Al voto come settant’anni fa ma ora il paese è diviso in tre

di Alfredo Doni

Settant’anni fa l’Italia si trovò sull’orlo di una guerra civile che fu scongiurata, ma che lasciò un segno profondo in un paese già duramente provato, e diviso, dalla seconda guerra mondiale. Due poli, diremmo oggi, si contrapponevano: uno guidato dal Partito comunista, l’altro dalla Democrazia cristiana. Nel 2018 la storia si ripete, ma i fronti sono tre: al centrosinistra e al centrodestra si aggiunge il Movimento 5 stelle. In Italia, dove il clima è teso ma fortunatamente non come allora, si ripete un po’ quello che avvenne nel 1948. Delle vicende e delle implicazioni politico-sociali che scandirono quei mesi infuocati parla il libro dal titolo “1948. Gli italiani nell’anno della svolta” (il Mulino), scritto da Mario Avagliano e Marco Palmieri. Un volume di 452 pagine, già disponibile nelle librerie, che viene presentato oggi a Roma (ore 18) dagli autori nella sede della Associazione Civita (piazza Venezia 11). Parteciperanno Adolfo Battaglia, Giorgio Benvenuto, Aldo Cazzullo e Simona Colarizi. Modera Ruggero Po. “L'Italia del 1948 è un paese povero, con una popolazione di quasi 47 milioni di abitanti stremata dal ventennio fascista, da cinque anni di guerra mondiale e due di guerra civile. Innumerevoli case sono ancora diroccate e un sondaggio Doxa rivela che nel 25% delle abitazioni manca l'acqua corrente, nel 67% il gas e nel73% addirittura il bagno”.

Tensioni sociali

E’ una ricostruzione minuziosa e particolarmente documentata quella che viene proposta da Avagliano e Palmieri, un libro di storia che restituisce al lettore il clima di tensione in cui gli italiani si trovarono, il 18 aprile del 1948, a votare per l’elezione del primo Parlamento dopo l’entrata in vigore (1 gennaio dello stesso anno) della Costituzione. Due i blocchi che si contendevano la vittoria: quello dei partiti di sinistra, il Fronte democratico popolare con a capo il Pci con a capo Palmiro Togliatti, e la Democrazia Cristiana guidata da Alcide De Gasperi. In quel periodo storico vi è “l'attitudine a considerare la lotta politica anche come lotta armata, esacerbata oltremodo dalla violenza diffusa e fuori controllo della guerra. Si spiega così quanto reale e concreto sia, nel corso del 1948, il pericolo che le accese tensioni possano portare di nuovo italiani contro italiani a imbracciare le armi, che peraltro erano ancora disponibili e nascoste in gran numero, proprio in vista di eventuali necessità future”.

Verso il voto

“La campagna elettorale si svolge in un clima teso, segnato da violenze verbali, scontri fisici, fatti di sangue, organizzazione di formazioni paramilitari e sospetti reciproci di piani eversivi e insurrezionali. Alle tensioni interne si aggiungono quelle di derivazione internazionale, che inducono a temere ingerenze e perfino interventi armati di forze straniere”. Reduci dai successi ottenuti alle recenti elezioni amministrative, i partiti di sinistra, cacciati dal governo nel 1947, sono praticamente certi di avere la meglio sulla Dc.

Il trionfo della Dc

“Dalle urne, tuttavia, esce un risultato diverso, che consegna il paese alla Dc (che ottiene un irripetibile 48% dei voti (...), col concorso rilevante di alcuni fattori esterni: la mobilitazione capillare della Chiesa cattolica e delle sue emanazioni (...); il supporto americano, basato sull'influenza culturale dei suoi miti e modelli (...), ma soprattutto sull' elargizione di ingenti aiuti materiali con l'implicita minaccia di escludere il paese dai benefici del piano Marshall in caso di vittoria delle sinistre; l'impatto emotivo delle notizie internazionali, come il colpo di stato comunista in Cecoslovacchia e la promessa anglo-franco-statunitense di restituire Trieste all' Italia”.

Governo De Gasperi

Il concreto avvio della macchina istituzionale si ebbe con l'elezione, l'11 maggio 1948, di Luigi Einaudi alla carica di primo presidente della Repubblica. Qualche giorno dopo, il 23 maggio 1948, nasceva il quinto governo De Gasperi, sulla base di una coalizione tra i partiti di centro.

Gli spari a Togliatti

“La mattina di mercoledì 14 luglio l'aula di Montecitorio è semivuota. Le cronache riferiscono che, approfittando della bella giornata, senza avvertire la scorta Togliatti e Nilde Iotti, che da molti mesi è la sua compagna anche se ancora non ufficialmente, escono dalla Camera, come di consueto, da un'uscita secondaria su via della Missione. Ma all'uscita lo aspetta lo studente universitario Antonio Pallante. Il ragazzo, originario di Bagnoli Irpino, un anticomunista fanatico, appassionato lettore degli scritti di Mussolini”: Pallante esplode tre colpi di pistola contro Togliatti che rimane esanime a terra. Rischia la vita, ma se la caverà.

Si teme la guerra civile

La notizia dell'attentato si diffuse rapidamente nel paese, suscitando immediate e spontanee reazioni da parte dei militanti comunisti. Nei centri industriali venne proclamato uno sciopero generale che bloccò il lavoro nelle fabbriche, alcune delle quali vennero occupate. "A Mario Spallone, suo medico personale, come ha confermato Giulio Andreotti, Togliatti ‘dette incarico di tranquillizzare il Governo sulla… non rivoluzione. Fui tramite di questo messaggio. Ed anche il giorno successivo ricevetti da Spallone una telefonata di sollecito perché la radio desse per intero i bollettini che i medici redigevano con molta cura e preoccupazione di tranquillizzare la massa’. La guerra civile non ci fu, ma la divisione nel paese divenne profonda e destinata a restare tale per decenni.

(Corriere Arezzo, Corriere dell'Umbria, Corriere di Rieti, Corriere di Siena, Corriere di Viterbo del 2 febbraio 2018)

Alle radici della Repubblica. Il 1948 fu l’anno della svolta

di Gianluca Veneziani

È interessante comprendere cosa accadde in Italia perché il 1948 non si trasformasse in un 1984 in senso orwelliano, o non degenerasse, come invece auspicava Nenni, inunnuovo1848, l’anno rivoluzionario per eccellenza. Quell’anno, come ben ricordano Mario Avagliano e Marco Palmieri nel documentatissimo 1948. Gli italiani nell’anno della svolta (Il Mulino, pp. 435, euro 25), fu segnato da due eventi destinati a incidere profondamente nella futura storia repubblicana del nostro Paese: l’affermazione della Democrazia Cristiana nelle elezioni di aprile, e l’attentato al segretario del Pci Palmiro Togliatti in luglio.

Se il trionfo della prima su comunisti e socialisti non fu nient’affatto scontato, gli effetti del secondo furono del tutto imprevedibili e non sfociarono in episodi ancora più gravi solo per una serie di circostanze. La vittoria così netta della Dc, fanno notare gli autori, fu possibile grazie all’intervento di poteri esterni (gli Usa e il Vaticano, su tutti),ma anche grazie a un’astuta campagna elettorale che contrapponeva “noi” e “loro”, creando un “nemico interno” e associando il rischio di una dittatura comunista alla dominazione straniera di un secolo prima: la falce e martello come l’aquila asburgica del 1848…

Quel trionfo (la Dc ottenne il 48% dei consensi) fu determinante anche nella successiva collocazione dell’Italia nello scacchiere geopolitico: fino a quel 18 aprile lo Stivale rientrava sì nell’area interessata dal Piano Marshall, ma era pur sempre Stato di confine con il blocco sovietico e Paese con uno dei più forti partiti comunisti d’Europa. Da quel giorno non ci sarebbero stati più dubbi: il bipolarismo interno tra filo-americani e filo-sovietici si sarebbe risolto a vantaggio dei primi. Ma, se non attraverso le urne, l’Italia avrebbe potuto trasformarsi comunque in uno Stato a guida comunista attraverso la violenza delle piazze. All’indomani del tentato omicidio di Togliatti da parte di Antonio Pallante, in tutto il Paese si scatenarono rivolte sanguinose, portate avanti da operai ed ex gappisti, che provocarono in soli due giorni 16morti, di cui 9 appartenenti alle forze dell’ordine, e in quasi due anni 62 lavoratori uccisi e circa 74mila arrestati tra gli appartenenti al Pci.

Così come l’attentato a Togliatti non ebbe ufficialmente mandanti, allo stesso modo quel fuoco rivoluzionario non fu appiccato direttamente dai vertici del Pci, ma fu una «rivolta senza padri», come l’ha definita Paolo Mieli. Alla mancata svolta insurrezionale contribuirono altri fatti, come la salvezza di Togliatti, uscito miracolosamente vivo dall’operazione, e la vittoria al Tour de France di Gino Bartali, che favorì un clima di pacificazione nazionale. Di certo, tuttavia, gli scontri che infiammarono il 1948 furono un precedente che avrebbe anticipato i fatti ben più cruenti di un trentennio dopo, sdoganando l’idea che la lotta politica potesse diventare sinonimo di lotta armata.

(Libero, 2 febbraio 2018)

«1948», quando l’Italia scelse di schierarsi con l’Occidente

Nel libro di Mario Avagliano e Marco Palmieri dall’affermazione della Dc all’attentato a Togliatti

di Antonio Angeli

«Il 1948 è stato un anno cruciale nella storia italiana, che ha segnato profondamente l’evoluzione dell’assetto politico-istituzionale e socio-culturale del nostro paese per il mezzo secolo successivo», inizia così il saggio storico «1948 - Gli italiani nell’anno della svolta» (editore Il Mulino, 25 euro, 435 pagine corredate da belle illustrazioni), frutto del lavoro di ricerca di due storici e giornalisti acuti: Mario Avagliano e Marco Palmieri.

Il giorno dell’entrata in vigore della nuova costituzione, il 1° gennaio del 1948, il leader socialista Pietro Nenni scrive sull’«Avanti!» che bisogna «adeguare il 1948 al 1848», da sempre riconosciuto come l’anno della rivoluzione. E in quei giorni, che segnarono il momento di svolta dopo la dittatura fascista e la seconda Guerra Mondiale, la Nazione italiana, offesa e ferita, ma con una lucida volontà di futuro, fece una scelta di campo fondamentale per la restante metà del secolo.

La consultazione elettorale di quell’anno segnò la decisiva affermazione della Dc, alla testa di una coalizione centrista composta da liberali, repubblicani e socialdemocratici e sostenuta dagli Stati Uniti e dal Vaticano. Una scelta decisa e drammatica descritta e spiegata nel libro di Avagliano e Palmieri in tutti i suoi particolari e le sue sfaccettature. Momento cruciale fu l’attentato a Palmiro Togliatti, leader comunista, che rischiò di far precipitare il Paese nella guerra civile. Il testo, fondamentale per la comprensione di quei giorni, sarà presentato domani, venerdì, presso l'Associazione Civita, a Roma.

(Il Tempo, 1° febbraio 2018)

1948, quando gli italiani scoprirono la politica

Avagliano e Palmieri ripercorrono l’anno della svolta: fu l’inizio della partecipazione popolare alla vita pubblica

di Luigi Mascilli Migliorini

Non è certamente all’altezza del suo fratello maggiore, il1848, la primavera dei popoli che squassa le nazioni e impone ovunque se non nuovi poteri, almeno nuovi linguaggi: libertà, democrazia, persino socialismo se, come tutti ricordiamo, è allora che Karl Marx racconta nel suo Manifesto che uno spettro ( il proletariato oppresso) ha cominciato ormai ad aggirarsi in Europa. Ma il fratello minore, cent’anni più tardi, un posto importante nel calendario della storia se lo è guadagnato. È intorno al1948, infatti, che si dispongono le pedine principali, in Europa e nel mondo (basti pensare alla nascita dello Stato di Israele) di quel sommario equilibrio planetario post secondo conflitto mondiale che ci ha accompagnato fino alla caduta del muro di Berlino: la Guerra Fredda, insomma.

In Italia quelle pedine vanno più o meno a posto il 18 aprile di quell’anno, quando nelle elezioni politiche la Democrazia cristiana ottiene il 48% dei voti e la maggioranza assoluta dei seggi inaugurando una egemonia politica che, con alterne vicende, sarebbe durata fino al 1992, quando, cioè, le ragioni di ordine internazionale che ne avevano aiutato il successo e la durata nel tempo crollavano, come il muro a Berlino, (le date sono in questo senso eloquenti) fragorosamente. Sono le prime vere elezioni per il Parlamento della nuova Italia repubblicana, dopo quelle che due anni prima avevano dato vita all’Assemblea Costituente e che si erano svolte in un clima di festoso ritorno alla democrazia, nella forte contrapposizione della scelta tra Monarchia e Repubblica e, dunque, con una attenuata percezione (le condizioni oggettive erano, peraltro, assai diverse da quelle del 1948) dello scontro tra le forze politiche.

Stavolta, invece, è proprio questo scontro a dominare la scena e a far riconoscere che in quel momento si offre all’attenzione degli italiani un sistema dei partiti che la Carta costituzionale aveva aiutato a prendere forma e che –come sistema dei partiti o non di partiti - era destinato, appunto a fare da cornice e guida politica dell’Italia uscita dalla catastrofe della guerra e messasi sulla strada dello sviluppo da grande potenza economica fino a quella che, non a caso, molti hanno voluto chiamare «fine della prima Repubblica». Nei suoi termini generali la storia di quell’anno esso pure–come il fratello- «mirabile» è stata più volte raccontata.

Ma il libro che hanno scritto ora Mario Avagliano e Marco Palmieri a settant’anni di distanza da quei giorni ha una originalità tutta particolare, rivelata più che dal titolo, quasi obbligato, dal sottotitolo: 1948. Gli Italiani nell’anno della svolta. Il tentativo, ben riuscito, è quello, dunque, di sorprendere la società italiana in quel momento per essa così decisivo e mettere il lettore di oggi in condizione di avvertire le correnti mobilissime che attraversarono quella società messa di fronte ad una scelta alla quale essa giungeva fresca, certo, dell’entusiasmo collettivo esploso all’indomani della caduta della dittatura e della fine della guerra, ma anche sostanzialmente impreparata. Nel libro, infatti, si insiste molto sulla maggiore capacità organizzativa dei partiti della sinistra, il Pci in particolare, il legame più forte con il territorio, l’esperienza maggiore ereditata dai decenni dell’antifascismo clandestino e poi della lotta resistenziale.

Si poteva prevedere, dunque, una vittoria del Fronte popolare e questo, forse, come percezione diffusa non è sempre immediatamente compresa da chi oggi, conoscendo lo straordinario successo riportato dalla Democrazia cristiana, è portato a credere ad una illusione da parte degli sconfitti e a una marcia trionfale da parte dei vincitori. Non fu né l’uno né l’altro. Fu piuttosto un corso acceleratissimo di politicizzazione a cui parteciparono tutti gli Italiani, anchilosati da una lunga dittatura e avviliti da una guerra persa, obbligati, però, ad apprendere in fretta quelle regole elementari di comportamento – discussioni, polemiche giornalistiche, comizi, propaganda e, dunque, partecipazione- senza le quali una democrazia rappresentativa si trasforma in una minestra scipita.

La ginnastica della politicizzazione permette ovviamente tutto, o quasi: promesse di redenzione sociale e minacce di dannazione eterna, zelanti amplificatori del paradiso sovietico e Madonne che lacrimano per le strade d’Italia temendo l’arrivo dei cosacchi in piazza San Pietro. Anche colpi bassi, come l’attacco apoplettico di cui–si racconta per qualche giorno- è vittima il leader socialista Pietro Mancini durante un comizio contro il quale si era scagliata la maledizione di un sacerdote, uno di quei sacerdoti-propagandisti di cui parla–lo si legge nel libro-la minuta informativa di un prefetto. È in questa dimensione, ricostruita qui con il prezioso ricorso a fonti sempre poco utilizzate, come appunto i resoconti sull’ordine pubblico regolarmente stilati dai prefetti - che matura – mi verrebbe da dire - una riemersione alla politica delle classi medie italiane che non è stata mai adeguatamente finora e correttamente messa in luce.

La calma, la tranquillità a cui quelle classi quasi inerzialmente ambiscono e che i prefetti mettono tante volte in evidenza nei loro rapporti, quella calma e quella tranquillità che sono, nel 1948, anche il prodotto di una stanchezza collettiva che è un sentimento pervasivo non meno delle ansie di rinnovamento da cui quell’anno è attraversato, non vengono, per di così, lasciate a casa. Sono obbligate, dalla eccezionalità della condizione, a uscire per strada, a misurarsi con le forme della politica, a diventare obiettivo militante. Assai più di tanti altri, giusti elementi, il 1948 appare, così, l’anno di un’Italia che sceglie l’affezione alla politica e la conserva stretta lungo i decenni migliori della sua storia repubblicana. Da lontano oggi, quella battaglia rissosa, quella propaganda e quelle parole d’ordine quasi ingenue nella loro perentoria aggressività, ci appaiono, così, il battesimo di una democrazia repubblicana che fatichiamo a ritrovare nelle pagine del presente. Il libro sarà presentato oggi, alle 18, a Roma, presso l’associazione Civita, in piazza Venezia.  

(Il Mattino, 2 febbraio 2018)

Togliatti fu ferito e l’Italia insorse. La rivolta senza padri del luglio 1948

Mario Avagliano e Marco Palmieri rievocano in un saggio (il Mulino) l’attentato al leader comunista. Poi la folla scese in piazza di sua iniziativa, non per ordine del Pci

di Paolo Mieli

Il 1° gennaio del 1948 in Italia entrò in vigore la Costituzione repubblicana. Quello stesso giorno Pietro Nenni, leader dell’unico partito socialista europeo di una certa grandezza legato in un Fronte popolare a quello comunista, scrisse sull’ «Avanti!» che era giunto il momento di «adeguare il 1948 al 1848». La Democrazia cristiana raccolse la sfida implicita nel richiamo nenniano agli eventi rivoluzionari di un secolo prima e diede alle stampe un manifesto dove comparivano l’aquila asburgica accanto a «1848» e la falce e martello vicina a «1948». Lo slogan del cartellone Dc era: «Allora contro lo straniero/ oggi contro la tirannia». La sinistra rispose con un poster da cui si affacciava Giuseppe Garibaldi che si rivolgeva al leader trentino con queste parole: «Bada De Gasperi, che nessun austriaco me l’ha mai fatta». Iniziava la sfida: i socialcomunisti, nel nome appunto di Garibaldi, il 18 aprile del 1948 cercavano di travolgere la Dc alle prime elezioni politiche del secondo dopoguerra. E di punire in tal modo Alcide De Gasperi, che un anno prima li aveva cacciati dal governo. Il risultato di quella consultazione elettorale—precisano Mario Avagliano e Marco Palmieri in 1948. Gli italiani nell’anno della svolta di imminente pubblicazione per i tipi del Mulino — non era affatto scontato. Sulla base dei risultati di precedenti turni di amministrative, comunisti e socialisti credevano di poter agevolmente sopravanzare la Dc. Invece lo scrutinio assegnò a sorpresa un trionfo alla Dc (che ottenne la maggioranza assoluta dei seggi), e decretò l’insuccesso di Pci e Psi, distanziati di quasi 20 punti.

Tre mesi dopo, il 14 luglio, un giovane siciliano iscritto al Partito liberale, Antonio Pallante (squilibrato e senza mandanti), attenta alla vita di Palmiro Togliatti mentre sta uscendo, assieme a Nilde Iotti, da un portone secondario di Montecitorio. Il leader comunista resta per qualche ora tra la vita e la morte e durante quel lasso di tempo si ha l’impressione che socialisti e comunisti possano cogliere l’occasione per cercare nella piazza una sanguinosa rivincita delle elezioni perdute. Torna d’attualità l’evocazione rivoluzionaria di Nenni. L’allarme è grande anche sul piano internazionale: Stalin definisce l’attentato «brigantesco» e velatamente polemizza con il Pci, accusandolo di non aver saputo proteggere il suo leader; l’ambasciata americana informa Washington che la morte del segretario comunista è «prossima» e riferisce che è stato suggerito ai cittadini di non lasciare Roma per il Nord dove «la loro vita sarebbe stata a rischio».

Cosa succede davvero quel giorno? La Cgil di Giuseppe Di Vittorio (appena rientrato da una conferenza sindacale a San Francisco) proclama immediatamente lo sciopero generale. La decisione «politica» della Cgil provocherà recriminazioni da parte dei sindacalisti cattolici guidati da Giulio Pastore i quali provocheranno una spaccatura definitiva del sindacato. Socialdemocratici e repubblicani decideranno però, in quel frangente, di restare nella Cgil, ritenendo che solo dall’interno si sarebbe potuto «tentare di strappare le masse ai comunisti». Radio Mosca trasmette un ambiguo comunicato nel quale quasi incita all’insurrezione e Celeste Negarville successivamente ammetterà essere stata una «leggerezza» di qualche non identificato dirigente del partito interpretare quel che era stato detto nella trasmissione radiofonica russa alla stregua di una «direttiva». Di qui un’ondata di manifestazioni più o meno spontanee, scontri con la polizia e anche qualcosa di peggio. Finché Togliatti, riavutosi grazie a un intervento chirurgico miracoloso di Pietro Valdoni, richiamerà i suoi all’ordine. E questi rientreranno— non senza qualche mugugno—nelle ore in cui la radio annuncia l’insperata vittoria di Gino Bartali in alcune tappe di montagna del Tour de France: un giornale della gioventù cattolica titola Bartali ha battuto Di Vittorio. Giulio Andreotti, anni dopo, definirà, però, «un’esagerazione » l’attribuzione al ciclista del merito «di aver evitato all’Italia la guerra civile».

I dirigenti del Pci in quelle ore vengono presi alla sprovvista. A sorpresa, tra i meno esagitati troviamo il duro Pietro Secchia, che cerca di frenare la deriva insurrezionalista con queste parole: «Non dimenticate compagni che siamo a soli due mesi e mezzo da elezioni che hanno dato una maggioranza assoluta al governo». Secchia proverà in seguito a rinfrancare i manifestanti accennando ad una «simpatia di larghi strati della popolazione» attestata dalla grande quantità di serrande abbassate. Ma un iscritto savonese, Gerolamo Assereto, gli risponderà con una lettera all’«Unità» scrivendo: «Almeno per quanto si riferisce a Savona, gli esercizi pubblici sono stati chiusi, nella quasi totalità, non per solidarietà con lo sciopero generale, ma per il timore che la massa eccitata danneggiasse negozi e proprietari».

Il fuoco rivoluzionario — a quel che si può desumere dalla copiosa documentazione del libro — si accese spontaneamente. Per autocombustione. In settant’anni di ricerche anche molto minuziose non è stato identificato il nome di un solo dirigente nazionale del Pci che abbia dato il via alla rivolta. Neanche in sede locale. Si moltiplicano — subito dopo l’attentato— i paragoni con l’uccisione per mano fascista nel 1924 di Giacomo Matteotti, le accuse alla Dc di aver creato un clima d’odio responsabile di aver «armato» la mano dell’attentatore, ma nomi di leader che avrebbero dato il «la alla rivoluzione» non sono venuti fuori. Il gappista Rosario Bentivegna racconterà di aver ricevuto alla federazione del partito a Sant’Andrea della Valle l’ordine di «occupare il ministero degli Interni». Lo stesso riferirà l’italianista Carlo Salinari. I due saranno però in grado solo di indicare il nome di chi era stato a fermarli: un alto dirigente del loro stesso partito, Edoardo D’Onofrio. E di aggiungere che in loro presenza D’Onofrio aveva sgridato Mario Mammuccari e Otello Nannuzzi per aver consentito che fossero date talune disposizioni «rivoluzionarie». Da chi? Non si sa.

Si sa invece che tra i donatori di sangue per Togliatti c’erano stati anche un parlamentare Dc, Angelo Perini, e un frate cappuccino. Il socialdemocratico Carlo Andreoni che il 13 luglio (ventiquattr’ore prima del colpo di pistola di Pallante) dal giornale del proprio partito aveva suggerito di «inchiodare al muro del loro tradimento Togliatti ed i suoi complici» e di procedere in tal senso «non metaforicamente», viene costretto dal suo leader, Giuseppe Saragat, a dimettersi. Qualche screzio si registra poi tra comunisti e socialisti (nonostante alcuni manifestanti feriti e uccisi in quei giorni di luglio del 1948 appartenessero al partito di Nenni). In un rapporto della federazione Pci di Novara si rileva che «i socialisti non accettarono di fare un manifesto del Fronte» e che, dopo la convocazione di una manifestazione «unitaria», «i rappresentanti del Psi facevano macchina indietro adducendo i motivi più risibili che confermavano, ancora una volta, la loro mancanza di coraggio fisico, il loro evidente opportunismo, la loro incoscienza politica». Considerazioni simili si ritrovano anche in documenti della federazione comunista di Ravenna («i socialisti hanno marciato con noi, ma il contributo da essi portato nella lotta è stato minimo») e in quella di Catanzaro che definisce «grave» il comportamento dei seguaci di Nenni. Il quale così si giustificherà sul suo diario: «Battere la polizia di Scelba non sarebbe impossibile… Ma poi? È davanti a questo “poi” che le masse hanno arretrato, non davanti ai carri armati». L’8 agosto a Napoli il segretario del Psi Alberto Jacometti ribalta le accuse dei comunisti e dichiara che, proprio a causa del loro comportamento nelle ore successive al colpo di pistola di Pallante, il Fronte popolare poteva considerarsi «morto». Al medico di fiducia, Mario Spallone, Togliatti— appena ripresa conoscenza—dà incarico di rassicurare il governo sulla indisponibilità del Pci ad avventure rivoluzionarie. Aristide Romano Malavolta, che all’epoca faceva parte della scorta del segretario comunista, così ricorda le ore immediatamente successive all’attentato: «Piombammo nella confusione, l’aria era quella dell’insurrezione vicina, ero pronto a indossare l’elmetto… Fu lui, Togliatti, dal suo letto in corsia, a fermarci tutti». A Torino, in quegli stessi frangenti, un gruppo di operai con a tracolla dei mitra «sten» entra nell’ufficio dell’amministratore delegato della Fiat Vittorio Valletta e gli comunica che la fabbrica è occupata. Valletta reagisce dicendo loro di fare quello che credono, ma annuncia che quando tornerà la calma licenzierà gli eventuali occupanti. Da quel momento Valletta viene sequestrato nella sua stanza e qualche giorno dopo Negarville dovrà andare di persona a Torino (su un aereo messo a disposizione dalla Fiat) per ottenerne il rilascio. A Milano vengono occupate Breda, Motta e Pirelli. Eligio Trincheri della Volante Rossa racconterà che alla Bezzi alcuni agenti di polizia sono stati «totalmente disarmati» e «le armi sono sparite».

 A Busto Arsizio e a Varese sono devastate le sedi della Dc e—mettono in evidenza Avagliano e Palmieri — i manifestanti «assalgono gli stabilimenti carcerari per ottenere il rilascio di alcuni ex partigiani del luogo precedentemente arrestati perché trovati in possesso di armi». A Belluno, riferisce Peppino Zangrando, «alcuni ex partigiani della brigata Pisacane giunsero in città con una motocarrozzella, a bordo della quale trasportavano una mitragliera… Non fu facile convincerli a tornarsene a casa». Ad Abbadia San Salvatore sul Monte Amiata l’episodio più conosciuto: minatori in rivolta devastano le sedi della Dc, occupano la centrale telefonica e tranciano i cavi; si spara, vengono uccisi l’agente di polizia Giovambattista Carloni e il maresciallo Virgilio Raniero. A Livorno viene ammazzato l’agente Giorgio Lanzi («peraltro», fanno notare gli autori, «un ex partigiano»); in quella stessa città viene aggredito dai rivoltosi un pullman che trasportava un gruppo di suore. Sedi Dc vengono assalite anche a Siena, Pistoia, Pontassieve, Barletta e a Taranto, dove la polizia spara e uccide due giovani di sinistra. A Salerno vengono prese d’assalto le sedi dell’Azione cattolica e dei Volontari della Libertà. A Mirandola la canonica. A Piombino tocca alla caserma dei carabinieri. A Napoli in piazza Dante vengono uccisi due militanti comunisti ed è ferito Francesco De Martino (futuro segretario del Psi). Gli scontri tra manifestanti e poliziotti sono innumerevoli. A Roma il questore riferisce d’essersi trovato al cospetto di una «folla d’invasati» e di aver dato ordine di reagire «con decisione». Vengono colpite la deputata comunista Elettra Pollastrini (che reagisce atterrando con un pugno un agente) e Gina Martina Fanoli, che cerca invano di estrarre dalla borsa il tesserino da parlamentare. Qualche botta in testa la riceve anche il vicequestore Della Peruta, non riconosciuto da poliziotti ai quali lui stesso poche ore prima aveva raccomandato di usare il manganello «senza riguardi per nessuno». A Magliano Sabina vengono sequestrati e pestati (dai manifestanti) un maresciallo e un carabiniere, Minolfo Masci, accusati di essere «sgherri di Scelba, servi dello Stato, direttamente responsabili dell’attentato a Togliatti e della morte dei compagni caduti durante lo sciopero nelle varie città d’Italia». Il carabiniere morirà a seguito delle percosse.

 A fatica il Pci riesce a far cessare gli scontri. Ma il 31 luglio a Bareggio, nella cintura milanese, viene lanciata una bomba a mano contro la statua della Madonna Pellegrina in processione. L’attentato provoca una trentina di feriti tra cui molti bambini. Vengono arrestati sei giovani, cinque dei quali iscritti al Pci (il sesto è un anarchico). «L’Unità» li condanna con toni duri. Il 29 novembre a Roma in via del Pigneto verrà aggredito il giovane dell’Azione cattolica Giulio Lalli, che morirà in ospedale. Il 16 luglio dell’anno successivo verrà arrestato il diciottenne Pietro Nicoletti, che confesserà di essere l’autore dell’aggressione. È iscritto al Pci.

Bilancio ufficiale: tra il 14 e il 16 luglio del 1948 restano sul terreno 16 morti, di cui 9 appartenenti alle forze dell’ordine. Più 204 feriti, di cui 120 agenti. In seguito, tra il luglio 1948 e la prima metà del 1950 si registreranno altri 62 lavoratori uccisi di cui 48 comunisti; 3.216 feriti, tra i quali 2.367 del Pci; 92.169 arrestati di cui 73.870 appartenenti al partito di Togliatti. Il leader comunista, pur avendo tenuto — nei giorni in cui fu ricoverato in ospedale—un atteggiamento esemplare, non si pacificò mai del tutto con l’accaduto. Rimproverò ai dirigenti del proprio partito di aver chiesto le dimissioni dell’intero governo guidato da De Gasperi e non esclusivamente quelle del ministro dell’Interno; quest’ultima, a suo dire, «sarebbe stata una richiesta non solo plausibile, ma anche accettabile», dal momento che l’ipotesi era stata prospettata persino dal titolare degli Esteri Carlo Sforza e dal suo giovane sottosegretario Aldo Moro. Si soffermò, Togliatti, sulle reazioni della polizia che ricordavano «i sistemi di rappresaglia dei nazifascisti». E scrisse a Massimo Olivetti—fratello di Adriano, nonché vicepresidente dell’azienda di famiglia — che non avrebbe potuto partecipare ad un dibattito al quale era stato invitato, a causa i postumi delle ferite provocate da «un sicario di quella classe a cui Lei appartiene». Parole che, anche per essere state rivolte a un imprenditore certo non reazionario, testimoniavano la persistenza di un dubbio di Togliatti circa l’origine di quei colpi di pistola.

 

Bibliografia

L’anno che vide il trionfo della Dc mentre infuriava la guerra fredda

Esce in libreria giovedì 25 gennaio il libro di Mario Avagliano e Marco Palmieri 1948. Gli italiani nell’anno della svolta (il Mulino, pagine 452, e 25). Il volume sarà presentato a Roma dagli autori il 2 febbraio nella sede della Associazione Civita (piazza Venezia 11). L’incontro avrà inizio alle ore 18. Parteciperanno Adolfo Battaglia, Giorgio Benvenuto, Aldo Cazzullo e Simona Colarizi. Modera Ruggero Po. L’attentato a Togliatti è stato oggetto di diversi studi: Walter Tobagi, La rivoluzione impossibile (il Saggiatore, 1978); Massimo Caprara, L’attentato a Togliatti (Marsilio, 1978); Giovanni Gozzini, Hanno sparato a Togliatti (il Saggiatore, 1998); Gigi Speroni, L’attentato a Togliatti (Mursia, 1998). Da segnalare anche le biografie del segretario comunista scritte da Giorgio Bocca (Laterza, 1973) e da Aldo Agosti (Utet, 1996).

 

(Il Corriere della Sera, 23 gennaio 2018)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Storie – Vivà, la figlia di Pietro Nenni che morì ad Auschwitz

di Mario Avagliano

Nel campo di sterminio di Auschwitz non furono deportati soltanto ebrei, ma anche un gruppo di 230 donne prigioniere politiche provenienti dalla Francia, tra cui due italiane: Alice Viterbo, una brava e famosa cantante lirica, che aveva una gamba di legno, e Vittoria Nenni, detta Vivà, figlia del leader socialista Pietro Nenni, che con la famiglia viveva in esilio in Francia dal 1926 dopo la promulgazione delle leggi “fascistissime”.

La drammatica storia di Vittoria Nenni è stata raccontata da Antonio Tedesco nel bel libro Vivà, la figlia di Pietro Nenni dalla Resistenza ad Auschwitz (Bibliotheka Edizion, collana “Bussole” della Fondazione Nenni). Il trasporto delle deportate avvenne il 24 gennaio del 1943. Si trattava di un gruppo assai vario: giovani e anziane; molte avevano lasciato a casa figli piccoli; 119 erano militanti comuniste, 12 golliste, mentre erano resistenti senza colore politico.

Dopo l’invasione tedesca della Francia e la nascita del regime collaborazionista del maresciallo Pétain, che concluse l’armistizio con la Germania il 24 giugno 1940 e si insediò con il nuovo governo nella città di Vichy (Alvernia), situata nella parte del Paese formalmente non occupata dai tedeschi, a partire soprattutto dall’estate del 1941 si era formata a Parigi una fitta rete resistenziale, che produceva volantini, opuscoli e fogli di propaganda antinazista. A questa rete clandestina collaboravano attivamente molte donne, tra cui appunto Vittoria Nenni e tante altre, che trasportavano messaggi, proteggevano i ribelli, li aiutavano a passare la linea di confine, nascondevano gli ebrei e ingannavano i nazisti.

La rete degli “stampatori” e delle “Tecniche del movimento”, guidate dal meccanico comunista Arthur Tintelin, tra la primavera e l’estate del 1942 venne falcidiata da una serie di arresti da parte della polizia francese. Le donne partigiane vennero tradotte nel forte di Romaville. Henri Daubeuf, il marito di Vittoria Nenni, venne fucilato quasi subito sul Monte Valerien l’11 agosto. A Vivà venne offerta la possibilità, rinunciando alla cittadinanza francese e facendo valere quella italiana, di scontare il carcere in Italia. Vivà senza alcuna esitazione rifiutò, per condividere la sorte delle sue compagne francesi.

Dopo pochi mesi di prigionia le donne vennero deportate ad Auschwitz, una destinazione che, scrive Antonio Tedesco, gli storici non sono ancora riusciti a spiegare. In quel campo di sterminio su duecentotrenta donne deportate rimasero in vita solo in quarantanove. Vivà morì il 15 luglio del 1943, racconta Antonio Tedesco, ridotta tutta una piaga, divorata dalla febbre tifoidea, gonfia le gambe per il lavoro nelle mortifere paludi, affidando all’amica Charlotte un ultimo messaggio: «Dite a mio padre che ho avuto coraggio fino all’ultimo e che non rimpiango nulla».

(L'Unione Informa e Moked.it del 16 maggio 2017)

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Storia - La mancata insurrezione di Roma

di Mario Avagliano

 

Perché Roma non si liberò da sola nel giugno del 1944? Si è molto parlato del ruolo del Vaticano nel consentire un passaggio indolore della capitale d'Italia dai tedeschi agli Alleati. Ma non tutto è stato scritto e indagato su questo argomento. Un libro interessante di Franco Maria Fabrocile, intitolato “Il segnale dell’elefante” (edizioni Marlin, pp. 274, euro 14,50), rivela particolari inediti della storia della mancata insurrezione, dall'osservatorio particolare del Partito d’Azione. Il libro sarà presentato domani, mercoledì 24 maggio, alle ore 18.00, presso il Circolo "Giustizia e Libertà" di Roma. In risalto la storia, anzi le storie, che hanno dato origine al Partito d’Azione romano, che raccoglieva la rete di Giustizia e libertà, fatta di ex combattenti e Arditi del Popolo, artigiani, ferrovieri, intellettuali, impiegati, ma anche giovani studenti, come il gruppo di quattordicenni-sedicenni del liceo Orazio, i “caimani” , che fra partite di calcio e nuotate nell’Aniene, dopo l’8 settembre 1943 partecipa a Porta S. Paolo alla difesa della capitale.

Tante le figure che attraversano il saggio, dall’ex ardito Domenico Alari a Max Salvatori, al grande organizzatore Cencio Baldazzi, al sardo di ferro Emilio Lussu e a sua moglie Joice, fino a Carlo Rosselli, Guido Calogero, Ugo La Malfa, Pilo Albertelli, Leo Valiani.

Dopo la decapitazione dei quadri organizzativi azionisti del febbraio-marzo '44, il partito si riorganizza e prepara un piano militare insurrezionale con 1200 armati. Mentre la base, intenzionata a combattere, trova collaborazione orizzontale con partigiani di colore diverso, i rapporti con gli Alleati e con i badogliani sono la quadratura del cerchio: il segnale radio - "elefante" - convenuto con gli americani per lo scoppio dell'insurrezione si perde in un giallo di rapporti interni al partito, destinati a lasciare dopo il 4 giugno ferite non rimarginabili e verità indicibili, mentre la guerra, inesorabile, continua.

(L'Unione Informa e Moked.it del 23 maggio 2017)

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Italia nera, Italia rossa, Italia liberata

di Andrea Rossi

Con “L’Italia di Salò” (Il Mulino, 2017), Mario Avagliano e Marco Palmieri proseguono la loro opera di scavo nel “come eravamo” della nostra nazione, e come nei volumi precedentemente editi, emergono dettagli importanti trascurati in altri studi sul passaggio traumatico dal regime fascista alla democrazia in Italia. Avevamo lasciato in Vincere e vinceremo, un paese stremato e maturo per il collasso istituzionale soprattutto a causa del crollo del fronte interno, ma con ancora fiammate di sincero appoggio al fascismo e alla guerra mussoliniana.

La scomparsa del duce dalla scena politica provoca l’ira sorda dei fascisti, i quali, a differenza di come è stato detto e scritto per decenni, non si nascondono e non si convertono, anzi, in molti casi già iniziano a pensare al “dopo” che ritengono inevitabile, ossia l’arrivo dei tedeschi per il ristabilimento dell’ordine interno e delle alleanze belliche. Se quindi il 25 luglio provoca sgomento e desiderio di vendetta fra le camicie nere e fra i tanti simpatizzanti di Mussolini, l’armistizio dell’8 settembre è il momento in cui, drammaticamente emergono le fratture nel tessuto sociale della nazione, seguendo fratture già “in nuce”: dittatura contro democrazia, onore contro libertà, volontarismo contro l’attendismo; il ritorno di Mussolini, la fondazione di uno stato fascista sotto l’aquila nazista e il proseguimento della guerra saranno poi le condizioni perché questo magma ribollente inizi a percorrere l’inevitabile sentiero della guerra civile.

Da nessuno voluta (almeno a parole) ma da tutti combattuta, la lotta fratricida sarà lo stigma dei seicento giorni di Salò, con gradazioni diverse di partecipazione: dai soldati in grigioverde reclutati con i bandi emessi da Rodolfo Graziani, che per evitarla diserteranno in modo massiccio, spesso verso le formazioni partigiane (ma anche semplicemente per tornare a casa), alle brigate nere che hanno nel loro dna la repressione dell’antifascismo e della resistenza.

Nel vortice finiranno tutti: uomini e donne, giovanissimi e squadristi del ’22, torturatori e galantuomini, profittatori e persone perbene: come spesso accade, nella resa dei conti conclusiva di una guerra civile, il conto sarà pagato in solido non dai più colpevoli ma quasi sempre dai meno furbi, mentre molti fra i capi riuscirono a passare indenni dalla bufera successiva al 25 aprile 1945. Avagliano e Palmieri indagano con maestria questi “cluster”, e fanno luce sulle motivazioni di alcuni protagonisti, ma soprattutto dei tanti comprimari, tratteggiando una comunità disperata e assieme orgogliosa, spietata e talvolta umanissima, che finì per trovarsi dalla parte sbagliata della storia.

 

(Orientamenti, 1° giugno 2017)

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