnia aerea tedesca, fu complice del nazismo. Nel 1932 la Deutsche Luft Hansa, dalle cui ceneri nel 1955 nacque la Lufthansa, mise a disposizione di Adolf Hitler un velivolo per la sua campagna elettorale. Erhard Milch, dirigente della compagnia, divenne segretario di Stato del potente ministro dell’aviazione Hermann Göring. E durante la Seconda guerra mondiale la Deutsche Luft Hansa sfruttò 10 mila lavoratori forzati, bambini compresi, costringendoli a lavorare in condizioni disumane in stabilimenti dove si costruivano o si riparavano ali, motori e componenti meccaniche.
  È quanto rivela uno studio dello storico tedesco Lutz Budrass, commissionato nel 1999 dalla stessa compagnia aerea, e a lungo tenuto nel cassetto, i cui risultati sono stati anticipati dalla Lufthansa, con un fascicolo allegato a un libro fotografico sulla storia della società, uscito poco prima dell’arrivo in libreria, lo scorso 14 marzo, del saggio, pubblicato da una casa editrice di Monaco.
Il passato scomodo della compagnia tedesca non è una novità in senso assoluto. La storiografia tedesca si era occupata dell’argomento e nel 2012 un team di ricercatori delle Freie Universität, coordinati dal professore Reinhard Bernbeck, aveva riportato alla luce le mura di una vecchia baracca dei prigionieri a Tempelhof, ritrovando poi migliaia di reperti dell’epoca.
  Dalla ricerca di Budrass, di 700 pagine, intitolata significativamente “Aquila e gru” (il simbolo della Germania nazista e il logo della compagnia aerea), emergono però vari dettagli inediti, come ad esempio il fatto che tra i lavoratori forzati vi fossero molti ebrei, impegnati nelle riparazioni all’aeroporto di Tempelhof, e che la compagnia nel 1942, a differenza di quanto fecero altre imprese tedesche, non si oppose in alcun modo al loro prelevamento e alla loro deportazione nei campi di sterminio.

(L’Unione Informa e Moked.it del 29 marzo 2016)

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Eichmann, il boia nazista chiese la grazia a Gerusalemme

di Mario Avagliano
 
   Fino all’ultimo momento il criminale nazista Adolf Eichmann provò a negare le sue responsabilità nella Shoah, affermando di essere stato un «semplice strumento» di Adolf Hitler. È quanto risulta dalla lettera manoscritta dello stesso Eichmann, datata 29 maggio 1962, che oggi, in occasione della Giornata della Memoria, il presidente israeliano Reuven Rivlin ha deciso per la prima volta di rendere pubblica. Una missiva di quattro pagine, indirizzata all'allora presidente d’Israele Yitzhak Ben-Zvi, di cui già si conosceva l’esistenza (ne aveva parlato tra gli altri Hannah Arendt nel suo libro La banalità del male), ma non il contenuto.
Nella lettera Eichmann sosteneva che il tribunale israeliano avesse esagerato il suo ruolo nell'organizzazione della logistica della «soluzione finale», vale a dire nello sterminio degli ebrei. «Bisogna distinguere i responsabili dalle persone che come me sono state semplici strumenti nelle loro mani», scrisse l'ex ufficiale delle SS. «Io non ero un responsabile e non mi sento quindi colpevole» (...) «pertanto non ritengo giusto il giudizio della corte e vi chiedo, signor presidente, di esercitare il vostro diritto a concedermi la grazia, così che la condanna a morte non venga eseguita».
In realtà il funzionario tedesco, classe 1906, era stato uno dei protagonisti della persecuzione degli ebrei in Europa. Già all’età di ventotto anni venne incaricato dalla Gestapo di occuparsi della questione ebraica. Segretario della conferenza di Wannsee del 20 gennaio 1942 che decise la «soluzione finale», curò in prima persona il meticoloso piano dei trasporti ferroviari di deportazione degli ebrei, contribuendo al perfetto funzionamento della macchina di morte nei lager di Auschwitz e della Polonia orientale (Belzec, Sobibor, Treblinka).
Nel 1945 Eichmann, al pari di altri gerarchi nazisti, riuscì a far perdere le proprie tracce, imbarcandosi nel 1950 a Genova per l’Argentina, con un passaporto falso intestato a Ricardo Klement. Il funzionario nazista lavorava in uno stabilimento della Mercedes a Buenos Aires quando venne individuato dagli agenti del Mossad, i servizi segreti israeliani. Rapito l’11 maggio 1960, fu trasportato a bordo di un aereo in Israele, dove venne processato e condannato a morte nel 1961.
La lettera – insieme a quella con cui Ben-Zvi respinse la richiesta di grazia – è stata esposta nella residenza dell’attuale presidente israeliano Reuven Rivlin, nell’ambito di una mostra inaugurata ieri e dedicata al celebre processo del 1961, che riaccese l’attenzione sulla Shoah, mandato in onda in diretta tv mondiale e svoltosi presso il Beit Haam, la Casa del Popolo di Gerusalemme.
Proprio in questi giorni è uscito in numerose sale cinematografiche italiane, come evento speciale per la Giornata della Memoria, The Eichmann Show, film di produzione britannica, diretto da Paul Andrew Williams, che ripercorre tutte le tappe produttive della diretta televisiva delle 121 udienze del processo, narrando fra l’altro, grazie a videocamere nascoste, le reazioni di Eichmann di fronte alle testimonianze dei sopravvissuti.
Eichmann venne impiccato poco prima di mezzanotte del 31 maggio 1962 in una prigione a Ramia. Come prescriveva il verdetto, il suo cadavere venne cremato e le sue ceneri disperse da una motovedetta israeliana nel Mediterraneo, al di fuori delle acque territoriali d’Israele. Il suo processo venne seguito per la rivista New Yorker da Hannah Arendt, che lo descrisse come «un esangue burocrate» che si limitava ad eseguire gli ordini e ad obbedire alle leggi. Una tesi poi messa in discussione da vari studiosi e che è stata di recente demolita da un saggio della filosofa tedesca Bettina Stangneth, intitolato Eichmann prima di Gerusalemme. La vita non verificata di un assassino di massa, che lo ha identificato come un carrierista rampante e ambizioso e un nazista fanatico e cinico, che agì con incondizionato impegno per difendere la purezza del sangue tedesco dalla «contaminazione ebraica».

(Il Messaggero e Il Mattino, 28 gennaio 2016)

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Storie – Febbre all’alba del dopo lager

di Mario Avagliano

   Rivivere dopo il lager, grazie alla forza dell’amore. È la storia autobiografica raccontata da Péter Gárdos nel romanzo "Febbre all'alba" (Collana Narratori Stranieri, pag. 234, €17, traduzione di Andrea Rényi), nel quale il regista ungherese ricostruisce l'innamoramento dei suoi genitori, sopravvissuti ai campi di concentramento nazisti (il padre era stato deportato nel lager di Bergen Belsen) e trasportati in sanatori in Svezia per curarsi.

E' il luglio del 1945 quando Miklos, ridotto pelle e ossa e con una brutta malattia polmonare, raggiunge un campo profughi in Svezia. I medici lo avvertono che ha pochi mesi di vita, ma lui compila una lista di 117 giovani donne, ungheresi come lui, che hanno trovato asilo in altri campi svedesi e, volendo trovare moglie, invia a ciascuna di loro una lettera.
La scintilla scoppia con la diciottenne Lili, anche lei ricoverata. Sarà quel sentimento nato dopo l’orrore del lager a riportarlo alla vita e fargli superare la malattia, nonostante il parere contrario dei medici.
Il figlio Péter, frutto di quella unione, scoprirà com’era nata la storia d’amore dei due genitori solo dopo la morte del padre, quando la madre gli svelerà quel segreto di famiglia, tenuto nascosto per tanto tempo, consegnandogli le circa cento lettere che si erano scambiati all’epoca.
"I miei genitori non mi hanno mai parlato della deportazione, né dei campi, la mia sensazione è che si vergognassero di essere sopravvissuti", ha spiegato Gardos presentando un paio di settimane fa a Milano sia il libro sia un'anteprima del film che ne ha tratto.
Una storia toccante, che ritrae il mondo dei sopravvissuti dei lager e del loro difficile reinserimento nella vita civile. Lo stesso tema affrontato da “Anita B.” di Roberto Faenza.

(L’Unione Informa e Moked.it del 15 dicembre 2015)

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Storie – Il “non luogo a procedere” sulla Risiera di San Sabba

di Mario Avagliano

  “Tutta la Storia umana è un raschiamento della coscienza e soprattutto della coscienza di ciò che sparisce”. Lo si legge nello straordinario romanzo di Claudio Magris “Non luogo a procedere”, appena uscito per i tipi della Garzanti (pagg. 362, euro 20), dedicato in larga parte alla vicenda, per molti aspetti ancora misconosciuta, della Risiera di San Sabba, unico campo di sterminio in Italia.

Qui, in una vecchia fabbrica alla periferia di Trieste, durante l’occupazione nazista fu attivo un forno crematorio dove furono gasati con il Zyklon B migliaia di partigiani italiani e jugoslavi, ebrei e antifascisti. Una “prova generale dell’inferno”.
Tra i misteri della Risiera di San Sabba, c’è quella della figura del professore triestino senza nome (ispirato a un uomo realmente esistito, Diego de Henriquez), che colleziona ossessivamente reperti della guerra e che, fra l’altro, ricopiò su preziosi taccuini le scritte dei deportati sulle pareti della Risiera e sui muri delle celle, che poi furono cancellate da qualcuno con una mano di calce. Scritte in dialetto, in italiano e in sloveno, che oltre a costituire testimonianze delle ultime ore dei prigionieri, potevano svelare i nomi delle spie che li avevano denunciati e fatti condannare a morte.
Alla morte del professore, bruciato – come accadde nella realtà -  in uno strano incendio che distrugge  anche buona parte del suo tesoro di reperti bellici, la sua assistente Luisa, figlia di un’ebrea e di un americano nero, porta avanti il suo progetto di fondare un  Museo della Guerra.
Nel romanzo di Magris, che squarcia il cono d’ombra di quegli anni a Trieste, troviamo carnefici, delatori, collaboratori del nazismo e indifferenti, ma anche resistenti ed eroi. Figure inventate e figure vere, come il podestà Enrico Paolo Salem, il vescovo Santin e don Edoardo Marzani, torturato a San Sabba, scampato alla morte, che diede il segnale dell’insurrezione facendo suonare tutte le campane della città.
Un grande libro, coinvolgente ed emozionante, che con l’arma potente dell’alta letteratura riapre la riflessione sulla Risiera di San Sabba e sulla rete fitta dei colpevoli e dei complici della persecuzione, su cui nel dopoguerra calò un vergognoso silenzio. Un caso di giustizia mancata e un buco nero della Memoria ancora da indagare.

(L’Unione Informa e Moked.it, 1° dicembre 2015)

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Storie – Zamboni e il tentativo di salvare gli ebrei di Grecia

di Mario Avagliano

    I Palatucci e i Perlasca non furono casi isolati. Un altro funzionario italiano si attivò con le armi della burocrazia e con profondo senso di umanità per salvare gli ebrei in quegli anni tragici: il console a Salonicco Guelfo Zamboni, che nel '92 fu riconosciuto come Giusto delle nazioni dallo Yad Vashem. E non agì da solo: gli incaricati dell’ambasciata italiana a Berlino gli diedero man forte.

La vicenda di Zamboni era già in parte conosciuta. Di recente, però, come rivelato dal Corriere della Sera, la storica Sara Berger, ricercatrice del Museo della Shoah in via di costituzione a Roma, ha rintracciato nell'Archivio politico degli Affari esteri tedeschi di Berlino il carteggio tra il governo fascista e l’alleato tedesco sulla deportazione da Salonicco di 75 ebrei italiani (o presunti tali, molti di loro erano stati fatti passare come tali dallo stesso Zamboni, allo scopo di sottrarli ai nazisti), che nella tarda primavera del ’43, poco prima della caduta di Mussolini, fece scoppiare un vero e proprio caso diplomatico.
Tutto partì da una nota dell’ambasciata italiana a Berlino del 14 maggio 1943, ispirata dallo stesso Zamboni: «La Regia Ambasciata è stata incaricata di voler pregare il Ministero degli Affari Esteri del Reich affinché vengano annullati i provvedimenti erroneamente adottati e si provveda di conseguenza al ritorno alle rispettive residenze degli ebrei in questione che risultano deportati, al rintraccio degli smarriti, ed alla liberazione di quelli già internati in campi di concentramento».
Che cosa era successo? Adolf Eichmann, Obersturmbannführer delle SS che da marzo aveva organizzato la deportazione ad Auschwitz e Treblinka di 55 mila ebrei greci, per «errore» aveva arrestato a Salonicco anche alcuni ebrei italiani.
Il regime fascista, su pressione di Zamboni, chiede che siano rimandati indietro, «in quanto il governo italiano si sente obbligato a proteggerli per motivi morali, patriottici o per interessi nazionali», informa la Regia ambasciata il 15 giugno 1943.
Nella lista dei 75 ebrei rivendicati dall'Italia figura Doudoun Levi Venezia, la nonna di Shlomo Venezia, autore del libro Sonderkommando, uno degli ultimi sopravvissuti delle squadre di prigionieri costrette a lavorare tra forni e camere a gas di Birkenau per portare via i cadaveri. Dettaglio importante: lo storico Marcello Pezzetti fa notare che nella lettera del 14 maggio 1943 si legge che «è stata deportata in Polonia». Ovvero: «Il governo italiano sa di Auschwitz».
Purtroppo ormai è tardi. L'ambasciata italiana insiste e Eberhard von Thadden, del ministero degli Esteri tedesco, scrive il 19 giugno ad Eichmann, chiedendogli di «rintracciare» e «mettere a disposizione degli italiani» le persone della lista. Ma la signora Venezia, partita a marzo, è stata uccisa all'arrivo.
Zamboni comunque riuscì a salvare circa 350 ebrei dalle deportazioni, ricorrendo allo stratagemma della nazionalità italiana provvisoria.

(L’Unione Informa, 12 giugno 2012)

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Storie – Il sisma emiliano ferisce anche il campo di Fossoli

di Mario Avagliano

   Il sisma che ha colpito così duramente l’Emilia Romagna, purtroppo non ha risparmiato neppure le strutture del campo di Fossoli, uno dei luoghi di Memoria della Shoah italiana e della persecuzione degli ebrei e degli oppositori politici del nazifascismo.

Esso fu istituito da Mussolini nel maggio 1942 come campo per prigionieri di guerra inglesi. Nel gennaio del 1944, come è noto, un’ala della struttura venne requisita dalle SS e utilizzata come campo poliziesco e di transito (Polizei-und Durchgangslager) verso i Lager del Reich, per la sua vicinanza alla stazione ferroviaria di Carpi, considerata strategica perché posta sulla linea del Brennero. I circa 5.000 prigionieri politici e razziali che passarono da Fossoli ebbero come tragiche destinazioni i campi di Auschwitz-Birkenau, Dachau, Buchenwald, Mauthausen, Bergen-Belsen, Flossenburg.
Su uno dei convogli partiti dalla stazione di Carpi, il 22 febbraio 1944, viaggiò Primo Levi, che rievocò la sua esperienza a Fossoli nelle prime pagine di "Se questo e un uomo" e nella poesia "Tramonto a Fossoli": “L'alba ci colse come un tradimento; come se il nuovo sole si associasse agli uomini nella deliberazione di distruggerci”.
Nell’agosto del 1944 l'avanzata degli Alleati costrinse i tedeschi a spostarsi verso nord e a creare un nuovo campo a Bolzano Gries. La struttura di Fossoli continuò ad ospitare persone, da ex-combattenti in disaccordo con i regimi sorti nelle loro patrie a donne e orfani, fino agli ebrei che volevano salpare per la Palestina. Poi nel 1947 le baracche si animarono delle risate e delle grida dei ragazzi orfani di guerra della comunità Nomadelfia di Don Zeno Saltini. Infine nel 1952 il campo diventò il Villaggio San Marco, che raccolse la tragedia (e le suppellettili) dei profughi istriano-dalmati.
Negli anni Settanta il campo venne abbandonato. Alla fine degli anni Novanta gli studiosi della Fondazione Fossoli hanno recuperato questo luogo della Memoria, tentando di raccontare tutte le storie del campo, che attraversano il Novecento.
Come documentano le immagini, tutte le baracche sono rimaste danneggiate in modo più o meno grave dalle scosse del 29 maggio 2012.
Le  priorità della ricostruzione post-sisma sono chiare e ben evidenti, soprattutto a chi in quelle zone abita: la possibilità per le persone di riprendere al meglio il corso normale della vita. Il prima possibile.
Ma fin da ora, come avvertono gli amici della Fondazione Fossoli, “dobbiamo domandarci cosa può significare la perdita del patrimonio storico e culturale e preoccuparci perché non si faccia silenzio intorno ai crolli di monumenti e siti storici che ci appartengono, come il campo di Fossoli”.
Anche a questo servono le immagini: a far sapere che il campo c’è e che deve continuare ad esistere.
Intanto il campo di Fossoli, che è stato dichiarato inagibile dalle autorità locali, resterà chiuso fino alla fine di agosto, mentre il Museo monumento resterà chiuso fino alla fine di giugno. L’auspicio è che possano riaprire entrambi in condizioni di sicurezza e con il ripristino della situazione anteriore al terremoto. Il sisma non può “chiudere” la Memoria.

(L’Unione Informa, 19 giugno 2012)

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Storie – Sami Modiano e la deportazione da Rodi

di Mario Avagliano

Nella storia della deportazione italiana c’è anche il capitolo di Rodi, l’isola delle rose, passata all’Italia nel 1912, dove all’epoca vivevano insieme, pacificamente, ebrei, musulmani e cristiani. Anche in questo paradiso le leggi razziali fasciste del 1938 cambiarono la vita della comunità ebraica, stanziata nell’isola dal XVI secolo, ad esempio con la brutale espulsione dei ragazzi ebrei dalle scuole.

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, Rodi passò sotto il controllo tedesco. Il 18 luglio 1944 i nazisti, con il pretesto di un controllo dei documenti, arrestarono i capifamiglia della comunità e il giorno dopo, come ha raccontato Sami Modiano nel bell’articolo realizzato da Umberto Gentiloni su La Stampa, «chiesero a tutti i familiari di fare un fagotto con i beni di prima necessità: cibo, vestiti e oggetti di valore. Cercavano soprattutto oro. In silenzio andammo anche noi verso la caserma, mio padre Giacobbe era già lì. Restammo chiusi per alcuni giorni».
All’alba del 23 luglio 1944 ebbe inizio il lungo viaggio verso Auschwitz. Al porto circa duemila persone vennero stipate su alcune chiatte adibite al trasporto di animali. Una prima sosta all’isola di Kos per imbarcare altri nuclei familiari arrestati, poi rotta verso il Pireo. Ad Atene il trasferimento su un treno e la partenza per la Polonia, dove giunsero quasi un mese dopo, il 16 agosto. «All’improvviso la nostra adolescenza era finita del tutto», ha detto Modiano. «Già nel 1938 ero stato espulso dalla scuola italiana in seguito all’applicazione delle leggi razziali di Mussolini. Avevo un maestro bravissimo, lo ricordo ancora con nostalgia. Il viaggio fu davvero una marcia di avvicinamento verso l’inferno. Il caldo, gli odori, i bisogni e i primi cadaveri gettati in mare».
Il 23 luglio scorso, proprio a Rodi, sessantasette anni dopo quella tragica alba, Modiano ha incontrato uno degli altri pochi sopravvissuti (31 uomini e 120 donne) alla deportazione, Moshe Cohen, venuto come lui nell’isola a celebrare l’anniversario. Non si vedevano dal 1945, data del loro ultimo incontro a Roma. Modiano, dopo alcuni anni trascorsi nel Congo belga, vive oggi tra Rodi e Ostia; Cohen aveva lasciato l’Italia per combattere volontario contro gli inglesi in Medio Oriente, e dopo un periodo in Israele si è trasferito in California. Si sono riconosciuti dal braccio tatuato a Birkenau. Un lungo abbraccio e tanta commozione.
La stele di granito nella piazza Martiron Evreon (dei martiri ebrei), scrive Gentiloni su La Stampa, recita in sei lingue «Alla memoria eterna dei 1604 ebrei di Rodi e Kos sterminati nei campi di concentramento nazisti. 23 luglio 1944». L’antica sinagoga è lì vicino, ma oggi la comunità ebraica dell’isola, distrutta dai nazisti, non raggiunge le trenta unità. Modiano ha deposto un sasso in memoria della sua famiglia e di tutti gli altri: «Sono tornato vivo da quell’orrore per tutti loro, per poter raccontare a chi è venuto dopo o non credeva, per non disperdere la loro voce e la loro memoria».

(L'Unione Informa, 26 luglio 2012)

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Memoria, la Provincia di Roma ricostruisce con documenti inediti le storie dei bambini deportati da Roma ad Auschwitz

di Marco Pasqua

  Rosanna Calò non aveva ancora compiuto tre anni, quando i nazisti rastrellarono il Ghetto di Roma. Era nata il 18 agosto del 1941, ed era la figlia di Eugenio Calò e Ada Spizzichino. Quando, all'alba del 16 ottobre del 1943, i soldati tedeschi, liste di famiglie ebree alla mano, fecero partire una spietata "caccia all'uomo", Rosanna venne arrestata. Fu deportata ad Auschwitz due giorni dopo. Il 23 ottobre, all'arrivo nel campo di sterminio, in Polonia, è stata assassinata.

La sua storia è quella delle centinaia di bambini ebrei romani deportati nei campi di sterminio nazista. Una tragedia poco conosciuta. A raccontarla, per la prima volta, è la Provincia di Roma che ricostruisce le loro storie attraverso gli archivi dell’International Tracing Service di Bad Arolsen, in Germania. Un database che documenta il destino di milioni di persone deportate dalla macchina del terrore nazista da tutta Europa. Le ricerche saranno consegnate alla comunità ebraica di Roma domani, 16 ottobre, nel 69mo anniversario della deportazione del Ghetto, come spiega il presidente della Provincia, Nicola Zingaretti. Si tratta di stralci di lettere in un archivio che coinvolge milioni di persone, fatto di storie individuali, spostamenti di famiglie, modifiche di confini e appartenenze; ricerche che hanno investito gli anni della ricostruzione nell’Europa distrutta dal secondo conflitto mondiale.
La ricerca di Rosanna Calò venne avviata su richiesta del padre, scampato alla deportazione. La madre, invece, morì in data e luogo ignoti dopo essere stata anch’essa deportata da Roma ad Auschwitz il 18 ottobre 1943. Il dossier archivistico di Rossana, fanno notare gli esperti della Provincia impegnati in questo lavoro sulla Memoria, è composto da trentadue pagine. Tra questi reperti, figura una comunicazione del Ministero dell’Interno italiano (direzione generale dell’assistenza pubblica) all’International Tracing Service (Child Search Branch 154 U.S. Army – Germany), datata 4 settembre 1950: “In esito al foglietto suindicato si comunica qui di seguito i dati relativi alla bambina nominata in oggetto, dispersa dal 1943. Calò Rosanna di Eugenio, nata a Roma il 18.6.1941, catturata a Roma il 16.10.1943 per motivi razziali, insieme alla mamma – Spizzichino Ada in Calò – risulta da tale data dispersa. La signora Spizzichino Settimia, sorella della mamma, che è stata la sola a tornare, ha dichiarato di aver lasciato entrambe (perché forzatamente separate) nel campo di Auschwitz il 25.10.1943. Il padre, Calò Eugenio, che ne richiede notizie, risiede a Roma, Via della Reginella 22. Si resta in attesa di conoscere l’esito delle indagine”.
“Il prossimo 16 ottobre, nel 69mo anniversario della deportazione del Ghetto, riconsegneremo alla comunità ebraica di Roma la documentazione relativa alle ricerche compiute dalle famiglie e dalle autorità religiose e civili italiane per rintracciare – dopo la fine della guerra - le centinaia di bambini ebrei romani deportati dai nazisti durante l’occupazione della Capitale e mai più tornati a casa – spiega il presidente della Provincia, Nicola Zingaretti - Fotografie, lettere e corrispondenze rinvenute dai responsabili del Progetto Storia e Memoria della Provincia di Roma presso gli archivi dell’International Tracing Service di Bad Arolsen, in Germania: un’istituzione della Croce Rossa Internazionale nata pochi mesi dopo la fine della guerra per cercare di ricostruire il destino di milioni di persone deportate dalla macchina del terrore nazista da tutta Europa”.
“Questa documentazione, sostanzialmente inedita, ci consente di ripercorrere, a distanza di decenni, la dolorosa e frustrante ricerca che i superstiti della Shoah, sfuggiti alle deportazioni o, in rarissimi casi, ritornati incolumi a casa, hanno compiuto, dopo la fine della guerra, nella speranza di rinvenire notizie dei propri bambini, le vittime più giovani della tragedia del 16 ottobre 1943 – sottolinea il presidente della Provincia - Ora, per la prima volta dall’apertura al pubblico degli archivi nel 2006, una parte decisiva di questo materiale viene raccolto, pubblicato in volume, restituito alle famiglie e alla nostra città”.
Questo, fa notare Zingaretti, “non è l’esito di una semplice inchiesta storica, né si tratta di un gesto simbolico. Ciascuna delle immagini, dei nomi, delle schede relative a quelle centinaia di bambini romani, spesso scomparsi insieme ai loro parenti più cari, rappresenta una riaffermazione di identità, di individualità, di legami umani che la barbarie nazista non è riuscita ad annullare e a cancellare e che, attraverso il tempo, giunge fino a noi”. “È, dunque, un atto di testimonianza e di responsabilità civile, raccogliere ora questo inestimabile tesoro della memoria, conservarlo e tramandarlo come un monito di verità e di umanità contro ogni forma di oblio e contro ogni tentativo di negare le nostre radici o di riscrivere il nostro passato”, conclude Zingaretti.
Sempre domani, intanto, la Fondazione Cdec (Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea) consegnerà a Gerusalemme all’istituto Yad Vashem i nomi delle vittime italiane della Shoah, perché siano incluse nel Central Data Base of the Shoah Victims su web. La consegna avverrà con una cerimonia alla quale prenderanno parte l’ex rabbino capo d’Israele, Meir Lau, l’ambasciatore d’Italia in Israele, Francesco Talò, autorità locali. Per il CDEC saranno presenti il Presidente, Professor Giorgio Sacerdoti, e la storica Liliana Picciotto.

(L'Huffington Post, 15 ottobre 2012)

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