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Da Teano alla tv, luci e ombre dei Savoia

di Mario Avagliano

Dall’incontro di Vittorio Emanuele II a Teano con il generalissimo Giuseppe Garibaldi per celebrare l’unità d’Italia, a quello di Emanuele Filiberto a Sanremo col sempreverde Pupo per il Festival dei fiori e delle canzonette. Come rilevò beffardo Roberto Benigni nella sua patriottica performance del 17 febbraio 2011 (che aprì di fatto il centocinquantenario), l’ascesa e il declino della più antica dinastia europea, come recita il sottotitolo del saggio «Casa Savoia» di Enrico Mannucci (Dalai editore, pp. 510, euro 18,50), si può racchiudere in questa immagine.

Indietro Savoia! Quasi assenti nelle celebrazioni del 150°, anche i manuali scolastici dedicano poche righe ai re d’Italia. Guardando a testi più autorevoli, invano si cercherebbe un Lytton Strachey nazionale che abbia dedicato una biografia di successo a un rampollo della casa sabauda. Figure trascurate pure dalla cinematografia.
Eppure la casata dei Savoia è antica di quasi mille anni ed è stata protagonista delle guerre d’indipendenza. Per circa metà del Novecento il nostro Paese è stato una monarchia. Nel secolo "breve" sul trono d’Italia sono passati tre re e la galleria di personaggi della corte reale ha annoverato figure come la bionda regina Margherita, famosa in tutta Europa per il suo stile, o l’avvenente (e antifascista) principessa belga Maria José.
Nell’Italietta della seconda metà dell’Ottocento l’identificazione della popolazione con la monarchia è stata macchinosa e incerta. E i Savoia ci hanno messo del loro, alimentando le chiacchiere, come ci racconta Mannucci, con un ritmo narrativo piacevole, ricco di aneddoti. La monarchia italiana non ha mai goduto di un’aura sacrale come altre case regnanti europee.
Il tempo di Umberto I, il re col cilindro, gli enormi baffoni e i sigari puzzolenti, amante delle donne e della caccia, fu turbolento, affannoso e bruscamente interrotto da un assassinio all’alba del Novecento. Le gazzette del tempo lo sbeffeggiavano per i suoi amori clandestini (celebre quello con la duchessa Litta).
Vittorio Emanuele III, principe di Napoli (tra i suoi cinque nomi c’è anche Gennaro), nato nella reggia di Capodimonte, passava per il «re soldato» in omaggio al suo impegno contro gli austro-ungarici nella Grande Guerra, ma anche come «re sciaboletta» per la statura (era alto appena 1 metro e 53 centimetri). Quando si sposò con la gigantesca principessa montenegrina Elena, Edoardo Scarfoglio sul «Mattino», in un articolo dal titolo Le nozze coi fichi secchi, lo definì un «tenentino» con il «pentolino in capo».
Nessun Savoia fu davvero re a lungo. Vittorio Emanuele III subì presto la diarchia con Mussolini, e il gaudente Umberto II (al quale vennero attribuite liasion con l’attore Jean Marais, il pugile Primo Carnera e Luchino Visconti) è stato il «re di maggio». Gioca a loro sfavore, poi, un’irrefrenabile inclinazione al cambio di campo, manifestata all’ingresso nella prima guerra mondiale col repentino ribaltamento di alleanze. Che ha oscurato il fatto che l’armistizio del 1943 fu una scelta obbligata per riscattare il Paese dal ventennio dittatoriale.
Per ironia della sorte, la dinastia sabauda è balzata agli onori della cronaca (rosa e nera) di più dopo l'esilio, con gli ultimi eredi che hanno occupato per decenni le pagine dei settimanali popolari, compresi i periodici più colti, come «L’Europeo» degli anni Cinquanta.
Né la voga si è esaurita con gli anni, rinfocolata da episodi scabrosi, procedimenti giudiziari (come quello che vide coinvolto Vittorio Emanuele, con l’accusa di omicidio volontario da cui fu prosciolto), scandalose avventure sentimentali con attori del cinema (note le storie di Maria Gabriella con Walter Chiari e di Maria Beatrice con Maurizio Arena). Fino alle imprese cine-televisive del più giovane rappresentante di casa Savoia, Emanuele Filiberto, star di trasmissioni Rai come Ballando con le stelle, cantante al Festival e perfino interprete di se stesso in un cinepanettone.
Tanto oblio è meritato? Di "peccati" i Savoia ne hanno diversi da farsi perdonare: dalla truculenta repressione dei moti sociali di fine secolo (leggi Bava Beccaris) alla pavida resa alla marcia su Roma delle camicie nere di Mussolini, fino all'improvvida firma sulle vergognose leggi razziali del 1938 e alla fuga precipitosa a Brindisi dopo l'armistizio.
Ma vi sono anche dei meriti: le guerre d'indipendenza e il Risorgimento, l'unificazione del Paese, l'apertura dei ghetti e l'emancipazione degli ebrei, la laicità dello Stato (poi messa in naftalina dall'ex mangiapreti Mussolini), un certo rigore piemontese nei costi della corte reale (oggi si direbbe della politica), la partecipazione in prima persona ai drammi nazionali, dal terremoto di Messina del 1908 a Caporetto.
È giusto, quindi, come fa Mannucci, proporre un ritratto in chiaroscuro di questa dinastia, che nel bene e nel male, citando Sergio Romano, «ci appartiene, fa parte della nostra storia nazionale, è indissolubilmente legata alla nostra vicenda risorgimentale». Ai lettori, direbbe il Manzoni, l'ardua sentenza.

(Il Mattino, 21 gennaio 2013)

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