Articoli, Brevi Testi e Pensieri di MArio Avagliano
Mario Avagliano
Storico e scrittore

La storia italiana raccontata attraverso persone, documenti e memoria

Racconto la storia italiana attraverso libri, ricerche e incontri pubblici, con particolare attenzione alle vicende delle persone comuni e ai passaggi decisivi della nostra democrazia.

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Giovanni Frignani: quando la storia diventa una persona

di Mario Avagliano

Giovanni Frignani, la memoria restituita e il senso del mio fare storia

Quando ho iniziato a lavorare a "L’uomo che arrestò Mussolini" (Marlin editore), non immaginavo che sarebbe arrivato alla quinta edizione.

E non immaginavo, soprattutto, che mi avrebbe portato in giro per l’Italia, in tante città, davanti a sale piene, con un’attenzione e una partecipazione che mi hanno profondamente colpito.

Ogni presentazione è stata diversa. Ma in tutte ho avvertito la stessa sensazione: Giovanni Frignani non era più un nome quasi dimenticato della Resistenza. Era tornato a essere una persona.

Ed è proprio da qui che è nato il libro.

Frignani è stato l’ufficiale dei Carabinieri che il 25 luglio 1943 coordinò l’arresto di Mussolini. Un protagonista di un momento cruciale della nostra storia. E poi, dopo l’8 settembre, uno dei promotori del Fronte militare clandestino dei Carabinieri a Roma. Arrestato dalle SS, torturato a via Tasso, assassinato alle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944.

Una vita che sembra un romanzo. Ma che rischiava di restare confinata in poche righe di manuale.

Ho sentito il bisogno di ricostruirla non come una sequenza di eventi, ma come una storia umana. Per questo sono entrato negli archivi dell’Arma, ho sfogliato carte ingiallite, informative, rapporti, lettere. Ho studiato i documenti del Museo storico della Liberazione di via Tasso, dove Frignani fu rinchiuso e torturato. Ho letto le testimonianze, gli atti processuali, i memoriali.

Ma il momento più intenso è stato l’incontro con Giovanni, il nipote.

Con lui ho condiviso scoperte, dubbi, emozioni. Nei suoi ricordi familiari, nelle fotografie custodite con cura, ho visto riemergere non solo l’eroe, ma l’uomo: il padre, il marito, il fratello. La commozione è arrivata in modo inatteso, soprattutto quando, davanti ai documenti che raccontavano le torture di via Tasso o la tragica fine alle Ardeatine, il passato smetteva di essere storia e diventava carne viva.

Con lui a gennaio siamo andati a posare la pietra d'inciampo a via Bruxelles davanti al portone dell'ultima casa di Giovanni Frignani.

Cerimonia di posa della pietra di inciampo

Clicca sull’immagine per ingrandirla

È in questi momenti che ho capito, ancora una volta, qual è il mio modo di fare storiografia.

Io parto sempre dalle persone. Non dalle categorie, non dalle ideologie, non dagli schemi.

Credo che la grande storia si comprenda davvero solo quando la si attraversa attraverso le vite individuali. Le scelte, le paure, le contraddizioni. Frignani era un ufficiale liberale, cattolico, monarchico. Non un rivoluzionario di professione. E proprio per questo la sua scelta di opporsi al nazifascismo assume un valore ancora più forte: dimostra che la Resistenza è stata un fenomeno plurale, che ha attraversato mondi diversi.

Ricostruire la sua figura è stato anche completare un percorso personale, dopo le biografie di Montezemolo e di Martelli Castaldi. Una sorta di trilogia dei “partigiani con le stellette”. Uomini delle istituzioni che, nel momento decisivo, hanno scelto la libertà.

In questi mesi, presentando il libro da nord a sud, ho percepito un bisogno diffuso di memoria non retorica. Di storie vere. Di volti. Di complessità. Molti mi hanno detto: “Non conoscevamo questa vicenda”. Ed è forse questa la soddisfazione più grande: aver restituito alla memoria collettiva una figura che meritava di essere ricordata.

Per me è stato un viaggio.

Un viaggio negli archivi, certo. Ma anche dentro le pieghe della nostra storia nazionale. E dentro la responsabilità dello storico: non giudicare il passato con superficialità, ma restituirlo nella sua interezza.

Ogni volta che penso a Giovanni Frignani, penso a quel gesto del 25 luglio 1943, all’arresto di Mussolini. E poi penso al silenzio delle Fosse Ardeatine. Tra quei due momenti c’è una vita intera. C’è il coraggio, ma anche la normalità. C’è il senso dello Stato. C’è la scelta.

Se questo libro ha trovato tanti lettori, forse è perché racconta proprio questo: che la storia non è fatta solo di date. È fatta di uomini e donne che, a un certo punto, decidono da che parte stare.

E raccontarli, per me, resta il modo più autentico di fare memoria.

Il libro

L'uomo che arrestò Mussolini

La storia intrepida del tenente colonnello dei carabinieri Giovanni Frignani, dalle trincee del Piave all’arresto di Mussolini, dalla Resistenza clandestina a Roma alle Fosse Ardeatine, forse a causa del tradimento di una bionda spia tedesca.

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Fonte
Pubblicato su Marioavagliano.it, 2 marzo 2026.
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La storia dell’ufficiale eroe che arrestò Mussolini

 

di Mario Avagliano

La data di domenica 25 luglio del 1943, passata alla storia per l’arresto di Benito Mussolini e la caduta del fascismo, poteva restare anonima. All’ultimo momento, infatti, l’operazione rischiò di saltare.

Dagli archivi dell’Arma e dalle relazioni dei testimoni dell’epoca risulta che il re Vittorio Emanuele III, spalleggiato dalla moglie, aveva cambiato idea. Fu risolutiva la testardaggine di un ufficiale dei carabinieri, il tenente colonnello romagnolo Giovanni Frignani, già eroe della Grande Guerra. Un uomo dell’Arma tutto d’un pezzo che, nonostante il fratello Giuseppe fosse stato gerarca di Ravenna, era inviso al duce per le sue relazioni-verità sul malcontento della popolazione, la corruzione del regime e i piani di invasione dell’Italia dei tedeschi, tanto che qualche settimana Mussolini prima ne aveva chiesto il trasferimento al fronte.

Quella mattina re Vittorio Emanuele III riceve il fido duca Acquarone, che gli riferisce della votazione dell’ordine del giorno Grandi da parte del Gran Consiglio del Fascismo, con il quale di fatto Mussolini è stato sfiduciato. È arrivato il momento di agire e di dare il via al piano di arresto del duce. Ad appena quattro chilometri di distanza, a Villa Torlonia, Mussolini si alza dal letto tutto sommato abbastanza tranquillo. È sicuro che lo «stellone» italico lo assisterà ancora una volta. Dopo colazione, raggiunge Palazzo Venezia e si mette al lavoro. Verso le 11 chiede al suo segretario particolare, il prefetto Nicola De Cesare, di telefonare al Quirinale al generale Puntoni per avere un colloquio con il re a villa Savoia.

La richiesta di udienza da parte di Mussolini cambia i piani dei complottardi. Bisogna accelerare. Il comandante generale dell’Arma, Angelo Cerica, poco prima delle 14 convoca telefonicamente Frignani presso il comando del Gruppo Interno di Roma, sito in viale Liegi, ed i suoi diretti collaboratori, il capitano Paolo Vigneri, siciliano di Calascibetta, e il capitano Raffaele Aversa, di Labico, ma di origini campane. È stato lo stesso Frignani a indicare a Cerica i due capitani come uomini di assoluta fiducia.

Le relazioni del generale dei carabinieri Filippo Caruso e del capitano Vigneri, il diario del generale Puntoni, primo aiutante di campo generale del re, e il resoconto dello stesso Mussolini ci permettono di ricostruire con una certa precisione quella giornata.

Dopo l’incontro con Cerica, Frignani prende da parte i due capitani e gli illustra le modalità e i dettagli del piano, aggiungendo che l’arresto del duce deve eseguirsi a qualunque costo e, per evitare fraintendimenti, chiosa che bisogna «catturarlo vivo o morto». Al commissario Marzano, che viene segnalato a Cerica dallo stesso Frignani, viene chiesto di mettere a disposizione un’autoambulanza.

Il piccolo convoglio di cinquanta carabinieri e poliziotti si dirige verso Villa Savoia e si colloca sul lato settentrionale dell’edificio, pronto ad intervenire, se necessario, ad un cenno del capitano Aversa. Quest’ultimo, assieme al collega Vigneri, a tre vicebrigadieri e a tre agenti di P.S. armati di mitra, si sistema sul lato orientale. Alle 15.30 è tutto pronto per l’operazione.

Nel frattempo, Frignani predispone i dettagli del piano. Gli spostamenti del duce, si legge nel memoriale del figlio Vittorio, sono preceduti e accompagnati da un «vasto servizio d’ordine», ma nel sistema c’è una falla: «i funzionari che vi erano addetti, non oltrepassavano abitualmente il cancello di Villa Savoia, e sostavano in prossimità di esso». Di conseguenza, «le condizioni migliori per dar corso all’arresto» si verificano proprio all’interno della residenza reale.

Verso le 16 lo stesso Frignani in abiti civili raggiunge la residenza reale. C’è da superare un ultimo ostacolo: le improvvise «riserve» del re sulle modalità dell’arresto. Alle tre del pomeriggio Vittorio Emanuele ingiunge al generale Puntoni: «Mussolini deve essere arrestato fuori di casa mia». Dubbi dovuti alle pressioni della regina Elena, preoccupata di salvaguardare l’etichetta di corte, o al timore dello stesso re che l’arresto, in caso di reazione violenta, desse luogo a una «più o meno accidentale soppressione» del duce? Quando Frignani entra «nella villa dall’ingresso secondario a levante, per prendere gli ultimi accordi col Ministro della Real Casa e con gli altri interessati all’azione», come riferisce Vigneri nel suo rapporto ritorna «dagli ufficiali dopo una decina di minuti, seccato e contrariato. “L’arresto non si farà più”, dice ai due capitani. “Sua Maestà non vuole che avvenga nell’interno della villa. Ho insistito con il duca Acquarone perché convinca il Re della necessità di eseguirlo subito”. Poi deciso e risoluto aggiunge: “Noi, in ogni caso, lo arresteremo ugualmente”». «Frignani – prosegue la relazione di Vigneri – […] torna a portarsi all’interno della villa con il proposito di premere sul duca Acquarone per ottenere la decisione».

Vigneri assieme ad Aversa attende fuori dalla villa il proprio comandante Frignani: «Passano minuti interminabili». Poi questi esce e comunica ai due che il re ha deciso di dare il via libera all’operazione. Attorno alle 17, l’Alfa Romeo con a bordo il capo del fascismo varca i cancelli di Villa Savoia e percorre il viale alberato. La scorta resta all’esterno della residenza.

Il colloquio dura in tutto venti minuti e il re informa Mussolini che Badoglio assumerà al suo posto la carica di capo del governo, poi lo accompagna al pianerottolo che sovrasta la scalinata di accesso alla villa.

Le sorprese per il duce non sono terminate. Scese le scale, si imbatte nel capitano Vigneri e nel collega Aversa. Alle loro spalle i tre vicebrigadieri. I due ufficiali gli parano il passo e Vigneri lo costringe a salire sull’ambulanza. Qualche metro indietro Frignani assiste alla scena. Mussolini lo considererà il suo nemico giurato. Dopo l’8 settembre, tornato in libertà, metterà subito una taglia sull’ufficiale romagnolo. Frignani diventerà uno dei capi della resistenza militare, ma finirà nel carcere di via Tasso, con tanto di telegramma di congratulazioni del duce, che ringrazierà Kappler e le SS mettendo a disposizione i vini della sua cantina di Villa Torlonia. Verrà ucciso il 24 marzo 1944 alle Fosse Ardeatine, gridando prima di essere abbattuto “Viva l’Italia!”

 

Fonte
Pubblicato su la Repubblica, 25 luglio 2025.
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  • Pubblicato in Articoli

Giovanni Frignani, il carabiniere che arrestò Mussolini

di Aldo Cazzullo

Nella storia d’Italia ci sono alcuni personaggi straordinari, per il loro eroismo e la loro vita esemplare, che sono ancora ingiustamente poco conosciuti, anche se sono stati protagonisti di momenti cruciali. Uno di questi è il tenente colonnello dei carabinieri Giovanni Frignani, la cui biografia avventurosa e appassionante è stata finalmente ricostruita nel libro di Mario Avagliano L’uomo che arrestò Mussolini, in libreria dal 21 marzo per Marlin editore.

 

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Mario Avagliano, «L’uomo che arrestò Mussolini. Storia dell’ufficiale dell’Arma Giovanni Frignani. Dalla Grande Guerra alle Fosse Ardeatine» (Marlin, pp. 368, euro 18,50)

 

Figlio di un imprenditore agrario di Ravenna, Frignani cresce nella turbolenta Romagna di fine Ottocento e primo Novecento, infiammata dagli scontri politici e sociali (bellissime le pagine dedicate a queste vicende): insomma, l’ambiente in cui si forma Benito Mussolini. Frignani è volontario durante la Grande Guerra, combatte con valore nelle trincee del Piave e poi entra nell’Arma, diventando membro dei servizi segreti militari, risolvendo casi importanti di controspionaggio internazionale e catturando due pericolose spie (tra cui un’affascinante Mata Hari bresciana) al soldo della Francia, che cospiravano per rubare documenti e progetti di navi da guerra alla Regia Marina.

 
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Giovanni Frignani

Avagliano ci racconta sia l’uomo brillante e generoso, cattolico, liberale, amante della musica classica, dell’arte e dei libri, che mette su famiglia e prende casa ai Parioli, sia la sua carriera come ufficiale dell’Arma nell’Italia fascista. Una carriera all’ombra del regime ma tenendosene sempre a debita distanza, nonostante che il fratello Giuseppe sia stato il ras di Ravenna ai tempi delle violenze squadriste di Italo Balbo e Dino Grandi, e poi deputato del Listone del 1924, sottosegretario alle Finanze e uomo di fiducia del Duce nel mondo delle banche.

Negli anni di guerra, Frignani dall’osservatorio del Gruppo interno dei carabinieri di Roma registra senza censure il crescente malcontento e l’insoddisfazione della popolazione verso Mussolini e il fascismo, e segnala le malefatte di alcuni gerarchi, come Roberto Farinacci, e anche le manovre della Germania di Hitler per una futura occupazione dell’Italia.

 

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Mario Avagliano

Ma le sue informative infastidiscono il Duce e i suoi diretti collaboratori, tanto che nel giugno 1943 Mussolini ne chiede per punizione l’allontanamento da Roma e l’invio in Francia, in zona di fronte. Il provvedimento viene ritardato ad arte dai comandanti dell’Arma, che il 25 luglio 1943 affidano proprio a Frignani il compito di coordinare la delicata operazione dell’arresto del Duce all’uscita di Villa Savoia dopo il colloquio con il re. Un’operazione che all’ultimo momento rischia di saltare, come si legge nella concitata e vibrante cronaca di Avagliano, a causa dei dubbi del re e della regina. Si deve alla determinazione di Frignani se viene portata a termine con successo.

Il giorno dopo è lo stesso ufficiale romagnolo a sequestrare alla Camilluccia le lettere di Mussolini a Claretta Petacci e il diario della sua amante, con la cronaca e la descrizione degli appuntamenti clandestini d’amore e di sesso, al centro di tanti dibattiti nel dopoguerra. E a fine agosto, è protagonista di un altro episodio-chiave: il giallo della morte del gerarca fascista Ettore Muti, ucciso nella pineta di Fregene.

Dopo l’8 settembre 1943 e l’occupazione di Roma, fascisti e nazisti mettono una taglia sull’alto ufficiale dell’Arma, costretto a nascondersi.
Frignani non si perde d’animo ed è tra i principali promotori del Fronte militare clandestino dei Carabinieri, inquadrato nella più ampia organizzazione guidata dal colonnello Montezemolo. Arrestato dalle SS, l’ufficiale romagnolo finisce nell’orrore del carcere di via Tasso e viene torturato alla presenza della moglie Lina, che ricorderà: «Lo trovai appoggiato al muro col viso sanguinante per i pugni e le frustate; otto o dieci uomini erano ancora intorno a lui e ognuno sfogava su di lui il proprio istinto bestiale: chi aveva in mano un grosso pallone che gli batteva sullo stomaco e sul ventre; chi gli conficcava lunghi spilli nelle carni e sotto le unghie. Egli non emetteva un gemito».

E qui la storia si tinge di nuovo di giallo, con una donna misteriosa, Elena Hoehn, di origini tedesche, che attraversa tutta la storia, prima entrando nella vita del fratello Giuseppe e diventandone a lungo l’amante e la convivente, e poi nella vita e nella morte del tenente colonnello Frignani, ospitandolo nel periodo della clandestinità e forse tradendolo e consegnandolo al comandante delle SS a Roma, Herbert Kappler.

Fatto sta che Giovanni Frignani il 24 marzo 1944 viene trucidato alle Fosse Ardeatine, a 47 anni non ancora compiuti. E che Elena nel dopoguerra andrà in carcere, dove stringerà amicizia con Celeste Di Porto, detta la Pantera nera, accusata di aver aiutato fascisti e tedeschi ad arrestare molti ebrei romani poi uccisi alle Fosse Ardeatine o deportati ad Auschwitz. La donna tedesca verrà sottoposta a un processo, che si chiuderà con un imprevedibile colpo di scena.

Facendo ricorso a lettere, diari, memoriali, testimonianze di parenti, documenti d’archivio dell’Arma e di altre istituzioni, gli atti del processo per individuare le responsabilità dell’arresto e della delazione, giornali, fotografie e filmati dell’epoca, Avagliano pubblica un’altra biografia preziosa che, pur ricca di un imponente apparato di note e supportata da una ricostruzione precisa, si legge come un romanzo a metà tra il noir e la spy story.

Con la biografia di Giovanni Frignani, Avagliano completa una sorta di «trilogia» di partigiani con le stellette, come la definisce lui stesso, dopo quelle dedicate al colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo e al generale Sabato Martelli Castaldi. Tre personaggi che ci dimostrano che «la Resistenza ebbe tante e diverse anime, da quella partigiana e gappista a quella militare degli Imi e delle bande autonome, da quella armata a quella civile, da quella religiosa a quella laica, da quella cattolica a quella ebraica o protestante, rappresentando un fenomeno assai più variegato, ricco e plurale rispetto a quanto troppo a lungo si è pensato».

Questo libro, infine, rappresenta anche una «autobiografia resistenziale dell’Arma», per utilizzare le parole di Avagliano. I carabinieri erano malvisti dai fascisti e dai tedeschi perché fedeli ai Savoia e per aver materialmente eseguito l’arresto di Mussolini, avviando quel processo che tra il 25 luglio e l’8 settembre aveva portato l’Italia a completare il «tradimento» nei confronti del Reich. In più, erano «colpevoli» di aver partecipato, dopo l’armistizio, alla battaglia per la difesa di Roma e alle Quattro giornate di Napoli.

Tutte queste vicende attraversano la biografia di Frignani, compreso il sacrificio di Salvo D’Acquisto, la deportazione di massa dei carabinieri di Roma del 7 ottobre 1943, l’organizzazione del Fronte clandestino dei carabinieri guidato dal generale Filippo Caruso, con un ritmo incalzante che documenta l’apporto dell’Arma alla liberazione dell’Italia dal nazifascismo.

(Corriere della Sera, 19 marzo 2025)

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