Quel 'segreto brutto' di Primo Levi

di Mario Avagliano

Ada Gobetti, moglie di Piero e autrice di quel Diario partigiano che narra le pulsioni, le contraddizioni e la complessità del movimento di liberazione, aveva ammonito gli storici a rappresentare la Resistenza senza «impacchettarla con un bel cartellino per mandarla al museo». E aggiungeva: «Se sapremo analizzare spregiudicatamente quel periodo con i suoi contrasti, i suoi limiti, i suoi errori, daremo ai giovani la possibilità di una scelta».
Preoccupazioni fondate. Nel dopoguerra l’epopea resistenziale è stata rappresentata con un’aurea di romanticismo e qualche eccesso di retorica. Almeno fino al 1991, anno di uscita di Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza (Bollati Boringhieri) di Claudio Pavone. Da allora la storiografia ha fatto passi da gigante nella direzione di un’analisi più veritiera di quel periodo, che ne esaltasse il carattere patriottico ma indagasse anche sui limiti, le divisioni e le violenze del movimento (vedi l’eccidio di Porzus, in cui persero la vita tra gli altri Francesco De Gregori, zio del cantautore, e Guido Pasolini, fratello del poeta) e sulle vendette del dopoguerra. Cosa che la letteratura aveva già fatto da tempo, con i romanzi di Italo Calvino, Carlo Cassola e Beppe Fenoglio.
Ora, alla vigilia del 25 aprile, giunge in libreria un nuovo saggio, Partigia. Una storia della Resistenza, di Sergio Luzzatto (Mondadori), lanciato da una lunga e documentata recensione di Paolo Mieli sul Corriere della Sera, che si occupa della breve stagione partigiana di Primo Levi, l’autore di Se questo è un uomo, sulle montagne di Amay, in Valle d’Aosta, tra l’ottobre 1943 e il febbraio 1944, e che ancora prima dell’uscita ha già infiammato il dibattito tra intellettuali e storici, suscitando aspre polemiche.

Partigia è il termine gergale con cui in Piemonte venivano chiamati i combattenti antifascisti e Luzzatto racconta l’apprendistato da ribelle del giovane dottore in chimica torinese che, giunto lì da “sfollato”, si unisce ad una banda composta da comunisti e anarchici, fino alla cattura assieme a Luciana Nissim e Vanda Maestro, ebree come lui, al trasferimento a Fossoli e al viaggio verso Auschwitz.
L’episodio centrale che viene scandagliato da Luzzatto è la fucilazione da parte della banda di partigiani di Levi, all’alba del 9 dicembre 1943, su un campo innevato del Col de Joux, sopra Saint-Vincent, di due giovanissimi elementi della stessa formazione, Fulvio Oppezzo di Cerrina Monferrato e Luciano Zabaldano di Torino, di 18 e 17 anni, per l’accusa di furto. Un’esecuzione a freddo, senza un processo istruttorio. I due nel dopoguerra verranno fatti passare per vittime dei fascisti e diventeranno martiri della Resistenza.
La storia non è inedita ed era stata già ricostruita da Frediano Sessi in Il lungo viaggio di Primo Levi (Marsilio), uscito in libreria lo scorso gennaio e, prima ancora, nel 2008, dal ricercatore piemontese Roberto Gremmo sulla rivista Storia ribelle.
«La necessità in cui i partigiani si trovarono durante la Resistenza di sopprimere uomini entro le loro stesse file, per le ragioni più diverse e variamente gravi – spiega Luzzatto -, ha rappresentato a lungo un tabù della storiografia».
Lo stesso Levi si vergognava di quell’episodio. In un passaggio di un suo libro, Sistema periodico, uscito nel 1975, nel capitolo Oro, aveva accennato alla fucilazione e l’aveva definita «un segreto brutto» che aveva spento in lui e nei suoi amici «ogni volontà di resistere, anzi di vivere». Ma in una sorta di autocensura, non aveva citato i nomi e le circostanze di quanto accaduto.
Luzzatto non è nuovo a operazioni di smitizzazione di personaggi simbolo della storia italiana. Lo aveva già fatto con un saggio dissacrante sulla figura di Padre Pio. Non c’è da scandalizzarsi. È giusto inquadrare anche un protagonista della cultura italiana e mondiale come Primo Levi nella sua umanità e nelle sue debolezze, testimoniate dalla tragica fine per suicidio nel 1987. Peraltro il senso di colpa e lo smarrimento che emergono dalla sue parole e dal suo comportamento non offuscano la sua figura che, come osserva Ernesto Ferrero, «anche da questo episodio esce più grande che mai».
Tuttavia a molti, come ad esempio Marco Revelli, figlio del partigiano Nuto, e autore dell'Einaudi al pari di Luzzatto, non è piaciuto «l’uso scandalistico» di questa vicenda storica. Gad Lerner su la Repubblica si è detto turbato, difendendo Primo Levi e definendolo un Maestro. Guido Vitale, direttore di Pagine Ebraiche, ha anticipato che il periodico dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane dedicherà gran parte del prossimo numero di maggio all’affaire Levi, con un saggio di Alberto Cavaglion in cui si criticano «senza mezzi termini i grandi rischi che le operazioni a effetto possono comportare, confondendo in definitiva le acque sulla figura di Levi e sul ruolo della Resistenza».
Anche lo storico Giovanni De Luna, sempre sulle colonne di la Repubblica, ha espresso un giudizio severo: «Non accetto nel revisionismo questa continua enfasi sulla rottura della cosiddetta "vulgata resistenziale", sulle scoperte di "verità tenute nascoste". Sono argomenti privi di fondamento. Tutto ciò era emerso da tempo».
Sul fronte opposto, quotidiani come Libero e Il Giornale hanno applaudito alla «svolta» di Luzzatto, citando anche le pagine del suo libro dedicate al clima di violenze e di vendette dell’immediato dopoguerra a Casale Monferrato, e lodando la sorta di «mano tesa» a Giampaolo Pansa e alle sue tesi, soprattutto dopo le critiche feroci che lo stesso Luzzatto gli aveva rivolto negli anni scorsi.
Non c’è dubbio che la ricerca storica debba essere libera e senza censure, raccontando anche gli episodi imbarazzanti o scabrosi della Resistenza. A settant’anni dai fatti (proprio quest’anno ricorre l’anniversario), gioverebbe però ricordare i valori di fondo della guerra di liberazione e la lezione di Italo Calvino nel romanzo Il Sentiero dei Nidi di Ragno: «Dietro il milite delle Brigate nere più onesto, più in buonafede, più idealista, c'erano i rastrellamenti, le operazioni di sterminio, le camere di tortura, le deportazioni e l'Olocausto; dietro il partigiano più ignaro, più ladro, più spietato, c'era la lotta per una società pacifica e democratica, ragionevolmente giusta, se non proprio giusta in senso assoluto, ché di queste non ce ne sono».

(Il Messaggero, 28 aprile 2013)

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Gino Bartali. Il coraggio del campione

di Mario Avagliano

«Oh, quanta strada nei miei sandali / quanta ne avrà fatta Bartali / quel naso triste come una salita», cantava Paolo Conte. Ma è grazie ai suoi meriti extrasportivi, la partecipazione alla Resistenza e il salvataggio di molti ebrei, che Gino Bartali, il campionissimo italiano delle due ruote, è stato celebrato anche oltre Atlantico, con la pubblicazione del saggio Road to Valor dei canadesi Andres e Aili McConnon, fratello e sorella, rispettivamente ricercatore storico e giornalista di varie testate statunitensi (New York Times, Wall Street Journal e Guardian).

Ginettaccio, staffetta partigiana, durante la seconda guerra mondiale contribuì a sottrarre centinaia di ebrei tra Toscana e Umbria dalle grinfie dei nazifascisti, salvando un’intera famiglia dalla deportazione ad Auschwitz. Il libro made in Usa, che ripercorre le sue gesta, ora approda anche in Italia, dove sarà in libreria il 23 maggio col titolo La strada del coraggio – Gino Bartali, eroe silenzioso (edizioni 66thand2nd).
Inediti dettagli su Bartali, classe 1914, originario di Ponte a Ema, frazione di Firenze, che nella sua leggendaria carriera ha vinto tre Giri d’Italia e due Tour de France, erano stati rivelati alcuni mesi fa da Adam Smulevich su «Pagine Ebraiche». In una testimonianza il fiumano Giorgio Goldenberg (che da quando vive in Israele ha cambiato il suo nome in Shlomo Pas) aveva raccontato che il popolare Ginettaccio e il cugino Armandino Sizzi nella primavera-estate del 1944 nascosero per alcuni mesi a Firenze, nella cantina di una casa in via del Bandino, di loro proprietà, i quattro componenti della sua famiglia (padre, madre e due bambini, Giorgio e Tea), impedendone l’arresto da parte dei nazisti.
Il libro americano, ricco di testimonianze e documenti, è diviso in tre parti e ricostruisce l'infanzia e la giovinezza del campione, fino al trionfo al Tour de France del 1938 (e Gino si lamenterà delle ingerenze politiche del regime fascista che gli impedirono di realizzare l'accoppiata Giro-Tour, vietandogli la corsa rosa); il periodo bellico, la sua militanza nell’Azione Cattolica, mal tollerata dal fascismo, e l'attività clandestina nella Resistenza; e poi, dopo la liberazione, il ritorno alle competizioni ciclistiche e la storica rivalità con Fausto Coppi che divise il tifo sportivo dell’Italia repubblicana, nel fervore della ricostruzione, trasformandosi anche in un fenomeno socio-politico: Coppi simil-Peppone, “rosso” e laico, e Bartali-don Camillo, “bianco” e cattolico. Fino alla seconda straordinaria vittoria al Tour del 1948, con gli occhialoni infangati di fango, che in qualche modo allentò la tensione esplosa nel Paese dopo l'attentato al segretario del Pci Palmiro Togliatti, e alla morte avvenuta a Firenze nel maggio del 2000.
Memorabili le sue battute «L'è tutto sbagliato l'è tutto da rifare», il suo spirito bonario, il fumare come una ciminiera e la verve polemica da toscano, che non disdegnava il buon Chianti.
Bartali fu staffetta partigiana a partire dall'autunno 1943 su incarico dell'arcivescovo di Firenze, il cardinale Elia Dalla Costa, e al servizio della rete clandestina Delasem messa in piedi dall’ebreo pisano Giorgio Nissim. Il ciclista toscano fingeva di allenarsi per le grandi corse a tappe che sarebbero riprese dopo il conflitto ma in realtà trasportava documenti falsi, celati in una sorta di cilindro montato sulla canna della bici, simile a una pompa per tubolari, per circa 630 ebrei nascosti in case e conventi tra Toscana e Umbria. Centinaia di km percorsi in bici avanti e indietro, da Firenze ad Assisi (la strada del coraggio), per “consegnare” nuove identità alle famiglie ricercate con feroce determinazione dai fascisti della Rsi e dai nazisti.
Bartali non si vantò mai di questa sua esperienza e non volle raccontarne i dettagli. «Non si specula sulle disgrazie altrui», soleva rispondere a chi gli chiedeva ulteriori ragguagli. Soltanto dopo la sua scomparsa, è stato possibile approfondire questo capitolo della sua esistenza, che potrebbe presto portarlo a essere iscritto nel registro dei Giusti del Museo Yad Vashem di Gerusalemme. E grazie a Ginettaccio, nel 2014 proprio la sua Firenze potrebbe avere l’onore di aprire il Tour De France. Una candidatura appoggiata dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e dal Conseil Représentatif des institutions juives de France. Quell’anno infatti si celebra il centenario dalla nascita di Gino Bartali, campione sulle due ruote e nella vita.

(Il Messaggero, 24 maggio 2013)

 P.S.: apprendiamo proprio oggi che purtroppo la partenza del Tour 2014 sarà da Londra. Firenze a questo punto è in pole position per il 2015!

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Diario proibito. L'Aquila anni Quaranta e la RSI

di Mario Avagliano

Quando mi è stato proposto di scrivere la prefazione per il romanzo storico di Mario Fratti, Diario Proibito. L'Aquila anni Quaranta (grauseditore), ambientato all’epoca della Repubblica Sociale e del primo dopoguerra, ho provato molta curiosità. Cosa spingeva un drammaturgo di fama mondiale, che vive dal 1963 a New York, vincitore di ben sette “Tony Award” (l’Oscar del teatro), autore di decine di opere, spesso a fondo sociale, rappresentate in tutti i teatri del mondo (tra i quali il musical Nine, liberamente ispirato al film 8½ di Federico Fellini, che ha superato la cifra record di duemila repliche), a ripescare dai cassetti un testo scritto negli anni Cinquanta? Pagina dopo pagina, ho capito che Fratti, al pari di quanto fatto in alcune sue opere teatrali (da Tangentopoli a Mafia), in questo suo primo (e per ora unico) testo narrativo, con il suo stile crudo, privo di pudicizia, che spesso colpisce duro alla testa come una sassata, fatto di dialoghi serrati e di frasi secche come fucilate, aveva un intento di denuncia. Sotto tiro c’è l’Italia di ieri e di oggi. L’Italia complice di Mussolini e del nazismo, delle sue violenze e delle sue bestialità. L’Italia che non ha mai epurato i fascisti, anzi li ha riciclati nei posti di comando. L’Italia che tuttora stenta a fare i conti con il Ventennio e con Salò, propagandando il mito di un fascismo buono.
Siamo nel dopoguerra inoltrato. Il protagonista del romanzo è un giovane adulto, impiegatuccio senza infamia e senza gloria, che vivacchia in quel di Venezia, affittuario di una camera nell’appartamento di due donne sole, ossessionato in modo quasi compulsivo dal sesso, solitario o a pagamento. La febbre lo costringe a restare a casa e mentre mette in ordine una vecchia valigia dei documenti, spunta fuori un quaderno dalla copertina scura: il suo diario proibito e dimenticato. Fogli di quando, imberbe sedicenne, aveva aderito a Salò, anche per lo sfizio di vestire la divisa lucida da soldato e uscire armato con una scintillante pistola nella fondina. Fogli vecchi che puzzano, in ogni senso, non solo all’olfatto, e che se qualcuno li avesse trovati nel ’45, avrebbero provato che chi li aveva vergati era un ufficiale “nero”. La scelta dell’io narrante e della sua identificazione nell’adolescente fascista (al quale Fratti arriva addirittura ad attribuire la sua età dell’epoca e il suo nome, Mario) a primo acchito è spiazzante e imbarazza chi legge. L’autore, abruzzese di nascita, come ha spiegato nell’introduzione, utilizza per costruire la sua storia molti ricordi autobiografici ma in realtà già da ragazzo era tutt’altro che seguace di Mussolini. Era animato da vividi sentimenti antifascisti e i suoi amici del cuore erano i partigiani che poi vennero chiamati i “Nove Martiri di L’Aquila”, anche se lui non trovò il coraggio di seguirli in montagna. Tuttavia, man mano che il romanzo va avanti, l’identificazione tra l’autore e il ragazzo di Salò (poi adulto) protagonista della storia mostra tutta la sua potenza evocativa. All’imbarazzo iniziale del lettore, subentra la vergogna. È come guardarsi allo specchio e non piacersi, anzi provare disprezzo per se stessi. È come guardare allo specchio, da italiani, una pagina di storia che abbiamo voluto dimenticare (e che qualcuno addirittura vuole equiparare alla Resistenza), e che invece Fratti ci costringe a rimestare. Inchiodandoci, senza possibilità di scampo, alla lettura di torture, vessazioni, violenze di ogni tipo che subiscono gli oppositori politici, le donne, tutti coloro che finiscono nelle grinfie del Comando di Presidio fascista guidato da un maggiore che per il suo sadismo e il suo opportunismo ricorda da vicino gli aguzzini della banda Koch. Il panorama del collaborazionismo fascista dipinto da Fratti è putrido e fosco. Le pagine del romanzo sono affollate da puttane, delatori, spie, approfittatori, antisemiti o gente che è pronta a mutare atteggiamento verso i fascisti o i ribelli a seconda dell’andamento della guerra. Un panorama che fa ribrezzo, ma di cui vi sono numerose testimonianze storiche. D’altronde Fratti, proprio all’epoca della stesura del romanzo, si era documentato sulle violenze fasciste ai partigiani, per scrivere il radiodramma “Il nastro”, vincitore del premio Rai ma mai trasmesso alla radio. Certo, va detto che non fu sempre così: la Repubblica Sociale non fu solo un covo di violenti, sadici o opportunisti. Ci fu chi, pur nell’errore della scelta, mantenne un contegno dignitoso e aderì alla Rsi in buona fede oppure facendosi gabbare dalla propaganda fascista e nazista che, come è descritto bene nel romanzo, fece di tutto per alimentare l’odio verso gli Alleati. Sullo sfondo, e neppure tanto sullo sfondo delle pagine di Fratti, emerge anche un’altra Italia, quella dei partigiani animati da amor di patria che resistono fieri alle torture e di chi si oppone con coraggio alla barbarie nazista e fascista. Italiani che, in qualche modo, colpiscono anche il ragazzo di Salò, che a volte simpatizza con loro ma, fino alla fine, mai trova la forza di emanciparsi dall’influenza magnetica e dal condizionamento psicologico del maggiore. Il romanzo si conclude con un pugno nello stomaco, nel pieno degli anni Cinquanta. L’ex ragazzo di Salò, ora impiegatuccio, torna al lavoro dopo la malattia e rivela l’identità del suo capo: il maggiore fascista, diventato ricco imprenditore, che forse ha goduto dell’amnistia Togliatti e nell’Italia che si avvia verso il miracolo economico finanzia in parti uguali Msi e Dc, frequentando i comitati civici anticomunisti e le sacrestie. Il commento amaro finale è: “Qualcosa mi lega ancora a lui. Quello che ho taciuto”. Il silenzio della Storia. Un silenzio che dura ancora oggi. E che lega irrimediabilmente l’Italia fascista a quella del ventunesimo secolo.

(Prefazione al libro di Mario Fratti)

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Storie – Roma e il revisionismo della toponomastica

di Mario Avagliano

La storia non si riscrive con la toponomastica o con i premi alla memoria. Eppure a Roma, medaglia d’oro della Resistenza, c’è chi ne è testardamente convinto. Proprio questa mattina il Consiglio del Municipio Roma II, governato dal centrodestra, ha votato la proposta di risoluzione n. 52 avente per oggetto “Intitolazione strada a Giorgio Almirante” dell’attuale viale Liegi o di un viale di Villa Borghese, avanzata dal consigliere Roberto Cappiello del partito “la Destra” di Storace. La seduta è stata momentaneamente sospesa per le proteste dei partigiani dell’Anpi romana e di diversi esponenti politici (tra cui Carla Di Veroli), ma poi si è proceduto al voto della risoluzione, che fortunatamente è stata bocciata con il voto contrario dei 9 consiglieri del centrosinistra ma anche di un esponente del centrodestra e l’astensione di altri due (tra cui la presidente), mentre 8 consiglieri del centrodestra hanno votato a favore.

L’auspicio è che non venga più ripresentata né in questa né in altra sede. Giorgio Almirante fu infatti il segretario di redazione della rivista "La difesa della razza" (quindicinale che tra il 1938 e il 1943 fu il capofila del razzismo del regime fascista), caporedattore del "Tevere", distintosi per una campagna antiebraica già prima delle leggi razziali. Negli anni della Repubblica Sociale di Salò firmò un bando che imponeva la presentazione ai posti di polizia fascisti e tedeschi degli sbandati o appartenenti a bande, pena la fucilazione nella schiena per quanti non si fossero presentati.

Nei giorni scorsi ha provocato polemiche accese anche la decisione del sindaco Gianni Alemanno e del Campidoglio di concedere l’uso della prestigiosa Pietro da Cortona dei Musei Capitolini per la terza edizione del ‘premio Duelli-Gallitto’, un evento dedicato alla memoria dell’ausiliaria scelta di Raffaella Duelli e del comandante Bartolo Gallitto, entrambi della X MAS, organizzato dall’associazione X flottiglia MAS e da quelle Campo della Memoria ed Armata Silente.
Va ricordato che la X Mas di Junio Valerio Borghese, tra il 1943 e il 1945, oltre ad essere impegnata nelle azioni di repressione dei partigiani, agli ordini delle SS tedesche, macchiandosi di numerosi crimini di guerra, ebbe anche un carattere fortemente antisemita. La rivista della Decima, «L’Orizzonte», ospitò numerosi articoli contro gli ebrei, in particolare di Giovanni Preziosi, uno dei più importanti esponenti dell’antisemitismo di matrice fascista, in cui si sosteneva la teoria del complotto giudaico mondiale, in combutta con la massoneria.

L’Anpi di Roma ha promosso un sit in al Campidoglio ed ha parlato di “manifestazione inopportuna e impropria”, denunciando che queste organizzazioni sono “di chiara matrice nostalgica e revisionista, nate per celebrare la repubblica sociale italiana ed il fascismo”. E il presidente della comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici, ha dichiarato: "Dare spazio logistico e patrocinio ad una kermesse del genere è stato un errore di valutazione, che condanniamo. Questi due signori, combatterono per un'ideologia folle, che ha portato l'Italia al baratro e che ha contribuito a costruire il clima dell'odio nei confronti dei diversi, in particolare nei confronti degli ebrei - con le leggi razziali del 1938 -. Queste persone, con l'occupazione nazista collaborarono con i tedeschi nella deportazione e nello sterminio degli ebrei".

(L'Unione Informa, 26 giugno 2012)

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Graziani, il sacrario e il collaborazionismo con Hitler

di Anna Foa

Affile, piccolo comune del Lazio, noto per aver dato i natali al maresciallo Graziani e per avergli offerto sepoltura, inaugurerà sabato un sacrario alla memoria del ministro della Difesa del governo di Salò. Nell'inevitabile polemica derivata da questa notizia, il sindaco di Affile ha minacciato di querela l'ANPI, che opponendosi al sacrario ha detto che Graziani era stato condannato per crimini di guerra, sostenendo che questi era stato condannato invece per collaborazionismo (nel 1948, una condanna a diciannove anni di cui scontò solo due anni).
Qui le versioni della stampa divergono, in alcune si dice "per collaborazionismo", in altre "solo per collaborazionismo". Senza il "solo", infatti, quel che il sindaco di Affile vuol dire è che il collaborazionismo con i nazisti è stato un fatto positivo, di lealtà all'Italia, non un crimine di guerra. Se ci aggiungiamo il "solo", vuol dire che il collaborazionismo è piccola cosa, assai minore dei crimini di guerra, e che non vale la pena di fare tanto chiasso in proposito. Dal punto di vista storico, è vero che il maresciallo Graziani è stato condannato "soltanto" per il reato di collaborazionismo, come per collaborazionismo, oltre che per tradimento, fu processato in Francia Pétain, condannato a morte e salvato dalla grazia di De Gaulle. Ma la storia ci dice anche, fondandolo su prove irrefutabili, che il maresciallo Graziani ha ordinato l'uso dei gas, l'iprite in particolare, in Abissinia, e ha ordinato rappresaglie sulla popolazione civile, impiccagioni, repressioni senza numero. Il fatto che il tribunale lo abbia condannato "per collaborazionismo", e non per questi suoi crimini di guerra, ci fa forse dimenticare che cosa comportava la collaborazione con i nazisti che avevano invaso il nostro paese? Arresti di ebrei operati in prima persona dai militi della RSI, da Graziani diretti, e consegnati alla deportazione, il proclama che porta la sua firma in base al quale i soldati italiani che non accettarono tale collaborazione furono inviati in deportazione (oltre seicentomila!), repressioni e violenze di ogni tipo nella lotta contro la Resistenza. Aspettiamo il processo per diffamazione minacciato dal sindaco di Affile per dire tutti insieme che Graziani fu un criminale di guerra, e per dirlo a voce alta appoggiandosi, stavolta, sui documenti della storia.

(l'Unione Informa, 6 agosto 2012)

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