Storie – Colorni e il sogno europeo

di Mario Avagliano

Tra le figure meno conosciute della Resistenza e dell’antifascismo italiano c’è quella di Eugenio Colorni, filosofo brillantissimo, confinato politico, partigiano, uno dei tre coautori del Manifesto di Ventotene precursore dell’Unione Europea (gli altri due erano Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi). A fare luce su di lui è un’accurata biografia di Antonio Tedesco, “Il partigiano Colorni e il grande sogno europeo” (Editori Riuniti, pp. 205), patrocinata dalla Biblioteca della Fondazione Nenni, con prefazione di Giorgio Benvenuto, che sarà presentata venerdì 10 ottobre al Circolo "Giustizia e Libertà" di Roma (via Andrea Doria 79).
Eugenio Colorni, appartenente a una famiglia della medio borghesia ebraica milanese, secondogenito di Alberto Colorni e Clara Pontecorvo, è antifascista precoce, già a sedici anni, dopo l’omicidio Matteotti, e prosegue il suo percorso politico all’università, militando nei gruppo Goliardici per la libertà e poi aderendo a GL e al Psi.
In questi anni, anche grazie alla frequentazione con i cugini Sereni (Enrico, Emilio e in particolare Enzo) nelle estati a Forte dei Marmi, aderisce con fervore al movimento sionista, entrando nel 1928 nel comitato di segreteria del terzo congresso nazionale della Federazione Sionistica Italiana e partecipando nel luglio del 1929 al Congresso Sionista Internazionale di Zurigo.
Si allontanerà dal sionismo qualche anno dopo, pur conservando sempre vivo il sentimento di appartenenza alla comunità ebraica, per dedicarsi alla lotta in Italia contro il fascismo.
Iscritto al casellario politico già nel 1930 quale sospetto antifascista, diventa in poco tempo dirigente del Centro Interno Socialista. Il suo arresto il 5 settembre 1938, nel pieno della campagna razzista del regime fascista, farà clamore e sarà additato come esempio dell’antifascismo congenito negli ebrei. Il Corriere della Sera titola: “La trama giudaico-antifascista stroncata dalla vigile azione della polizia”.
Confinato a Ventotene, dove porterà a maturazione il suo ideale europeista a contatto con Spinelli e Rossi, e poi in Basilicata, nell’aprile 1943 si darà alla fuga, raggiungendo Roma ed iniziando un’attività politica clandestina. Nel settembre del 1943 sarà tra i promotori a Roma della Brigate partigiane Matteotti. Ferito gravemente il 28 maggio 1944 durante uno scontro a fuoco con due militi della Banda Koch a Piazza Bologna, morirà il 30 maggio all’Ospedale San Giovanni, dovendo così abbandonare la battaglia per realizzare il suo grande sogno: gli Stati Uniti d’Europa. Pietro Nenni scriverà nel suo diario: “La sua perdita è per noi irreparabile ed è dolorosa per la cultura italiana ed europea”.
In tempi come questi, in cui l’Europa è latitante, smarrita com’è nelle regole ferree dell’economicismo e del rigore dei conti, la figura e il pensiero di Eugenio Colorni, che prospettava un’unione federale di tipo politico e ideale, rappresentano – come ci spiega il libro di Antonio Tedesco - dei punti fermi dai quali ripartire e ritrovare passione ed entusiasmo.

(L'Unione Informa e Moked.it del 7 ottobre 2014)

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Adriana Montezemolo: mio padre eroe dimenticato della Resistenza

di Dino Messina

 
“L’ultima volta che vidi mio padre era il Capodanno del 1944. I baroni Scammacca del Murgo, coraggiosi amici, correndo gravi rischi, ci avevano ospitati al nostro rientro a Roma e avevano organizzato quell’attesa riunione familiare”.
Adriana Cordero Lanza di Montezemolo, ultimogenita del colonnello Giuseppe Montezemolo, il capo del Fronte militare clandestino, ricorda con tratti veloci e precisi la figura del padre, medaglia d’oro, eroe della Resistenza, massacrato alle Fosse Ardeatine nel pomeriggio del 24 marzo 1944, assieme agli altri 334 prigionieri politici, ebrei, detenuti comuni che erano stati prelevati dalla prigione nazista di via Tasso e da Regina.
Nella casa che da molti anni condivide con Benedetto Della Chiesa, nipote di Papa Benedetto XV, in una tenuta agricola che corre proprio lungo la via Ardeatina, Adriana di Montezemolo custodisce memorie importanti, avendo ereditato dalla madre Juccia (Amalia), scomparsa nel 1983, la missione di ricordare quel padre importante, figura centrale della Resistenza, che tuttavia per oltre mezzo secolo è stato tenuto fuori dalla storiografia ufficiale. “Abbiamo avuto infinite manifestazioni di affetto private e ufficiali, culminate in una medaglia d’oro, ma è vero per molto tempo del ruolo di mio padre s’è parlato molto poco. Forse perché noi siamo una famiglia di militari, abituati ai fatti. Certo, mi fece grande piacere leggere nel 2003, sul ‘Corriere della sera’, un articolo di Paolo Mieli in cui diceva che era il momento di far entrare il colonnello Montezemolo nei libri di storia. Meno di dieci anni dopo è arrivata la biografia di Mario Avagliano, ‘Il partigiano Montezemolo’ (Dalai editore) che colmava una lacuna”.
Adriana Montezemolo parla veloce, talvolta si interrompe e si alza per mostrare un cimelio importante, i biglietti del padre dalla prigione di via Tasso, la lettera di ringraziamento del generale Harold Alexander, comandante degli eserciti alleati in Italia, alla mamma Juccia per l’opera insostituibile svolta dal capo delle Forze militari clandestine a Roma, la foto che ritraeva la famiglia per l’ultima estate spensierata a Forte dei Marmi: ci sono il primogenito Manfredi, classe 1924, che aiutò il padre nella lotta clandestina, il secondogenito Andrea, oggi cardinale, che lavorò con il medico Attilio Ascarelli dopo la liberazione di Roma a ricomporre i resti delle vittime delle Fosse Ardeatine, infine, assieme ad Adriana, le sorelle Lidia e Isolda.
Adriana nel dopoguerra si è laureata in fisica con Edoardo Amaldi, ma assieme al marito Benedetto, da cui ha avuto cinque figli, si è sempre occupata di agricoltura, organizzando una tenuta agricola in Kenia e poi dal 1960 seguendo le attività nelle campagne romane e del Viterbese. Le memorie della famiglia si intrecciano a quelle pubbliche. “Ci eravamo trasferiti a Roma da Torino nel 1940, quando mio padre era stato nominato colonnello, il più giovane con quel grado. Diceva che nell’esercito contano gli ufficiali con la c (caporale, come lui era stato nella prima guerra mondiale, capitano e colonnello) perché i più vicini alla truppa. Il papà era una persona affettuosa, ma come usava una volta riservata e severa. Aveva un’autorità eccezionale, tutti glielo riconoscevano, era un capo nato. Dopo la laurea in ingegneria e una breve parentesi di lavoro come civile a Genova, era rientrato nell’esercito dove aveva bruciato le tappe: volontario nella Guerra di Spagna, aveva poi compiuto almeno 16 missioni in Africa settentrionale dove era stato decorato con una medaglia d’argento”.
Fedele ai Savoia, il 19 luglio 1943 aveva accompagnato Mussolini all’incontro di Feltre con Hitler, dove il capo del fascismo non ebbe il coraggio di sostenere con il Fuehrer le ragioni di una pace separata. Fu allora che venne decisa la sorte del Duce e il colonnello Montezemolo ebbe una parte nel suo arresto. Consigliere militare di Badoglio, decise di restare a Roma dopo l’8 settembre per organizzare la difesa militare, quando la corte e tutte le alte cariche dell’esercito e del governo prendevano la via di Pescara. “La funzione di mio padre era di collegamento tra il governo legittimo del Sud e la Resistenza romana. Si era fatto paracadutare alcune radio ricetrasmittenti e comunicava agli Alleati gli spostamenti delle truppe tedesche e tutte le informazioni utili che riusciva ad ottenere”.
Per questo Herbert Kappler, il comandate delle SS di Roma, che poi lo avrebbe interrogato e torturato in via Tasso, lo considerava il nemico pubblico numero uno.
“Passammo quell’estate del 1943 in una tenuta di alcuni amici a Perugia. Mio fratello Manfredi che frequentava il collegio militare a Lucca ci raggiunse a piedi, Andrea invece era con noi. Dopo l’8 settembre nostro padre ci diede l’ordine di non muoverci, la situazione era molto pericolosa, ma non riuscimmo a trattenere Manfredi che andò a Roma in bicicletta e si unì all’organizzazione clandestina con documenti falsi. Nostro padre teneva le fila non soltanto delle forze militari clandestine ma coordinava i gruppi della Resistenza che si andavano formando. ‘Mai avrei pensato – diceva – io monarchico di collaborare e avere buoni rapporti con il comunista Giorgio Amendola”.
Giorgio Amendola, che diede l’ordine dell’attentato al battaglione SS Bozen in via Rasella, da cui scaturì la rappresaglia nazista delle Fosse Ardeatine. “Mio padre credeva alle forze armate clandestine spettasse l’azione di intelligence e il controllo in città. Alla Resistenza civile, che fu aiutata dal Fronte militare clandestino anche con il rifornimento di armi, erano riservate azioni di sabotaggio in campagna. Mio padre era molto preoccupato dalle rappresaglie e finché rimase in libertà riuscì a tenere il controllo della situazione. Dopo il suo arresto, il 25 gennaio 1944, dapprima i protagonisti della Resistenza si dileguarono nel timore che parlasse. Ma quando si accorsero che il colonnello Montezemolo riuscì a resistere alle torture, cominciarono le azioni dei Gap”.
Adriana Montezemolo era rimasta a Perugia con la mamma e le sorelle sino a fine dicembre 1943: “Il 27 dicembre venne a prenderci in macchina un maresciallo dei carabinieri di cui mio padre si fidava. Prima andammo un paio di giorni dai baroni Scammacca, quindi cominciammo a frequentare le scuole al collegio di Trinità dei Monti, dove anche mia madre viveva in una stanza del pensionato, mentre mio fratello Andrea era nel collegio ucraino. Mio padre e mia madre si incontravano il mercoledì in casa Scammacca verso le 14,30, poi di solito uscivano per una passeggiata a Villa Borghese cercando di non dare nell’occhio. All’ultimo incontro, credo il 19 gennaio, tre giorni prima dello sbarco di Anzio, mio padre disse alla mamma che se gli americani non arrivavano a Roma lui sarebbe stato preso. Si sentiva braccato, aveva cinque polizie alle calcagna. La settimana successiva la mamma arrivò prima all’appuntamento, ma attese inutilmente. Arrivò invece mio fratello Manfredi con la notizia che il papà il 25 era stato arrestato”.
Chi era stato a parlare, a fare la delazione, a rivelare che sotto i baffi a manubrio del “professor Giuseppe Martini” si nascondeva il capo della Resistenza militare clandestina? “Ci sono state varie voci, potrei dire dei nomi, ma la verità non si saprà mai. Speravamo che il papà non fosse finito nelle mani delle SS. Una persona terribile, che dava informazioni cercando di carpire denaro, ci disse che lo aveva visto a Regina Coeli, tranquillo che giocava a carte. Strano, pensammo, il papà non gioca a carte”.
Era invece nelle mani di Kappler nella prigione di via Tasso, dove venne torturato per giorni. Nelle stesse stanze, oggi diventate museo, sono esposti gli abiti del prigioniero Montezemolo: una camicia con le cifre, un maglione inglese di marca Wolsey, la giacca e i pantaloni sdruciti.
“Una cugina si era offerta di portare un po’ di biancheria. Dalla prigione di via Tasso filtrarono tre biglietti di mio padre, poi il silenzio. Fino al 25 marzo, quando una donna mostrò a mia madre una pagina del ‘Messaggero’ con la notizia che alle Fosse Ardeatine erano stati giustiziati comunisti e badogliani… Vivemmo nell’angoscia e nella speranza anche dopo aver ricevuto la comunicazione tedesca che potevamo andare a ritirare in via Tasso gli effetti personali di nostro padre. Magari, qualcuno ci confortava, l’anno portato al Nord. Speravamo che l’intervento del Vaticano che avevamo sollecitato avesse avuto qualche effetto. Avemmo la certezza che il colonnello Montezemolo era morto nel peggiore dei modi alle fosse Ardeatine quando la mamma riconobbe alcuni effetti personali, tra cui la fede nuziale, raccolti alle Mantellate, nel luglio 1944, dopo la liberazione di Roma”.
Da allora è cominciata la meticolosa ricostruzione dei fatti, gli incontri che con la memoria rinnovavano il dolore. “In anni recenti, durante un dibattito a via Tasso mi è venuta incontro una signora, era Carla Capponi (la compagna di Rosario Bentivegna che partecipò all’attentato di via Rasella, ndr), mi raccontò che durante la Resistenza aveva incontrato mio padre che le aveva consegnato delle armi. Io la salutati, ma in maniera fredda. Forse ho sbagliato”.
L’ultimo ricordo di quella stagione terribile riguarda il capitato Eric Priebke, il collaboratore di Kappler e interprete delle SS che partecipò al massacro delle Ardeatine. “Arrestarlo in anni recenti – dice Adriana sorprendendoci – è stato un errore. Non l’ho conosciuto ma ho avuto con lui una corrispondenza epistolare attraverso il suo avvocato Paolo Giachini. Gli chiesi se avesse conosciuto mio padre. Mi rispose che non l’aveva mai incontrato. Strano, per uno che faceva l’interprete in via Tasso. Ma perché non dovrei credergli?”.
 
(Il Corriere della Sera,  23 marzo 2015)
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Mario Fiorentini, Via Rasella: "Non fu attentato ma atto di guerra"

Mario Fiorentini, Via Rasella: "Non fu attentato ma atto di guerra"

 
di Mario Avagliano
 
"Via Rasella fu un atto di guerra. Per favore non chiamatelo attentato. Noi eravamo combattenti per la libertà". A 68 anni da quel 23 marzo 1944, parla Mario Fiorentini, il "regista" dell'azione partigiana che uccise trentatre SS polizei del Battaglione Bozen nel cuore di Roma (nei giorni seguenti il bilancio finale salì a 44, compresi due civili italiani). Se Rosario Bentivegna (nome di battaglia Paolo), travestito da spazzino, accese la miccia dell'ordigno nascosto in un carretto dell'immondizia, fu Mario Fiorentini (nome di battaglia Giovanni), intellettuale comunista dai capelli arruffati, figlio dell'ebreo Pacifico, amico di Luchino Visconti, Vittorio Gassman, Lea Padovani, Vasco Pratolini e dei pittori di via Margutta, a ideare l'attacco al Battaglione e a progettarlo in ogni minimo dettaglio, anche se avrebbe voluto realizzarlo in un luogo diverso.
Per lei tutto ebbe inizio il 16 ottobre 1943, giorno della retata degli ebrei da parte delle SS di Kappler.
Quel giorno ero in via Capo le Case n. 18, una traversa di via del Tritone, dove abitavo con la mia famiglia (e dove era stato Mazzini all’epoca della repubblica Romana). Mio padre era ebreo, ma non frequentava la comunità e perciò non era nelle loro liste. Di mattina alla nostra porta bussarono i tedeschi. In realtà cercavano un mio zio. Io ero già nella Resistenza. Li vidi arrivare e feci in tempo a scappare, rifugiandomi in via Margutta, nello studio di Afro e Mirco Basaldella, assieme ai pittori Emilio Vedova e Giulio Turcato. I tedeschi presero i miei genitori e li portarono via; poi mia madre inventò uno stratagemma e riuscirono a fuggire.
Come le venne l’idea di attaccare le SS proprio a via Rasella?
In clandestinità io e i miei compagni di lotta cambiavamo di continuo i nascondigli. Qualche volta dormivo presso una zia che risiedeva dall'altro lato di via del Tritone, vicino a via Rasella. Fu allora che notai il passaggio del Battaglione Bozen in quella strada stretta e in salita. Rividi in quelle divise e in quei passi di marcia nel cuore della città il verde marcio di quelli che erano venuti a prendere i miei genitori. E pensai di agire. Psicologicamente l'ho vissuta così.
È vero che il piano originario era diverso?
Sì, avrebbe dovuto svolgersi in Via delle Quattro Fontane, attaccando i tedeschi appena uscivano da Via Rasella e svoltavano a destra. Fu Carlo Salinari a comunicarmi il cambiamento di programma. Io ero contrario e manifestai il mio disappunto. Non sono mai riuscito a capire da parte di chi venne l’ordine: Giorgio Amendola, della giunta militare nazionale, oppure Cicalini e Molinari della giunta regionale.
L’attacco partigiano di Via Rasella fu un attentato terroristico?
No, fu una battaglia, come ha detto Giorgio Amendola. Non c’è stata solo l’esplosione dell’ordigno nel carretto trasportato da Rosario Bentivegna. Le squadre dei gappisti hanno attaccato i tedeschi  da più lati con bombe da mortaio brixia modificate. Dal punto di vista militare è stata un’azione perfetta, senza nessuna perdita per noi. Kappler trovò 32 morti (uno morì poche ore dopo) e frammenti di bombe da mortaio. Per molto tempo pensò di essere stato attaccato con i mortai; andò anche al Quirinale a cercarli. Fu il questore Caruso a dire a Kappler che i mortai non c’entravano nulla: era stato un gruppo di ragazze e di ragazzi a portare l’attacco alla colonna delle SS.
Perché fu scelto il 23 marzo?
Quella data era molto importante per i fascisti perché ricorreva l’anniversario della fondazione dei Fasci di Combattimento.
Alessandro Portelli ha scritto che via Rasella fu anche una risposta alle violenze quotidiane degli occupanti nei confronti dei romani.
Roma era usata dai tedeschi come un retrovia del fronte ed era attraversata ogni giorno da convogli militari. Via Rasella  è stato l’atto più eclatante di un programma di lotta che avevamo già avviato nell’ottobre del '43 e che ci veniva ordinato dagli Alleati e dal Cln. Gli Alleati erano in serie difficoltà sul fronte di Anzio, stavano per essere rigettati in mare con conseguenze catastrofiche per la guerra. La Special Force inglese e l'OSS statunitense avevano paracadutato degli agenti segreti nella capitale e ci esortavano a colpire duramente i tedeschi. Dovevamo dimostrare che non erano invincibili. In questo quadro vanno considerate le azioni che precedettero via Rasella: l'attacco ai tedeschi alla caserma di Viale Giulio Cesare, al carcere di Regina Coeli, all'albergo Flora, fuori dal cinema Barberini, alla sfilata fascista in via Tomacelli e poi, ancora, in via Crispi, a Villa Borghese, in via Veneto, a piazza dell'Opera. Stavamo preparando anche un assalto al carcere di via Tasso.
L'azione di via Rasella è stata criticata per la sua presunta inutilità militare.
Non sono d’accordo. Dopo via Rasella il comando militare tedesco vietò alle sue truppe di utilizzare la città per i trasporti di uomini e materiali bellici. Questo è un primo risultato di natura militare e strategica rilevante, perché i tedeschi furono costretti ad "allargare" il loro percorso, esponendosi così ai bombardamenti e alle azioni partigiane lungo le strade consolari. Inoltre l’enfasi che le radio alleate diedero all’attacco di via Rasella, rappresentò una spinta morale per tutti i partigiani che combattevano nell’Italia occupata. Anche negli Stati Uniti il giudizio degli storici è questo, come ho potuto constatare alcuni anni fa in una conferenza su via Rasella all’Università del Connecticut.
E’ vero che voi gappisti sapevate che la vostra azione avrebbe provocato una rappresaglia? E che i tedeschi affissero dei manifesti per invitarvi a consegnarvi?
Niente affatto. Nei sei mesi precedenti noi gappisti avevamo compiuto tanti attacchi dentro Roma, ma i tedeschi e i fascisti li tenevano quasi sempre nascosti, senza reagire, se non con misure come il divieto di circolare con le biciclette o quella dell’anticipazione del coprifuoco. A nessuna delle azioni che avevamo fino ad allora compiuto, era seguita una rappresaglia. La storia dei manifesti, poi, è una falsità assoluta.
Che cosa provò quando seppe dell’eccidio alle Fosse Ardeatine?
Noi non abbiamo avuto subito contezza della gravità del fatto. Il giorno dopo ho incontrato Salinari e Calamandrei e non avevamo ancora notizia della rappresaglia, anzi abbiamo discusso e avevamo progettato altre azioni. L’ho appresa solo il 26. Ricordo che provai uno sconfinato dolore per le vittime ma anche sconcerto, incredulità. Non avrei mai immaginato che i tedeschi avrebbero avuto questa reazione così violenta, né che agissero così in fretta, in meno di venti ore. D’altronde fin da quando abbiamo iniziato a combattere, quella delle rappresaglie era una spada di Damocle sulla nostra testa. Ma l’alternativa qual era? Restare fermi? Sarebbe stato un errore. I tedeschi decisero di abbandonare Roma senza difenderla anche per la paura di un’insurrezione dei “comunisti-badogliani”. Temevano altre via Rasella. 
 
(Il Messaggero, 23 marzo 2012)
 
 
CHI SONO
Mario Fiorentini, classe 1918, vive a Roma assieme alla moglie Lucia Ottobrini (nomi di battaglia Maria e Leda), anche lei coraggiosa gappista nei sette mesi di guerriglia urbana tra l'ottobre 1943 e l'aprile 1944. Nel dopoguerra Fiorentini è diventato un matematico di fama internazionale. I suoi studi sono pubblicati in ogni parte del mondo.
Mario, 94 anni e Lucia, 88, vantano ben quattro medaglie d'argento al valor militare e cinque croci di guerra.
 

Eroe. Il dodicenne romano che fermò la Wehrmacht.

Eroe. Il dodicenne romano che fermò la Wehrmacht. La storia di Ugo Forno, l’ultimo caduto della capitale, proposto ora per una medaglia

di Mario Avagliano 

Roma, ponte ferroviario sull’Aniene. Sui binari di ferro sfrecciano come fulmini i treni rossi dell’Alta velocità. Una pista ciclabile s’inoltra nel verde, accanto al fiume. Sembra lontano il 5 giugno del 1944, quando sotto il sole cocente della primavera romana il dodicenne Ugo Forno, gracile ma vivacissimo, con i capelli scuri e gli occhi azzurri, morì per difendere il viadotto dagli ordigni germanici, mettendo in fuga assieme ad altri ragazzi e ad alcuni contadini i sabotatori della Wehrmacht.  In  memoria di quel suo coraggioso gesto la Presidenza della Repubblica ha avviato la procedura per l’attribuzione della medaglia d’oro al valor civile.

La breve vita dell’ultimo resistente romano è stata raccontata da Felice Cipriani nel saggio “Il Ragazzo del Ponte. Ugo Forno eroe dodicenne. Roma 5 Giugno 1944” (edizioni Chillemi), che sarà presentato il 29 maggio alla Provincia di Roma e sarà nelle librerie all’inizio del prossimo mese. Cipriani, completando il lavoro di ricerca realizzato da Cesare De Simone in “Roma Città prigioniera”, ha recuperato la documentazione conservata presso l’Archivio centrale di Stato di Roma, intervistando il fratello Francesco Forno, il compagno di banco Antonino Gargiulo e altri testimoni dell’epoca.

 Ughetto, nato il 27 aprile del 1932 a Roma dai siciliani Enea Angelo Forno,  impiegato dell’intendenza di Finanza, e Maria Vittoria, abitava al civico 15 di via Nemorense ed era studente al secondo anno, sezione B,  della scuola media “Luigi Settembrini”, che ha la sede accanto al liceo classico “Giulio Cesare” di Corso Trieste.  Amava i fumetti, divorava gli albi di Flash Gordon e del Vittorioso e, come tutti i ragazzi della sua età,  durante il Ventennio aveva vestito la divisa dei Figli della Lupa e dei Balilla. Ma la sua famiglia era animata da sentimenti antifascisti. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, il padre Enea era diventato collaboratore del Fronte militare clandestino diretto da Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, che tesseva le file della resistenza militare e monarchica ai tedeschi nella capitale.

 Quel 5 giugno del 1944, giorno di festeggiamenti a Roma per la liberazione dall’occupazione nazifascista, alle 6,30 del mattino lo studente era già a Piazza Verbano, “Ugo era sereno girava tra le Jeep dei soldati americani, aveva un paio di pantaloncini corti ed una maglietta, con sé non aveva nulla”, ricorda il compagno di banco della scuola elementare. Alle 7,30 Angiolo Bandinelli, che diverrà parlamentare radicale, lo vide  in mezzo a delle persone, tra via Ceresio e via Nemorense, mentre gridava: ”C’è una battaglia, lassù oltre piazza Vescovio! Ci sono i tedeschi, resistono ancora”.

 Ughetto si allontanò verso piazza Vescovio, dirigendosi con altri giovani armati di fucili, tra cui il sottotenente paracadutista Giovanni Allegra,  verso lo strapiombo sull’Aniene. Sotto il ponte gli artificieri della Wehrmacht stavano collocando le cariche esplosive.

Si accese uno scontro a fuoco. Ugo e i suoi amici chiesero aiuto ai contadini della casa colonica e assieme spararono in direzione dei tedeschi. I guastatori della Wehrmacht, sorpresi, furono costretti ad abbandonare l’operazione di sabotaggio.

La loro ritirata fu “coperta” da un mortaio che iniziò a lanciare devastanti colpi verso gli italiani. Il primo colpì Francesco Guidi, figlio del proprietario dei terreni della zona (poi morirà in ospedale).

Ughetto, imbracciando il fucile, alto quasi quanto lui, invitò i compagni a sparare verso il punto da dove si vedeva il fumo provocato dal mortaio. Le schegge ed i spezzoni del secondo colpo ferirono ad una coscia Luciano Curzi e troncarono un braccio a Sandro Fornari, entrambi braccianti. Il terzo colpo fu mortale per il ragazzo, che fu preso alla testa e al petto e stramazzò al suolo morente.

A quel punto i tedeschi bruciarono il deposito di carburanti e fuggirono precipitosamente verso la via Salaria. Proprio mentre arrivavano sul posto due carri armati americani e alcuni gappisti comunisti.

Il sottotenente Allegra si chinò su Ugo e gli chiuse le palpebre sugli occhi sbarrati, avvolgendo il suo corpo esamine in una bandiera tricolore stracciata. Nel taschino gli verrà trovato un santino intriso di sangue.

Il ponte sull’Aniene (che dal 2010 porta il suo nome, su iniziativa meritoria di Ferrovie dello Stato) era salvo, con le micce degli ordigni ancora penzolanti. Ughetto fu l’ultimo caduto della resistenza nella capitale. Viene in mente un parallelo con un altro dodicenne romano, come osserva Paolo Conti nella breve ma incisiva prefazione del volume, “quel Righetto di Trastevere che, nelle ore più tragiche della gloriosa Repubblica Romana del 1849, rimane dilaniato da una bomba francese che lui stesso tenta di disinnescare  come ha già fatto tante altre volte (bastava spegnere la miccia con uno straccio bagnato). Anche Righetto, come Ughetto, lotta contro un invasore”.

Il 27 aprile scorso l’Anpi ha ricordato Ugo Forno al parco Nemorense, in occasione dell’ottantesimo della sua nascita. È sorto anche un sito web (www.ugoforno.it), a cura di Lorenzo Grassi. Ma solo ora, a 68 anni dai fatti, lo Stato si è deciso a riesaminare la domanda di una medaglia di riconoscimento per il piccolo grande eroe, che era stata richiesta nel dopoguerra dal Comitato di Liberazione Nazionale romano. 
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Mario Avagliano si aggiudica il Premio Fiuggi Storia e il Premio "De Cia" per il libro "Il partigiano Montezemolo

Libri: a Mario Avagliano due premi per “Il partigiano Montezemolo”

(AGI) - Roma, 17 set. - Lo storico e giornalista Mario Avagliano si e' aggiudicato due prestigiosi premi letterari con il suo ultimo libro "Il partigiano Montezemolo" (Dalai editore), una biografia minuziosa e commovente del capo della resistenza militare e monarchica nella Roma del 1943-44, che colma una lacuna nella storiografia sulla Resistenza. Si tratta del Premio "FiuggiStoria 2012", promosso dalla Fondazione Levi-Pelloni, come migliore biografia dell'anno, e del Premio "Gen. Div. Amedeo De Cia", promosso dall'Istituto bellunese di ricerche sociali e culturali, per i saggi di storia militare. Un doppio riconoscimento ad un saggio di grande successo di pubblico e di critica, recensito dai principali quotidiani e media nazionali e giunto in pochi mesi gia' alla seconda edizione. 

Aldo Cazzullo, sul Corriere della Sera ha scritto che si tratta di "una biografia che non indulge mai alla retorica o all'agiografia, tenendo ferma la barra di una ricostruzione puntuale e documentata in ogni dettaglio, come e' testimoniato dal ricco apparato di note. Ne viene fuori un libro di storia scritto con il rigore dello specialista e con freschezza narrativa. Insomma, un 'romanzo' non romanzato, che svela un eroe italiano di prima grandezza, che se non fosse stato trucidato alle Fosse Ardeatine, sarebbe stato senza ombra di dubbio un protagonista dell'Italia del dopoguerra". E lo storico Mimmo Franzinelli ha aggiunto che "questa documentatissima biografia rimedia a un'ingiustificata trascuratezza e reinserisce la figura di Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo nel circuito storiografico". (AGI)

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Da Girolimoni alle Ardeatine, in mostra le carte che Kappler non bruciò

di Mario Avagliano

Le ultime ore dell’occupazione tedesca di Roma sono concitate. Il 3 giugno 1944 le SS sgombrano in fretta e furia dal carcere di via Tasso. Il tenente colonnello Herbert Kappler ordina di bruciare gran parte dei documenti e di caricare alcuni autocarri di armi e casse di materiali, destinandone quattro ai prigionieri che li dovranno seguire. All’ultimo momento, a causa di un guasto ad uno dei camion, alcuni prigionieri vengono lasciati in cella.Sarà la loro salvezza. Poco dopo la partenza dei tedeschi, lo stabile è preso d’assalto dalla folla, che libera i reclusi e saccheggia gli uffici. L’indomani Roma è la prima capitale europea a essere liberata, dopo 271 giorni di occupazione. La notizia fa il giro del mondo. Mussolini, amareggiato, ordina tre giorni di lutto nel territorio della Repubblica Sociale.

Una eccezionale fotografia di quei momenti, che ritrae i roghi appiccati dai tedeschi alle carte di via Tasso, è stata ritrovata nell’archivio del questore di polizia Giuseppe Dosi, di recente acquisito dal Museo della Liberazione di Roma. Dosi, che nel dopoguerra sarebbe diventato direttore dell’ufficio italiano Interpol, proprio la mattina del 4 giugno recuperò nel carcere delle SS e nel reparto tedesco di Regina Coeli (il tristemente famoso terzo braccio) la documentazione scampata alla distruzione perpetrata dai nazisti e ai saccheggi della popolazione.

L’archivio di Dosi è stato presentato ieri, insieme ad altri documenti inediti, dal presidente del Museo, Antonio Parisella, e da Alessia Glielmi, responsabile degli archivi. Una vera e propria miniera, contenente dossier tutti da studiare sul caso di Gino Girolimoni, accusato ingiustamente nel 1927 di essere il mostro di Roma, e su «il Volo dell’Arcangelo», la misteriosa caduta da una finestra del Vittoriale di Gabriele d’Annunzio nel 1922, alla vigilia della marcia su Roma, ma anche sui collaborazionisti dei nazisti e sugli inizi dell’Interpol italiana.Negli ultimi anni, nonostante le ristrettezze finanziarie e la pesante sforbiciata ai fondi, il Museo ha svolto un’intensa attività di ricerca che ha portato all’acquisizione di un cospicuo patrimonio documentario. Una delle scoperte più importanti, compiuta da Glielmi, è stata l’individuazione delle carte che componevano in origine gli elenchi di nominativi utilizzati dagli agenti tedeschi incaricati di prelevare a Regina Coeli i detenuti e di predisporre il trasporto verso la via Ardeatina il 24 marzo 1944. Gli elenchi ricomposti sono tre, due relativi agli ebrei (Judenliste) e uno agli altri detenuti.

Di notevole interesse sono anche le toccanti lettere da via Tasso del generale dell’Aeronautica Sabato Martelli Castaldi, originario di Cava de’ Tirreni, membro del Fronte militare clandestino dell’eroico Giuseppe Montezemolo, che entrò nella Resistenza col nome di battaglia di Tevere, l’8 settembre 1943 combatté a Porta San Paolo e, fra le altre cose, fornì l’esplosivo per l’azione del dicembre 1943 di distruzione dei convogli ferroviari tedeschi sulle linee Roma-Cassino e Roma-Formia, che poi fu celebrata da Nanni Loy nel film Un giorno da leoni.

Il 4 marzo 1944 Martelli Castaldi scrisse alla moglie delle torture subite dalle SS, precisando: «Io non gli ho mai data la soddisfazione di un lamento, solo alla 24ª nerbata risposi con un pernacchione che fece restare i tre manigoldi come tre autentici fessi». Tra le sue carte anche un biglietto autografo con la piantina del carcere, che doveva servire ad organizzare la fuga sua, di Montezemolo e di altri membri del Fronte lì rinchiusi. 

Purtroppo morirono tutti alle Fosse Ardeatine.

Un altro fondo rilevante è quello dell’avvocato Giannetto Barrera, anche lui collaboratore del Fronte militare clandestino di Montezemolo, che dopo il 4 giugno 1944 fu al servizio della polizia alleata. Barrera fu uno dei pochi ad avere il permesso di entrare nel palazzo di via Tasso, che dopo la fuga dei tedeschi fu sequestrato dalle autorità alleate. Le carte donate al Museo restituiscono informazioni sugli aspetti amministrativi-gestionali e sulle attività informative dell’Organizzazione Commissariati del Fronte militare clandestino e dell’Ufficio militare presso la Questura di Roma.Vanno poi segnalati l’archivio dell’ingegner Amedeo Coccia, esponente del Movimento dei cattolici-comunisti, i messaggi in punta di morte del pittore-partigiano Giordano Bruno Ferrari, prima della fucilazione a Forte Bravetta, e il prezioso quadro Il Tevere a Saxa Rubra, che stava dipingendo al momento dell’arresto da parte delle SS, e i documenti e le lettere di Dino Terracina, ebreo romano scampato miracolosamente alla deportazione del 16 ottobre e alla strage delle Fosse Ardeatine, come narrò egli stesso nel 1944 in una straordinaria lettera allo zio emigrato negli Usa.

Parisella ha anche presentato il lavoro sviluppato per la digitalizzazione dei documenti esposti nelle bacheche del Museo, realizzato con il supporto tecnico del Consiglio Nazionale delle Ricerca. È stata creata fra l’altro una banca dati delle 1.132 biografie di coloro che transitarono in quel periodo nel carcere nazista di via Tasso. Il frutto di questa ricerca, condotta da Glielmi e Giovanna Montani, sotto la direzione scientifica dello stesso Parisella, è disponibile presso la sezione multimediale del Museo.

Il presidente ha infine rivolto un appello alle famiglie degli ex partigiani e a chiunque possegga documentazione o oggetti relativi al periodo e ai romani e alle istituzioni per il sostegno alla struttura, che ha un bisogno disperato di fondi per le proprie attività. Il conto corrente è il n. 51520005, intestato a Museo storico della Liberazione, via Tasso 145, 00185 Roma. «Anche un piccolo versamento – ha spiegato Parisella – può aiutare a far sopravvivere la Memoria della Resistenza di Roma in questa triste epoca di tagli».

(Il Messaggero, 20 ottobre 2012)

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