Storie - Il Giusto siciliano

di Mario Avagliano
 
Domani a Favara, in provincia di Agrigento, verrà ricordato Calogero Marrone, il deportato politico siciliano morto nel Lager di Dachau e dichiarato nel 2013 "Giusto tra le Nazioni". Il programma prevede alle ore 9, in Piazza della Pace, l’inaugurazione del Giardino della Memoria, con la piantumazione di un albero della vita e la scopertura di un’epigrafe, e alle ore 10, al castello Chiaramonte, un convegno sulla figura di Marrone, con la partecipazione tra gli altri del presidente dell'Istituto Siciliano di studi ebraici Maria Antonietta Ancona, della studiosa Lucia Vincenti, del presidente e del segretario dell'Anpi di Palermo Ottavio Terranova e Angelo Ficarra e di Daniela Marrone, una delle nipoti del Giusto.
 
Antifascista, classe 1889, Marrone era capo dell’Ufficio anagrafe del Comune di Varese e dopo l’8 settembre del 1943 entrò a far parte del gruppo partigiano "5 Giornate del San Martino". In quel periodo Varese, città di frontiera, divenne la meta di numerosi antifascisti ed ebrei, desiderosi di tentare il passaggio nella vicina e neutrale Svizzera, considerata la terra della salvezza. 
Marrone approfittò del suo incarico al Comune per rilasciare documenti d’identità falsi ad ebrei ed antifascisti, permettendo così loro di superare il confine e di salvarsi. Scoperto a causa di una delazione, venne arrestato il 7 gennaio 1944 da ufficiali della Guardia di Frontiera tedesca e, prima di essere deportato nel Reich, venne rinchiuso e torturato nelle carceri di Varese, Como e S. Vittore a Milano e nel campo di  concentramento di Bolzano. Morì nel Lager di Dachau il 15 febbraio del 1945, ufficialmente di tifo.
A Marrone avevano dedicato un libro, nel 2003, Franco Giannantoni e Ibio Paolucci, Un eroe dimenticato (edizioni artirigere). Una curiosità: una delle nipoti del Giusto siciliano, Manuela, è la moglie dell’ex leader della Lega Umberto Bossi.
 
(L'Unione Informa e Moked.it del 17 marzo 2015)
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'Tempesta'. Gruber, storia di famiglia tra nazismo e fascismo

di Mario Avagliano
 
In ogni tragedia collettiva esiste una responsabilità individuale. Che non risparmia neppure una terra di frontiera come il Sudtirolo, dove anzi l’oscuro passato di molte persone è segnato da due dittature: l'una subita, il fascismo, l'altra sciaguratamente scelta, il nazismo. Dopo il successo di Eredità, Lilli Gruber in questo secondo capitolo della saga della sua famiglia, intitolato Tempesta (Rizzoli, pp. 294, euro 19), riprende la narrazione della vicende di Hella Rizzolli, la sua prozia maestrina dalla penna nera infatuata di Hitler, per seguirla attraverso gli anni violenti della seconda guerra mondiale.
Avevamo lasciato Hella e la sua famiglia perseguitati dal fascismo, perché colpevoli di voler difendere la loro lingua e identità, dopo che nel novembre del 1918 il Sudtirolo e i suoi oltre 250.000 abitanti di lingua tedesca erano passati di colpo dall’Impero austro-ungarico all'Italia. Anche la maestrina era stata portata via dai carabinieri, venuti a prenderla fino in casa dei suoi genitori, a Pinzon, nel 1938. Era stata gettata in prigione, interrogata, condannata al confino dai fascisti in un villaggio in Basilicata. E tutto per aver insegnato il tedesco ai bambini nelle scuole clandestine del Sudtirolo.
 
Il racconto avvincente della vita di Hella, sospeso tra la Storia e la narrativa, e basato su lettere, diari, interviste e documenti d’archivio (con qualche licenza d’immaginazione nella ricostruzione dei dialoghi e di alcuni personaggi), riprende nel 1941, con l’avvio della campagna di Russia, in un’Europa in cui il nazismo dilaga vittorioso.
Hella crede ancora nel Führer, ma lui le sta strappando ciò che ha di più prezioso al mondo: l’adorato fidanzato Wastl, che parte per il fronte russo dopo un’ultima settimana d’amore a Berlino. Sul treno che la riporta a Pinzon, la maestrina conosce un giovane comunista tedesco, Karl, che sotto falsa identità è in fuga da una Germania ormai troppo pericolosa per i nemici del nazismo. Suo padre è stato tra i primi a essere arrestati durante l’epurazione dei comunisti del marzo 1933; la fidanzata Ida è ebrea. Lui ha deciso di rifugiarsi in Sudtirolo.
Ma neppure quella terra incantevole, chiusa tra le montagne, è al sicuro dalle tempeste della storia. L’orrore del nazismo e la realtà della guerra arrivano anche lì, con la loro scia di spie, delatori, approfittatori, e l’appendice violenta della persecuzione degli ebrei, degli oppositori politici e dei disabili (tra cui i 299 pazienti «optanti» dell’ospedale psichiatrico di Pergine, quasi tutti soppressi nel criminale piano nazista Aktion T4). Nel frattempo Wastl muore in combattimento in Russia, Hella si risveglia dal sogno nazista, scoprendo che si tratta di un incubo, e Karl è costretto a confrontarsi con il Mostro nazista, nei panni del fratellastro Oskar.
Una storia d’amore e di sofferenza. Ma nella parabola di Hella si disegna anche la tragedia di un popolo, quello sudtirolese, intrappolato tra due regimi sanguinari e prigioniero di un dilemma: salvarsi la vita o salvarsi l’anima? Un dilemma che molti risolsero facendo la scelta sbagliata, aderendo alla croce uncinata, come Hubert, lo zio della Gruber, fratello maggiore della madre, che partì volontario a diciotto anni. E nel dopoguerra ci fu perfino chi aiutò i familiari di alcuni gerarchi nazisti, tra cui Mengele, Himmler e Göring, a trovare rifugio e una nuova vita in Sudtirolo.
Molti sbagliarono ma non tutti, come sottolinea l’autrice. Perché anche nel Sudtirolo ci fu chi coraggiosamente, come il canonico Michael Gamper e la nipote Marta, pur difendendo il Deutschtum, la germanicità, nel 1939 si schierò tra i Dableiber, ovvero quel 13 per cento di sudtirolesi che non optò per la Germania, osteggiando e combattendo, per quanto possibile, la follia nazista.
 
(Il Messaggero, 25 ottobre 2014) 
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Storie - Palatucci e il metodo storico

di Mario Avagliano
 
In attesa del 17 dicembre, data in cui la commissione di studiosi incaricata dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane di fare chiarezza sulla figura dell’ex questore di Fiume Giovanni Palatucci, proclamato Giusto tra le Nazioni dallo Yad Vashem nel 1990, dovrebbe presentare le conclusioni dei suoi lavori, due nuovi libri cercano di portare un contributo al dibattito.
 
Uno è opera del giornalista Nazareno Giusti, “Giovanni Palatucci. Una vita da (ri)scoprire” (Tra le Righe Libri, pp. 160) e l’altro è dello storico e giornalista dell’Osservatore Romano Giovanni Preziosi, “L’affaire Palatucci. ‘Giusto’ o collaborazionista dei nazisti?”, di prossima uscita per le Edizioni “Comitato Palatucci”.
Il libro di Nazareno Giusti è una sorta di viaggio-intervista ad alcuni personalità che si sono occupate della figura del poliziotto irpino. Il saggio di Preziosi invece presenta i documenti e le testimonianze su Palatucci da lui raccolte negli ultimi anni e in parte pubblicate nei suoi articoli sull'Osservatore Romano.
 
La novità rispetto al passato è il tentativo di misurare l’attendibilità delle testimonianze anche attraverso la documentazione coeva. Il dibattito su Palatucci, quindi, è uscito dalle secche del dibattito politico. 
 
Ricostruire la storia, d’altra parte, richiede un metodo scientifico. È esattamente questo lo sforzo che ha in corso la commissione di studiosi presieduta da Michele Sarfatti, composta da Mauro Canali (Università di Camerino), Matteo Luigi Napolitano (Università degli Studi Guglielmo Marconi), Marcello Pezzetti (Fondazione Museo della Shoah di Roma), Liliana Picciotto (responsabile ricerche storiche della Fondazione Cdec e consigliere UCEI), Micaela Procaccia (dirigente della Direzione generale per gli archivi del ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo) e Susan Zuccotti (Centro Primo Levi, New York). Presto ne sapremo di più.
 
(L'Unione Informa e Moked.it del 25 novembre 2014) 
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Shoah, ecco i disegni dell'orrore

di Mario Avagliano
 
Sulla difficoltà di raccontare l'orrore dei lager, si sono esercitati in passato diversi storici, qualificati sociologi e gli stessi ex deportati. C'è un confine delicato e invalicabile tra ciò che riesce ad esprimere la parola orale o scritta e ciò che invece è per sua natura "indicibile". Ma dove non arriva la parola, possono soccorrere i disegni di chi ha vissuto l'inferno dei campi di concentramento, che "hanno la forza cruda dell'occhio che ha visto e che trasmette la sua indignazione". 
Così scriveva nel 1981 Primo Levi nella prefazione al lavoro di ricerca di questa preziosa documentazione visiva sui lager nazisti condotto dal ragionier Arturo Benvenuti, originario di Oderzo, bancario di professione e per hobby poeta e pittore. Una raccolta straordinaria, rimasta praticamente inedita per trent'anni, e che solo ora, in occasione del settantesimo della liberazione di Auschwitz e alla vigilia della Giornata della Memoria, vede finalmente la luce in libreria, con il titolo "K.Z. Disegni degli internati nei campi di concentramento nazifascisti" (edizioni BeccoGiallo, pp. 272, euro 26), a cura di Roberto Costella. Una parte di questi disegni sarà esposta per un mese a Roma, in una mostra aperta al pubblico, presso la Libreria Fandango, dal 27 gennaio al 27 febbraio. 
 
Nel settembre 1979, il cinquantaseienne Benvenuti si mise in viaggio con la moglie a bordo di un camper per una sorta di via crucis, di pellegrinaggio laico e riparatore lungo le "stazioni" di Auschwitz, Terezín, Mauthausen-Gusen, Buchenwald, Dachau, Gonars, Monigo, Renicci, Banjica, Ravensbrück, Jasenovac, Belsen, Gürs, visitando archivi, musei, biblioteche del Vecchio continente, incontrando decine di sopravvissuti, recuperando testimonianze perdute e fotografando centinaia di disegni, per lo più realizzati dagli internati negli stessi lager con spezzoni di matita e su fogli di fortuna, qualcuno dipinto dai superstiti nell'immediato dopoguerra o da chi entrò nei campi come liberatore e volle fermare la memoria su carta. 
Ne nacque un volume concepito come un "frammento di memoria universale", al quale Primo Levi eccezionalmente concesse l'onore della prefazione. All'epoca Benvenuti lo stampò fuori commercio in poche centinaia di copie e meritoriamente oggi viene pubblicato e messo a disposizione di un pubblico più vasto. 
Dai bozzetti, le ombre, i chiaroscuri delle 250 opere in bianco e nero selezionate con cura e passione da Benvenuti, emerge il quadro grigio e desolante della vita, anzi della non vita di uomini e donne di tutte le nazionalità in quel particolare microcosmo, dominato dall'annullamento di ogni tratto di umanità e dall'incubo perenne e incombente della morte. 
Si resta colpiti soprattutto dal fatto che le figure dei deportati sembrano sospese nel nulla, in un'atmosfera irreale, quali fantasmi scheletrici indistinguibili, che vagano come ombre tra le baracche, non di rado con i lineamenti deformi o deformati o ancora coprendosi il volto con le mani. Un'umanità dolente e senza identità, accatastata nei campi, privata della libertà e della dignità, ridotta in schiavitù dalla terrificante macchina dello sterminio messa in piedi da Adolf Hitler, con il suo apparato di carcerieri delle SS e cani ringhianti. 
Benvenuti, che oggi ha 91 anni, nell'introduzione afferma che il libro costituisce "un contributo alla giusta 'rivolta' da parte di chi sente di non potersi rassegnare, nonostante tutto, ad una realtà mostruosa, terrificante". Quello dei prigionieri artisti fu insomma un tentativo di resistere all'orrore (i disegni venivano nascosti e gli autori rischiavano la vita) e anche di testimoniare a futura memoria ciò che è stato, senza "vuote parole, senza retorica". Contro chi avrebbe cercato, come poi purtroppo è avvenuto, di cancellare, negare, mistificare, minimizzare. Con la forza dell'arte e del documento visivo, di fronte al quale davvero viene da pensare e da chiedersi, citando l'opera più famosa di Primo Levi, "se questo è un uomo".
 
(Il Mattino, 25 gennaio 2015)

 

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Storie - il mio ricordo di Elio Toaff

di Mario Avagliano
 
Sulla straordinaria figura di Elio Toaff, ex partigiano, rabbino, intellettuale, uomo del dialogo interreligioso, si è scritto, a giusta ragione, molto in queste ore. Voglio citare un episodio che ho riportato nel mio libro “Di pura razza italiana”, relativo al periodo successivo alle leggi razziste del 1938.
Nel suo libro di memorie (Perfidi giudei fratelli maggiori, Mondadori) Toaff ha raccontato che nell’anno accademico 1938-39 all’università di Pisa, alla quale era iscritto, si recò ben poco perché il «viaggio Livorno-Pisa e viceversa era diventato una specie di calvario per gli studenti di razza ebraica, esposti al dileggio e al disprezzo – qualche volta anche alla violenza – degli studenti fascisti».
In una successiva intervista del 2006, Toaff ha ricordato che una volta, durante il viaggio di andata, «alcuni giovani fascisti mi avevano fermato, mi avevano fatto distendere in uno scompartimento, mi avevano spogliato e avevano scritto delle frasi ingiuriose sulla mia pancia».
Al ritorno a casa, su consiglio del professore di diritto commerciale Lorenzo Mossa (l’unico che in quel clima aveva avuto il coraggio di assegnargli la tesi), Toaff scattò una fotografia di quelle frasi, a futura memoria. Una fotografia che, rivelò nell’intervista, conservava tuttora. 
Forse è ancora lì tra le sue carte. A testimoniare l’Italia razzista del 1938 e il coraggio di un ragazzo ebreo che non si piegò mai alla violenza.
 
(L'Unione Informa e Moked.it del 21 aprile 2015)
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Intervista ad Emilio Gentile: 'La Resistenza valore fondante da condividere'

di Mario Avagliano

Il 25 aprile ricorda in modo specifico il movimento partigiano. In quegli anni ci furono altre forme di opposizione al nazismo e al fascismo, come la resistenza degli internati militari, che rifiutarono di aderire alla Repubblica sociale. Ma si tratta di un fenomeno diverso dai partigiani. Comunque la storiografia oggi ha approfondito anche questi aspetti. Ci sono state ricerche importanti, ad esempio su Cefalonia e sulla resistenza di matrice moderata.
Ha contato anche il clima della guerra fredda?
La guerra fredda è stata decisiva nel rompere il fronte comune della Resistenza, facendo emergere l’antagonismo ideologico tra i vari partiti del Cln, presente fin dal 1946, e favorendo una diversa rappresentazione pubblica degli eventi. Ad esempio, nell’immediato dopoguerra ci fu il tentativo del partito comunista di agitare il vessillo della Resistenza come una rivoluzione incompiuta o tradita dai governi democristiani. E negli anni Cinquanta e Settanta il mito della Resistenza venne di volta in volta rianimato a seconda dell’andamento del conflitto politico e per contrastare il risorgente neofascismo. Di recente si è arrivati quasi a dissolvere questo mito nell’oblio, specialmente per le nuove generazioni.
Nell’ultimo ventennio dal mito della Resistenza si è passati quasi all’antimito, come nel libro “Bella ciao” di Giampaolo Pansa.
In questo la storiografia c’entra poco. Va sempre distinto il piano della storiografia da quello della pubblicistica, la quale quasi sempre non ha aggiunto niente di nuovo a quanto già accertato dalla ricerca storiografica, ma ha presentato semplicemente i fatti con una visione polemica o scandalistica.
Ma c’è del vero nella tesi che i comunisti parteciparono alla Resistenza solo in funzione della rivoluzione proletaria?
Ogni partito contribuì alla Resistenza con il proposito di andare al di là dell’obiettivo immediato e necessario di liberare l’Italia dal nazifascismo. Ma nei fatti i comunisti non fecero la rivoluzione, contribuendo invece, assieme alle altre forze politiche, alla fondazione della Repubblica e alla Costituzione.
La vigilia di questo 25 aprile è stata caratterizzata da una polemica assai aspra sulla partecipazione della Brigata Ebraica e dei rappresentanti dei palestinesi al corteo romano. 
È molto triste. Oltre che da storico, lo dico da cittadino. Il 25 aprile dovrebbe costituire il momento in cui si mettono da parte le differenze ideologiche e politiche e si pone l’accento sui valori comuni della Resistenza. E poi non dimentichiamoci che questa festa ricorda un evento avvenuto in Italia nel 1945: la liberazione. La bandiera che sventolava il 25 aprile del 1945 era quella italiana, ed è l’unica che dovrebbe sventolare nella ricorrenza della Liberazione.
Il 26 gennaio 1955, a Milano, Piero Calamandrei, in un famoso discorso ad un gruppo di studenti, affermò: “Se voi volete andare in pellegrinaggio, nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani”.
È vero. I partiti della Resistenza realizzarono la Costituzione firmata nel dicembre del 1947. E questo nonostante che già durante la celebrazione del 25 aprile del 1947 fossero profondamente lacerati e antagonisti. Vuol dire che qualcosa di quello spirito comune era rimasto.
Il contributo alla guerra di liberazione da parte della Resistenza e del ricostituito esercito italiano come cobelligerante contò alla conferenza di pace a Parigi dell’agosto 1946?
Sì certamente, fu molto importante perché evitò all’Italia di fare la fine della Germania e di essere divisa in zone di occupazione fra americani, inglesi,francesi e jugoslavi.
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha dichiarato alla Camera che non è possibile equiparare i resistenti con i combattenti di Salò.
Mi pare una dichiarazione di buon senso storico. Erano due gruppi di italiani animati da valori completamente contrapposti che si combatterono come nemici. Da una parte c’era chi combatteva per la democrazia e per la libertà, dall’altra parte chi combatteva per conservare, restaurare o addirittura espandere il regime totalitario e razzista. È vero, ci fu chi aderì a Salò in buona fede e per patriottismo, ma la buona fede non cambia la sostanza delle cose. Anche le SS erano in buona fede e patriottiche.
In Italia ci fu “una guerra civile”, come ha sostenuto Claudio Pavone nel suo saggio del 1991?
All’epoca ne erano già convinti i combattenti di entrambe le parti. La storiografia non ha fatto altro che prendere atto di una realtà che per molto tempo è stata ignorata perché si temeva che, parlando di guerra civile, si mettessero sullo stesso piano i resistenti e i combattenti di Salò.
La Resistenza è stata tradita dalle classi dirigenti del dopoguerra?
Si possono avere giudizi diversi sul grado di realizzazione degli ideali della Resistenza. Ma se oggi possiamo parlare liberamente anche di questo, è il prodotto della libertà che la Resistenza ha contribuito a riportare in Italia.
Sui confini orientali però ci furono scontri violenti tra le bande partigiane comuniste e cattoliche ed episodi come l’eccidio di Porzus.
Sono episodi tragici legati a situazioni particolari, su cui si è fatta ampiamente luce e che comunque non mettono in discussione il valore generale della Resistenza.
Neppure le vendette del dopoguerra?
Beh, qui siamo fuori dal perimetro della Resistenza. È come quando si vuol negare il valore storico e ideale del Risorgimento, parlando della repressione piemontese del brigantaggio.

(Il Messaggero, 22 aprile 2015)

La storia dell'eroismo ebraico. Il diritto di liberare i propri fratelli e di combattere l'islamofascismo

Intervista a Mario Avagliano sulla storia della Brigata Ebraica

a cura di Leonardo Rossi

Come e perché nasce l'idea di costituire una Brigata Ebraica? 
Già dopo l'invasione tedesca della Polonia, nel settembre del 1939 l'Agenzia Ebraica offrì l'appoggio della comunità ebraica di Erez Israel allo sforzo bellico degli Alleati e propose di dare vita, come già avvenuto durante la Grande Guerra, a una forza armata ebraica che partecipasse al conflitto contro l’odiato Hitler, che perseguitava da anni gli ebrei in Europa. Londra respinse a lungo la proposta, temendo da un lato la reazione degli arabi e dall’altro che questo significasse un lasciapassare al processo di costituzione di uno Stato ebraico. Ai  volontari arabi ed ebrei fu consentito solo di entrare nelle varie unità dell'esercito inglese.  Ma alla fine, dopo sei anni di negoziazione, la campagna ebraica per un esercito nazionale, alimentata da personaggi come Vladimir Jabotinsky, uno dei fondatori della Legione ebraica dell’esercito britannico durante la Grande Guerra, Chaim Weizmann, leader del Movimento Sionista, e Benzion Netanyahu, padre dell’attuale premier di Israele, e appoggiata anche oltreoceano, ad esempio da molte stelle di Hollywood e di Broadway, ebbe finalmente successo. Fu Winston Churchill, subentrato a Neville Chamberlain alla guida del governo, a dare il via libera nel settembre del 1944, d'accordo col Presidente americano Roosevelt, alla creazione della Brigata Ebraica, esprimendo il suo favore all'idea che gli ebrei potessero combattere “contro gli assassini dei loro connazionali in Europa”.
Quando la Brigata viene fatta arrivare a Taranto, per cominciare la risalita, gli italiani come hanno reagito a una presenza militare così ben identificabile? In fondo, non si sostiene la tesi che gli italiani fossero antisemiti?
In realtà già a partire dall’agosto del 1943 piccole unità o compagnie di soldati ebrei parteciparono alla campagna d’Italia. Ad esempio ci fu una compagnia che sbarcò a Salerno e poi aiutò la popolazione napoletana e gli ebrei della città. E un’altra compagnia, arrivata a Taranto nel novembre del '43, realizzò finte strutture militari per ingannare i comandi tedeschi. Quanto alla Brigata Ebraica, era costituita da tre battaglioni, per un totale di circa 5.500 volontari ebrei provenienti dalla Palestina, allora sotto Mandato britannico, guidati dal generale Ernest Benjamin, ebreo di cittadinanza canadese. La Brigata si addestrò in Egitto, venne inquadrata nell’Ottava Armata e a novembre del 1944 fu destinata al fronte italiano, con un’insegna di battaglia particolare: una stella di David color oro su sfondo a strisce bianche e azzurre. La stessa bandiera che poi venne adottata dallo Stato di Israele. La notizia della costituzione di una unità combattente ebraica suscitò una reazione abbastanza stizzita da parte della propaganda tedesca e di quella della Repubblica di Salò. Le radio tedesche criticavano Churchill per aver permesso "ai giudei di avventarsi come cani idrofobi contro il popolo germanico”, parlando addirittura di “sanguinaria brigata giudaica". Nel nostro Paese, però, dopo la caduta del fascismo gli italiani avevano aperto gli occhi. E in pianura padana i nostri soldati combatterono fianco a fianco con quelli della Brigata Ebraica contro nazisti e fascisti di Salò. 
La Brigata si è distinta in importanti azioni militari, come lo sfondamento della Linea Gotica nella Vallata del Senio, come mai la sua memoria si è così affievolita fino a scomparire?
Il battesimo del fuoco della Brigata Ebraica avvenne in Romagna, con la partecipazione alle operazioni militari alleate per forzare il fronte del Senio, che le procurarono più di 40 vittime fra morti e dispersi, 150 feriti e 21 decorati al valore sul campo. Ai primi di marzo del 1945 la Brigata ebbe il compito di controllare il fronte a nord di Ravenna e poi  il 27 marzo fu trasferita nel settore di Riolo dei Bagni, dove assieme al Gruppo di Combattimento Friuli del ricostituito esercito italiano liberò la cittadina termale. Non fu la sola città liberata dai soldati ebrei, che intervennero anche a Cuffiano, Riolo Terme, Ossano, Monte Ghebbio, La Serra, Imola.
Ci sono anche lati oscuri della loro attività in Italia. Come la decisione di avviare un vero e proprio ufficio di aiuto per l'emigrazione ebraica a Milano, in via Cantù 5. Le forze italiane sapevano di questo esodo organizzato?
Non parlerei di lati oscuri. L’attività delle compagnie militari ebraiche e poi della Brigata Ebraica di aiuto agli ebrei che intendevano recarsi in Israele era nota ed era svolta alla luce del sole. Proprio allo scopo di coordinare l'opera di soccorso ai profughi ebrei che stavano affluendo nell'Italia meridionale, venne costituito a Bari un "Centro profughi", poi trasferito a giugno del 1944 a Roma, a seguito della liberazione della capitale. Man mano che gli alleati risalivano la penisola, altri centri profughi furono istituiti in varie altre città, come Ancona, Ravenna, Firenze, Arezzo, Siena e nella primavera-estate del 1945 in varie città dell'Italia settentrionale, come Milano. L’obiettivo era quello di recuperare i sopravvissuti alla Shoah e addestrare in appositi centri di preparazione professionale chi era interessato a "salire" in Israele. Fu importante anche l'attività dei militari ebrei nell'opera di ricostruzione morale e materiale delle comunità ebraiche delle città liberate. Dopo la persecuzione fascista e la caccia all’uomo da parte dei nazisti e della polizia di Salò, per gli ebrei italiani l'incontro con soldati con il simbolo ebraico della stella di David, fu davvero emozionante. Nell’estate del 1945, infine, le unità della Brigata Ebraica presidiarono il confine con l’Austria, proprio per facilitare il transito dei sopravvissuti dell'Olocausto verso la Palestina. In seguito molti veterani della Brigata diventarono membri attivi nel "Bricha", il movimento clandestino che permise l’immigrazione di migliaia di profughi ebrei in Israele, e poi parteciparono alla guerra del 1948 che portò alla fondazione del nuovo Stato.
Adesso, a Roma è esplosa la polemica per il rifiuto da parte dell'Aned e della Brigata Ebraica di partecipare alla manifestazione in Campidoglio accanto alle bandiere palestinesi. A loro avviso, erano alleati dei nazisti. 
Credo che il problema sia più generale. La manifestazione del 25 aprile riguarda un evento cruciale della nostra storia: la liberazione del nostro Paese dal nazismo e dal fascismo e il ritorno della libertà e della democrazia. L’unica bandiera che dovrebbe sventolare in piazza e nei cortei è quindi quella italiana, tutt’al più assieme a quella delle formazioni partigiane e di chi contribuì alla guerra di liberazione. Fatta questa premessa, a “rigor” di storia non c’è dubbio che, come per primo capì il compianto presidente dell’Anpi Massimo Rendina, la Brigata Ebraica è pienamente legittimata a partecipare alla celebrazione con i suoi vessilli, le bandiere palestinesi invece non c’entrano niente. Ci sono altre occasioni per manifestare la vicinanza o meno alla causa palestinese. 
Vogliamo dire qualche parola sulla “amicizia” palestinese durante la II Guerra Mondiale, da che parte stavano loro? Chi era il Gran Muftì di Gerusalemme e che relazione aveva con Adolf Hitler?
Muhammad Amīn al-Husaynī, che all’epoca era Gran Muftī di Gerusalemme, è stato uno dei principali leader nazionalisti arabi e forse il più feroce e determinato oppositore del progetto di nascita di uno Stato ebraico in Palestina, sostenendo al contrario la creazione di uno Stato islamico. Fu questo il motivo che lo spinse ad allearsi a doppio filo con la Germania di Hitler e l’Italia di Mussolini, collaborando con le forze dell’Asse durante la seconda guerra mondiale, con attività di propaganda e di sabotaggio e l’arruolamento di una divisione di militanti islamici bosniaci nelle formazioni delle SS, in funzione antiebraica. Amīn al-Husaynī condivideva il progetto di Hitler dello sterminio finale degli ebrei e dal 1941 si trasferì a Berlino, dove rimase fino alla fine della guerra. Ormai la storiografia ha accertato, sulla base di una grande quantità di documenti e di carteggi, che il movimento di Amīn al-Husaynī e i vertici del nazismo erano collegati e lavorarono di comune accordo contro la comunità israelitica internazionale e le democrazie occidentali.
Perché l'islamismo si è legato a doppio filo con il nazismo? E come mai buona parte dei gerarchi scampati alle vendette sono scappati in paesi arabi a trazione Baathista. C'è un collegamento di fondo tra baathismo e nazismo?
Sarebbe sbagliato generalizzare. L’Islam non è un monolite indistinto e ci sono anche componenti del mondo islamico moderate e democratiche. Inoltre molti gerarchi nazisti, oltre che nei paesi arabi, fuggirono anche in Usa (vedi il caso degli scienziati) e nell’America del Sud. Fatto sta, però, che il Mein Kampf di Adolf Hitler tra molti islamici è tuttora un best seller. Ed è anche vero che il baathismo siro-iracheno, fondato nel 1943 a Damasco, si ispirò al nazionalsocialismo.
Solamente nel 1998 l'OLP ha tolto dalla sua carta fondativa gli articoli sulla distruzione dello Stato di Israele, ma non Hamas. C'è un fondo di verità storica nella decisione della Brigata ebraica di non voler sfilare accanto ai palestinesi?
Questo è un discorso diverso. Lo ribadisco: la Brigata Ebraica partecipò alla guerra di liberazione ed è giusto che sia in piazza con i suoi vessilli il 25 aprile. Molti palestinesi e arabi, invece, in quegli anni oscuri, si schierarono dalla parte dei nazisti. Punto. Al di là del giudizio che si può avere su Hamas, e il mio è certamente negativo, riproporre la questione del Medio Oriente in funzione o in riferimento alla festa della liberazione, sarebbe un grave errore.

(Il Giornale dell'Umbria, 24 aprile 2015)

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Gli intellettuali spiati dai gendarmi (1945-1980)

Gli intellettuali spiati dai gendarmi (1945-1980)

di  Mario  Avagliano

 

Roma, anni Sessanta. In uno scalcagnato teatro off di via Belli, il Beat 72, dove hanno mosso i primi passi Carmelo Bene e Memè Perlini (e più tardi calcheranno la scena Roberto Benigni e Mario Martone), si tengono spettacolini che disturbano l’Oltretevere. I questurini annotano che il patron Ulisse Benedetti «ha richiesto la licenza per poter tenere pubblici intrattenimenti danzanti». Ma non si fa la danza del ventre: la «sacra messa» viene, come in un sabba demoniaco, oltraggiata dall’«attrice Trombetti Laura, ovvero Laura Betti» che, con capelli cotonati e occhi contornati da una pesante sottolineatura di eyeliner, si esibisce in «una Messa rossa con spogliarello».

 

Cos’ha da spartire l’attrice Laura Betti con gli scrittori Italo Calvino, Carlo Cassola ed Elsa Morante, i pittori Renato Guttuso ed Ernesto Treccani, i registi Pier Paolo Pasolini ed Elio Petri, i giornalisti Giorgio Bocca e Giampiero Mughini e tanti altri intellettuali, artisti ed uomini di spettacolo della Prima Repubblica pedinati dalla polizia e dai carabinieri? Sono personaggi che nessuno si aspetterebbe di ritrovare in mattinali e faldoni della Questura. Eppure sotto controllo per anni ci sono stati proprio loro, a causa dell’appartenenza o vicinanza al Psi e al Pci (e in seguito ai gruppuscoli di estrema sinistra), come rivela il bel libro di Mirella Serri Sorvegliati speciali. Gli intellettuali spiati dai gendarmi (1945-1980), in uscita il 16 febbraio da Longanesi (pp. 279, euro 18). 

 

L’Italia non era la Germania dell’Est del film La vita degli altri, ma certo per decenni i governi a guida democristiana attivarono un’infiltrazione metodica nelle riunioni riservate, cenacoli e circoli che impegnarono le più note teste d’uovo della sinistra, dalla A di Alberto Asor Rosa alla Z di Za ovvero Cesare Zavattini. I segugi – travalicando i compiti istituzionali di pubblica sicurezza – schedavano inclinazioni sessuali, lavori, patrimoni e lo fecero pure per coniugi, amanti, fratelli. La strana vicenda s’intensificò in epoca scelbiana, quando si lavorò intensamente per schedare l’intellighentia di sinistra, ritenuta non solo un covo di potenziali sovversivi ma anche la longa manus della propaganda d’opposizione. 

 

Nei rapporti riservati della polizia emerge la “verità” degli investigatori sull’egemonia culturale del Pci. Un documento del 1954 denuncia che il mondo dello spettacolo è tutto «infiltrato di comunisti e sostenuto dai loro giornali, così che, quando la censura si abbatte con la sua mannaia, i produttori, da Ponti a De Laurentiis, scatenano una canea». Di Vittorio De Sica si sottolinea che il film Stazione Termini è stato prodotto «contro il volere dell’onorevole Andreotti». Quanto a Vittorio Gassman, sarebbe stato politicamente influenzato dal regista Luchino Visconti, «notoriamente affetto da omosessualità». Per il grande Eduardo De Filippo, nonostante il suo antico antifascismo, si adombra il sospetto che l’attivismo nel Pci sia dovuto alla bocciatura di due suoi progetti cinematografici, tra cui uno con Totò.

 

Negli anni Settanta nel mirino dei governi finiranno anche i giovani Gad Lerner, Giangiacomo Feltrinelli, Marco Bellocchio e Paolo Liguori, che a vario titolo militavano nei movimenti di sinistra.  Ma il libro della Serri non è solo una storia di spie. È anche un ritratto tra luci ed ombre dell’intellighenzia italiana che trovò dimora nel Pci, non di rado dopo aver indossato la camicia nera. L’obiettivo dichiarato degli intellettuali era quello di difendere libertà di scelta e di espressione, alzando le barricate contro il potere democristiano, peraltro molto suscettibile quando si sfioravano i nervi scoperti della religione e della morale, come dimostrò il divieto pervicace nel ’63 nei confronti di Gian Maria Volontè di mettere in scena Il vicario di Rolf Hochhuth, un testo in cui si denunciava l’atteggiamento acquiescente di Pio XII verso i nazisti e lo sterminio degli ebrei.

 

Peccato tuttavia che, come osserva la Serri, gran parte di loro fece anche di più, con toni oggi quasi surreali per accenti, ovazioni e genuflessioni, per mitizzare acriticamente il socialismo reale dell’Urss  e dei paesi satelliti e poi, negli anni Settanta, dei paesi socialisti “esotici” emergenti, dalla Cina a Cuba. Pochi furono gli intellettuali che non si adeguarono alla ragion di partito e, per dirla con Norberto Bobbio, difesero «la libertà individuale contro i regimi assolutistici». 

 

Così quando nel gennaio del 1969, a Roma, i giovani universitari di Scienze politiche vollero commemorare  il sacrificio di Jan Palach, all’evento si presentò un solo uomo di spettacolo: Gianfranco Funari, lo showman dal marcato accento romanesco e dalla vistosa dentatura. Tutto il bel mondo dell’intellighenzia impegnata disertò l’appuntamento. Un atteggiamento opportunistico che, conclude la Serri, diversi uomini di spettacolo ed intellettuali, come l’ex marxista Lucio Colletti, hanno riproposto in egual modo in epoca berlusconiana in favore del nuovo Principe.


(Il Messaggero, 14 febbraio 2012)
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