Le "ragioni" dei vinti. La recensione di Avvenire

di Angelo Picariello

La storia dei vinti raccontata da loro stessi, "dal basso", dalle memorie minime dei protagonisti, al momento di arruolarsi, o alla fine di tutto, coi plotoni di esecuzione già schierati. L’Italia di Salò di Mario Avagliano e Marco Palmieri ripercorre le vicende del biennio che divise l’Italia in due, sul piano ideologico e territoriale: dal Gran Consiglio del 24 luglio 1943 che portò alla rimozione, da parte del re, di Benito Mussolini e al suo arresto, fino al 25 aprile 1945, giorno della Liberazione. Passando per l’armistizio firmato a Cassibile il 3 settembre, ma annunciato la sera dell’8; il blitz tedesco che portò alla liberazione di Mussolini sul Gran Sasso, l’annuncio della nascita della Repubblica Sociale da Radio Monaco, il 18 settembre.

Un vuoto storiografico già colmato dal racconto in chiave "reducistica" di Giorgio Pisanò, dalle ricerche di Renzo De Felice e Aurelio Lepre, dalla narrativa storica di Giorgio Bocca e Gianpaolo Pansa, dai saggi a quattro mani di Indro Montanelli e Mario Cervi. Ma questo nuovo, prolifico, binomio Avagliano-Palmieri si addentra soprattutto nella documentazione privata, nei racconti di vita vissuta sempre necessari a completare il delinearsi di un quadro storico, ma particolarmente determinanti nel definire gli eventi di un regime istituzionale provvisorio che, per forza di cose, ha lasciato poche fonti ufficiali cui poter attingere.

Vicende umane da inserire «nella temperie di una guerra totale che, in nome di contrapposte visioni ideologiche, vide scontrarsi eserciti regolari, formazioni altamente politicizzate, movimenti resistenziali, gruppi etnici, fedi religiose e non risparmiò la popolazione civile». Sullo sfondo le alterne vicende della guerra, ma anche le nuove motivazioni che fornì, appena prima del tracollo definitivo, il celebre discorso di Mussolini al teatro lirico di Milano il 16 dicembre 1944. Nomi famosi finirono dalla parte sbagliata, facendo la scelta che parve loro più coerente, come disse ad esempio l’attore Raimondo Vianello spiegando la sua, o anche solo più conveniente, come affermò candidamente Dario Fo, motivandola semplicemente con l’obiettivo di "portare a casa la pelle". Giornalisti come Enrico Ameri o Livio Zanetti, attori come Walter Chiari, Carlo Dapporto, Giorgio Albertazzi (che si definirà «non fascista» e spiegherà la sua adesione con l’idea di «orgoglio nazionale ») o Enrico Maria Salerno. Divertente il racconto di quest’ultimo che, ricorrendo ai suoi virtuosismi di guitto, tenterà di sfuggire all’arresto fingendosi matto e riempiendo di ingiurie la commissione che lo interrogava.

Tanti giovani si arruolarono convinti che il no alla monarchia asservita alle convenienze dei ceti borghesi traditori fosse la scelta giusta. «È con le lacrime agli occhi – scrive da Bologna ai suoi un giovane entrato nei bersaglieri – ma col cuore fermo che vi comunico la mia decisione. Voi mi avete educato nel culto della nostra cara Patria e mi avete insegnato ad amarla. Roma stessa è in pericolo, perciò tocca a noi giovani indomiti difenderla».

Anche la Chiesa fu attraversata da divisioni, a seguito di una precisa strategia perseguita dal fascismo repubblichino, che fin dall’assemblea di Verona del novembre 1943 si propose di «avvicinare cordialmente i sacerdoti», per «indurli a esprimersi pubblicamente con le parole e con la stampa» in favore della Rsi. Sacerdoti risposero positivamente, come don Vittorio Genta che all’inizio del 1944 invia una circolare ai parroci della diocesi di Asti affinché si attivino nel portare sulla «buona strada renitenti e disertori». E che non fu solo una storia di diverse convenienze lo dimostra il racconto minuzioso, in gran parte inedito, delle tante adesioni nelle regioni dal Sud. Sud già liberato dagli Alleati, dove il re aveva cercato riparo e dove il fascismo era da tempo un lontano ricordo.

(Avvenire, 26 maggio 2017 - pag. 13)

L'Italia di Salò, la recensione del Foglio

L’originalità del corposo lavoro di Mario Avagliano e Marco Palmieri non consiste nell’aver dato voce alle ragioni dei vinti, a quanti cioè credettero che la soluzione di Salò, ultima e crepuscolare propaggine del regime fascista che per un ventennio governò l’Italia, bensì nell’aver riportato alla luce i racconti di vita vissuta, alle esperienze personali, a ciò che spinse migliaia di uomini a seguire Mussolini anche in quella fatale esperienza.

E’ un’opera robusta e seria, come dimostra peraltro il denso apparato bibliografico e i riferimenti precisi a date, spazi, avvenimenti. Scrivono gli autori che “nonostante l’indubbio salto di qualità nel panorama degli studi, restava ancora da scandagliare in profondità, ricorrendo alle fonti coeve disponibili e alla memorialistica postuma, scevra da condizionamenti che l’hanno caratterizzata, la storia degli italiani che decisero di aderire e combattere dalla parte sbagliata”. Una storia, cioè, “che nonostante gli inevitabili distinguo individuali e particolari, riportasse alla luce in termini generali il loro carico di motivazioni, contingenti e ideologiche, le ragioni di quelle scelte, la loro evoluzione e i conseguenti comportamenti durante i venti mesi di quell’esperienza”.

Il problema maggiore è stato quello che Avagliano e Palmieri chiamano “il problema politico-culturale” che ha giocato un ruolo non indifferente nell’usare schemi rigidi a proposito di quel periodo della nostra storia, leggendo spesso il tutto in una chiave ideologica che persiste a tutt’oggi. Antifascisti e reduci, insomma, hanno lottato su Salò ben oltre il 1945.

Al di là di questo, il saggio cerca – riuscendoci – di rispondere all’interrogativo che oggi potrebbe porre qualunque ragazzo interessato alle patrie vicende storiche: cosa spinse un suo coetaneo d’allora, tra cui anche molti uomini di cultura, a risalire l’Italia disastrata per mettersi ancora una volta al servizio del Duce, in quello che ormai sembrava un epilogo disperato? Allora ecco che rileggere le lettere private, spulciare nei carteggi famigliari, diventa fondamentale per capire e conoscere le motivazioni ideologiche che portarono quegli italiani ad aderire alla Repubblica sociale. “Tra i volontari ci sono coloro i quali sono portatori di istanze che finiscono per coincidere con quelle del fascismo, ma hanno anche radici e basi che prescindono da esso, come ad esempio un certo modo di intendere l’amor di patria, il senso del dovere e l’attitudine a identificarsi e a obbedire a quella che viene riconosciuta come l’autorità legittima costituita”.

(Il Foglio, 27 maggio 2017)

Mussolini, quell'antico patto con l'Islam

di Mario Avagliano

Il feeling tra il fascismo e l’Islam non è una novità storiografica. Già Stefano Fabei, ad esempio, ne aveva scritto in passato nel saggio «Il fascio, la svastica e la mezzaluna» (Mursia). Un libro appena uscito, «Mussolini e i musulmani. Quando l'Islam era amico dell'Italia» (Mondadori, pp. 150, euro 19), di Giancarlo Mazzuca e Gianmarco Walch, ci aiuta a ripercorrerne le tappe e a comprenderne le motivazioni e la pesante eredità per l’Italia di oggi, con il piglio e la scorrevolezza del «buon giornalismo storico», come scrive Roberto Balzani nella premessa.

Nella ricostruzione fatta da Mazzuca e Walch il rapporto di amorosi sensi tra Benito Mussolini e l’Islam ebbe origine da un misto di ragioni di carattere personale e di politica estera. A propiziarlo, nel 1913, quando Mussolini era ancora direttore dell’«Avanti!» ed era del tutto a digiuno di storia islamica, fu l'affettuosa amicizia che egli intrattenne a Milano con la giornalista Leda Rafanelli, detta l’Odalisca, di fede musulmana, che vestiva spesso una gelabiat (una specie di caffettano), e alla quale il futuro duce, dopo aver chiesto con una gaffe se era buddista, promise di leggere «Nietzsche e il Corano».

Due anni prima, nel 1911, Mussolini era finito in galera assieme ad un altro romagnolo doc, Pietro Nenni, per avere partecipato alla manifestazione di protesta a Forlì contro la guerra agli ottomani sferrata da Giolitti, deciso ad annettersi i territori libici e colonizzare i musulmani. Secondo l’allora compagno Benito, si trattava di mire imperialistiche da parte italiana: un’usurpazione vera e propria nei confronti dei poveri indigeni islamici.

La simpatia per l’Islam mise altre solidi radici nell’Italia fascista degli anni Venti, attraversata da un sentimento di rivalsa verso la «vittoria mutilata» sancita dal trattato di Versailles del 1919, condiviso anche dai paesi arabi, ancora sotto il giogo coloniale franco-inglese.

Più tardi, negli anni Trenta, l’antisionismo spinse Mussolini e gli islamici a trovarsi dalla stessa parte della barricata contro il progetto di spartizione della Palestina, fino a trovare un altro terreno di comunanza ideologica nella promulgazione in Italia delle leggi razziste contro gli ebrei.

In quegli anni il duce guardò all’Islam con sempre maggiore attenzione, imponendo già nel 1934 a Radio Bari di trasmettere programmi in lingua araba e curando i rapporti commerciali con i paesi dell'Islam, tanto che lo Yemen dell'imam Yahyà si trasformò, di fatto, in un protettorato italiano.

Il duce venne ricambiato con fervore dai paesi arabi, nei quali nacquero diversi movimenti (le Falangi libanesi, le Camicie Verdi, il Partito Giovane Egitto, le Camicie azzurre) che seguivano il fascismo con particolare interesse, come alternativa al modello della Gran Bretagna e della Francia e come scorciatoia per nazionalizzare le masse per via autoritaria, evitando i rischi della democrazia occidentale. Non a caso di recente Hamed Abdel-Samad, politologo e storico tedesco nato al Cairo, ha dato alle stampe un saggio dal titolo significativo: «Il fascismo islamico». 

La stessa guerra di conquista dell'Etiopia nel 1936, definita da Indro Montanelli, che vi partecipò, «una bella lunga vacanza dataci dal Grande Babbo in premio di tredici anni di scuola», e ottenuta anche con l’impiego dei gas tossici, venne presentata come la guerra santa contro il Negus Hailé Selassié, nemico dichiarato dei musulmani. Tanto è vero che, ricordano Mazzuca e Walch, il 20 marzo 1937, testimone Italo Balbo, Mussolini fece ingresso a Tripoli su uno splendido cavallo sguainando la famosa Spada dell'Islam, un gioiello in oro massiccio, cesellato da artigiani fiorentini.

«Il Messaggero» dell’epoca, al pari degli altri giornali italiani, titolò: «La spada dell’Islam al fondatore dell’Impero», citando alcuni brani del discorso del duce: «L’Italia Fascista intende assicurare alle popolazioni mussulmane della Libia e dell’Etiopia la pace, la giustizia, il benessere, il rispetto alle leggi del Profeta e vuole inoltre dimostrare la sua simpatia all’Islam ed ai mussulmani del mondo intero». Tra i pochi commenti negativi, ci fu quello di Leo Longanesi, che sentenziò: «Sbagliando s'impera».

Balbo, da governatore della Libia, aprì nuove frontiere al mondo arabo e intensificò il dialogo con i musulmani, costruendo la via Balbia, istituendo la Gioventù araba del littorio e facendo ottenere nel 1939 la cittadinanza speciale italiana a tutti i libici islamici della costa, a differenza dei beduini e degli ebrei che restavano cittadini di serie B.

Il feeling tra il regime fascista e i musulmani, raccontano Mazzuca e Walch, proseguì anche negli anni di guerra, con il progetto di costituire in Italia una legione araba fedele alle forze dell’Asse, con la benedizione del Gran Mutfì di Gerusalemme, il quale - dialogando anche con Hitler - ambiva a creare un superstato in grado di riunire Iraq, Siria, Palestina e Transgiordania, contro britannici ed ebrei. Il progetto di una legione araba, accarezzato fin dal 1941, prese corpo nel maggio del 1942, e il primo nucleo, peraltro esiguo, di volontari musulmani giurò di «combattere contro le Forze britanniche e i loro alleati fino alla completa liberazione dei Paesi Arabi del Vicino Oriente». Saranno poi impiegati a partire dal gennaio 1943 in Africa settentrionale, accanto alle truppe italiane.

Qualche anno prima Mussolini, nel settembre del 1936, come risulta da un appunto conservato nella sua segreteria particolare, si era anche dichiarato disponibile a fornire al Gran Mutfì di Gerusalemme, postosi alla testa di un’infiammata rivolta araba, il materiale e il personale necessari per avvelenare l’acquedotto di Tel Aviv, la città in cui si era stabilito il maggior numero degli ebrei arrivati in Palestina. Per fortuna il piano fu poi abbandonato, anche se al Mutfì arrivarono dal governo italiano 138 mila sterline.

(pubblicato in versione più sintetica su "Il Messaggero" del 22 aprile 2017)

  • Pubblicato in Articoli

La memoria degli altri. Il cinema di Roberto Andò

È disponibile la nuova edizione del libro di Marco Olivieri, La memoria degli altri. Il cinema di Roberto Andò (Edizioni Kaplan, Torino, 2013 e 2017), con un nuovo capitolo dedicato al film Le confessioni. Questa prima monografia dedicata al cinema di Roberto Andò illustra la peculiarità di un autore rigoroso che nei suoi film, da Diario senza date (1995) a Viva la libertà (2013) e Le confessioni (2016), ha costruito un percorso coerente e originale mettendo in scena la “memoria degli altri”, un intreccio appassionante di destini individuali e collettivi. Il libro contiene, oltre alle analisi dei singoli film, un’intervista con lo stesso regista, che ripercorre le tappe della sua vita e della sua carriera, e le fotografie di Lia Pasqualino.

Giornalista e dottore di ricerca, Marco Olivieri è il curatore del volume Le confessioni (Skira 2016) e, con Anna Paparcone, è autore del libro Marco Tullio Giordana. Una poetica civile in forma di cinema (Rubbettino 2017).

Scrive Olivieri: “C’è sempre un viaggio in una casa della memoria nel cinema di Roberto Andò. Un viaggio in una città condannata a dimenticare e un bambino che fruga nelle stanze del passato in Diario senza date. Un viaggio in un mondo glorioso e ormai decaduto, con la letteratura unica ancora di salvezza dalle macerie, nel film Il manoscritto del principe. Una visita in una casa abbandonata e lontana, fallito il tentativo di fuggire dai propri misfatti, in Sotto falso nome. Il ritorno alla villa dell’infanzia, tra palme e oleandri e il mare come prospettiva, antico teatro di un evento traumatico, in Viaggio segreto. La ricerca di se stessi, tra le ambiguità del doppio e i labirinti della mente, in Viva la libertà. Nel successivo Le confessioni, un ospite speciale, un estraneo, giunge nel cuore di un’economia e di una politica senz’anima, senza passato e senza futuro, e scompagina i piani prestabiliti. Ridà un senso, come un narratore, al corso del cose. Sono viaggi nella memoria, tra tentazione dell’oblio e svelamento di una verità che può annientare”.

Di conseguenza, per l’autore, “il cinema, la letteratura, il teatro, la musica, la poesia, l’eros, la psicoanalisi, l’interrogazione filosofica sull’essere, il tormento interiore che nutre l’artista e gli esseri umani. Ė questo il mondo, tra elementi sotterranei e poetiche implicite, che alimenta l’immaginario del regista Roberto Andò”. L’obiettivo è dare il giusto risalto a un cineasta tra i più significativi degli ultimi anni. Nell’analisi dei suoi film, lo sguardo cinematografico sull’essere umano s’interseca con gli echi della storia e della memoria collettiva per sviscerare la realtà in ogni sfumatura, specie se rimossa o dimenticata, inattesa o nascosta.

In occasione della prima edizione, così si era pronunciato Marco Tullio Giordana: “Consiglio di leggere questo libro perché è una bellissima lettura che ti trasmette una grandissima voglia di fare, di capire tutti gli elementi che caratterizzano la poetica di Roberto Andò e i suoi tantissimi riferimenti culturali”. A sua volta, per Mario Calderale, critico di Segnocinema, “La memoria degli altri si discosta dalle monografie consuete sui registi instaurando un rapporto empatico col lettore”.

 

Marco Olivieri

La memoria degli altri. Il cinema di Roberto Andò

nuova edizione

Pp. 168, ISBN 978-88-99559-13-7, 32 immagini bn, € 16,00, fotografie all’interno del volume e in copertina di Lia Pasqualino

Link utili: http://www.edizionikaplan.com/;

http://www.edizionikaplan.com/book.php?id=133;

https://marcoolivierigiornalista.wordpress.com/.

 

  • Pubblicato in Articoli

Storie – Il Museo delle penultime cose

di Mario Avagliano

 Cosa accadrà quando tutti i testimoni della Shoah saranno scomparsi? Quel momento, purtroppo, non è lontano, e Massimiliano Boni, scrittore e consigliere della Corte Costituzionale, nel romanzo «Il Museo delle penultime cose» (66thand2nd, pp. 352) ha provato a raccontarlo, immaginando un’Italia futura - che speriamo non si realizzi mai - scossa da un rigurgito antisemita, in cui al governo viene eletto un certo Cacciani, promotore di un “Piano nazionale della Felicità” (il cui acronimo, Pnf, ricorda quello di partito nazionale fascista), mentre tutt’intorno il clima sociale peggiora e molti ebrei italiani sono costretti a rifugiarsi in Israele.
In questo quadro fosco, Pacifico Lattes, vicedirettore del museo della Shoah di Roma, sito in villa Torlonia, prepara un’importante mostra sugli ultimi superstiti ai campi di concentramento. È arrivato quasi alla fine del suo minuzioso lavoro, quando riceve da un parroco la notizia di un sopravvissuto ancora in vita: tra le mura di una casa di riposo di Tor Sapienza, infatti, c’è Attilio Amati, novantottenne aspro e taciturno custode di un segreto.
Dall’incontro tra Attilio e Pacifico, dapprima scettico nei confronti di un vecchio il cui nome non compare sulle liste dei deportati, inizia una ricerca difficile e ostinata, un confronto serrato che porterà entrambi a riconoscersi nella dolorosa esperienza dell’altro.
Un romanzo che s’interroga sull’importanza dei testimoni e ci interroga sul come preservare la memoria di ciò che è stato e creare anticorpi contro il ritorno all’antisemitismo.

(L’Unione Informa e Moked.it del 28 febbraio 2017)

  • Pubblicato in Storie

Storie – Mal d’Africa

di Mario Avagliano

  La “conquista” dell'Impero di Etiopia, datata 9 maggio 1936, è al centro dell’interesse dell’editoria. Tre libri sono usciti di recente sull’argomento, affrontandolo da diverse prospettive, e svelando con documenti coevi, memorie o la forza della narrativa il grande bluff di Mussolini.
Il saggio storico "L'ora solenne" di Marco Palmieri (Baldini & Castoldi, pp. 316) racconta come vissero gli italiani quella fase storica, in cui si registrò il massimo dei consensi per il regime fascista e per l’impresa militare, che in realtà venne compiuta al prezzo di violenti eccidi, anche con l'impiego di gas, con i ribelli che continuarono a resistere e solo una piccola parte del territorio effettivamente controllata dalle forze militari italiane.
Il romanzo storico "I fantasmi dell'Impero" (Sellerio, pp. 542), di Marco Consentino, Domenico Dodaro e Luigi Panella, ha come filo conduttore un'inchiesta del magistrato militare Vincenzo Bernardi (che prende spunto dalla figura reale del capo della giustizia militare dell'Africa Orientale italiana, Bernardo Olivieri) e vede dietro le quinte lo scontro tra i due super-nemici dell'epoca Graziani e Pietro Badoglio, il primo fascistissimo, l'altro legato ai Savoia. Un pretesto per narrare il "cuore di tenebra" del colonialismo italiano, mettendo a nudo i suoi orrori e le sue bassezze, e anche il conflitto sotterraneo che oppose la milizia fascista agli ufficiali dell'esercito.
Infine “Ti saluto vado in Abissinia” di Stefano Prosper (Marlin, pp. 348) descrive le esperienze di un giovane volontario, Mario Prosperi, nella guerra d’Etiopia del 1935-36, tra eccitazione, dubbi e timori davanti ad un futuro nuovo in un paese sconosciuto. Nel corso della sua esperienza africana il giovane approderà a convinzioni più nettamente antifasciste, mettendo in rilievo, con coraggio e determinazione, gli aspetti negativi di quella che si rivelò un’ambiziosa e disastrosa impresa del Regime.

(L'Unione Informa e Moked.it del 14 marzo 2017)

  • Pubblicato in Storie

L'Italia di Salò. 1943-1945

L’Italia di Salò. 1943-1945 (Il Mulino, pp. 490, euro 28)

di Mario Avagliano e Marco Palmieri

  Nei venti mesi che vanno dall’annuncio dell’armistizio, l’8 settembre 1943, all’uccisione di Mussolini e alla fine della guerra, nell’aprile del 1945, l’Italia non solo continuò a essere un campo di battaglia tra eserciti stranieri – gli Alleati che avanzavano da sud e i tedeschi che occupavano il centro-nord – ma diventò anche teatro di una sanguinosa «guerra civile» e «contro i civili», che vide coinvolti su fronti opposti coloro diedero vita alla Resistenza e coloro che rimasero fedeli al fascismo, aderendo alla Repubblica di Salò.

Nel dopoguerra, però, il punto di vista resistenziale è stato oggetto di innumerevoli studi e ricerche e ha rappresentato una narrativa dominante. Al contrario, la vicenda dei tanti italiani che scelsero di combattere dalla parte sbagliata è rimasta a lungo marginale, finendo per rappresentare un vuoto, un autentico tassello mancante nel panorama storiografico e della memoria di quel complesso periodo, che segnò lo spartiacque tra la dittatura fascista e la democrazia. 

In particolare, restava ancora da scandagliare in profondità lo spettro delle motivazioni che indussero oltre mezzo milione di italiani – uomini e donne, spesso giovanissimi – ad aderire e combattere, in molti casi volontariamente, per la Rsi. Cosa che fa, in modo documentatissimo, il saggio storico L’Italia di Salò. 1943-1945 (Il Mulino, pp. 490, euro 28), di Mario Avagliano e Marco Palmieri.

Questa ricerca affronta sulla base delle fonti coeve disponibili – lettere, diari, testamenti ideologici, posta censurata, relazioni sul morale delle truppe e sullo spirito pubblico, notiziari della Gnr, note fiduciarie, carte di polizia e dei servizi segreti – e della memorialistica postuma, scevra dai condizionamenti politici che l’hanno caratterizzata e dalla pregiudiziale politico-ideologico-culturale che ha portato molti testimoni a tenere a lungo nascoste le tracce di un passato inconfessabile.

La cesura del 25 luglio prima e dell’8 settembre poi, infatti, per molti italiani non rappresentò un taglio netto con il precedente ventennio fascista, bensì una svolta in continuità, la cui naturale conseguenza fu la partecipazione all’esperienza della Rsi, che a sua volta non fu un evento senza propagazioni e conseguenze sulla storia politica e sociale del dopoguerra. Il ritorno sulla scena di Mussolini e la nuova chiamata alle armi, per continuare la guerra contro le potenze nemiche e intraprenderne una nuova contro i traditori, il nemico interno, i banditi, misero nuovamente gli italiani di fronte alla necessità di fare una scelta. Quali furono le principali motivazioni che animarono coloro che decisero di aderire? Quale fu il collegamento ideale col precedente regime? Quali aspettative si nutrivano nei confronti del nuovo fascismo. Perché molti giovanissimi compirono quella scelta? Che tipo di esperienza vissero sotto le armi coloro che combatterono per Salò? Cosa sapevano della Resistenza e come la giudicavano? Cosa percepivano e come metabolizzavano le stragi e le deportazioni razziali e politiche dei nazisti, alle quali molti di loro presero parte anche attiva? Quanti ebbero ripensamenti e per quale motivo? Chi rimase fedele alla causa fino alla fine e perché? 

A questi interrogativi Avagliano e Palmieri, attraverso una gran mole di documenti prima in gran parte inediti o poco noti, forniscono una risposta dal basso, passando in rassegna sia le diverse esperienze militari e combattentistiche di Salò (l’esercito nazionale formalmente apolitico, le milizie di partito quali la Guardia nazionale repubblicana e le Brigate nere, le formazioni relativamente autonome come la X Mas, le sanguinarie bande irregolari e chi militò direttamente con i tedeschi come le SS italiane), sia l’esperienza quasi del tutto dimenticata degli Imi che optarono, dei prigionieri di guerra degli Alleati che non accettarono di cooperare e dei fascisti clandestini che operarono dietro le linee nemiche nelle regioni già liberate dagli anglo-americani. Tra di loro ci furono anche molti italiani che nel dopoguerra diventeranno personaggi noti della politica, della cultura, del giornalismo, dello spettacolo e via dicendo.

Uno dei tratti salienti delle risposte fornite in sede di memoria successiva, escludendo quelle di stampo dichiaratamente rivendicativo o apologetico, è stato il carattere giustificativo. Spesso, cioè, rispetto alla messa a fuoco oggettiva delle ragioni che all’epoca portarono a fare quella scelta, ha prevalso il desiderio di farla apparire comprensibile e accettabile a coloro i quali non la vissero in prima persona o si schierarono su fronti opposti. Ma in realtà, come sostengono Avagliano e Palmieri, per una generazione di italiani cresciuta fin dalle aule scolastiche nel mito del duce e forgiata da slogan fideisti, come il famigerato Credere obbedire combattere, l’adesione alla Rsi e l’impegno nella guerra civile in molti casi fu una conseguenza naturale e ovvia di quel percorso formativo.

Inoltre dal saggio L’Italia di Salò emerge che la gran parte dei combattenti della Rsi, fossero essi reclute dell’esercito regolare formalmente apolitico o membri delle formazioni di partito fortemente ideologizzate, venne impiegata prevalentemente nella guerra civile e contro il nemico interno, e che i vertici politico-militari della Rsi, il suo apparato burocratico-amministrativo e molti uomini che militarono nelle sue forze armate e di polizia presero parte al clima di violenza indiscriminata, sommaria e diffusa contro i partigiani e la popolazione civile e all’opera di cattura e deportazione degli avversari politici (i triangoli rossi) e degli ebrei.

Quanti fantasmi nell'Etiopia del colonialismo

di Mario Avagliano

  Quanti fantasmi ha lasciato in eredità il Ventennio fascista. Anche l'epopea della conquista dell'Impero di Etiopia, datata 9 maggio 1936, che all'epoca entusiasmò gli italiani, fu in gran parte un bluff e venne compiuta al prezzo di violenti eccidi di militari e di civili, anche con l'impiego di gas, come ha raccontato di recente il bel saggio "L'ora solenne" di Marco Palmieri per i tipi della Baldini & Castoldi e come denunciato da Angelo Del Boca nel suo fondamentale libro "La guerra di Abissinia".
In realtà le truppe italiane avevano occupato la capitale Addis Abeba e la vitale ferrovia per Gibuti, costringendo l'imperatore (il negus) Hailé Selassié all'esilio in Inghilterra, ma gli etiopi erano tutt'altro che sottomessi. Nel paese restavano in armi numerose formazioni di ribelli e solo una piccola parte del territorio era effettivamente controllata dalle forze militari italiane.
In questa Etiopia livida del 1937, con le strade della capitale insanguinate dai corpi senza vita di migliaia di persone uccise dalla feroce rappresaglia italiana a seguito dell'attentato fallito al viceré Rodolfo Graziani, e in cui infuria la guerra di polizia coloniale contro i patrioti (gli arbegnoch), si svolge la trama di un avvincente romanzo storico appena arrivato in libreria, intitolato "I fantasmi dell'Impero" (Sellerio, pp. 542), che ha come filo conduttore un'inchiesta del magistrato militare Vincenzo Bernardi (che prende spunto dalla figura reale del capo della giustizia militare dell'Africa Orientale italiana, Bernardo Olivieri) e vede dietro le quinte lo scontro tra i due super-nemici dell'epoca Graziani e Pietro Badoglio, il primo fascistissimo, l'altro legato ai Savoia.
L'idea del romanzo è nata curiosamente nel corso di una cena tra i tre autori, amici di vecchia data: Marco Consentino, esperto di relazioni istituzionali, e gli avvocati Domenico Dodaro e Luigi Panella. Quest'ultimo, per passione, scartabellando per archivi e biblioteche, nel tempo ha raccolto una sterminata documentazione anche fotografica (20 mila immagini) sul periodo coloniale, rinvenendo nei fascicoli del disciolto ministero dell'Africa italiana le tracce di un'inchiesta del 1938, rimasta segreta, condotta da un magistrato militare a carico dell'ufficiale Gioacchino Corvo, accusato di crimini di guerra nell'Etiopia occupata, che sollevava molti interrogativi.
I tre autori hanno provato a rispondere a quei quesiti e ne è nato questo godibilissimo romanzo  che, con un riuscito intreccio narrativo a metà tra spy-story e giallo, mescolando realtà e fiction (i numerosi telegrammi, lettere ed estratti di relazioni riportati sono quasi tutti autentici) ci conduce nelle stanze buie del regime fascista. Nel corso della sua inchiesta, infatti, il tenente colonnello Bernardi, attraversando l'Etiopia, incontra un universo popolato da tristi figuri, profittatori, violenti ma anche da qualche nobile persona, entrando nel "cuore di tenebra" del colonialismo italiano e mettendo a nudo i suoi orrori e le sue bassezze, e anche il conflitto sotterraneo che oppose la milizia fascista agli ufficiali dell'esercito.
Fascisti senza scrupoli, dediti a un turismo sessuale ante litteram, che stuprano le ragazzine del posto e in qualche caso le uccidono senza pietà dopo l'amplesso. Specialisti delle torture e delle esecuzioni capitali. Burocrati che per far leggere i loro rapporti dal massimo capo, il Duce, adottano lo stratagemma di sigle come MM.PP.AA. (Massima Precedenza Assoluta su tutte le Massime Precedenze Assolute). Alte cariche, come il governatore Alessandro Pirzio Biroli, già vincitore della medaglia d'argento all’Olimpiade di Londra 1908, specialità sciabola a squadre, che colleziona minorenni, omaggia gli ospiti del suo castello con "magnifiche donne indigene", allestisce spettacolini lesbo delle sue favorite che eseguono, come riferiscono le relazioni dei carabinieri, «quadri plastici orgiastici». Tanto che lo stesso Graziani, conosciuto come il "macellaio d'Etiopia", commenta: "Qui si schiatta e Sua Eccellenza il generale pensa solo a scopare...".  Aggiungendo che per colpa di Biroli gli italiani non vengono rispettati e sono considerati "una banda di rattusi" interessati solo alle donne.
Sullo sfondo c'è il complotto filo-monarchico di Badoglio (una sorta di prova generale del colpo di stato del 25 luglio 1943), che con l'aiuto dell'Arma dei carabinieri muove le fila da Roma e i cui contorni saranno svelati nelle ultime pagine del romanzo, che arrivano fino agli Cinquanta.
In passato solo il grande Ennio Flaiano nel 1947, con il suo "Tempo di uccidere", aveva indagato sotto forma romanzata alcuni lati oscuri della storia dell'Africa italiana. "I fantasmi dell'Impero", pur essendo un romanzo di esordio, ci regala un ritratto a tutto tondo e straordinariamente documentato di quella stagione tutt'altro che esaltante per l'Italia, con una cura del contesto storico e un senso del ritmo narrativo e dei dialoghi che rendono la lettura piacevole e appassionante.

(Il Messaggero, 12 marzo 2017)

Sottoscrivi questo feed RSS