Articoli, Brevi Testi e Pensieri di MArio Avagliano
Mario Avagliano
Storico e scrittore

La storia italiana raccontata attraverso persone, documenti e memoria

Racconto la storia italiana attraverso libri, ricerche e incontri pubblici, con particolare attenzione alle vicende delle persone comuni e ai passaggi decisivi della nostra democrazia.

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La storia dell’ufficiale eroe che arrestò Mussolini

 

di Mario Avagliano

La data di domenica 25 luglio del 1943, passata alla storia per l’arresto di Benito Mussolini e la caduta del fascismo, poteva restare anonima. All’ultimo momento, infatti, l’operazione rischiò di saltare.

Dagli archivi dell’Arma e dalle relazioni dei testimoni dell’epoca risulta che il re Vittorio Emanuele III, spalleggiato dalla moglie, aveva cambiato idea. Fu risolutiva la testardaggine di un ufficiale dei carabinieri, il tenente colonnello romagnolo Giovanni Frignani, già eroe della Grande Guerra. Un uomo dell’Arma tutto d’un pezzo che, nonostante il fratello Giuseppe fosse stato gerarca di Ravenna, era inviso al duce per le sue relazioni-verità sul malcontento della popolazione, la corruzione del regime e i piani di invasione dell’Italia dei tedeschi, tanto che qualche settimana Mussolini prima ne aveva chiesto il trasferimento al fronte.

Quella mattina re Vittorio Emanuele III riceve il fido duca Acquarone, che gli riferisce della votazione dell’ordine del giorno Grandi da parte del Gran Consiglio del Fascismo, con il quale di fatto Mussolini è stato sfiduciato. È arrivato il momento di agire e di dare il via al piano di arresto del duce. Ad appena quattro chilometri di distanza, a Villa Torlonia, Mussolini si alza dal letto tutto sommato abbastanza tranquillo. È sicuro che lo «stellone» italico lo assisterà ancora una volta. Dopo colazione, raggiunge Palazzo Venezia e si mette al lavoro. Verso le 11 chiede al suo segretario particolare, il prefetto Nicola De Cesare, di telefonare al Quirinale al generale Puntoni per avere un colloquio con il re a villa Savoia.

La richiesta di udienza da parte di Mussolini cambia i piani dei complottardi. Bisogna accelerare. Il comandante generale dell’Arma, Angelo Cerica, poco prima delle 14 convoca telefonicamente Frignani presso il comando del Gruppo Interno di Roma, sito in viale Liegi, ed i suoi diretti collaboratori, il capitano Paolo Vigneri, siciliano di Calascibetta, e il capitano Raffaele Aversa, di Labico, ma di origini campane. È stato lo stesso Frignani a indicare a Cerica i due capitani come uomini di assoluta fiducia.

Le relazioni del generale dei carabinieri Filippo Caruso e del capitano Vigneri, il diario del generale Puntoni, primo aiutante di campo generale del re, e il resoconto dello stesso Mussolini ci permettono di ricostruire con una certa precisione quella giornata.

Dopo l’incontro con Cerica, Frignani prende da parte i due capitani e gli illustra le modalità e i dettagli del piano, aggiungendo che l’arresto del duce deve eseguirsi a qualunque costo e, per evitare fraintendimenti, chiosa che bisogna «catturarlo vivo o morto». Al commissario Marzano, che viene segnalato a Cerica dallo stesso Frignani, viene chiesto di mettere a disposizione un’autoambulanza.

Il piccolo convoglio di cinquanta carabinieri e poliziotti si dirige verso Villa Savoia e si colloca sul lato settentrionale dell’edificio, pronto ad intervenire, se necessario, ad un cenno del capitano Aversa. Quest’ultimo, assieme al collega Vigneri, a tre vicebrigadieri e a tre agenti di P.S. armati di mitra, si sistema sul lato orientale. Alle 15.30 è tutto pronto per l’operazione.

Nel frattempo, Frignani predispone i dettagli del piano. Gli spostamenti del duce, si legge nel memoriale del figlio Vittorio, sono preceduti e accompagnati da un «vasto servizio d’ordine», ma nel sistema c’è una falla: «i funzionari che vi erano addetti, non oltrepassavano abitualmente il cancello di Villa Savoia, e sostavano in prossimità di esso». Di conseguenza, «le condizioni migliori per dar corso all’arresto» si verificano proprio all’interno della residenza reale.

Verso le 16 lo stesso Frignani in abiti civili raggiunge la residenza reale. C’è da superare un ultimo ostacolo: le improvvise «riserve» del re sulle modalità dell’arresto. Alle tre del pomeriggio Vittorio Emanuele ingiunge al generale Puntoni: «Mussolini deve essere arrestato fuori di casa mia». Dubbi dovuti alle pressioni della regina Elena, preoccupata di salvaguardare l’etichetta di corte, o al timore dello stesso re che l’arresto, in caso di reazione violenta, desse luogo a una «più o meno accidentale soppressione» del duce? Quando Frignani entra «nella villa dall’ingresso secondario a levante, per prendere gli ultimi accordi col Ministro della Real Casa e con gli altri interessati all’azione», come riferisce Vigneri nel suo rapporto ritorna «dagli ufficiali dopo una decina di minuti, seccato e contrariato. “L’arresto non si farà più”, dice ai due capitani. “Sua Maestà non vuole che avvenga nell’interno della villa. Ho insistito con il duca Acquarone perché convinca il Re della necessità di eseguirlo subito”. Poi deciso e risoluto aggiunge: “Noi, in ogni caso, lo arresteremo ugualmente”». «Frignani – prosegue la relazione di Vigneri – […] torna a portarsi all’interno della villa con il proposito di premere sul duca Acquarone per ottenere la decisione».

Vigneri assieme ad Aversa attende fuori dalla villa il proprio comandante Frignani: «Passano minuti interminabili». Poi questi esce e comunica ai due che il re ha deciso di dare il via libera all’operazione. Attorno alle 17, l’Alfa Romeo con a bordo il capo del fascismo varca i cancelli di Villa Savoia e percorre il viale alberato. La scorta resta all’esterno della residenza.

Il colloquio dura in tutto venti minuti e il re informa Mussolini che Badoglio assumerà al suo posto la carica di capo del governo, poi lo accompagna al pianerottolo che sovrasta la scalinata di accesso alla villa.

Le sorprese per il duce non sono terminate. Scese le scale, si imbatte nel capitano Vigneri e nel collega Aversa. Alle loro spalle i tre vicebrigadieri. I due ufficiali gli parano il passo e Vigneri lo costringe a salire sull’ambulanza. Qualche metro indietro Frignani assiste alla scena. Mussolini lo considererà il suo nemico giurato. Dopo l’8 settembre, tornato in libertà, metterà subito una taglia sull’ufficiale romagnolo. Frignani diventerà uno dei capi della resistenza militare, ma finirà nel carcere di via Tasso, con tanto di telegramma di congratulazioni del duce, che ringrazierà Kappler e le SS mettendo a disposizione i vini della sua cantina di Villa Torlonia. Verrà ucciso il 24 marzo 1944 alle Fosse Ardeatine, gridando prima di essere abbattuto “Viva l’Italia!”

 

Fonte
Pubblicato su la Repubblica, 25 luglio 2025.
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