L'Italia senza camicia nera. Aldo Cazzullo: la prima ricostruzione completa del dissenso al regime

di Aldo Cazzullo

«Mussolini visita un manicomio. I ricoverati messi in fila applaudono freneticamente. Uno solo non batte le mani. Un uomo della scoria lo interroga: e voi non applaudite? Non sono mica matto, io sono un infermiere». E' una delle tante barzellette che vengono raccontate sotto la dittatura di Benito Mussolini. Un'ironia sotterranea e amara, che circola segretamente tra gli italiani nei primi anni Trenta. Il regime fascista, del resto, dopo aver neutralizzato ogni forma d'opposizione, ha fatto scendere la sua cappa oppressiva sul Paese. La macchina della repressione, con l'occhio vigile della polizia e delle spie, e quella del consenso, con la propaganda, le organizzazioni paramilitari e le adunate oceaniche, funzionano a pieni giri. Non essere allineati è un rischio troppo alto da correre e non sono solo gli oppositori veri e propri a rischiare, ma anche i semplici mormoratori, cioè chi si lascia sfuggire mere imprecazioni o battute di spirito contro Mussolini e il fascismo o sulla situazione in generale.

E' quanto racconta il nuovo libro di Mario Avagliano e Marco Palmieri, intitolato II dissenso al fascismo. Gli italiani che si ribellarono a Mussolini 1925-1943 (il Mulino). Da anni Avagliano e Palmieri portano avanti una loro peculiare ricerca storica, basata su un enorme lavoro sulla corrispondenza e sulle carte private e familiari degli italiani. Questa è la prima ricostruzione completa del dissenso al regime. A conferma del fatto che non tutti gli italiani sono stati fascisti.

Le spedizioni punitive, le ritorsioni, le condanne del Tribunale speciale al carcere e al confino e la vigilanza onnipresente e asfissiante della polizia politica, la famigerata Ovra, riducono al silenzio, all'inattività o alla fuga all'estero buona parte degli oppositori e anche chi semplicemente si lamenta o ironizza sul Duce e l'operato del regime. Le uniche opinioni consentite sono quelle autorizzate, cioè allineate. Ogni ambito della vita pubblica e privata è presidiato. «L'Italia — spiegherà nel 1944 l'antifascista di Albano Umberto Di Fazio — era divenuta per gli italiani un terreno così infido che bisognava bene esaminare davanti a sé prima di avventurarsi a muovere un piede. Si giunse all'assurdo che qualche volta persino tra le pareti domestiche si dubitava». E il periodico satirico «Il becco giallo» da Parigi, nel 1931, in un articolo intitolato Il mito dell'Ovra osserva che «c'è chi vede il fantasma dell'Ovra in ogni ombra; chi abbrividisce ad ogni palpito di tenda; chi suda freddo per lo scricchiolio di un mobile o per il gemito di una porta».

Eppure negli anni della dittatura il dissenso non viene soffocato del tutto. Una minoranza di italiani ha il coraggio di continuare a esprimerlo, pagando un prezzo altissimo in termini di emarginazione e isolamento sociale, controllo poliziesco, violenze e condanne severe. Accanto a figure note come Gramsci, Gobetti, Matteotti, don Minzoni e ai tanti esuli costretti alla fuga all'estero fin dai primi anni del regime, il libro prende in esame anche l'opposizione spontanea, popolare, spesso politicamente inconsapevole e finora poco indagata, che forma un terreno fertile su cui poi attecchirà la partecipazione di molti italiani alla guerra di Liberazione.

Il dissenso trova varie forme, pubbliche e private, eclatanti o sotterranee, esplicite o camuffate, organizzate o spontanee, per continuare ad essere manifestato. Si tratta di spazi residuali e limitati, pericolosissimi da occupare, che però persistono durante tutta la dittatura in modo non omogeneo nel tempo e nelle diverse zone del Paese. Con varie forme di espressione che spaziano dalla semplice indifferenza, alla non adesione intima e privata, fino all'antifascismo militante, con espressioni che vanno dai comportamenti privati alle iniziative individuali, fino all'impegno più organizzato. È il caso del giovane «di 25 anni, scarno, di statura media, colorito roseo, capelli castani con maglietta da ciclista color bigio» che, come riferisce una relazione della polizia, in un mattino della fine del 1927 scende da Albano lungo l'Appia a tutta velocità con la sua bicicletta lanciando manifestini che invitano a lottare contro il fascismo. O quello del fornaio Giuseppe Sciuto, di Catania, non iscritto a nessun partito ma che tra il 1939 e il 1941 scrive ben 118 lettere anonime in stampatello a personalità italiane, gerarchi fascisti e giornalisti italiani e stranieri con frasi come: «Il fascismo tiene gli operai schiavi e sacrificati; il fascismo, banditismo nero, assassino, micidiale e nemico dell'umanità». Decine di agenti vengono impiegati nella caccia all'uomo, anche prendendo il posto dei postini di Catania e sorvegliando le buche delle poste, ma ci vogliono due anni per stanare Sciuto, arrestato il 5 maggio 1941 mentre sta per imbustare altre missive alla cassetta postale.

Spesso si tratta di un «antifascismo da osteria», in quanto i presunti dissidenti pronunciano le loro invettive sotto i fumi dell'alcol, nel corso di litigi o per eccessi di rabbia dovuti alla disperazione e alla miseria, incappando nelle denunce di delatori di passaggio, colleghi, conoscenti o perfino parenti, talora ritrattandole per evitare la condanna o alleviare le pene. Non mancano però filoni di dissenso sociale più profondi e meno estemporanei, che arrivano anche a proteste popolari come cortei davanti alle sedi istituzionali e tumulti e scioperi nelle fabbriche e nelle campagne, soprattutto nei momenti più gravi della crisi economico-sociale, che vedono protagoniste anche tantissime donne: dopo la rivalutazione della lira del 1926-27, nei primi anni Trenta con l'arrivo in Italia degli effetti della Grande Depressione e durante la guerra, specie tra il 1942 e i primi mesi del 1943. 

Esercitare il dissenso sotto il fascismo ha un costo. Tra il 1926 e il 1943 ogni settimana, come ha calcolato Altiero Spinelli, il regime infligge l'ammonizione o la vigilanza speciale a 181 cittadini, ne invia 11 al confino, ne denuncia 24 al Tribunale speciale e ne condanna 6 al carcere con pene fino a trent'anni. La maggior parte degli antifascisti trascorre buona parte della giovinezza tra il carcere e il confino. «Cara Fiorella — osserva sempre Spinelli in una lettera de11942 — ecco oggi, tre giugno, son quindici anni che son prigioniero, il 43% della mia vita totale, o, se si conta la vita effettiva dai 15 anni in su, il 75%. Con un certo senso di orrore sto scrivendo queste cifre. Non credo che ci sia molta gente al mondo che abbia battuto questi record».

E' un dissenso che ha tanti volti e tante forme. Lo esprimono uomini e donne legati ad antiche fedeltà ideali e politiche maturate prima dell'avvento del regime, in famiglia o nelle comunità cittadine o di quartiere. Ci sono anche antifascisti «dormienti», che sono rimasti in Italia e hanno abbandonato l'attività politica attiva, ma di cui è nota la contrarietà al Duce. Così come sono i più vari i luoghi del dissenso: per strada, nelle trattorie, nei bar, sui tram, nei posti di lavoro, nel privato delle proprie case. E lo stesso vale per le sue forme, tra cui quelle cosiddette «povere»: barzellette, filastrocche, caricature, parodie di canzoni o di poesie, insulti e imprecazioni contro Mussolini e i gerarchi, statue parlanti (come nel caso di Roma), scritte murali che spesso compaiono in occasione di date simbolo come il primo maggio, ritocchi sarcastici di cartoline propagandistiche, volantini artigianali, intonazione di canti politici, culto e ricordo degli oppositori morti per mano fascista e funerali sovversivi.

(Corriere della Sera, 9 ottobre 2022)

Storie – Vittorio Foa, un intellettuale che guardava avanti

di Mario Avagliano

   Il 18 settembre del 1910 nasceva a Torino Vittorio Foa, politico, sindacalista, scrittore e intellettuale. Nipote da parte di padre di un rabbino, fu antifascista durante il Ventennio (pagando con il carcere la sua opposizione al fascismo) e partigiano nella Resistenza.
Nel 1946 venne eletto deputato del partito d’Azione nell’Assemblea Costituente e fu uno dei padri della Repubblica. Il suo contributo allo sviluppo democratico della sinistra italiana e mondiale è stato prezioso e importante.
Era un grande italiano che guardava sempre al futuro.
La figlia Anna Foa lo ha così ricordato con un post sul suo profilo di FB: “Ciao, buon compleanno. Chissà cosa penseresti di questo nostro mondo di oggi? credo che continueresti a guardare avanti”.

(L’Unione Informa e Moked.it del 20 settembre 2016)

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Ponza e Ventotene. Gli antifascisti relegati nelle isole gabbia


di Mario Avagliano

   Il ricordo degli anni di confino a Ponza e a Ventotene ricorre nelle autobiografie dei più celebri antifascisti italiani. Tra il 1928 e il 1943 le due isole pontine, a un braccio di mare da Formia e Gaeta, ospitarono il gotha dell'opposizione al regime fascista: da Sandro Pertini a Luigi Longo, da Giuseppe Di Vittorio a Camilla Ravera. E ancora Giorgio Amendola,  Riccardo Bauer, Pietro Secchia, Girolamo Li Causi, sino ad Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni che, proprio qui, nel 1941 scrissero il Manifesto per un'Europa Libera e Unita, meglio conosciuto come “Manifesto di Ventotene”. La Bibbia della futura unità europea.

A Ventotene, definita dalla dirigente comunista Camilla Ravera “una ciabatta in mare” e considerata da Spinelli il “luogo dell’elezione”, il 20 maggio scorso è stato aperto al pubblico il Laboratorio Isole della Memoria,  sulla storia dei confinati nelle due isole, con il patrocinio del Comune e della direzione della Riserva Statale. A conferma del rinnovato interesse che sta sollevando questo tema, oggetto di recente di una pregevole ricerca di Camilla Poesio: Il confino fascista. L’arma silenziosa del regime (Laterza, pp. 218, euro 20).
Il Laboratorio di Ventotene, che al momento ospita il plastico della "città confinaria" e diversi pannelli informativi, sarà presto arricchito dalle biografie, testimonianze e immagini dei circa 4.400 confinati politici (2.100 a Ponza e 2.292 a Ventotene) che in quegli anni sbarcarono sulle due isole pontine e vi trascorsero periodi a volte molto lunghi della loro vita, pagando così la loro opposizione al fascismo.
Il prezioso materiale è stato raccolto a partire dal 2008 da Riccardo Navone, libraio e saggista torinese di nascita ma genovese di adozione, presso archivi pubblici e privati (l’Archivio di Stato Centrale di Roma, gli archivi di Stato provinciali, quelli dell’Anpi, dell’Anppia e dell’Aicvas, degli Istituti storici della Resistenza, delle Prefetture, degli istituti storici di partiti e movimenti) e presso le famiglie degli antifascisti.
A Ponza, che assieme a Lipari fu la prima colonia di confino politico istituita dal regime mussoliniano, i primi antifascisti giunsero già nel 1928. Vi transitò, come spiega Navone, la prima generazione di oppositori: quella dei politici dei partiti sciolti dalle leggi speciali fasciste, come Giorgio Amendola, che dedicò a questa esperienza un celebre libro, L’isola,  da cui il regista Carlo Lizzani ricavò uno sceneggiato televisivo. A Ventotene, invece, sbarcò a partire dall’estate del 1932  la seconda generazione di antifascisti, "quella che sognava la rivoluzione che avrebbe cacciato il fascismo".
Al momento dell’arrivo, i confinati ricevevano un libretto rosso sul quale erano indicate le 26 (dure) regole del confino. Sulla carta, era loro proibito non solo di discutere di politica e fare propaganda, ma anche frequentare pubbliche riunioni, tenere relazioni con donne o ubriacarsi. Dopo lo smacco della fuga da Lipari nel 1929 di Carlo Rosselli, Emilio Lussu e Francesco Nitti, il regime mise in atto misure tese a impedire ogni possibilità di evasione e di comunicazione con l’esterno, incaricando di farle rispettare non solo le forze di polizia  e i carabinieri, ma anche la milizia fascista. I confinati ritenuti più pericolosi furono fatti pedinare notte e giorno senza interruzione.
Dalla ricerca di Navone, emerge che le due isole ospitarono numerosi antifascisti rimasti sconosciuti al grande pubblico e alla storiografia e che meritano di essere riscoperti. Ragazzi partiti a 18 anni per combattere in Spagna contro Francisco Franco. Personaggi che negli anni successivi saranno comandanti partigiani, romanzieri e imprenditori. Contadini analfabeti diventati nel dopoguerra sindaco della loro città. Donne in lotta contro tutti i pregiudizi. Anarchici che condurranno rivolte popolari in Sicilia e in Toscana. Ma anche gente comune che, magari al bar o all’osteria, aveva raccontato una barzelletta irriverente contro il duce o contro il regime oppure aveva accusato il tal gerarca di rubare o di andare a donne.
La gran massa del popolo dei confinati era composto da gente umile: operai, contadini, maestri elementari, minatori emigrati in Belgio e in Francia, marittimi, camerieri, artigiani, manovali, imbianchini. Pochi erano i laureati inseriti in qualche professione (avvocati, docenti, politici e sindacalisti). Il gruppo più numeroso era quello dei comunisti, seguito dagli anarchici, dai socialisti e dai militanti di Giustizia e Libertà. Dopo la sconfitta della rivoluzione spagnola infoltirono le fila dei confinati i miliziani rimpatriati a forza dalla Francia o dagli altri paesi. C’erano anche stranieri, in particolare jugoslavi e albanesi.
I confinati giungevano a Ponza e a Ventotene a piccoli gruppi, incatenati fra loro. L’impatto con la nuova vita era devastante. Oltre alla promiscuità nei cameroni, si dovettero adattare alla precarietà dei rifornimenti, alle angherie dei militi, alla mancanza di comunicazioni, alla fame e alla noia. Nonostante le privazioni, i confinati organizzarono biblioteche, mense autogestite, attività artigianali, corsi di studio. A Ponza e a Ventotene si formò una parte rilevante della classe politica che avrebbe fatto la Resistenza  e sarebbe stata protagonista della Repubblica. Non mancarono le storie d’amore tra confinati e isolane, alcune delle quali sfociarono in matrimoni.
Una parte dell’archivio sui confinati realizzato da Navone sarà digitalizzato e pubblicato on line su un apposito portale web. Intanto, anche sulla scia dell’entusiasmo e della passione del libraio torinese, a Ventotene è nata una piccola casa editrice chiamata Ultima Spiaggia e diretta dal romano Fabio Masi, che si propone di divulgare queste tematiche e ha già pubblicato un primo interessante volume a cura di Filomena Gargiulo, intitolato Ventotene, isola di confino. Confinati politici e isolani sotto le leggi speciali 1926–1943 (pp. 314, euro 20), che racconta anche vicende inedite.

(Il Mattino, 30 luglio 2012)

Avanti! con la storia

di Mario Avagliano

   «La lotta di classe è vietata dal codice penale. Io ho, per guida, una linea che dal codice penale mi è indicata e che a nessuno potrà esser lecito di sorpassare. Io sarò là, innanzi a questa linea, come una sentinella vigile, la quale griderà tutti i giorni: "di qui non si passa!"». Così tuonò nel luglio del 1896, nell’aula della Camera dei Deputati, il presidente del Consiglio del tempo, il marchese di Rudinì, storico esponente dei conservatori.

Il riferimento era ai socialisti, che l’anno prima avevano debuttato in Parlamento, con l’elezione di 15 deputati. Circa cinque mesi dopo, il giorno di Natale del 1896, veniva stampato in via del Lavatore 88 a Roma il numero uno dell’«Avanti!», il quotidiano del partito socialista, la cui testata con l’A svolazzante e il punto esclamativo, riprendeva nel nome l'omologo giornale della socialdemocrazia tedesca, Vorwärts. Lo avevano voluto Filippo Turati e Anna Kuliscioff, e la direzione era stata affidata a Leonida Bissolati. Il primo editoriale suonava beffardo per di Rudinì: «Di qui si passa».
È uno dei tanti aneddoti legati alla storia dell’«Avanti!», ricostruita in occasione del 120° anniversario del partito  socialista, nei dettagli più minuziosi e con sapienza narrativa, da uno dei suoi direttori, Ugo Intini, in un gustoso quanto mastodontico saggio, intitolato Avanti! Un giornale un’epoca (Ponte Sisto, pp. 700, euro 30), arricchito da fotografie, ricordi e testimonianze.
«Raccontare la storia dell’Avanti! significa raccontare quella del socialismo e dell’Italia stessa», scrive lo stesso Intini. E in effetti, almeno fino al 1993, il quotidiano socialista e i suoi direttori hanno lasciato una impronta decisiva. Fascismo e comunismo nacquero da due costole del giornale. Mussolini abbandonò la direzione dell’Avanti! nel 1914 per imboccare la strada dell’interventismo nella Grande Guerra. Il suo successore Giacinto Menotti Serrati chiuderà l’edizione torinese del giornale, guidata da Antonio Gramsci, perché giudicata troppo estremista e filosovietica. Dirigeranno poi il quotidiano anche protagonisti della storia della Repubblica, da Nenni a Saragat, fino a Lombardi, Pertini e Craxi.
Nel suo secolo scarso di esistenza, L’Avanti! ha avuto collaboratori di primo ordine nel campo della letteratura, del cinema, del teatro e dell’arte, da Edmondo De Amicis a Ignazio Silone, passando per Luigi Comencini, Antonio Ghirelli (che per due anni diresse anche la testata), Mario Soldati, Franco Fortini, Walter Pedullà, Paolo Grassi, Carlo Fontana, Gaetano Salvemini, Norberto Bobbio, Arturo Labriola, Margherita Sarfatti, Carlo Rambaldi e Achille Bonito Oliva.
La vita dell’Avanti! è stata straordinariamente avventurosa: arresti, incendi, duelli, sparatorie con morti e feriti. Uno dei periodi più difficili si ebbe nell’aprile del 1919, quando alcune squadracce fasciste incendiarono la sede del quotidiano, e poi nel 1926,  anno in cui il regime fascista andato al potere ne vietò la pubblicazione. L’Avanti! continuò la sua diffusione in esilio, a Parigi e a Zurigo.
La storia del quotidiano socialista vide anche momenti esaltanti, come la vittoria nel referendum sulla Repubblica e in quello sul divorzio, festeggiato da Loris Fortuna, protagonista della riforma, nella sede della redazione, motore del comitato a favore.
Nell’ultima parte del saggio Intini smette i panni dello storico e ridiventa politico, affrontando di petto la questione Craxi, anche lui direttore del giornale ed autore di incisivi editoriali, firmati con lo pseudonimo di “Ghino di Tacco”. In queste pagine la lettura dei fatti è più dichiaratamente di parte e la difesa di Craxi intrisa di nostalgia. Con il pregio della coerenza di un personaggio come Intini che non ha mai rinnegato il suo passato.

(Pubblicato in versione leggermente più ridotta su Il Mattino, 18 novembre 2012)

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Forte Bravetta. La fabbrica di morte

di Mario Avagliano

  Dopo la presa di Porta Pia, il giovane Regno d’Italia si preoccupò di allestire una linea di difesa militare dal Tirreno all’Adriatico. Il progetto definitivo approvato dal Parlamento nel 1878 prevedeva che Forte Bravetta, sulla via Aurelia, fosse una delle quindici fortezze di tipo prussiano poste a difesa di Roma capitale. All’epoca nulla lasciava prevedere che quella lugubre e massiccia costruzione, con il portone di ferro e un terrapieno alto 15 metri, sarebbe diventata un monumento a cielo aperto della Resistenza romana e dell’opposizione al fascismo e al nazismo, al pari di Regina Coeli, via Tasso e le Fosse Ardeatine.

La storia di questo triste edificio, che ospitò le fucilazioni eseguite a Roma dal 1932 al 1945, è stata ricostruita da Augusto Pompeo nel saggio Forte Bravetta. Una fabbrica di morte dal fascismo al primo dopoguerra (Odradek, pp. 300, euro 23).
Nel 1926 il regime fascista, allo scopo di ridurre al silenzio ogni forma di opposizione, istituì il Tribunale speciale per la difesa dello Stato e reintrodusse la pena capitale, abolita quasi quarant’anni prima dal codice Zanardelli. Fino all'8 settembre 1943 il «Tribunale di Mussolini» colpì, in prevalenza, presunti attentatori al capo del governo, agenti al servizio di potenze straniere, «slavofili», partigiani appartenenti a formazioni jugoslave operanti in Venezia Giulia e anche alcuni rapinatori e «borsari neri».
I condannati erano rinchiusi nel carcere di Regina Coeli dove, come scrive Giuseppe Kiraz alla cugina, «di notte si dorme poco» e si stava in compagnia di «centinaia, migliaia di cimici, piccole, grosse, bianche e rosce di tutte le varietà». Di lì venivano condotti al forte e fucilati alla schiena come traditori, come voleva il codice penale fascista. Le prime condanne ad essere eseguite riguardarono due antifascisti fuoriusciti all’estero, l’industriale Domenico Bovone e l’anarchico Angelo Pellegrino Sbardellotto, rientrati in Italia per uccidere Mussolini e liberare il Paese dalla dittatura.
Dopo l’armistizio le sentenze di morte furono emanate dalle autorità tedesche di occupazione e riguardarono, in prevalenza, oppositori e combattenti della Resistenza romana, arrestati spesso da militi della Repubblica sociale e su delazione di italiani. Le ultime fucilazioni, invece, furono eseguite dopo la liberazione di Roma e decretate da tribunali italiani e alleati costituiti per punire chi aveva collaborato con i tedeschi e i fascisti repubblicani.
Augusto Pompeo, utilizzando documenti d'archivio, resoconti della polizia, relazioni dei questori, lettere dei condannati a morte e dei loro congiunti e testimonianze di persone che vissero quegli eventi, ha recuperato le biografie dei caduti e ripercorso le vicende di quel periodo.
Le scariche di fucileria colpirono uomini assai diversi fra di loro. Alcuni provenivano dalla Venezia Giulia o dall’allora regno di Jugoslavia. Altri, pur nati in Italia, avevano trascorso parte della loro vita lontano dalla penisola per sfuggire alle persecuzioni politiche. Altri si trovarono, spesso non più giovani, a fare la «scelta di campo» nella «Città aperta» di Roma dopo essersi opposti alla dittatura fascista. Altri ancora furono fucilati per aver commesso delitti comuni o per aver collaborato con fascisti e nazisti.
Strazianti sono le ultime lettere dei partigiani condannati. «Amate la libertà e ricordate che questo bene deve essere pagato con continui sacrifici e qualche volta con la vita», è il messaggio del comunista Pietro Benedetti. «Me ne vado cosciente di avere sempre fatto il mio dovere di uomo», mandò a dire Antonio Lalli al figlio Luigi. «Come sai non ho fatto nulla che possa disonorarti, perciò puoi sempre andare a fronte alta», scrisse nella sua ultima lettera alla moglie Salvatore Petronari.
Una delle figure più luminose dei resistenti fucilati a Forte Bravetta è quella di don Giuseppe Morosini, collaboratore del Fronte militare clandestino di Giuseppe Montezemolo ed ispiratore (assieme a don Pietro Pappagallo) della figura del sacerdote del film Roma città aperta di Roberto Rossellini. Don Morosini si prodigava per aiutare oppositori e ricercati a nascondersi e celebrava messa per i partigiani nelle caverne e nei nascondigli di Monte Mario.
L’auspicio è che ora, anche grazie a questo libro, il sito di Forte Bravetta, abbandonato a se stesso, venga recuperato all’uso pubblico e divenga davvero, come propone Augusto Pompeo, “il luogo della memoria, oltre che dell’antifascismo e della Resistenza, anche dell’abolizione di un istituto arcaico e barbaro come la pena di morte da parte della neonata Repubblica italiana”.

(Il Messaggero, 4 dicembre 2012)

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Storie – Artisti, dissidenti ed ebrei in fuga dai nazisti in Francia

di Mario Avagliano

«Nell’agosto del 1940 lasciai New York per una missione segreta in Francia, una missione che molti dei miei amici consideravano pericolosa. Partii con le tasche piene di elenchi di uomini e donne che dovevo soccorrere e con la testa piena di suggerimenti su come farlo».

Quell’estate gli Usa non erano ancora entrati in guerra ma «un gruppo di cittadini americani, convinti che i democratici dovessero aiutare i democratici, senza badare alla nazionalità, creò subito l’Emergency Rescue Committee», con l’obiettivo di far espatriare il maggior numero di esuli europei - artisti, intellettuali, antifascisti, antinazisti, ebrei - che avevano trovato rifugio in Francia e che erano ricercati dalle polizie segrete italiane, tedesche e spagnole (Gestapo, Ovra e Seguridad) e dalla stessa Francia filonazista di Vichy, che una volta arrestati, spesso li consegnava direttamente alla Germania.
L’agente al quale viene affidata questa gigantesca operazione di salvataggio è un giovane giornalista liberal, Varian Fry, che viene mandato a Marsiglia, in Costa Azzurra. L’elegante e ostinato Fry, in appena tredici mesi, mette in piedi una rete clandestina, coinvolgendo una pattuglia di volontari, tra cui la bella ereditiera americana Mary Jayne Gold, e tenendo riunioni nei posti più impensati (dalle toilettes ai postriboli) per sfuggire alle intercettazioni.
Nonostante la ritrosia dei funzionari del consolato statunitense a Marsiglia a rilasciare i visti, Fry riesce, con mezzi legali e illegali, ad ottenere i permessi e ad organizzare la fuga in Usa di centinaia di persone (ne sono stati calcolate più di 1.500), tra cui grandi nomi dell'arte, della scienza e della cultura, quali Marcel Duchamp, André Breton, Marc Chagall, Max Ernst, Arthur Koestler, Hannah Arendt.
La sua azione febbrile in favore dei rifugiati non passa inosservata. A settembre 1941 Fry è costretto a lasciare l’Europa: la polizia di Vichy lo ha espulso dalla Francia e il consolato americano non gli ha rinnovato il passaporto. Tornato in Usa, scrive di getto il racconto delle sua esperienza e, non senza difficoltà, lo pubblica, poiché contiene aspre critiche all’atteggiamento degli Stati Uniti verso gli esuli.
Ora le sue memorie escono per la prima volta in Italia, per i tipi della Sellerio (Varian Fry, «Consegna su richiesta. Marsiglia 1940-1941. Artisti, dissidenti ed ebrei in fuga dai nazisti»).
Solo trent’anni dopo la sua morte, Varian Fry è stato riconosciuto come uno dei Giusti tra le nazioni, primo cittadino americano a comparire nella lista, e nel 1998 ha ricevuto la cittadinanza onoraria dello Stato di Israele. Dalla vicenda narrata nel suo libro è stato tratto il film Varian’s War, con William Hurt e Julia Ormond.

(L'Unione Informa, 19 febbraio 2013)

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Storie – Stati Uniti 1938, una nuova terra promessa

di Mario Avagliano

Nelle pieghe della memoria, per molti versi sbiadita, delle leggi razziali in Italia, è conservata una vicenda individuale e collettiva: l’emigrazione forzata di circa duemila ebrei italiani negli Stati Uniti. Professori universitari, medici, avvocati, scienziati, giornalisti, artisti ma anche gente comune, costretti dai provvedimenti persecutori ad abbandonare la patria che li aveva disconosciuti come cittadini e a rifarsi una vita al di là dell’Oceano Atlantico, spesso ottenendo prestigiosi riconoscimenti. Dai premi Nobel Salvador Luria e Franco Modigliani all’architetto Giorgio Cavaglieri, dall’artista Leo Castelli al musicista Mario Castelnuovo Tedesco, dal cardiologo Massimo Calabresi al fisico Emilio Segrè e ai manager Giorgio Padovani, Giorgino Funaro ed Enrico Pavia. Il loro dramma è stata ricostruito nel libro America nuova terra promessa. Storie di ebrei italiani in fuga dal fascismo (Francesco Brioschi editore, pp. 192) di Gianna Pontecorboli, giornalista italiana che vive a New York e collabora con il Centro Primo Levi.
Attraverso le interviste ai testimoni e ai loro parenti, la Pontecorboli racconta la corsa ad ostacoli per ottenere il visto per l’America (impresa non facile, anche per l’opposizione di un potente funzionario americano, Breckinridge Long, ex ambasciatore a Roma e ammiratore di Mussolini), l’impatto con il nuovo continente, che non sempre li accetta bene, il legame indissolubile con l’Italia, l’adesione di molti di loro alla causa dell’antifascismo (ad esempio nell’ambito della Mazzini Society), il contributo dato alla Liberazione del nostro paese e al processo di ricostruzione ma anche la decisione della maggior parte di quegli italiani traditi di restare negli Stati Uniti, la nazione che aveva dato loro la possibilità di una vita dignitosa e senza persecuzioni. Una pagina di storia importante anche per comprendere, come scrive Furio Colombo nell’introduzione, le responsabilità dell’Italia e degli italiani non ebrei, senza indulgere, come si continua a fare, nell’auto-assoluzione. Tanto più in vista del 75° anniversario delle leggi razziali del novembre 2013.

(L'Unione Informa e portale Moked.it, 6 agosto 2013)

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La Rivoluzione Etica. Da Giustizia e Libertà al Partito d'Azione

di Mario Avagliano

«L’esperienza del Partito d’Azione è stata una luminosa meteora nella storia del nostro Paese. Eppure, la sua cultura, nonostante la breve vita, è quanto mai viva perché è una Scuola di Democrazia», si legge nel libro di Vittorio Cimiotta intitolato "La Rivoluzione Etica. Da Giustizia e Libertà al Partito d'Azione" (Mursia, pp. 370, euro 20). Un saggio importante che ripercorre le tappe salienti dell’esperienza politica di GL e del Partito d’Azione, e dei loro principi e idee, riconoscendone la grande validità anche nella società contemporanea in balia di una grave crisi morale e civile.

Il movimento Giustizia e Libertà, ricorda Cimiotta, venne fondato nel 1929 a Parigi da Carlo Rosselli e da altri fuoriusciti antifascisti con l’obiettivo di organizzare un’opposizione attiva ed efficace al regime di Mussolini, alternativa a quella comunista.
Dall’incontro tra giellisti, liberalsocialisti, sostenitori del liberalismo progressista gobettiano, esponenti del liberalismo amendoliano e del Partito Repubblicano, nacque nel 1942 la breve ma intensa esperienza politica del Partito d’Azione che, dopo la caduta del duce, organizzò bande partigiane, partecipò alla Resistenza con le Brigate Giustizia e Libertà e contribuì alla stesura della Carta Costituzionale.
Grandi personalità, come Mazzini, Salvemini, Gobetti, i fratelli Rosselli, Parri, Calamandrei e La Malfa, hanno lottato per dar vita a un modello di società basato sull’etica nella politica e nella comunità, di cui il giellismo e l’azionismo sono stati portatori ed esempi.
E il Partito d'Azione fu un lievito importante che nel dopoguerra, dopo il suo scioglimento, trasmigrò nel Pri così come nel Psi e nel Pci, immettendo in quei partiti motivi centrali della lotta politica democratica fino a far parlare nella storia italiana di una "fede azionista" sopravvissuta alla fine del partito.
"Il saggio di Cimiotta - scrive nella prefazione Nicola Tranfaglia - che è nello stesso tempo agile e aggiornato, ricco dei riferimenti storici necessari, rappresenta un contributo utile a introdurre per le nuove generazioni un mondo e un movimento che hanno costituito per molti decenni raggi di luce nella nostra storia".
Preziosa anche l'appendice finale, che propone le biografie di molti degli azionisti più famosi.

Vittorio Cimiotta è nato a Marsala (Trapani) e vive a Roma. È vicepresidente nazionale della FIAP (Federazione Italiana Associazioni Partigiane), fondatore della Federazione nazionale dei circoli storici Giustizia e Libertà, socio cofondatore della Fondazione Ernesto Rossi e Gaetano Salvemini di Firenze, membro del Comitato dei Garanti della rivista «Il Ponte» di Firenze fondata da Piero Calamandrei e infine componente del Consiglio Direttivo del Museo Storico della Liberazione di Via Tasso di Roma.

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