Dopoguerra, la recensione di Mangialibri

di Erminio Fischetti

Sono le undici del mattino di giovedì 26 aprile 1945: le strade di Milano sono ancora scosse dagli echi delle ultime sparatorie e dal frastuono dei mezzi militari in fuga. Alcuni furgoncini corrono e da essi vengono lanciate delle copie di un giornale fresco di stampa. La testata è “Il Nuovo Corriere”, ma in realtà non si tratta d’altro che del “Corriere della sera”, che per l’occasione, segnando la fine di un’epoca, ha cambiato nome. Inoltre, in questo modo il quotidiano prende definitivamente le distanze da un passato che al pari di altri giornali ha visto la storica testata, fondata nel 1876, pesantemente assoggettata al fascismo. Nei mesi precedenti tra i partiti aderenti al Comitato di liberazione nazionale (Cln) circola l’idea di chiudere addirittura il quotidiano di via Solferino al momento della Liberazione, ma poi, nel corso di una riunione alla quale prende parte anche il capo militare della Resistenza Ferruccio Parri, in passato redattore del giornale in questione, viene deciso di consentire l’uscita di almeno un numero, con una nuova testata e una redazione di giornalisti non compromessi in alcun modo con i tedeschi e il passato regime. L’incarico di direttore viene affidato a Mario Borsa, che il regime ha messo addirittura in galera e in campo di concentramento, mentre Gaetano Afeltra, altro dei cui sentimenti antifascisti nessuno dubita, viene affidato il compito di curare il collegamento fra il Cln e le due cellule, fatte per lo più di maestranze e tipografi, antifasciste attive nel giornale…

Mario Avagliano, giornalista, saggista, storico, membro dell’Istituto romano per la storia d’Italia dal fascismo alla Resistenza e di molte altre associazioni, ha all’attivo un buon numero di pubblicazioni di rilievo, per lo più focalizzate sulla storia del Novecento e della dittatura mussoliniana. Questo è l’ottavo libro, dopo Gli internati militari italiani. Diari e lettere dai lager nazisti 1943-45, Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia. Diari e lettere 1938-45, Voci dal lager. Diari e lettere di deportati politici italiani 1943-1945, Di pura razza italiana. L’Italia “ariana” di fronte alle leggi razziali, Vincere e vinceremo! Gli italiani al fronte, 1940-1943, L’Italia di Salò. 1943-1945 e 1948Gli italiani nell’anno della svolta, che scrive con Marco Palmieri, anch’egli giornalista e saggista: il tema, come denota il titolo, sono in questo caso gli anni immediatamente successivi alla fine della Seconda guerra mondiale, raccontati con lucida chiarezza ed estrema dovizia di particolari, sottolineata da un massiccio apparato di note. L’Italia è sconfitta, umiliata e distrutta; gli italiani hanno voglia di pace, pane, lavoro, ricostruzione, cambiamento; la monarchia che ha avallato il fascismo e poi è scappata a gambe levate viene battuta al referendum (memorabile la scena a tal riguardo con protagonisti Lea Massari e Alberto Sordi in Una vita difficile di Dino Risi del 1961); nasce la Repubblica; si scrive, anche grazie alle donne, che finalmente hanno potuto votare ed essere elette, la Costituzione; i primi governi a trazione democristiana portano il paese sotto l’egida degli USA, nonostante il PCI sia la più grande compagine comunista d’occidente; arrivano i soldi del piano Marshall; i liberatori ex partigiani cominciano a litigare (e i parlamentari italiani non hanno più smesso…), mentre al cinema – la tv ancora non c’è – escono pellicole come Roma città aperta, Giorni di gloria, Abbasso la miseria!, La vita ricomincia, Paisà, Sciuscià, Mio figlio professore, Il sole sorge ancora e L’onorevole Angelina, espressioni di un mood e una Weltanschauung che sono alla base dell’immaginario collettivo delle generazioni successive.

(Mangialibri)

Due secoli di Italia che va su due ruote

di Mario Avagliano

 

«Traverso le viti di una bicicletta si può anche scrivere la storia d’Italia», sosteneva Gianni Brera. Ma in un panorama storiografico in gran parte rivolto alla ricostruzione di personalità, battaglie e idee politiche, finora la bicicletta non risultava possedere i quarti di nobiltà sufficienti per assurgere a oggetto di studio da parte degli storici. Nonostante che essa fin dalla sua comparsa, nella seconda metà dell’Ottocento (il primo esemplare circolò nel 1867 per le strade di Alessandria tra gli sguardi stupefatti dei passanti), abbia rivoluzionato usi e costumi della società italiana.

A colmare questo vuoto di ricerca è l’intrigante saggio di Stefano Pivato, «Storia sociale della bicicletta» (Il Mulino), che racconta in modo agile e ricco di aneddoti come il velocipede, così si chiamava all’origine, sia diventato nel corso dei decenni «il terreno di scontro fra passatisti e innovatori».

La velocità delle prime biciclette che sfrecciano per le vie cittadine crea paura e sconcerto, anche perché all’inizio non è facile, anche per abili ciclisti, guidarle senza subire o provocare incidenti essendo complicato stare in equilibrio su mezzi la cui ruota anteriore raggiunge spesso il metro e mezzo di diametro.

Nel corso del primo decennio del Novecento, con l’evoluzione tecnica del mezzo, la bicicletta si avvia a divenire bene di consumo popolare. «Mettetevi alla finestra di una delle arterie principali di qualche grande città», osserva nel 1908 il Touring Club, che è alla testa di chi promuove l’uso del nuovo mezzo, «e voi vedrete all’alba e al tramonto nugoli di operai, d’impiegati, di professionisti che in bicicletta vanno e tornano dal lavoro».

Ma in una società ancorata a ritmi immutati da secoli, il mezzo a due ruote si caratterizza come un elemento perturbante per l’ordine sociale e morale. C’è addirittura chi lo considera il diavolo in persona, come fa un raffinato latinista, Luigi Graziani, che nel 1902 compone il carme In re ciclistica Satan: «Ah! Vada alla malora […] alla malora la bicicletta e chi l’inventò e chi l’inforca. Non è forse Satana l’inventore di un mostro sì detestabile? […] Che è lui, sempre lui, che spinge a corse vertiginose e pazze quelle gracili ruote?».

La bicicletta è ritenuta un attentato al decoro di quanti rivestono un ruolo pubblico. In particolare l’uso viene proibito ai preti (il più severo censore si rivela Papa Pio X) e agli ufficiali dell’esercito, perché scompone la veste talare dei primi e le uniformi dei secondi, esponendoli al ridicolo. Il disordine delle vesti che maggiormente scandalizza l’opinione perbenista è però quello delle donne, che per pedalare più comodamente si appropriano di un capo di abbigliamento da secoli esclusiva di mariti e fidanzati: il pantalone.

Pregiudizi che attecchiscono più nel Meridione che al Nord. Le prime statistiche segnalano che i ciclisti nel 1900 sono 109.019 su una popolazione di circa 23 milioni e la città con la più alta concentrazione di biciclette in rapporto alla popolazione è Milano: 163 su 1.000 abitanti. In coda alla classifica Napoli (7), Cagliari (4) e Bari (3). Una spassosa corrispondenza da Napoli su un giornale milanese riferisce che tra i «più fieri avversari dei poveri ciclisti (ci) sono i cocchieri da Nolo. La bicicletta è il loro odio: quando ne vedono passare una, mandano un mondo di frizzi e di bestemmie all’indirizzo del povero ciclista che se li sentisse diverrebbe pallido per la commozione. Il complimento più comune e meno terribile che accompagna l’apparizione di un velocipedista, è questo: “Te puozze spezza’ e gamme”: poi vengono in un crescendo rossiniano gli altri: “Te puozze fa ’a cape sei parte” e “Te puozze rompere ’a Noce d’o cuolle”».

Ma col passare del tempo, racconta Pivato nel suo libro, anche questi divieti vengono superati. La bici diventa il mezzo di locomozione più diffuso nelle città come in campagna, utilizzato durante la Grande Guerra (Enrico Toti girò tutta l’Europa grazie a una bici con un solo pedale), il primo dopoguerra e infine la Resistenza, durante la quale la bicicletta viene adoperata dai gappisti nelle città per compiere atti di guerra contro i nazifascisti, e dai resistenti per portare documenti ai partigiani o agli ebrei in fuga, come fecero Gino Bartali e don Primo Mazzolari.

Il ciclismo in quegli anni è lo sport più popolare nel Belpaese e i suoi due eroi, Coppi e Bartali, appassionano gli italiani e li dividono in due fazioni. Nel primo dopoguerra, non a caso, la bici è anche protagonista, nel 1948, di uno dei capolavori della cinematografia mondiale di tutti i tempi, Ladri di biciclette.

A partire dagli anni Sessanta, in coincidenza con il boom economico e l’avvio della motorizzazione di massa, la bicicletta viene progressivamente dismessa e nel periodo della prima crisi energetica globale, si trasforma nell’emblema dell’antimodernità. Basti pensare alle domeniche dell’austerity senza automobili della fine degli anni Settanta, quando le città tornano a riempirsi di bici. Fino ai tempi di oggi, dei mutamenti climatici, in cui si assiste alla rivincita della bicicletta, diventata mezzo di mobilità green, affermandosi, a sentire uno dei massimi antropologi contemporanei, Marc Augé, quale simbolo di un «nuovo umanesimo» diretto alla salvaguardia ambientale di fronte al disastro ecologico globale.

 (pubblicato su "Il Mattino" del 5 gennaio 2020 e su "Il Nuovo Quotidiano di Puglia" del 7 gennaio 2020)

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