I repubblichini del Meridione escono dall'oblio della storia

di Antonella Freno

La Calabria è   al centro della storia della Repubblica sociale italiana, quella meno nota della Repubblica di Salò, che affonda le sue radici anche al di fuori dei suoi incerti confini geografici difesi militarmente dai tedeschi, nell’Italia centro-settentrionale.

E’ una storia avvincente, fatta di sacche di consenso residuo per Mussolini, di operazioni sotto copertura, di agenti segreti inviati dai nazisti e dai fascisti e di organizzazioni clandestine dedite ad attentati e opera di propaganda che vede la  nostra terra uno dei centri di questa guerriglia e di questa sorta di “resistenza nera”.

A raccontare la storia della Repubblica Sociale Italiana, creata da Mussolini dopo essere stato liberato dai tedeschi dalla prigione sul Gran Sasso dove era stato rinchiuso all’indomani della destituzione il 25 luglio 1943, ampliando l’analisi per la prima volta a tutte le sue innumerevole sfaccettature, compreso la poco nota e spesso dimenticata vicenda del fascismo clandestino al sud già liberato dagli Alleati, è l’ultimo documentatissimo libro di Mario Avagliano e Marco Palmieri, “L’Italia di Salò” edito da Il Mulino,  in distribuzione da pochi giorni.  Già nel passato lo storico Avagliano, membro dell’Irsifar, Istituto romano per la storia d’Italia dal fascismo alla resistenza si era occupato della storia del Novecento, con particolare riferimento al fascismo, alla RSI, alla persecuzione razziale degli ebrei, dirigendo, con Marco Palmieri, la collana storica Il Filo Spinato.

Attraverso le lettere, i diari, i documenti del tempo, la ricerca racconta i motivi dell’adesione di tanti italiani, oltre mezzo milione solo i militarizzati, più altrettanti iscritti al partito, alla Rsi e la loro partecipazione diretta ai crimini e agli eccidi degli occupanti tedeschi.

Dopo l’armistizio dell’8 settembre, aderirono alla Rsi diversi calabresi, sotto le armi in altre zone d’Italia e all’estero, prigionieri degli Alleati che rifiutarono di cooperare e internati dei tedeschi che accettarono di arruolarsi, mentre molti altri diedero vita ad organizzazioni clandestine neofasciste dietro le linee Alleate.

Lo fecero per vari motivi: per fedeltà al duce e al fascismo, per amor di patria, per vendicare il presunto tradimento del regime fascista e degli alleati tedeschi, ma anche per opportunismo, carrierismo, imitazione dei compagni o timore di essere fucilati.

Le prime forme di organizzazione del fascismo clandestino in Calabria – come scrivono Avagliano e Palmieri nel capitolo del libro dedicato alla storia poco nota e spesso trascurata del fascismo clandestino al sud – sono legate alla figura del prìncipe Valerio Pignatelli.

 Il volume racconta come ,nel luglio del ‘43 ,Pignatelli viene incaricato dal sottosegretario di Salò Barracu di organizzare un corpo di volontari chiamato Guardie ai Labari, incaricato di azioni di guerriglia e sabotaggio nei territori occupati dagli Alleati, di «raccogliere – come lui stesso ha riferito in seguito – elementi fascisti e, in caso di sbarco Alleati, svolgere con essi azioni da franco tiratori, fiancheggiando le truppe regolari, specie alle spalle e sulle linee di comunicazione del nemico.

Preparare perciò le basi in Aspromonte, nelle Serre e, in ultimo, in Sila». Tale progetto subisce uno stop per via della caduta del regime, ma a metà settembre, dopo la liberazione di Mussolini, Pignatelli si reca in Calabria per organizzare la struttura clandestina. Lo accompagna la moglie Maria De Seta, figlia dell’ammiraglio Francesco Elia e sua attiva collaboratrice.

Pigna, come lo chiamano i suoi uomini, stabilisce la base a Cosenza e trova subito l’appoggio di diversi notabili e possidenti locali e dei loro giovani rampolli. Vi rimane fino a metà dicembre quando si trasferisce a Napoli. La sua organizzazione, inoltre, è collegata con gli altri gruppi clandestini fascisti in Calabria, impegnati in azioni di sabotaggio e di preparazione della guerriglia sulle montagne della Sila, raccogliendo armi e vettovaglie. Uno dei loro leader è l’avvocato Luigi Filosa, futuro parlamentare del Msi, ex federale di Cosenza, attorno al quale gravitano molti giovani, ma anche personaggi del passato regime, ex squadristi e dirigenti delle province di Catanzaro e Cosenza.

I fascisti calabresi organizzano ben 18 tra attentati dinamitardi, lanci di bombe a mano e altre azioni di carattere intimidatorio.

Un rapporto del Sim datato 21 ottobre 1944, indirizzato al procuratore del tribunale di Napoli, fa riferimento a ben 215 persone denunciate, riconducibili a un gruppo avente come scopo quello di «ricostituire il Partito fascista, a sfondo anticomunista, procurarsi armi, munizioni e fondi per lo sviluppo dell’organizzazione».

Particolarmente bellicosa è l’azione del gruppo di Nicastro, composto da alcuni studenti delle scuole superiori.

Nella notte tra il 27 e il 28 ottobre 1943, in occasione dell’anniversario della marcia su Roma, nel paese vengono lanciate bombe a mano e fatti esplodere tubi di gelatina, oltre alla diffusione di volantini.

Un mese più tardi vengono fatti esplodere due ordigni alle porte delle tipografie che stampano i giornali antifascisti Era Nuova e Nuova Calabria. All’inizio di dicembre sono colpite l’abitazione dell’antifascista Marcello Nicotera e la caserma dei carabinieri.

Nel crotonese, invece, viene segnalato un trasporto clandestino di bombe a mano che porta al rinvenimento di un deposito di armi da guerra in un casolare di proprietà del marchese Gaetano Morelli, maggiore in congedo.

Quest’ultimo, arrestato con altri membri dell’organizzazione, confessa di far parte di un movimento fascista da lui stesso finanziato, guidato dall’avvocato ed ex federale di Cosenza Luigi Filosa, intento a ritardare l’avanzata delle truppe alleate e stabilire contatti con la Rsi.

Successivamente altri elementi dell’organizzazione, interrogati nel processo, ammettono «di essersi riuniti per raccogliere fondi, procurarsi armi e munizioni in tutte le maniere, aiutare i tedeschi e gli italiani nell’Italia repubblicana e favorire il loro arrivo nelle province occupate dagli inglesi e collaborare con loro per scacciare definitivamente le truppe anglo-americane dal suolo d’Italia».

Filosa invece fugge a Bari, dove progetta di passare nel territorio della Rsi, ma viene arrestato il 16 maggio 1944.

Il processo presso il Tribunale militare territoriale di Catanzaro vede alla sbarra 88 imputati e si conclude con sentenze di condanne tra i 2 e i 10 anni di reclusione. Subito dopo la chiusura del cosiddetto processo degli ottantotto, anche il principe Pignatelli viene condannato a 12 anni di reclusione da scontare nel penitenziario dell’isola di Procida, ma anche la sua, come gran parte delle condanne, finirà cancellata dalle amnistie del dopoguerra. I movimenti del fascismo clandestino, inoltre, si saldano anche con l’ondata di protesta popolare contro i richiami alla leva del Regno del Sud, che divampano in tutto il sud.

Ne emerge un saggio che narra pagine di storia italiana e calabrese davvero misconosciute e che per la prima volta getta uno sguardo “allargato” alla vicenda della Repubblica di Salò che non si limita solo alle regioni militarmente occupate ma che – come dice il titolo – guarda in modo ampio ed esaustivo all’Italia di Salò in tutte le sue componenti.

(versione leggermente più sintetica pubblicata sulla Gazzetta del Sud del 30 marzo 2017)

 

Salò, Ritratto di una scelta

di Letizia Magnani

Sui “ragazzi di Salò” in tanti hanno scritto, da Indro Montanelli a Giorgio Bocca. Molti hanno parlato di quella scelta “sbagliata”, che però a 17 anni aveva il sapore dell’estremo. Fra costoro ci sono visi noti dello spettacolo, testimoni del ‘900, da Dario Fo, a Giorgio Albertazzi e Raimondo Vianello. Sono stati “ragazzi di Salò”: uomini di una certa destra, ad eccezione di Dario Fo, ma, da più adulti certamente non fascisti, i quali, però, in quei venti mesi, fra il 12 settembre 1943 e il 25 aprile 1945 videro in Salò chi una soluzione eroica, chi perfino rivoluzionaria, chi infine una via di salvezza.

E’ quanto raccontano, facendo parlare voci fino ad ora rimaste silenti, Mario Avagliano e Marco Palmieri nel volume, pubblicato dal Mulino, “L’Italia di Salò”. Avagliano e Palmieri non sono primi ad opere storiche di grande intelligenza e capaci, con fonti di prima mano, di raccontare storie già note, con un punto di vista nuovo. In questo caso a parlare sono le lettere, i diari, le testimonianze scritte di quell’Italia malconcia, ardita, “sbagliata” e sconfitta. Forse sconfitta perché “sbagliata”. Da qui le citazioni dello storico Roberto Vivarelli e dello scrittore Carlo Mazzantini, che, nel romanzo “A cercar la bella morte”, racconta la Repubblica Sociale Italiana, quella Salò che Mussolini fonda sotto il protettorato del tedesco.

E se il duce sul Garda stava per lo più a Villa Feltrinelli, a Gargnano, non c’è dubbio che la vera capitale della RSI sia stata Salò “Perché lì c’era la Stefani – spiega oggi Avagliano – e quindi i dispacci della RSI uscivano datati Salò”. La propaganda era fondamentale.

A Salò si ritrovarono “Gli entusiasti, che erano fedeli al duce e al fascismo, chi era più tiepido e vedeva in Salò un’occasione. Fra costoro inseriamo gli opportunisti, i cinici, chi non vide altra strada per sé. Poi c’erano i recalcitranti, che aderirono perché costretti dalla paura dei tedeschi, della pena di morte, dalla costrizione. Infine ci sono gli oppositori e i disertori, ma anche un mondo variegato fatto di banditi, violenti, nazisti”. “Colpisce – prosegue Avagliano – il fatto che vi aderiscano mediamente persone già grandi d’età, o giovanissimi, fra cui molte donne, che in pratica erano nati durante il ventennio”. Per molti, insomma è una sorta di ritorno alle origini, alla Marcia su Roma, alle idealità del fascismo della prima ora, violenza compresa.

Solo così si capisce l’esaltazione della morte come simbolo. C’era certo l’eco del nazismo, ma per i due autori si tratta di qualcosa di più profondo: “Fortissima è la simbologia della morte, in collegamento con l’iconografia del movimento squadrista originario, ma anche a dimostrazione del clima crepuscolare, privo di reali speranze”.

Dalla simbologia ai dati, Avagliano e Palmieri non tralasciano niente, ricordando che sono stati 550 mila i giovani, le donne e gli anziani che aderirono a Salò, in tre fasi distinte: “la prima è quella del rifiuto dell’armistizio immediatamente dopo il suo annuncio, a cui segue l’esodo verso il nord per seguire Mussolini subito dopo il suo rientro in Italia. Infine c’è la riorganizzazione e il reclutamento delle forze armate della Rsi nella forma dell’Esercito nazionale repubblicano, formalmente apolitico, della milizia di partito e delle formazioni autonome al servizio dei tedeschi”.

Il libro insomma ribalta l’immagine dei combattenti di Salò come avventurieri, idealisti o poveri illusi e va invece in profondità, raccontando lati inediti, come il grande seguito di Salò nei giovani del Sud Italia: “L’ambizione per i più era quella di far rinascere il fascismo delle origini, questo anche il motivo per il quale in non pochi aderirono a Salò nel Mezzogiorno, e pur non essendo costretti dall’occupazione, lo fecero convintamente”. Un fenomeno, questo, di cui poco si è parlato e che il libro invece illumina con fonti inedite.

 

(Il Giorno-La Nazione e Il Resto del Carlino, 25 marzo 2017)

«L’Italia di Salò», 20 mesi di guerra civile vista dal basso

di Roberto Chiarini

Avagliano e Palmieri la rileggono a partire da scelte e motivazioni dei giovani aderenti  

Per molti, decisivi furono il «tradimento» di Badoglio e la voglia di dire che gli italiani non erano vigliacchi

In nessuna nazione europea come in Italia l’eredità del fascismo e, marcatamente, del fascismo repubblicano sorto sulle sponde del lago di Garda ha segnato i caratteri della politica e della stessa democrazia. Le ragioni dell’inossidabile persistenza della sua eredità nella vita della Repubblica sono molteplici. Ha pesato innanzitutto la durata ventennale del regime instaurato da Mussolini. Non di meno, ha costituito un pesantissimo lascito la guerra fratricida che si combatté nei Seicento giorni di Salò. È comprensibile che quel nodo politico e morale resti perciò tuttora il più visitato dalla storiografia. Negli ultimi tempi i riflettori si sono accesi in particolare su quella delle due parti in lotta che è stata a lungo più trascurata o negletta. Parliamo di coloro che andarono a cercare «la bella morte».

Ora, del vasto e variegato mondo di «vinti» disponiamo di uno studio - Mario Avagliano e Marco Palmieri, «L’Italia di Salò 1943-1945» (Il Mulino, 489 pagine, 28u) - che affronta sistematicamente l’argomento. Avvalendosi di una base documentaria particolarmente ricca, gli autori hanno riletto quei venti mesi di guerra civile «dal basso», partendo dalle motivazioni, dalle scelte, dai comportamenti adottati dai giovani (più di mezzo milione) che scelsero o subirono l’atroce destino di combattere o semplicemente schierarsi a fianco del risorto regime fascista. Avagliano e Palmieri ci conducono per mano ad esaminare l’avventura, umana e politica, vissuta dai «figli di stronza»: dai primi che impugnarono le armi contro gli Alleati senza aspettare la chiamata di Mussolini a quanti dopo l’armistizio restarono fedeli all’alleato tedesco o, internati in Germania, decisero in un secondo tempo di arruolarsi nell’esercito di Graziani, passando per i prigionieri degli Alleati non cooperatori per finire con quanti si arruolarono nell’Esercito Nazionale Repubblicano o nelle varie formazioni «nere»: dalle SS italiane alla Guardia Nazionale Repubblicana, dalla XMas alle Brigate Nere allo stesso reparto femminile delle Saf, per non dire delle famigerate bande Koch e Carità, responsabili delle più barbare atrocità.

A correre a Salò furono innanzitutto ex avanguardisti ed ex balilla. Li spinse la delusione sofferta a seguito della destituzione del duce, ma ciò che li fece davvero ribellare fu «il tradimento» perpetrato da Badoglio e dal re con la firma dell’armistizio. «Mi arruolai- protesta uno di essi, Gianfranco Finaldi - per dimostrare che noi italiani non eravamo fatti tutti della stessa pasta, non eravamo un popolo di vigliacchi». Più del fervore per la causa del fascismo, mosse i ragazzi di Salò la morale del «soldato fascista» alla quale erano stati educati a scuola e spesso anche in famiglia. Non tutti idealisti. Non furono tutti idealisti, peraltro, i giovani che scelsero o si adattarono a servire il nuovo regime fascista. Nelle loro file numerosi furono - l’ha ammesso lo stesso federale di Milano, Vincenzo Costa - autentici sciacalli che decisero di vestire la divisa solo per «camuffare i propri bassi istinti, le loro furfanterie». Del resto, un’Italia educata a «libro e moschetto», sprofondata da ultimo in una guerra civile, era difficile che non desse spazio alla sua «peggiore gioventù» e non incoraggiasse le imprese più disumane. Per il resto dei militi di Salò - la gran maggioranza - scattarono vuoi un malinteso amor di patria, vuoi il riflesso condizionato dell’obbedienza all’autorità costituita inculcato dal regime.

(Il Giornale di Brescia, 28 marzo 2017)

Il lato nascosto di Salò: la "resistenza nera" al Sud

di Roberto Chiarini

Dai «figli di stronza» di Elio Vittorini ai «quindicenni sbranati dalla primavera» di Francesco De Gregori, passando per i «non uomini» segnati dal «marchio di Caino» per finire con gli «esuli in patria» figli di nessuno: il destino di chi ha aderito alla Repubblica sociale è stato di reprobi sul piano morale e di feroci persecutori dei partigiani su quello politico.

 
 

Insomma, ha oscillato a lungo tra il «disconoscimento totale» della loro umanità e la taccia di essere «gregari» di un «regime fantoccio» al servizio dello straniero occupante, fautore di una causa aberrante che riservava un futuro di schiavitù e di oppressione ai popoli dell'intera Europa. Risultato: non solo nel dibattito politico ma anche nella considerazione storiografica, sui «ragazzi di Salò» ha gravato un pesante cono d'ombra fatto di silenzio e di disprezzo. Esattamente quel che si meritano dei sanguinari che non si sono fermati di fronte al baratro di una guerra fratricida in cui avrebbero cacciato il proprio Paese pur di soddisfare la loro sete di violenza.

Ci sono voluti, prima le possenti spallate inferte da Renzo De Felice al pregiudizio che riduceva il fascismo a regime dittatoriale imposto di forza a un popolo di democratici, poi il coraggioso cambio di passo impresso agli studi sul Ventennio da Claudio Pavone con lo sdoganamento della categoria storiografica di guerra civile per liberare la considerazione dei «Balilla che andarono a Salò» dal vizio della loro demonizzazione. Stiamo parlando praticamente dell'intera generazione dei nati nel 1924 e '25. Se infatti si sommano ai volontari i giovani chiamati alla leva che o per un'atavica sudditanza all'autorità costituita o per un malinteso spirito di servizio o per un più elementare, comprensibile desiderio di sfuggire alla pena di morte riservata ai renitenti, si raggiunge la somma di più di 500mila ragazzi che alla fine misero comunque in gioco la loro vita per una causa che, bene o male, sapevano persa in partenza.

Al confino morale e politico comminato loro dai vincitori si è paradossalmente sommato il cieco spirito di rivalsa dei «vinti» e dei loro epigoni, cui il rancore ha fatto velo a un'auspicabile rielaborazione critica della «scelta sbagliata» da loro compiuta.

Ora di questo vasto e variegato mondo di vinti disponiamo di un'opera sistematica. Sulla scorta di un'accurata investigazione di fonti archivistiche edite e inedite nonché della cospicua letteratura accumulatasi nel frattempo in materia, Mario Avagliano e Marco Palmieri con il saggio L'Italia di Salò. 1943-1945 (Il Mulino, pagg. 490, euro 28) ci mettono in condizione di articolare un giudizio sull'argomento a ragion veduta. La loro è una «storia dal basso», condotta cioè seguendo passo dopo passo il percorso compiuto da quegli italiani che, a diverso titolo e con diverse talora opposte - motivazioni, scelsero o subirono l'atroce destino di combattere o semplicemente di schierarsi a fianco del risorto regime fascista. Già il federale di Milano Vincenzo Costa aveva riconosciuto che, accanto agli idealisti, si nascondevano anche degli autentici sciacalli che vestirono la divisa per «camuffare i propri bassi istinti, le loro furfanterie». Entrando più nel dettaglio, Mario Cervi ha introdotto la distinzione tra i «fanatici, gli entusiasti, i rassegnati, i dubbiosi, i riluttanti», mentre Giorgio Bocca li ha suddivisi in «politici, romantici, onesti, illusi, profittatori scaltri, imprevedibili». Insomma, non si trattò solo di giovani invasati, di sanguinari, di accecati dall'odio ideologico. Corse a Salò, bene o male, tutta una generazione di giovanissimi nati, allevati e cresciuti a «libretto e moschetto», quindi «naturalmente» fascisti. Questo non impedì a molti di loro di maturare, alla luce della barbarie scatenata, di procedere poi a una sofferta revisione critica delle proprie originarie convinzioni fino ad aderire alla causa della libertà.

Avagliano e Palmieri hanno il merito di esaminare nel dettaglio tutti i capitoli della vicenda, umana e politica, vissuta dei «figli di stronza», arricchendoli peraltro di una ricca documentazione: dai giovani che non aspettarono la nascita dello Stato fascista per impugnare le armi contro gli Alleati ai soldati che all'indomani dell'8 settembre o solidarizzarono con i tedeschi o che, una volta internati in Germania, decisero di rivestire la divisa della Rsi nonché ai prigionieri non cooperatori fino a quanti si arruolarono nelle varie formazioni «nere» (dalle SS italiane alla Guardia Nazionale Repubblicana, dalla X Mas alle Brigate Nere, allo stesso reparto femminile delle Saf per non dire delle famigerate bande Koch e Carità, resesi responsabili delle più barbare atrocità) o nell'Esercito nazionale repubblicano. Sono pagine di storia non del tutto sconosciute. Molte sono già state messe in chiaro dalla nutrita serie di memoriali e diari redatti dai reduci, oltre che da numerosi studi condotti dagli storici sull'argomento.

Forse la meno nota al largo pubblico è la pagina scritta dalla cosiddetta resistenza nera, ossia dal fascismo clandestino che si organizzò nell'Italia liberata. Una forma di insorgenza fascista si manifestò soprattutto in Sicilia, Calabria, Campania e Puglia. L'elenco delle organizzazioni animatrici della lotta agli Alleati, solo abbozzate o semplicemente ostentate, sarebbe lungo. Si va dal Movimento giovanile di rinascita nazionale di Catania alla Lega Italica di Caltanisetta, al gruppo Onore di Roma, al Movimento dei giovani italiani repubblicani di Firenze, soprattutto alla Guardia ai labari, formazione costituitasi ancor prima della caduta di Mussolini per espressa volontà del duce su mandato del segretario Scorza. Solo a partire dal 1944, comunque, il fascismo clandestino diede concreti segni di vita, sviluppando una qualche forma di propaganda, persino azzardando conati rivoltosi. Nel complesso, però, l'impatto della sua azione fu assai modesto. Non riuscì né a stabilire un saldo coordinamento tra le varie realtà operanti né a dotarsi di una leadership riconosciuta. Il suo stesso esponente di maggior rilievo e visibilità, il bizzarro principe Valerio Pignatelli della Cerchiaia, finì col rimanere invischiato nella ragnatela da lui costruita senza riuscire a far compiere un salto di qualità al movimento clandestino. È vero che il mandato delle varie organizzazioni non era di serrare le file del popolo fascista ormai in disarmo. Era, più modestamente, di non lasciare nulla di intentato per contrastare l'invasione del nemico facendo leva sull'acuta sofferenza sociale della popolazione. A Palermo nell'ottobre del '44 la pessima situazione alimentare fece scattare una vivissima protesta nei confronti delle autorità occupanti. La repressione che ne seguì provocò numerose vittime, tanto che si parlò apertamente di una «strage del pane». Ancor più grave fu la rivolta suscitata dalla chiamata alle armi dei nati da parte del Regno del Sud tra il 1914 e il 1924. Il moto, avviatosi a Catania si estese poi a molti altri centri. Non fu, comunque, in grado di far rialzare la testa a un fascismo agonizzante.

(Il Giornale, 27 marzo 2017)

 

 

Luciano Salce non aderì alla Rsi

di Mario Avagliano e Marco Palmieri

 Il regista Luciano Salce non aderì alla Rsi. Ce lo ha comunicato, tramite il giornalista Antonio Carioti, il figlio Emanuele, che ha condotto un'approfondita ricerca sul padre, trovando alcuni documenti che provano che dopo l'8 settembre fu un internato militare nei campi tedeschi.
Una informazione nuova che quindi corregge quella dell'adesione alla Rsi che era riportata in numerosi saggi storici pubblicati a partire dagli anni Cinquanta (dai quali anche noi avevamo attinto) e in svariati articoli dei maggiori quotidiani e di molti portali web.
Nella seconda edizione di "L'Italia di Salò" il nome di Salce verrà stralciato dall'elenco degli aderenti.
Salce (Roma 1922-1989) fu regista, attore e sceneggiatore. Al Salce regista si devono alcuni film-cult del cinema italiano come Il federale (1961) con Tognazzi, La voglia matta (1962) con Tognazzi e Spaak, La cuccagna (1962) con Luigi Tenco, Ti ho sposato per allegria (1967) con Vitti e Albertazzi, Fantozzi (1975) con Villaggio.

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Storie – Mal d’Africa

di Mario Avagliano

  La “conquista” dell'Impero di Etiopia, datata 9 maggio 1936, è al centro dell’interesse dell’editoria. Tre libri sono usciti di recente sull’argomento, affrontandolo da diverse prospettive, e svelando con documenti coevi, memorie o la forza della narrativa il grande bluff di Mussolini.
Il saggio storico "L'ora solenne" di Marco Palmieri (Baldini & Castoldi, pp. 316) racconta come vissero gli italiani quella fase storica, in cui si registrò il massimo dei consensi per il regime fascista e per l’impresa militare, che in realtà venne compiuta al prezzo di violenti eccidi, anche con l'impiego di gas, con i ribelli che continuarono a resistere e solo una piccola parte del territorio effettivamente controllata dalle forze militari italiane.
Il romanzo storico "I fantasmi dell'Impero" (Sellerio, pp. 542), di Marco Consentino, Domenico Dodaro e Luigi Panella, ha come filo conduttore un'inchiesta del magistrato militare Vincenzo Bernardi (che prende spunto dalla figura reale del capo della giustizia militare dell'Africa Orientale italiana, Bernardo Olivieri) e vede dietro le quinte lo scontro tra i due super-nemici dell'epoca Graziani e Pietro Badoglio, il primo fascistissimo, l'altro legato ai Savoia. Un pretesto per narrare il "cuore di tenebra" del colonialismo italiano, mettendo a nudo i suoi orrori e le sue bassezze, e anche il conflitto sotterraneo che oppose la milizia fascista agli ufficiali dell'esercito.
Infine “Ti saluto vado in Abissinia” di Stefano Prosper (Marlin, pp. 348) descrive le esperienze di un giovane volontario, Mario Prosperi, nella guerra d’Etiopia del 1935-36, tra eccitazione, dubbi e timori davanti ad un futuro nuovo in un paese sconosciuto. Nel corso della sua esperienza africana il giovane approderà a convinzioni più nettamente antifasciste, mettendo in rilievo, con coraggio e determinazione, gli aspetti negativi di quella che si rivelò un’ambiziosa e disastrosa impresa del Regime.

(L'Unione Informa e Moked.it del 14 marzo 2017)

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L'Italia di Salò. 1943-1945

L’Italia di Salò. 1943-1945 (Il Mulino, pp. 490, euro 28)

di Mario Avagliano e Marco Palmieri

  Nei venti mesi che vanno dall’annuncio dell’armistizio, l’8 settembre 1943, all’uccisione di Mussolini e alla fine della guerra, nell’aprile del 1945, l’Italia non solo continuò a essere un campo di battaglia tra eserciti stranieri – gli Alleati che avanzavano da sud e i tedeschi che occupavano il centro-nord – ma diventò anche teatro di una sanguinosa «guerra civile» e «contro i civili», che vide coinvolti su fronti opposti coloro diedero vita alla Resistenza e coloro che rimasero fedeli al fascismo, aderendo alla Repubblica di Salò.

Nel dopoguerra, però, il punto di vista resistenziale è stato oggetto di innumerevoli studi e ricerche e ha rappresentato una narrativa dominante. Al contrario, la vicenda dei tanti italiani che scelsero di combattere dalla parte sbagliata è rimasta a lungo marginale, finendo per rappresentare un vuoto, un autentico tassello mancante nel panorama storiografico e della memoria di quel complesso periodo, che segnò lo spartiacque tra la dittatura fascista e la democrazia. 

In particolare, restava ancora da scandagliare in profondità lo spettro delle motivazioni che indussero oltre mezzo milione di italiani – uomini e donne, spesso giovanissimi – ad aderire e combattere, in molti casi volontariamente, per la Rsi. Cosa che fa, in modo documentatissimo, il saggio storico L’Italia di Salò. 1943-1945 (Il Mulino, pp. 490, euro 28), di Mario Avagliano e Marco Palmieri.

Questa ricerca affronta sulla base delle fonti coeve disponibili – lettere, diari, testamenti ideologici, posta censurata, relazioni sul morale delle truppe e sullo spirito pubblico, notiziari della Gnr, note fiduciarie, carte di polizia e dei servizi segreti – e della memorialistica postuma, scevra dai condizionamenti politici che l’hanno caratterizzata e dalla pregiudiziale politico-ideologico-culturale che ha portato molti testimoni a tenere a lungo nascoste le tracce di un passato inconfessabile.

La cesura del 25 luglio prima e dell’8 settembre poi, infatti, per molti italiani non rappresentò un taglio netto con il precedente ventennio fascista, bensì una svolta in continuità, la cui naturale conseguenza fu la partecipazione all’esperienza della Rsi, che a sua volta non fu un evento senza propagazioni e conseguenze sulla storia politica e sociale del dopoguerra. Il ritorno sulla scena di Mussolini e la nuova chiamata alle armi, per continuare la guerra contro le potenze nemiche e intraprenderne una nuova contro i traditori, il nemico interno, i banditi, misero nuovamente gli italiani di fronte alla necessità di fare una scelta. Quali furono le principali motivazioni che animarono coloro che decisero di aderire? Quale fu il collegamento ideale col precedente regime? Quali aspettative si nutrivano nei confronti del nuovo fascismo. Perché molti giovanissimi compirono quella scelta? Che tipo di esperienza vissero sotto le armi coloro che combatterono per Salò? Cosa sapevano della Resistenza e come la giudicavano? Cosa percepivano e come metabolizzavano le stragi e le deportazioni razziali e politiche dei nazisti, alle quali molti di loro presero parte anche attiva? Quanti ebbero ripensamenti e per quale motivo? Chi rimase fedele alla causa fino alla fine e perché? 

A questi interrogativi Avagliano e Palmieri, attraverso una gran mole di documenti prima in gran parte inediti o poco noti, forniscono una risposta dal basso, passando in rassegna sia le diverse esperienze militari e combattentistiche di Salò (l’esercito nazionale formalmente apolitico, le milizie di partito quali la Guardia nazionale repubblicana e le Brigate nere, le formazioni relativamente autonome come la X Mas, le sanguinarie bande irregolari e chi militò direttamente con i tedeschi come le SS italiane), sia l’esperienza quasi del tutto dimenticata degli Imi che optarono, dei prigionieri di guerra degli Alleati che non accettarono di cooperare e dei fascisti clandestini che operarono dietro le linee nemiche nelle regioni già liberate dagli anglo-americani. Tra di loro ci furono anche molti italiani che nel dopoguerra diventeranno personaggi noti della politica, della cultura, del giornalismo, dello spettacolo e via dicendo.

Uno dei tratti salienti delle risposte fornite in sede di memoria successiva, escludendo quelle di stampo dichiaratamente rivendicativo o apologetico, è stato il carattere giustificativo. Spesso, cioè, rispetto alla messa a fuoco oggettiva delle ragioni che all’epoca portarono a fare quella scelta, ha prevalso il desiderio di farla apparire comprensibile e accettabile a coloro i quali non la vissero in prima persona o si schierarono su fronti opposti. Ma in realtà, come sostengono Avagliano e Palmieri, per una generazione di italiani cresciuta fin dalle aule scolastiche nel mito del duce e forgiata da slogan fideisti, come il famigerato Credere obbedire combattere, l’adesione alla Rsi e l’impegno nella guerra civile in molti casi fu una conseguenza naturale e ovvia di quel percorso formativo.

Inoltre dal saggio L’Italia di Salò emerge che la gran parte dei combattenti della Rsi, fossero essi reclute dell’esercito regolare formalmente apolitico o membri delle formazioni di partito fortemente ideologizzate, venne impiegata prevalentemente nella guerra civile e contro il nemico interno, e che i vertici politico-militari della Rsi, il suo apparato burocratico-amministrativo e molti uomini che militarono nelle sue forze armate e di polizia presero parte al clima di violenza indiscriminata, sommaria e diffusa contro i partigiani e la popolazione civile e all’opera di cattura e deportazione degli avversari politici (i triangoli rossi) e degli ebrei.

Quanti fantasmi nell'Etiopia del colonialismo

di Mario Avagliano

  Quanti fantasmi ha lasciato in eredità il Ventennio fascista. Anche l'epopea della conquista dell'Impero di Etiopia, datata 9 maggio 1936, che all'epoca entusiasmò gli italiani, fu in gran parte un bluff e venne compiuta al prezzo di violenti eccidi di militari e di civili, anche con l'impiego di gas, come ha raccontato di recente il bel saggio "L'ora solenne" di Marco Palmieri per i tipi della Baldini & Castoldi e come denunciato da Angelo Del Boca nel suo fondamentale libro "La guerra di Abissinia".
In realtà le truppe italiane avevano occupato la capitale Addis Abeba e la vitale ferrovia per Gibuti, costringendo l'imperatore (il negus) Hailé Selassié all'esilio in Inghilterra, ma gli etiopi erano tutt'altro che sottomessi. Nel paese restavano in armi numerose formazioni di ribelli e solo una piccola parte del territorio era effettivamente controllata dalle forze militari italiane.
In questa Etiopia livida del 1937, con le strade della capitale insanguinate dai corpi senza vita di migliaia di persone uccise dalla feroce rappresaglia italiana a seguito dell'attentato fallito al viceré Rodolfo Graziani, e in cui infuria la guerra di polizia coloniale contro i patrioti (gli arbegnoch), si svolge la trama di un avvincente romanzo storico appena arrivato in libreria, intitolato "I fantasmi dell'Impero" (Sellerio, pp. 542), che ha come filo conduttore un'inchiesta del magistrato militare Vincenzo Bernardi (che prende spunto dalla figura reale del capo della giustizia militare dell'Africa Orientale italiana, Bernardo Olivieri) e vede dietro le quinte lo scontro tra i due super-nemici dell'epoca Graziani e Pietro Badoglio, il primo fascistissimo, l'altro legato ai Savoia.
L'idea del romanzo è nata curiosamente nel corso di una cena tra i tre autori, amici di vecchia data: Marco Consentino, esperto di relazioni istituzionali, e gli avvocati Domenico Dodaro e Luigi Panella. Quest'ultimo, per passione, scartabellando per archivi e biblioteche, nel tempo ha raccolto una sterminata documentazione anche fotografica (20 mila immagini) sul periodo coloniale, rinvenendo nei fascicoli del disciolto ministero dell'Africa italiana le tracce di un'inchiesta del 1938, rimasta segreta, condotta da un magistrato militare a carico dell'ufficiale Gioacchino Corvo, accusato di crimini di guerra nell'Etiopia occupata, che sollevava molti interrogativi.
I tre autori hanno provato a rispondere a quei quesiti e ne è nato questo godibilissimo romanzo  che, con un riuscito intreccio narrativo a metà tra spy-story e giallo, mescolando realtà e fiction (i numerosi telegrammi, lettere ed estratti di relazioni riportati sono quasi tutti autentici) ci conduce nelle stanze buie del regime fascista. Nel corso della sua inchiesta, infatti, il tenente colonnello Bernardi, attraversando l'Etiopia, incontra un universo popolato da tristi figuri, profittatori, violenti ma anche da qualche nobile persona, entrando nel "cuore di tenebra" del colonialismo italiano e mettendo a nudo i suoi orrori e le sue bassezze, e anche il conflitto sotterraneo che oppose la milizia fascista agli ufficiali dell'esercito.
Fascisti senza scrupoli, dediti a un turismo sessuale ante litteram, che stuprano le ragazzine del posto e in qualche caso le uccidono senza pietà dopo l'amplesso. Specialisti delle torture e delle esecuzioni capitali. Burocrati che per far leggere i loro rapporti dal massimo capo, il Duce, adottano lo stratagemma di sigle come MM.PP.AA. (Massima Precedenza Assoluta su tutte le Massime Precedenze Assolute). Alte cariche, come il governatore Alessandro Pirzio Biroli, già vincitore della medaglia d'argento all’Olimpiade di Londra 1908, specialità sciabola a squadre, che colleziona minorenni, omaggia gli ospiti del suo castello con "magnifiche donne indigene", allestisce spettacolini lesbo delle sue favorite che eseguono, come riferiscono le relazioni dei carabinieri, «quadri plastici orgiastici». Tanto che lo stesso Graziani, conosciuto come il "macellaio d'Etiopia", commenta: "Qui si schiatta e Sua Eccellenza il generale pensa solo a scopare...".  Aggiungendo che per colpa di Biroli gli italiani non vengono rispettati e sono considerati "una banda di rattusi" interessati solo alle donne.
Sullo sfondo c'è il complotto filo-monarchico di Badoglio (una sorta di prova generale del colpo di stato del 25 luglio 1943), che con l'aiuto dell'Arma dei carabinieri muove le fila da Roma e i cui contorni saranno svelati nelle ultime pagine del romanzo, che arrivano fino agli Cinquanta.
In passato solo il grande Ennio Flaiano nel 1947, con il suo "Tempo di uccidere", aveva indagato sotto forma romanzata alcuni lati oscuri della storia dell'Africa italiana. "I fantasmi dell'Impero", pur essendo un romanzo di esordio, ci regala un ritratto a tutto tondo e straordinariamente documentato di quella stagione tutt'altro che esaltante per l'Italia, con una cura del contesto storico e un senso del ritmo narrativo e dei dialoghi che rendono la lettura piacevole e appassionante.

(Il Messaggero, 12 marzo 2017)

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