Storie – I 90 anni di Gianfranco Moscati

di Mario Avagliano

Il prossimo 30 dicembre Gianfranco Moscati compirà 90 anni. Nacque nel 1924, ultimo di cinque figli, in viale Certosa a Milano, e nel dopoguerra ha vissuto tra Napoli e Locarno, in Svizzera.
A queste tre terre è legata la sua storia. A Milano, dopo l’emanazione delle leggi razziste del 1938, subì la persecuzione fascista e, dopo l’8 settembre del 1943, anche quella nazista, e fu costretto a rifugiarsi con la famiglia in Svizzera. A Napoli si trasferì nel 1952, al seguito del fratello Sandro, per motivi di lavoro, e s’innamorò della città del Vesuvio e vi restò per più di cinquant’anni.

Dal 1967 Moscati ha cominciato a raccogliere documenti, lettere, cartoline, oggetti, libri e francobolli sui temi dell’ebraismo, dell’antisemitismo e delle persecuzioni, in Italia e in Europa. Preziosa la sua attività nell’esporre e pubblicare quanto trovato (fra i lavori più recenti, “Racconti ebraici”, scritto a quattro mani con Gustavo Ottolenghi). Moscati ha donato una parte della sua straordinaria collezione all’Imperial war museum di Londra, che gli ha dedicato una sezione del suo sito web, e una parte al Meis, il Museo dell’ebraismo italiano di Ferrara.
Il grande collezionista celebra il suo genetliaco in modo originale, con un libretto intitolato “I 90 anni di Gianfranco Moscati”, in cui ricorda il suo impegno di solidarietà per l’Ospedale pediatrico Alyn, centro di riabilitazione di Gerusalemme e per due realtà napoletane, l’istituto comprensivo “Scialoja-Cortese”di San Giovanni a Teduccio e l’Associazione per i bambini “Gioco, immagine e parole”, sempre di San Giovanni a Teduccio. Un impegno tradottosi nell’acquisto di attrezzature, laboratori e strumenti. Chi vuole contribuire, può contattarlo all’e-mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..

(L'Unione Informa e Moked.it del 28 ottobre 2014)

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Storie - Giustolisi e l'armadio della vergogna

di Mario Avagliano
 
Vent’anni fa, nel maggio del 1994, a Palazzo Cesi, presso la sede della Procura generale militare, in via degli Acquasparta a Roma, fu ritrovato per caso un armadio, protetto da un cancello chiuso a chiave, con le ante rivolte verso il muro. Conteneva un grande registro con ben 2273 voci, su cui era annotato tutto quel che conteneva o aveva contenuto: 695 fascicoli; con i nomi dei responsabili, nazisti e fascisti di Salò, delle stragi commesse in Italia tra il 1943 e il 1945, da Marzabotto a Sant'Anna di Stazzema, fino alle Fosse Ardeatine. L’armadio era stato occultato in nome della “ragion di Stato” e della logica della guerra fredda, per non destabilizzare il fragile equilibrio che si era venuto creando in Europa con la divisione tra Germania dell’Ovest e Germania dell’Est.
Fu il giornalista e scrittore Franco Giustolisi a realizzare lo scoop, parlando per la prima volta di “armadio della vergogna”, avviando una battaglia per fare luce su quella oscura vicenda e pubblicando il libro-denuncia "L'armadio della vergogna" (Nutrimenti, 2004). Il saggio di Giustolisi, assieme al lavoro di indagine del procuratore Antonio Intelisano, portò all'apertura di quell'armadio, a processi e a condanne. Sulla questione fu poi istituita, con legge n.107/2003, una Commissione parlamentare d’inchiesta sulle cause dell’occultamento di fascicoli relativi a crimini nazisti. Grazie al suo impegno civile, il giornalista ricevette la cittadinanza onoraria di Stazzema e quella di Fivizzano.
 
Giustolisi si è spento ieri a Roma, a 89 anni. Nato nella capitale il 20 luglio 1925, esordì a "Paese Sera" e 1963 divenne inviato, prima per "Il Giorno", poi per la Rai (Tv7), quindi per il settimanale "Espresso", dove concluse la sua carriera giornalistica. Si è occupato di terrorismo, di mafia e della P2. Insieme a Pier Vittorio Buffa ha pubblicato "Al di là delle mura" (Rizzoli, 1984) e "Mara, Renato e io" (Mondadori, 1988), libro-intervista con Alberto Franceschini, uno dei fondatori delle Brigate Rosse insieme a Curcio.
L'ex ministro della Giustizia, Paola Severino, ha ricordato che quando il procuratore militare Infelisi “riuscì a rintracciare, far estradare e condannare all'ergastolo Priebke”, a quel processo, in cui la Severino rappresentava la parte civile su incarico dell'Unione delle Comunità ebraiche italiane, Giustolisi “diede un insostituibile apporto di informazione, spiegando ai suoi lettori che si può fare un processo anche dopo cinquanta anni, se le ferite di crimini contro l'umanità, come quelle lasciate dall'orrenda strage delle Fosse Ardeatine, sono ancora aperte e vive nelle lacrime e nello strazio dei testimoni".
Tuttavia la domanda di verità e di trasparenza di Giustolisi sulle tragiche stragi di quel biennio ancora risulta inevasa, perché – come ha ammesso ieri la Presidente della Camera Laura Boldrini, “molti di quei documenti sono tuttora coperti da segreto a 70 anni di distanza”.
 
(L'Unione Informa e Moked.it del 18 novembre 2014)
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Storie – Il bunker segreto di Hitler

di Mario Avagliano 
 
Si torna a parlare delle armi segrete naziste. È stato ritrovato in Austria un bunker gigantesco dove, secondo le primi ricostruzioni, gli scienziati e i tecnici di Adolf Hitler avrebbero lavorato ai test per realizzare una rudimentale bomba atomica e alla produzione del micidiale missile V2 (Vergeltungswaffe, in tedesco arma di rappresaglia), che fu utilizzato dalla Germania nelle ultime fasi della seconda guerra mondiale per colpire la popolazione di Gran Bretagna e Belgio. Si tratta di un complesso sotterraneo, largo più di 75 acri, nei pressi della piccola cittadina di St Georgen, non lontano dal lager di Mauthausen-Gusen. La scoperta risale a fine dicembre ed è stata resa ufficiale e rilanciata dal quotidiano inglese The Independent. 
A portare alla luce il bunker segreto è stato il documentarista Andreas Sulzer, che da anni indaga sulle fabbriche di morte sotterranee del Terzo Reich e che è risalito alla località grazie ad un’annotazione di diario di un fisico tedesco che aveva lavorato nella struttura e al rapporto di una spia americana della Cia del 1944 nel quale si parlava della possibile esistenza di un programma di produzione di armi nella zona. Per individuare il sito, Sulzer e i suoi collaboratori hanno effettuato alcuni test scientifici, scoprendo in prossimità del bunker un alto livello di radiazioni. Durante gli scavi, sono stati rinvenuti elmetti nazisti e altri manufatti delle SS. 
La cosa curiosa è che all’epoca dei fatti la stessa Raf inglese, con un velivolo militare di ricognizione, aveva scattato diverse immagini aeree del luogo, sospettando che nelle cavità sottoterranee fosse nascosta una struttura bellica tedesca. Ma neppure le ispezioni compiute nella zona nell’immediato dopoguerra consentirono di scoprire il bunker, che era stato ben nascosto dai nazisti. 
 
Sulzer ha affermato che si trattava di «un enorme complesso industriale e probabilmente il più grande campo di produzione di armi per il III Reich». In queste cavità migliaia di deportati lavorarono alla costruzione dei missili V2 (un’altra fabbrica del missile era situata nel campo di concentramento di Mittelbau-Dora). Forse anche alcune armi chimiche vennero sperimentate nella struttura e il quotidiano The Independent azzarda l’ipotesi che gli scienziati tedeschi lo abbiano utilizzato pure come laboratorio per il progetto di realizzazione della bomba atomica che, per fortuna, non riuscirono mai a portare a termine. 
Nella costruzione del bunker morirono migliaia di deportati di varia nazionalità. Sulzer sostiene che furono prelevate “centinaia di prigionieri per le loro abilità specifiche, come chimici, fisici o altri esperti, per lavorare a questo progetto mostruoso”. A dirigere il bunker segreto fu chiamato il generale delle SS Hans Kammler, che in quegli anni supervisionò la costruzione dei lager nazisti e fu il responsabile della realizzazione dei missili V2 e del sistema di gallerie sotterranee del Terzo Reich, che comprendeva i campi di Ebensee, Mauthausen e Gusen. Kammler nel dopoguerra entrò nel programma "Paperclip", nome in codice della missione strategica dell'Oss il cui obiettivo era di reclutare gli scienziati nazisti, cancellando il proprio passato, acquisendo una nuova identità e diventando un cittadino americano. 
Secondo le prime ricerche del team di Sulzer, questa struttura segreta era collegata, attraverso lunghi tunnel che correvano sottoterra, ad altri siti militari, tra i quali il B8 Bergkristall, la fabbrica segreta dove venne costruito il Messerschmitt Me 262, il primo caccia a reazione della storia. 
Un altro sito collegato era quello di Mauthausen-Gusen. Nelle gallerie di Gusen già nel 2012 sono stati rilevati elementi di radioattività «26 volte superiori alla norma» che fanno pensare all'esecuzione di test nucleari. Lo storico Rudolf Haunschmied ne è convinto ed ha affermato che dai documenti risulta che "più si avvicinava la fine della guerra, più Gusen diventava cruciale. Hitler esigeva di essere costantemente informato su Gusen. Tutta l'area del campo fu dichiarata 'zona vietata', il lager stesso venne completamente minato. Nessuno, in caso di sconfitta, doveva conoscere la verità". La ricerca continua.
 
(L'Unione Informa e Moked.it del 13 gennaio 2015)
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Storie – A lezione di razzismo nell’Italia fascista

di Mario Avagliano 
 
“Ma fra i nuovi conquistatori si era mescolata la razza giudaica, disseminata lungo le rive del Golfo Persico e sulle coste dell’Arabia, dispersa poi lontano dalla patria d’origine, quasi per maledizione di Dio, e astutamente infiltratasi nelle patrie degli Ariani, Essa aveva inoculato nei popoli nordici uno spirito nuovo fatto di mercantilismo e sete di guadagno, uno spirito che mirava unicamente ad accaparrarsi le maggiori ricchezze della terra. L’Italia di Mussolini, erede della gloriosa civiltà romana, non poteva rimanere inerte davanti a questa associazione di interessi affaristici, seminatrice di discordia, nemica di ogni idealità”. 
 
Così si leggeva ne "Il libro della quinta classe elementare: letture" di Luigi Rinaldi, edizione 1941, nel capitolo "Le razze", per giustificare le misure razziste adottate dal regime a partire dal 1938 nei confronti degli ebrei. È uno dei documenti presentati nella mostra "A lezione di razzismo - Scuola e libri durante la persecuzione antisemita", allestita a Bologna in occasione della Giornata della Memoria, presso il Museo Ebraico, e aperta al pubblico fino all’8 marzo. 
 
Il sistema dell’istruzione scolastica fu il primo ad essere colpito dai provvedimenti razzisti, con l’espulsione dei docenti e degli studenti ebrei dalle scuole, e fu uno degli strumenti principali del regime fascista per inoculare il veleno razzista nella popolazione italiana, in particolare nelle nuove generazioni, attraverso i libri di testo, i temi scolastici e le lezioni degli insegnanti, prendendo di mira prima le popolazioni colonizzate dell’Africa e poi gli ebrei. 
 
Lo attestano i materiali della mostra, provenienti dall’Indire, l’Istituto nazionale di documentazione, innovazione e ricerca educativa, istituito nel 1925 con l'obiettivo di ospitare un'esposizione permanente della "scuola nuova", frutto della riforma Gentile. Libri, quaderni, diari, oltre a diverse fotografie dell'epoca, che illustrano il clima in cui crebbe la gioventù in quegli anni, fondato sul mito della superiorità della razza latina, sulla rigida divisione tra "civilizzati" e "non civilizzati", a partire dagli abitanti autoctoni delle colonie dell’Impero, e sull’esaltazione dei ragazzi bianchi e fascisti. E contribuiscono a spiegare il forte consenso alle leggi razziste degli italiani dell’epoca. Un film in bianco e nero che non fa onore all’Italia, ma che bisogna ricordare. 
 
(L'Unione Informa e Moked.it del 3 febbraio 2015)
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Ciao comandante Max....

Scomparso a 95 anni Massimo Rendina
 
Sono ore tristi per me. E' scomparso ieri a Roma l'ex partigiano Massimo Rendina, all'età di 95 anni. E' stato uno dei miei Maestri di Storia, insieme a Vittorio Foa e Giuliano Vassalli. Fu lui a spingermi all'iscrizione all'Anpi di Roma, a farmi dirigere il Centro Studi della Resistenza e a propormi come vicepresidente. Era un uomo di straordinaria umanità, intelligenza, dolcezza, integrità morale. Amava i giovani ed era da loro amatissimo. Fu anche l'ideatore della Casa della Storia e della Memoria, il cui sogno si realizzò grazie all'allora sindaco Walter Veltroni. Vanno ricordati la sua partecipazione alla seconda guerra mondiale, nella Campagna di Russia; la sua storia di coraggioso comandante partigiano; la sua brillante carriera di giornalista; il suo impegno civile nell'Anpi; il suo impegno storiografico di studioso attento della Resistenza. Vi propongo la sua scheda biografica.
 
Massimo Rendina, nato a Mestre (VE) il 4/1/1920 da Federico e Maria Manara; morto a Roma l’8/2/2015. Studente alla facoltà di giurisprudenza dell'università di Bologna. Prestò servizio militare in fanteria nei guastatori, e poi con il grado di sottotenente dei bersaglieri partecipò alla campagna di Russia nel Csir.
 
Congedato nell'autunno 1942, nel dicembre fu nominato condirettore di "Architrave", il mensile del GUF bolognese, diretto da Eugenio Facchini, pure lui reduce dal fronte russo. Nelle intenzioni dei gerarchi fascisti bolognesi i due reduci avrebbero dovuto dare un tono più fascista al giornale, considerato un foglio della fronda. Pio Marsilli e Vittorio Chesi, il direttore e il condirettore della gestione precedente, erano stati destituiti d'autorità e proposti per il confino di polizia, perché considerati antifascisti. Invece i due nuovi giornalisti diedero al giornale un contenuto e un tono che non era più di fronda, ma di aperta contestazione del regime e della guerra. Nella nota Motivo ideale, siglata M.R. (Massimo Rendina) si legge: «Ormai la retorica illusione di una vittoria facile e di una guerra lampo è sprofondata nell'abisso del passato». La nostra «è sempre stata, sin dal primo colpo di cannone, una guerra difensiva» e «Ora soltanto il conflitto appare definitivamente difensivo nella sua intima essenza e si trasmuta in una lotta integrale, assoluta, di vita o di morte, estranea ad ogni altro pensiero che non sia di sopravvivere alla distruzione di tutto il mondo» ("Architrave", 31/1/43). Nello stesso numero, in una nota dal titolo Indagine sulla Russia, parlando dell'esperienza fatta sul fronte orientale, si chiese: «a) come mai il popolo russo, che non è convinto della bolscevizzazione, la tollera come un gioco, resiste, non si ribella, combatte con valore?; b) come mai dopo un'improvvisa e stupefacente disfatta militare, creduta da tutto il mondo irreparabile, ha opposto un'accanita resistenza e proprio sul principio dell'ultimo atto del grande dramma riconquistando parte delle posizioni perdute con un successo che ha del soprannaturale?». «Noi non crediamo - proseguiva — in una serie di astute ed avvedute manovre da parte del governo rosso: le ragioni sono piuttosto da ricercarsi nel sistema organizzativo e nelle vicende naturali della guerra che vedono l'alternarsi della fortuna, da una parte e dalla altra dei combattenti». Concludeva che se i russi «hanno sorpreso chiunque, la situazione delle armate tedesche non va considerata assolutamente nel campo del "disastroso"».
 
Chiuso "Architrave", dopo la caduta del fascismo, Rendina passò a "il Resto del Carlino", dove ebbe come collega Enzo Biagi. Quando, dopo l’8/9/43, al giornale fu nominato un direttore repubblicano, intervenne all'assemblea dei redattori per annunciare pubblicamente che non avrebbe collaborato con la RSI.
 
Abbandonò il giornale e si trasferì in Piemonte, dove - come un altro reduce di Russia, Nuto Revelli -  prese parte alla lotta di liberazione, con il nome di battaglia di Max il giornalista.
 
Militò prima nella 19a  Brigata Giambone Garibaldi, con funzione di capo di stato maggiore, e successivamente nella 103a Brigata Nannetti della 1a Divisione Garibaldi, della quale fu prima comandante e poi capo di  stato maggiore. Fu in contatto anche con Edgardo Sogno, che fece ricevere alla sua divisione lanci di munizioni da parte degli inglesi. Partecipò alla liberazione di Torino. Ferito, è stato riconosciuto invalido di guerra. E’ stato partigiano dall'1/11/43 al 7/5/45.
 
Lo zio Roberto Rendina fu ucciso alle Fosse Ardeatine a Roma.
 
Nel capoluogo piemontese Rendina riprese la professione di giornalista a l'Unità, con Giorgio Amendola e Ludovico Geymonat. Terminata la guerra, si occupò di cinema scrivendo film con Piero Tellini, curò poi la settimana Incom con Luigi Barzini junior e successivamente entrò in Rai, dove prima lavorò al giornale radio e poi fu direttore del primo telegiornale. 
Cattolico, nel dopoguerra Rendina uscì dal Pci e aderì alla sinistra della Dc, collaborando con Aldo Moro, Mariano Rumor e Benigno Zaccagnini.
 
Il presidente del Consiglio Fernando Tambroni chiese ed ottenne il suo allontanamento dalla Rai. Aldo Moro lo reintegrò, nominandolo condirettore del giornale radio e mandandolo in America a fondare Rai Corporation.
Negli ultimi anni della sua vita Rendina è stato uno dei principali protagonisti dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, rivestendo per oltre dodici anni la carica di presidente del Comitato Provinciale ANPI Roma e diventando, nell’aprile 2011, vicepresidente nazionale. È stato nominato anche membro del Comitato scientifico dell'Istituto Luigi Sturzo per le ricerche storiche sulla Resistenza
È stato, inoltre, l’ideatore della Casa della Memoria e nella Storia inaugurata a Roma dalla giunta Veltroni nel 2006 e fondatore dell’associazione di telespettatori cattolici Aiart.
 
Nel 2011 ha raccontato nel documentario Comandante Max, diretto da Claudio Costa, la sua esperienza di guerra in Russia e nella Resistenza.
 
È stato anche un appassionato studioso della Resistenza. Ha pubblicato: Italia 1943-45. Guerra civile o Resistenza?, Newton, Roma 1995; Dizionario della Resistenza italiana, Editori Riuniti, Roma 1995. Ha anche curato la “Cronologia della Resistenza romana”, pubblicata sul portale storico www.storiaXXIsecolo.it, di cui è stato anche il fondatore.
 
E’ morto all’età di 95 anni, a Roma.
 
Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha voluto ricordare la memoria di Rendina, mandando un messaggio di cordoglio alla moglie: "Per la scomparsa di un testimone leale e appassionato di molti decenni della nostra storia". Il presidente della Repubblica ha ricordato la partecipazione di Rendina "alla tragica ritirata di Russia e la successiva, decisa scelta di campo nelle file della resistenza", nella quale assunse il nome di 'comandante Max', distinguendosi "per coraggio e lungimiranza politica". Nel dopoguerra, ha affermato ancora il presidente Mattarella, "fu brillante giornalista e comunicatore, ricoprendo posizioni di prestigio. L'immagine più nitida che mi resta di lui- ha concluso il capo dello stato- è quella, più recente, di instancabile dirigente dell'anpi, al vertice della quale ha saputo difendere la memoria autentica dei valori della resistenza e tramandarla ai giovani con passione ed entusiasmo".
 
(a cura di Mario Avagliano)
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Storie - Gli ebrei e il Regno Sabaudo

di Mario Avagliano
 
La storia italiana è stata “sempre strettamente connessa con quella più specifica della sua bimillennaria componente ebraica”. Così Pia Jarach ha scritto nella prefazione al libro di Gianfranco Moscati “Gli ebrei sotto il Regno Sabaudo. Combattenti – Resistenza – Shoah” (editore Origrame), dal quale è nata una mostra itinerante che ora giunge a Roma, dove viene presentata domani 11 febbraio alle ore 17,00 presso la Camera dei Deputati (Complesso di Vicolo Valdina).
La mostra, che sarà aperta al pubblico dal 12 al 20 febbraio (ore 10-18, con ingresso a Piazza di Campo Marzio 42), illustra attraverso documenti ed immagini la partecipazione degli ebrei italiani alla vita nazionale nei 150 anni di regno sabaudo, dalle guerre risorgimentali fino alle leggi razziste del 1938, all’adesione alle bande partigiane e alla deportazione nei lager nazisti.
 
Viaggiando attraverso i preziosi frammenti di Memoria raccolti da Gianfranco Moscati, scopriamo così che tra i mille garibaldini sbarcati a Marsala ben sette erano ebrei. E c’erano diversi ebrei in tutte le guerre italiane, spesso partiti volontari per amor di patria: dalla guerra italo-turca del 1911 alla Grande Guerra, fino alla guerra di Etiopia e alla guerra di Spagna.
Solo alla Seconda guerra mondiale gli ebrei non parteciparono (salvo pochissime eccezioni, come il generale Umberto Pugliese del Genio Navale, richiamato in servizio nel 1941, essendo l’unico in grado di recuperare le corazzate italiane affondate dagli inglesi nel porto di Taranto), perché esclusi dall’esercito, come da ogni altro settore della società civile, a seguito dei provvedimenti razzisti.
E in quegli anni gli ebrei sono protagonisti anche dell’antifascismo (basti ricordare i fratelli Rosselli) e della Resistenza (il più giovane partigiano ucciso in combattimento fu l’ebreo Franco Cesana). Non poteva mancare un capitolo dedicato alla persecuzione degli ebrei e alla Shoah. La pagina più nera di quel secolo e mezzo, alla quale anche i Savoia e tanti altri italiani contribuirono.
 
(L'Unione Informa e Moked.it del 10 febbraio 2015)
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Foibe, il dramma degli italiani di Istria e Dalmazia

di Mario Avagliano
 
“Per troppo tempo le sofferenze patite dagli italiani giuliano-dalmati con la tragedia delle foibe e dell'esodo hanno costituito una pagina strappata nel libro della nostra storia". Lo ha detto ieri il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, al termine delle celebrazioni a Montecitorio per il Giorno del Ricordo. Una commemorazione che quest’anno ha viste unite tutte le forze politiche, in un clima più sereno del passato e qualche polemica solo a livello locale, a Napoli e a Milano, dove alcuni esponenti del centrodestra hanno accusato i sindaci De Magistris e Pisapia di aver dimenticato la ricorrenza.
Gli antefatti delle foibe risalgono al primo dopoguerra. Nel 1920 il trattato di Rapallo assegna all’Italia Trieste, Gorizia, l’Istria e Zara e dichiara Fiume “città libera”. Quello stesso anno Benito Mussolini, in visita a Pola, chiarisce: “Di fronte a una razza inferiore e barbara come la slava, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone”. Le bande fasciste la mettono subito in pratica, dando alle fiamme nell’intera Venezia Giulia 134 edifici di sloveni e croati.
 
Dopo la “marcia su Roma” e la nomina a capo del governo, Mussolini persegue una strategia di “bonifica nazionale” nei confronti della popolazione slava, definita sprezzantemente come “allogena”. E così, tra il 1923 e il 1927 vengono rimossi gli impiegati e gli insegnanti slavi dagli uffici pubblici e dalle scuole, viene proibito l’uso dello sloveno e del croato, vengono soppresse le loro organizzazioni culturali, ricreative e culturali e viene imposta l’italianizzazione dei cognomi e delle località.
Un nuovo capitolo si apre con la seconda guerra mondiale e  l’invasione da parte italo-tedesca della Jugoslavia nell’aprile 1941. Altro che “italiani brava gente”, anche le nostre truppe di occupazione si macchiano di eccidi, fucilazioni, incendi di villaggi, deportazioni. “Non occhio per occhio e dente per dente! Piuttosto una testa per ogni dente”, come ordina il generale Mario Roatta. E migliaia di civili slavi muoiono di stenti nei campi di internamento italiani. Uno dei peggiori è sull'isola dalmata di Arbe, ma il regime fascista istituisce decine di campi anche in Italia, da Gonars (Udine) ad Alatri (Frosinone).
Dopo l’armistizio dell’8 settembre, sloveni e croati insorgono in favore dei partigiani jugoslavi di Tito, dando sfogo al desiderio di vendetta contro i fascisti italiani. È in questo periodo che si registra la prima ondata di violenze in Istria e in Dalmazia, con l’uccisione di alcune centinaia di fascisti nelle foibe, caverne a forma di imbuto rovesciato, che possono raggiungere la profondità di 200 metri.
A inizio ottobre del ’43 i nazisti e i fascisti rioccupano l'Istria e la mettono a ferro e fuoco, arrestando migliaia di partigiani, di ebrei e di oppositori slavi, molti dei quali vengono rinchiusi ed uccisi nella Risiera di San Sabba a Trieste, l’unico campo di sterminio italiano, e altri deportati in Germania.
Il 1° maggio del 1945 la IV armata di Tito entra a Trieste e a Gorizia. In un clima di resa dei conti, a cadere dentro le foibe e ad andare nei campi di concentramento (famoso quello di Borovnica) sono migliaia di persone, comprese donne e bambini. Non solo fascisti, ma anche cattolici, liberaldemocratici, socialisti, parroci, per la sola “colpa” di essere italiani o di opporsi a Tito.
La tragedia degli istriani e dei dalmati non finisce qui. Il 10 febbraio del 1947 l’Italia ratifica il trattato di pace: l’Istria, Fiume e Zara passano sotto la Jugoslavia. Trecentocinquantamila italiani sono perseguitati e costretti all’esilio forzato, perdendo quasi tutti i loro averi: case, patrimoni, attività. E quando giungono in Italia, spesso vengono accolti come fascisti. Sul loro dramma, come denuncerà l’ex capo dello Stato Giorgio Napolitano nel 2007, cala un vergognoso silenzio, sull’altare della guerra fredda e delle pregiudiziali ideologiche. Fino a quando il Parlamento nel marzo del 2004 approva la legge 92, che istituisce il 'Giorno del ricordo'.
 
(Versione più sintetica su Il Messaggero, 11 febbraio 2015)
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Cazzullo e la Grande Guerra dei dolori senza voci né eroi

di Mario Avagliano
 
La Grande Guerra 1914-1918, che noi italiani chiamiamo del 15-18, è l’unica guerra senza eroi di vaglia. Non ci fu un Annibale, un Cesare, un Alessandro Magno. Né ci furono statisti o generali famosi, a differenza della seconda guerra mondiale. Oggi soltanto gli storici, tanto per restare sul fronte italiano, si ricordano del generale Luigi Cadorna, oppure di Salandra e di Orlando. I veri eroi di quel conflitto di un secolo fa, come scrive Aldo Cazzullo, furono i semplici fanti. Fu davvero, come recita il titolo del suo nuovo saggio, La guerra dei nostri nonni (Mondadori, 264 pagine, 17 euro).
Con la penna del brillante cronista ma anche l’acume del saggista attento e documentato, attraverso lettere, diari e testimonianze anche inedite, Cazzullo ci conduce nell'abisso del dolore del primo conflitto mondiale. Le vicende di alpini, arditi, prigionieri, poeti e scrittori in armi (come Giuseppe Ungaretti e Curzio Malaparte) s’incrociano con quelle di crocerossine, prostitute, spie, inviate di guerra, persino soldatesse in incognito. 
 
La quasi totalità dei soldati sono sconosciuti, come il nonno di Papa Francesco, Giovanni Bergoglio, che combatté sull’Isonzo e sul Piave, oppure l’ultimo reduce della Grande Guerra, Carlo Orelli, intervistato dallo stesso autore nel 2004 e morto l’anno dopo a 110 anni. Qualcuno però, negli anni successivi, sarà protagonista della storia, come Adolf Hitler, Benito Mussolini, Charles De Gaulle e Angelo Roncalli, il futuro Papa Giovanni XXIII.
Il cuore del libro è il racconto, carico di tensione morale, del sacrificio di una grande massa di italiani alle ragioni atroci dell’industria della guerra. A partire dai reparti lanciati sotto il fuoco nemico sul Carso e sulle Alpi trentine, al grido di “Savoia!”, che diventano il prezzo da pagare per il terreno conquistato: un ettaro, diecimila morti. «Un olocausto necessario», come lo definisce il generale di corpo d’armata Vincenzo Garioni. Furono almeno sei i casi (il più celebre è quello raccontato da Emilio Lussu in Un anno sull’altopiano) di austriaci che interruppero il fuoco e gridarono agli italiani di tornare indietro, di non farsi massacrare così.
E poi i feriti, i mutilati, gli esseri rimasti senza volto, e l’esercito dei fanti resi folli da quel che avevano visto e patito, come il soldato che in manicomio proseguiva all'infinito il suo compito di contare i morti in trincea. Le decimazioni di innocenti da parte di una casta militare che, almeno fino a Caporetto, si dimostrò la più sprezzante d’Europa (tranne forse quella russa) nei confronti dei propri soldati. E le donne friulane e venete violentate dagli invasori dopo la disfatta di Caporetto; con l'istituto degli «orfani dei vivi», dove le mamme andavano di nascosto a vedere i «piccoli tedeschi» che erano pur sempre loro figli.
Ogni voce critica viene duramente punita. La risposta è la legge marziale, la repressione. Un artigliere ventunenne di Viterbo è condannato a 22 mesi di carcere per aver detto a suo padre di riferire alla gente che la guerra è ingiusta, perché «voluta da una minoranza di uomini. Chi fa la guerra è il popolo, i lavoratori, loro che hanno le mani callose sono questi che muoiono». Un civile viene sorpreso a cantare una canzone di trincea: «Il general Cadorna ha scritto alla regina / se vuoi veder Trieste te la mando in cartolina». Sei mesi di reclusione. Alla fine della guerra, i tribunali militari avevano celebrato 350 mila processi ed emesso 210 mila condanne: renitenza, diserzione, indisciplina.
Ma nella Grande Guerra, salutata dai futuristi come “sola igiene del mondo”, non mancano le storie a lieto fine, come quelle raccolte da Cazzullo su Facebook, in una moderna riedizione di Spoon River. E il conflitto, assieme alle distruzioni e alle morti, porta con sé anche una ventata di novità. Perché nelle città, in assenza degli uomini, chiamati a combattere, segna l'inizio della libertà per molte donne, che dimostrano di poter fare le stesse cose dei mariti, fidanzati o padri: lavorare in fabbrica, guidare i tram, laurearsi, insegnare, fumare.
L’occasione della guerra rappresenta anche la prima sfida – vinta - dell’Italia unita, dal Nord al Sud. Il giovane stato italiano poteva essere spazzato via. Eppure dimostra di non essere più «un nome geografico», come credevano gli austriaci, ma una nazione. Questo non toglie nulla alle gravissime responsabilità - che il libro denuncia con forza - di politici, generali, affaristi, intellettuali, a cominciare da Gabriele D'Annunzio, che trascinarono il Paese nel grande massacro. Ma, come scrive Cazzullo, “può aiutarci a ricordare chi erano i nostri nonni, di quale forza morale furono capaci, e quale patrimonio di valori portiamo dentro di noi”.
 
(Il Messaggero, 12 ottobre 2014)
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